Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

Il Familismo di Casa Surace

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Molti di voi sono dell’idea che i membri del cast di Casa Surace siano fondamentalmente dei bravi ragazzi e che costituiscano un buon esempio per i più giovani. Confesso che alcune loro gag strappano sporadicamente qualche sorriso anche a me, visto che fondamentalmente gli stereotipi hanno un velato fondo di verità, non sono fatto di pietra neppure io e purtroppo sono afflitto anch’io dal grave problema di essere meridionale, per quanto stia cercando di smettere. Eppure, citando il comico americano Bill Hicks, che ai tempi si riferiva al gruppo musicale “New Kids on The Block”, da quando la mediocrità e la banalità possono considerarsi un buon esempio per i più giovani?

Facciamo insieme una breve sintesi della trama di uno dei format più amati dal web: un gruppo di studenti meridionali ultra-trentenni fuoricorso, pigri, infantili, invadenti e lazzaroni, succubi e mantenuti a suon di “pacchi da giù” dalle loro madri e nonne ingombranti e autoritarie, scontano il loro complesso di Edipo irrisolto mangiando in maniera compulsiva, mascherando la loro dabbenaggine e indolenza tramite una millantata gioia di vivere e un’esaltazione del consumismo, visto come virtù, che farebbe rivoltare nella tomba il Marco Ferreri de “La Grande Abbuffata”.

A mio avviso, occorre aggiungere una considerazione importante. Dietro a una facciata di perbenismo e di umorismo innocuo, Casa Surace trasmette, in realtà, l’inconsapevole messaggio, estremamente reazionario e pericoloso di un familismo edulcorato, accettabile, simpatico, gradevole, quando, nella realtà dei fatti, quest’ultimo fenomeno rappresenta uno dei mali peggiori che attanaglia il nostro paese. Secondo questa concezione, gli interessi della famiglia, o per meglio dire clan, o peggio ancora, setta, prevalgono a discapito di quelli del singolo individuo e della collettività, con conseguenze nefaste sul progresso e sull’economia del nostro intero paese. A conti fatti, il cast recita la parte di uomini e donne di oltre trent’anni che si comportano da adolescenti mantenuti, senza la minima intenzione di laurearsi, lavorare e, dunque, produrre reddito o, semplicemente, alzare il culo dalla sedia per andare a fare la spesa, in attesa dell’ennesimo “pacco” spedito da genitori onnipresenti e invischianti. A questo si aggiunge il fatto che i pacchi costituiscono un notevole flusso di capitali, patrimoni interi non tassati investiti in commodities, che circolano esclusivamente tra membri della stessa famiglia, su cui lo stato italiano, in questo momento più che mai bisognoso di liquidità per far fronte all’emergenza economica causata dal Coronavirus, non riesce a mettere le mani e a tramutare in entrate per il Tesoro.

Possiamo concludere pertanto che Casa Surace è tra i maggiori responsabili della crisi economica e morale che infligge la nostra bella Italia, non propone soluzioni ai problemi del paese e perpetua il circolo vizioso di una disoccupazione cercata di proposito. Si potrebbe affermare, in merito a quest’ultimo punto, che Casa Surace viola inequivocabilmente l’articolo 1 della Costituzione Italiana e per questa ragione, lo show sarà portato davanti alla Consulta quanto prima per essere abrogato.

Sono stato un po’ severo con questi ragazzacci, me ne rendo conto. Per farmi perdonare, nel blog ho inserito dei racconti a loro dedicati, che potrebbero rendere la trama del format, perché no, un pelo più frizzante.

Casa Surace e la Fuga da Milano
Casa Surace e la Violazione del Tabù
Casa Surace – L’Ultimo Pacco da Giù – Parte 1
Casa Surace – L’Ultimo Pacco da Giù – Parte 2

Buona lettura.

Dino

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Ricky sedeva nella sala da pranzo. Le luci erano spente e solo il crepuscolo fuori dalla finestra la illuminava fiocamente. Aveva preso posto su una sedia accanto all’antica cristalliera marrone, distante dal lungo tavolo ovale situato al centro della stanza. Era vestito di tutto punto: camicia bianca, completo nero e papillon. Aveva la manica sinistra sollevata. Prese un laccio emostatico e lo legò vigorosamente al braccio, stringendolo ulteriormente tenendone l’estremità con i denti e tirando forte. A quel punto, raccolse la siringa dal pavimento, ormai riempita di quel liquido vagamente giallastro. Giacevano al suolo un cucchiaino di alluminio, dentro il quale aveva scaldato la dose, l’accendino e lo spicchio di limone completamente spremuto. Osservò per qualche istante quella siringa piena:

– Tu sì che hai personalità, amore mio, sei l’unica amica che ho…- disse, guardandola con voluttà.

Esplorò con attenzione il suo braccio sinistro, alla ricerca di qualche vena ben visibile. Non si faceva spesso, riusciva a mantenere un ritmo costante di una dose alla settimana da circa un annetto, da quando aveva iniziato. Eppure, puntuale come un orologio, ogni giovedì alle ore diciannove, quella dose era divenuta strettamente necessaria, imprescindibile. Qualcosa dentro di lui gli diceva che, prima o poi, avrebbe ceduto come tutti e avrebbe aumentato il numero di pere, ma per il momento resisteva. Appoggiò l’ago sulla vena più in evidenza e lo spinse dentro. Una goccia di sangue emerse dal minuscolo forellino creato. A quel punto, fu un attimo, e pigiò sullo stantuffo. Applicò una pressione lenta e costante, in modo che l’eroina entrasse gradualmente. Ansimava lievemente, mentre il liquido entrava in circolo, finché lo stantuffo non raggiunse la fine della corsa e tutto il contenuto fu svuotato nella vena.

Eccola, la solita sensazione, anche se ormai molto più blanda. Non gli dava più il piacere della prima volta, quei mille orgasmi tutti insieme che sentiva su tutto il corpo, a cui seguiva quella irripetibile, irrinunciabile sensazione di pace assoluta. Sì, si stava ancora bene, ma non era più la stessa cosa. L’eroina era una grande amica, oltre ad essere una gran troia. Faceva il suo bravo lavoro, ti consolava finché lo riteneva opportuno, e a un certo punto decideva che il suo lavoro era finito e lentamente andava via. Al suo posto, i problemi, le ansie e le preoccupazioni di sempre tornavano prepotenti, più forti e fastidiose di prima, più intollerabili.

Ricky stette un paio d’ore, accasciato sulla sedia, a non pensare a nulla, quieto, anche se di tanto in tanto un vaghissimo e anestetizzato senso di colpa faceva capolino. Sarebbe arrivato violentissimo, finito l’effetto della droga.

Pasqui era seduto a capotavola, con le mani legate dietro la sedia, ancora rintronato per la forte botta che il suo vecchio amico gli aveva dato sulla testa. Quel vasetto di ragù, spaccato con tanta violenza sul suo cranio, lo aveva sconquassato nei sensi. Ricky, dopo averlo legato, gli aveva medicato e bendato la ferita, per poi pulirgli il volto e la testa dai residui di sangue rappreso e ragù pippiato. Gli aveva anche messo una maglietta pulita. Pasqui si stava leggermente riprendendo, rumoreggiava e mormorava, biascicando e scuotendo la testa lentamente, finché a poco a poco non riprese un minimo di conoscenza e fu in grado di emettere dei suoni intellegibili.

– Oh, Ricky…- disse con voce impastata.

Ricky si alzò a fatica dalla sedia. In piedi, portò entrambe le mani sui fianchi e inarcò la schiena, stiracchiandosi. Successivamente abbassò la manica della camicia e della giacca, sistemò il farfallino e si rimise composto.

– We, terùn! – rispose l’amico – Ti ho già detto che non stiamo recitando. Chiamami con il mio vero nome, ok?

– Scusami, Massimo…

– Così va meglio, carissimo Pasquale…- fece Massimo con solennità. Poi proseguì, mani dietro la schiena, camminando attorno al tavolo, mentre Pasqui lo guardava attonito e intristito.

– Vedi, mio caro Pasquale, sono davvero tanti, tantissimi anni che mi trovo qui recluso con voi. Non so più neppure quanto tempo sia passato, credimi. E’ una vita intera che mi trovo qui e non ho la più pallida idea di come ci sia finito, in questa setta di hippies di merda che, invece di scopare, mangiano come dei maiali. Pasquale, caro, non so che cosa mi abbiate fatto, se ho perso la memoria o cosa, ma vi faccio i complimenti: siete stati capaci di farmi dimenticare completamente la mia vita precedente, le mie origini, le mie radici. Avevo una moglie, vero? Due figli, giusto? Dove sono finiti i miei genitori, invece? Non ricordo neppure più che facce abbiano, e immagino che tu non abbia la minima intenzione di rispondermi. Vero?

Massimo si avvicinò alla finestra della sala e guardò fuori. Erano a un piano alto, questo era noto, ma fuori, nei paraggi, non c’era assolutamente nulla. Non c’era un’anima viva in giro. Solo una strada, piena di buche e, oltre, un campo di sterpaglie scosse dal vento. Accanto alla strada, maestosi e al contempo orribili si ergevano i tralicci dell’alta tensione. All’orizzonte, il sole tramontava, rendendo la sala da pranzo sempre più scura.

– Non ho neppure ben chiaro dove ci troviamo. Ma saremo davvero a Milano qui? Che cazzo di quartiere è? – proseguì Massimo, portando lo sguardo ancora verso l’orizzonte e tenendo le mani dietro la schiena.

Pasqui, legato alla sedia, lo osservava, ancora rintronato, con aria supplichevole. Ascoltò per un po’ l’amico, poi prese coraggio e parlò anche lui.

– Massimo – fece Pasqui, questa volta senza il suo fastidioso accento barese. Aveva al contrario una dizione perfetta. – Slegami, per favore! Mi fanno male i polsi…

– Slegarti? Bella questa, ma se ti sei appena accomodato. Ti ho preparato una bella sorpresa…

Massimo si avvicinò alla porta d’ingresso della sala, affianco alla quale c’era l’interruttore della luce. Vi pigiò sopra e, improvvisamente, una luce maestosa proveniente dall’antico lampadario a cristallo sul soffitto illuminò la sala. La tavola era imbandita di ogni ben di Dio: lasagne, pasta al forno, polpette, peperoni ripieni, cotolette, caciotte, mozzarelle, insaccati, pizze. C’era da sfamare l’intero quartiere. Questo spiegava perché la sala fosse impregnata di quell’intenso profumo di cibo, su cui, in particolare, prevaleva quello di ragù pippiato.

– Vedi, Pasquale – proseguì Massimo – hai presente per quanti giorni hai dormito? Tre giorni interi. Nel corso di questi lunghissimi giorni, non potendo uscire da qui, sai cosa ho fatto? Innanzitutto ti ho curato quella bella ferita che ti ho procurato sulla testa. Dopo di che mi sono messo a cucinare, esattamente come fa tua madre. Mi sono svegliato tutte le mattine alle quattro e ho praticamente cucinato tutto quello che c’era nei tuoi dannatissimi pacchi da giù. Adesso, però, se non vuoi che io ci rimanga male, dovrai mangiare tutto quanto. Sono stato chiaro?

– Massimo – fece Pasqui terrorizzato – ma sei impazzito? Non posso mangiare da solo tutta questa roba!

Massimo si avvicinò al mobile vicino alla cristalliera, sul quale poggiava un vecchio giradischi. Nel vano inferiore del mobile, vi erano diversi LP. Ne estrasse uno, poggiò il vinile sul piatto rotante, avvicinò la puntina e, dopo una trentina di secondi di lieve fruscio, il suono de La Grande Bouffè di Philippe Sarde iniziò a riecheggiare nella stanza. Successivamente, si avvicinò all’amico con estrema tranquillità, estrasse una pistola dalla tasca della giacca e gliela puntò sulla nuca:

– Pasquale, carissimo amico mio. Come dice tua madre, ti mangi tutto senza pane! – sorrise con uno sguardo che sapeva di divertito, addolorato e rassegnato.

– Massimo…- rispose Pasqui, con la voce rotta.

Massimo insistette e ribadì:

– Mangia, piccolo Pasquale, mangia. Perché se non mangi, tu non puoi morire…

(Continua…)

 

Casa Surace e la Violazione del Tabù

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Pasqui e Fernanda giacevano nel letto matrimoniale in ferro battuto, entrambi completamente nudi. Avevano appena finito di fare l’amore. Pasqui, con le mani maschiamente dietro la testa, se ne stava steso supino, virilmente soddisfatto, con il volto baffuto in un’espressione appagata e fiera, mentre Fernanda, bellissima, gli accarezzava il petto villoso, mai depilato, e la pancia prominente, causata dai pasti luculliani a cui si sottoponeva quotidianamente grazie agli innumerevoli pacchi da giù ricevuti in dono dai suoi genitori. Di tanto in tanto, Fernanda faceva camminare la mano sinistra usando il dito indice e medio alla stregua di due delicate gambette, su e giù lungo il tronco abbronzato del suo amante. Lo sguardo di Fernanda era in quel momento molto dolce, e al contempo malinconico e perso nel vuoto. Si era temporaneamente ammutolita, dopo l’amore, nonostante l’enfasi e la passione intensa che aveva contraddistinto quell’atto, che aveva avuto un sapore così insolito, così proibito.

A un tratto, Fernanda emise un profondo respiro, e disse:

– Pasqui…

– Oh Fernà, che c’hai? – rispose Pasquale, immediatamente stizzito, tipico della sua scarsa tolleranza alla frustrazione. Notò subito che c’era qualcosa che non andava in lei.

– Abbiamo fatto bene secondo te a scappare da Milano e a tornare qui a Sala Consilina? Non lo so, mi sento in colpa…e se dovessi contagiare i miei famigliari? – rispose Fernanda, con forte accento barese.

– Oh Fernà, so’ due giorni che vai avanti con ‘sta storia! E certo che abbiamo fatto bene! Mica ci abbiamo i sintomi. Poi ‘sto virus al massimo è un’influenza, mena! Ogni volta ti devi stare a fare di ‘sti problemi! Dai, rilassati mo, che cosa! – replicò irritato Pasqui, con la sua altrettanto marcata cadenza pugliese.

Fernanda si sentì ancora più malinconica, qualcosa nella sua coscienza la logorava, sapeva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato. Le parole del suo amante non l’avevano fatta sentire meglio.

– Oh Fernà, ti dico pure un’altra cosa! – proseguì Pasqui – Mo c’abbiamo pure l’opportunità di starcene un poco per i fatti nostri! Ricky se ne è rimasto là a Milano, in mezzo agli appestati! Finalmente c’abbiamo la possibilità di non dover stare a nascondere pure agli altri questa nostra relazione! Dovresti essere contenta, no? Mo ce ne stiamo tranquilli qua dentro e non usciamo da qua! Per fortuna i miei genitori c’hanno due case, questa ce la teniamo tutta per noi!

Fernanda si sentì leggermente più sollevata, per quanto il tarlo del senso di colpa e dell’angoscia non smetteva di tormentarla.

– Pasqui, mi spiace per Ricky, sto male per questo…stiamo insieme da tanto tempo, ed è anche il tuo migliore amico. E’ solo questo, credimi. Se si venisse a sapere, finirebbe tutto, tutto quanto! Tutto quello che avete costruito in tutti questi anni!

Pasqui si sentì improvvisamente turbato, le parole di Fernanda avevano fatto centro. Erano anni ormai che il loro format andava avanti con grande successo e, per tutto quel tempo, Pasqui aveva dovuto a tutti i costi mostrare all’Italia intera il volto del bravo ragazzo, idolo delle mamme e delle nonne. Nessuno sapeva che buona parte dei suoi guadagni venivano spesi in Svizzera, tra Pazzallo e Lugano, in escort, gioco d’azzardo, superalcolici e, negli ultimi tempi, cocaina. Nessuno, in tutto lo stivale, era a conoscenza di quei suoi lati oscuri. Un’angoscia di fondo solleticava Pasqui nello spirito. Quelle verità dovevano restare ben celate. Ma c’era un’altra domanda di fondo, che Pasqui avrebbe sempre voluto fare a Fernanda, una domanda innocente, che però in qualche modo non aveva mai e poi mai osato fare. In quell’istante, però, sentiva fortemente che, per stemperare la sua ansia e il suo tormento, quel chiarimento era divenuto doveroso, necessario.

– Oh, Fernà… – fece Pasqui, con aria tesa, dopo un lungo sospiro.

– Dimmi, amò…- rispose Fernanda, con la stessa aria malinconica di poc’anzi.

– Ma perché io e te ci abbiamo lo stesso accento, quando siamo tutti e due campani in realtà? – si decise finalmente a chiedere, dopo anni che quel tarlo lo logorava.

D’improvviso, entrambi si ammutolirono: una musica proveniva da qualche parte non ben definita. Si levarono e si misero immediatamente a sedere sul letto, perplessi e angosciati, guardando ossessivamente a destra e a manca, come a voler indovinare l’origine di quella melodia.

– Oh, Fernà! – fece Pasqui, preoccupato – Hai sentito pure tu? Che cos’è?

– Pasqui…- rispose Fernanda con aria terrorizzata e annuendo freneticamente – sai benissimo di cosa si tratta…E’ la Tarantella del Ciutaglione!

Quella musica fastidiosa e irritante si faceva gradualmente sempre più alta, sempre più vicina. Pasqui e Fernanda si tenevano per mano, terrorizzati, guardando verso la porta della camera da letto, finché quest’ultima non si aprì di colpo, mostrando una sagoma femminile ingombrante e voluminosa sulla soglia.

– Uè, Pasquà! Alzati, ché devo fare le pulizie! La casa adda piglia’ aria! – proferì autoritaria e perentoria quella figura di donna. Era mamma Antonella, chioccia come sempre, che ordinò al figlio di lasciare immediatamente la stanza per procedere con le consuete e maniacali pulizie quotidiane.

– Mamma! – dissero Pasquale e Fernanda, in coro. Fu quello l’orribile e tremendo istante in cui entrambi realizzarono tutto, la terribile e catastrofica verità. Si guardarono negli occhi, spalancati e ricolmi di orrore, per un lungo, interminabile, momento, finché entrambi, nel medesimo istante, ritirarono le mani che si stavano amabilmente tenendo poco prima.

– No, no, no! Cristo, no! Cazzo! Non può essere! – gridò Pasqui. Urlò tutta la sua rabbia e la sua disperazione più atavica e nera, cercando di liberarsi dal torbido dolore che provava in quel frangente. Era troppo. Troppo lancinante, troppo soffocante. Saltò fuori dal letto e corse fuori dalla stanza completamente nudo. Intanto, Fernanda iniziò a strillare e a piangere, mentre dentro sentiva un corpo estraneo, una sensazione scura di morte lacerarle le budella. Strillava, erano strilli acuti, come quelli di un vitellino in procinto di essere macellato, come un cane bastonato sulle zampe. Ogni strillo, una bastonata. Ogni lacrima che versava la faceva sentire dissanguata.

Pasqui scansò la madre, che, totalmente indifferente alla cosa, era ancora lì sulla soglia della porta della camera da letto, in attesa di compiere i suoi doveri domestici. Una volta che il figlio fu fuori dalla stanza, mamma Antonella accese l’aspirapolvere, avviando le operazioni di pulizia.

– Uè, Pasquà! ‘Ndo vai? Vestiti, che pigli freddo! – fece mamma Antonella, totalmente impermeabile a quanto stava accadendo in quell’istante.

Pasquale proseguì la sua corsa forsennata e disperata nel corridoio, finché non raggiunse finalmente la cucina.

Prese un coltellaccio, lo scaldò sulla fiamma blu del fornello, di un azzurro che rimandava ai poetici cieli primaverili ormai remoti dei primi entusiastici giorni di Casa Surace e, una volta che la lama fu ben rovente, si cavò gli occhi.

 

Casa Surace e la Fuga da Milano

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– Oh Ricky, Ricky, Ricky, muoviti dai, passami le valigie, ché sennò il treno qua parte senza di noi! – fece Pasqui al suo amico meneghino, concitatissimo, ma senza mai perdere la sua ostentata allegria meridionale. Pasquale era riuscito miracolosamente a salire sul regionale delle 06:45, che li avrebbe condotti dalla stazione di Milano Centrale a quella di Napoli Centrale. Avrebbero dovuto sopportare due cambi, il primo a Pisa e il secondo a Roma, ma in quel momento, l’unica cosa che contava davvero era fuggire dalla Lombardia il prima possibile, a seguito dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che chiudeva in via temporanea la Regione, a causa del pauroso incremento dei contagi provocati dal Coronavirus.

Ricky, dalla banchina, sudato e circondato da una folla in panico, gli passò a fatica quattro valigie pesantissime, delle quali, oltre a numerose scorte di cibo, una conteneva quintali di mimose, da consegnare a mamma Antonella per la Festa delle Donne. Riuscito con grande impegno a portarle sul treno, Ricky riuscì finalmente a salire sul convoglio, aiutato dall’amico Pasqui che lo sosteneva, mentre mani di gente inferocita cercavano di afferrarlo e trascinarlo giù per impossessarsi di quel mezzo che avrebbe costituito la salvezza per tutti i meridionali coraggiosi che abbandonavano Milano in quel momento di difficoltà.

Si sedettero nel corridoio, strapieno di persone accalcate, delle quali alcune distese sul pavimento addormentate. Sistemarono alla meglio i pesantissimi bagagli in quello strettissimo antro e vi si accomodarono sopra. Non c’erano più posti a sedere. Il treno, lentamente, si avviò.

– Oh Ricky, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Scappiamo da questa città maledetta! Adesso il viaggio sarà un po’ lungo, ma tanto che cazzo ce ne frega a noi? Io i sintomi non ce li ho e manco tu! Mo che arriviamo a Napoli ci ospita mia madre e stiamo là fino a quando ci pare e piace a mangiare e a uscire. Tu ti sei messo in malattia? Tanto mica mandano le visite fiscali in questo periodo. Figurati!

– Pasqui, ma dai! Io non son mica tanto convinto di questa decisione! Non posso abbandonare così vigliaccamente la mia città! Mi sento un tantinello in colpa! – rispose Ricky.

– Oh Ricky, ma che cazzo ce ne frega a noi? Adesso ci stiamo un mese o due a casa di mia madre, a mangiare e a non pensare a niente! Questa città ci ha traditi! L’ho sempre detto che dovevo rimanere al Sud! Ringrazia che ti ospitiamo gratis, dove la trovi un’accoglienza così? – fece Pasqui in risposta.

Ricky aveva qualche dubbio su quel ragionamento vagamente familistico da parte dell’amico. Decise in ogni caso, per non fomentare ulteriori polemiche, di soprassedere.

– Pasqui, vado un attimo in bagno, perdonami! – fece Ricky, cambiando discorso.

Ricky si alzò dalla valigia su cui era seduto. Percorse in punta di piedi il corridoio cercando di infilarli nei pochi interstizi liberi da persone che giacevano al suolo e, dopo circa una mezz’ora, benché il bagno distasse una decina di metri dal punto in cui erano seduti, raggiunse la latrina.

Si trovò dinanzi alla porta di quel bagno fetido, in quel momento chiusa, ma ciò nonostante stranamente libero, come segnalava il nottolino della serratura.

Aprì la porta senza indugio, per sobbalzare e impallidire immediatamente:

– Oh, Cristo! – fece impaurito.

Dentro la latrina, c’erano tre zombie che si muovevano in maniera convulsa e grugnivano bestialmente, con gli occhi scarlatti: erano Massimo Gramellini, Lorenzo Tosa e Stella Pulpo, contagiati nella loro incursione al laboratorio segreto di Codogno, dove il Covid-19 era stato a suo tempo isolato.

Di colpo, gli zombie si voltarono e si resero conto di quella presenza umana e appetitosa. Puntarono Ricky, dando maggiore enfasi ai loro grugniti e sbuffando affamati:

– No, vi prego, signori! Ragioniamo un momentino! Sono giovane e milanese! Andate nei corridoi, ci sono un sacco di terroni! Sono molto più appetitosi di me, non fanno altro che mangiare, dalla mattina alla sera! A mio avviso, costituiscono un’alimentazione più sana e più varia, un toccasana per il vostro fabbisogno energetico giornaliero! No, cazzo, figli di puttana, non provate neppure a…

Non fece in tempo a terminare la frase, che i tre zombie saltarono addosso al povero meneghino, sbranandolo crudelmente. Il sangue di Ricky schizzava da tutte le parti.

I tre morti viventi, usciti dal loro puzzolentissimo nascondiglio, entrarono, ancora più ghiotti e famelici, nel corridoio del Regionale 2117. La folla, resasi conto di quelle presenze mortifere e antropofaghe, cominciò a urlare disperata e a fuggire all’interno del treno, implacabilmente chiuso, in moto e, pertanto, privo di vie di scampo.

Il mortale convoglio proseguì il suo lento cammino verso Pisa Centrale, primo cambio, mentre i finestrini, chilometro dopo chilometro si macchiavano sempre più inesorabilmente di sangue meridionale.

Gli zombie radical chic propagarono il contagio e al contempo banchettarono solennemente con carne di terrone. Di Pasqui, non rimasero che ossa spolpate.

Non v’era ormai scampo, per il Belpaese.

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 1

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– Oh, Ricky, Ricky, Ricky! E’ arrivato finalmente. – Erano le sette di mattina di una domenica primaverile. Pasqui, con il suo marcato e ostentato accento barese, aveva appena acceso lo stereo nel soggiorno, facendo partire, a tutto volume, l’odiosa Tarantella del Ciutaglione. Spalancò la porta della stanza di Ricky, con la sua consueta invadenza, inondandola di luce, senza curarsi del fatto che il poveretto era ancora a letto e aveva dormito solo quattro ore.

– Oh, Signur…Pasqui, ma dai! Ma non vedi che sto dormendo? Sono andato a fare l’ape ieri sera con i miei colleghi e non mi sono accorto che tra un Negroni Sbagliato e un Bellini, taaac, si son fatte le tre! Dai che son stanco! Lasciami dormire, su! – replicò Ricky, con la sua vocetta milanese squillante, vagamente roca a causa di quella sveglia indesiderata e precoce.

– Oh, Ricky, ma di che cosa ti lamenti? Poi dici che noi meridionali ci alziamo tardi tutte le mattine e non c’abbiamo voglia di lavorare! – replicò l’amico con entusiasmo, magnificando la sua cantilena Pugliese. – Io quando stavo giù mi svegliavo tutte le mattine a quest’ora di domenica, visto che mia madre doveva pulire la stanza. Sai cosa diceva? La casa adda piglia‘ aria! A proposito, fammela chiamare, ché mi sono appena alzato. Chissà si preoccupa!

Pasqui si allontanò dalla stanza di Ricky per recarsi in soggiorno e telefonare all’ingombrante e onnipresente mamma Antonella, mentre Ricky, ormai seduto sul letto, con entrambe le mani poggiate sul materasso, con gli occhi cisposi e socchiusi per il sonno interrotto, ancora si interrogava sul perché sua madre parlasse con accento napoletano e il suo amico invece in barese. Sbadigliò seccato.

– Pasquà! – fece mamma Antonella con tono perentorio, dall’altro capo del telefono – E’ arrivato il pacco?

– Sì, Ma’, sta giù, mo ha citofonato il portinaio! E sì, qua stiamo a Milano, Ma’! I portinai lavorano pure di domenica! Mo dico a Ricky di darmi una mano a portarlo su! Dai non piangere, Ma’! C’ho più di trent’anni ormai, non ne vale la pena, ormai sono adulto! Sì, Ma’! L’esame ce l’ho domani! Sì, ho studiato Ma’! Stavolta lo passo! Tranquilla! Sì, sì, anche io ti voglio bene, Ma’!

La telefonata durò ancora parecchi minuti. Il tono di voce di Pasqui era estremamente alto, inconsapevole e noncurante del fatto che il suo amico Ricky fosse a poca distanza da lui, con in corpo pochissime ore di sonno. Ricky, nel frattempo, ancora in pigiama, era uscito dalla stanza, spettinato e con la stessa espressione corrucciata e assonnata. Si era appoggiato seccato alla porta della sua stanza, mentre osservava perplesso Pasqui che interloquiva appassionatamente con sua madre. La telefonata giunse finalmente al termine.

– Oh, Ricky, vestiti che scendiamo! Andiamo a prendere il pacco! Sta giù in portineria!

– Pasqui, – replicò il meneghino – ma non ti sembrano un po’ tanti questi pacchi che arrivano due volte alla settimana? Cioè, guarda un po’ qui in soggiorno, in cucina, in camera mia, non c’è praticamente più spazio per vivere in questa casa!

Pasqui si guardò attorno, con espressione inquisitoria. Le pareti della casa erano in effetti ormai completamente tappezzate di pacchi da giù. Ogni angolo utile era riempito con una scatola di cartone ricolma di vivande, vasetti con sughi, formaggi, ortaggi e verdure di ogni tipo. La casa, nel corso degli anni, aveva ridotto sensibilmente i metri quadrati calpestabili.

– Oh Ricky, già ti vedo che stai a fare la tragedia! Ché voi c’avete sempre ‘sti pregiudizi su noi del sud che ci portiamo un sacco di roba, che alla fine dueeddue sono! Dai, vestiti che scendiamo! – Pasqui gli diede una sonora pacca sulla spalla. Ricky reagì stupito al gesto dell’amico, vagamente stizzito, ed era la prima volta che gli succedeva di provare quei sentimenti, dopo anni.

– Pasqui, – replicò Ricky, ricomponendosi subito – ma anche se lo prendiamo lunedì il pacco, apriamo uno di questi, qui ormai non riusciamo più a muoverci, non si respira quasi più…

– Oh Ricky, vedi che stai sempre a fare la tragedia? Ringrazia che sta mia madre che ci fa da mangiare e non ci fa andare al supermercato tutti i giorni, poi la casa più piccola sembra pure più accogliente! E poi voi Milanesi non siete abituati ad abitare nei monolocali? Almeno così ti senti più a casa, ‘sta casa è troppo grande, così mi sento più protetto pure io almeno, no? Dai, vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

– Pasqui, vorrei solo farti presente che…

– Oh Ricky, ma non ti sei vestito ancora? Dai muoviti, che scendiamo a prendere il pacco!

Pasqui gli si avvicinò e gli diede una seconda pacca vigorosa sulla spalla, sorridendo, per poi dargli nuovamente le spalle e riprendere le comunicazioni con sua madre tramite le applicazioni di messaggistica istantanea. Ricky lo fissava con occhi persi. Cominciava a percepire una strana sensazione. Si sentiva molto angosciato, oltre a provare una lieve rabbia, sovrastata, però, in quel momento, da ansia, dolore e paura crescenti. Iniziò ad avere i brividi e a sentire freddo. Fissò il pavimento, con gli occhi spalancati, quasi esanime, senza più vitalità. A un tratto, si girò verso la parete, trascinò verso di sé uno degli innumerevoli pacchi che foderavano le pareti della casa e vi si sedette sopra. Giunse le mani fino a coprire la bocca e il naso e si chiuse in un silenzio tombale, mentre fissava con aria persa il pavimento.

– Oh Ricky? Ti sei vestito? – fece Pasqui, dandogli ancora le spalle e scrivendo compulsivamente messaggi a sua madre. Non ricevette alcuna replica.

– Oh Ricky? – ripetette Pasqui, ricevendo nuovamente un silenzio inquetante in risposta. Fu a quel punto che il barese decise di distogliere lo sguardo dal suo cellulare e di voltarsi, quando vide l’amico milanese in quelle condizioni. Seduto. Pallido. Morto dentro. Privo di qualsiasi segno di vitalità.

Pasqui lo guardò con aria stupita e perplessa, per un minuto abbondante.

– Ricky… va tutto bene? – gli chiese.

Ricky era ancora lì, seduto sul pacco, con le mani che gli coprivano il viso, eccetto gli occhi, fissi sul pavimento. Respirava lentamente, pochi respiri, lunghi e profondi. Si sentiva completamente spento. Svuotato. Pasqui rimase ancora per parecchi minuti a guardarlo, con aria costernata. Si avvicinò allo stereo e capì che era forse il caso di spegnere la musica, interrompendo l’irritante Tarantella del Ciutaglione. Si sentiva impotente, incapace di proferire parola e ignaro di cosa stesse accadendo al suo amico.

Finalmente, Ricky, dopo quel terribile silenzio, straziante e interminabile, fu in grado di parlare.

– Pasquale… – gli fece Ricky. Aveva gli occhi lucidi, le sue mani cominciarono a tremare.

– Oh, Ricky? – fece Pasqui in risposta.

– Pasquale… – fece Ricky – lo sai benissimo come mi chiamo… Piantala con questa manfrina…

– Scusami, Massimo… – rispose l’amico. Il suo tono di voce si era fatto serio, solenne. Non vi era più alcuna traccia di quel fastidioso accento pugliese.

– Non preoccuparti… – rispose Massimo, con voce rotta e gli occhi lucidi. – Pasquale, mi sento molto stanco…

– Come mai, Massimo? – Lo guardò, lì per lì, con autentica preoccupazione.

– Pasquale, non ne posso più, credimi… – i suoi occhi cominciarono a riempirsi di lacrime – Non ne posso più di questi luoghi comuni, di questi stereotipi, di queste semplificazioni ridicole, di queste suddivisioni dicotomiche e semplicistiche tra Nord e Sud, tra uomini e donne. Io sono una persona estremamente complessa, e in questi anni nessuno di voi se ne è mai reso conto e mi sento profondamente ferito dalla vostra superficialità!

Massimo cominciò a erompere in un pianto sincero, le lacrime fluivano libere dai suoi occhi, mentre singhiozzava come non gli accadeva da anni. Seguitò nello sfogo:

– Sono una persona estremamente sensibile, Pasquale, fragile come una porcellana! Sapete qualcosa di me, tu e gli altri, a parte questa pantomima del milanese, soggiogato dall’invadenza di un branco di meridionali? Vi siete mai chiesti chi si nasconde dietro questo personaggio, del quale, in tutti questi anni, sono diventato schiavo? Mi sento in gabbia, Pasquale! Questa vita è una prigione! Vi ho mai raccontato che adoro I Fratelli Karamazov di Dostoevskij? Che mi commuovo davanti alle opere di Vincent Van Gogh? Possibile che non ci sia mai spazio per parlare d’altro, in questa merda di casa? Sono anni che andiamo avanti con le stesse situazioni, le stesse gag! Lo sai cosa canta Franco Battiato? Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalla regole comuni, da questa falsa personalità. Ed è esattamente quello che mi sta succedendo! Ora, in questo momento!

Massimo piangeva. Piangeva sinceramente, mentre Pasquale lo guardava, sempre con la stessa espressione di prima, tra il preoccupato e il perplesso. Se ne stava imbambolato, con le braccia penzoloni, mentre reggeva a malapena il cellulare nella mano destra.

– Che poi – seguitò Massimo, singhiozzando amaramente – si può sapere che ci faccio qui, in mezzo a voi? Che cazzo ci faccio io in questo cesso di casa? Siete tutti meridionali! Siete amici da quando frequentavate l’asilo! Poi siete venuti qui, in massa, nella mia città, con il vostro attaccamento patologico alle vostre famiglie d’origine, dalle quali non avete mai staccato il cordone ombelicale! Io sono nato e cresciuto a Milano, cazzo! Dimmi, ti scongiuro, cosa ci faccio – iniziò a scandire le parole – nella mia città di origine,  in una casa per studenti fuori sede, tra l’altro fuori corso da oltre un lustro? Come ci sono finito qui dentro? E’ una cosa completamente fuori dal mondo! Non ricordo più come sono capitato in quest’incubo! Dove vivevo prima, porca troia? Dove sono i miei genitori? Dove sono mia moglie e mio figlio? Perché diavolo mi trovo qui dentro, in questa galera, cazzo?

Massimo portò nuovamente entrambe le mani sul volto, stavolta coprendo anche gli occhi e proseguì con il suo pianto disperato. Si sentiva perso, senza riferimenti, solo. La farsa si era ormai conclusa, la verità era emersa. Sapeva che da lì in avanti, tutto sarebbe cambiato.

Pasquale continuò a guardarlo, conservando la stessa espressione, finché non si riprese anche lui. Capì che quella rivelazione avrebbe messo fine a tutto: la popolarità, il fan club, i giri per l’Italia, gli affari, lo champagne, la cocaina, il viagra, le escort. No, Pasquale non voleva e non poteva rinunciare a tutto questo.

Si riavvicinò allo stereo, lo riaccese e la fastidiosa Tarantella del Ciutaglione ripartì.

– Oh, Ricky! – fece Pasqui, rientrando immediatamente nel personaggio, come se nulla fosse accaduto, sorridendo e riprendendo la consueta ostentata vitalità meridionale di sempre: – Vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

Pasqui si voltò di nuovo, dando le spalle a Ricky, e riprese a mandare messaggi a mamma Antonella. E fu quella, per Ricky, la goccia che fece traboccare il vaso. Si sentì travolto da un violento senso di incomprensione. Ormai tradito anche dal suo vecchio amico, rialzò lo sguardo e lo osservò attentamente, con i suoi occhioni ancora lucidi a causa di tutte le lacrime versate. Adesso il dolore cominciò a tramutarsi in una rabbia crescente. Il sangue gli ribolliva. Digrignò i denti e serrò le mascelle, mentre il respiro gli si faceva più affannoso:

– Certo! – fece Ricky, trattenendo ancora per un po’ la sua furia – rimani lì fermo, mi vesto e scendiamo. Non muoverti da lì…

Ricky si alzò in piedi. Aprì il pacco sul quale era rimasto seduto fino ad allora e ne estrasse un gigantesco vasetto di ragù pippiato. Lo afferrò con entrambe le mani, si avvicinò silenziosamente e in punta di piedi all’amico Pasqui, sempre rivolto di spalle rispetto a lui, mentre continuava a scrivere in maniera convulsa messaggi alla mamma, e con tutta la forza che aveva in corpo, con tutta la rabbia e il rancore accumulato nel corso di quegli anni, glielo spaccò in testa. Il rumore di vetri infranti causato dal colpo fece fischiare le orecchie di entrambi.

– Ricky… – Pasqui si girò verso di lui, con aria stupefatta. Aveva gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, in una muta espressione di sorpresa. Un rigolo di sangue cominciò a scendergli dalla fronte, confondendosi con il ragù che ricopriva ormai interamente il suo volto.

– Vaffanculo, pezzo di merda di un terrone figlio di puttana… – fece Ricky, tra il sollevato e il compiaciuto, fissandolo negli occhi con sguardo omicida.

Pasqui sollevò gli occhi fino a far scomparire le iridi, reclinò il capo e perse i sensi, cadendo al suolo rovinosamente.

(Continua…)

 

 

Rinnegare la Puglia – Lotta all’Evasione

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Sono tempi duri per il nostro paese, tempi di crisi economica profonda. Il debito pubblico italiano rispetto al PIL ha raggiunto nel 2018 un valore pari al 134.8%. Sono in epoche come queste che i governi italiani hanno il sacrosanto dovere di occuparsi di questa palla al piede che non ci consente di effettuare investimenti e, di conseguenza, modernizzare il nostro Bel Paese.

Naturalmente, il modo più efficace per favorire la ripresa non può che essere quello di una seria lotta all’evasione fiscale.

Ancora una volta, in qualità di ex-Pugliese e di ex-meridionale, sento la necessità di redarguire e rieducare gli abitanti della mia ex-regione di provenienza, in quanto, come già menzionato altrove, essi sono tra i maggiori responsabili del declino economico della nostra amata patria. Per fortuna, il germe sano della produttività ed efficienza meneghina mi ha ormai contagiato, si è infilato sottopelle fino a modificarmi geneticamente. Il mio DNA è ormai lombardo, persino i miei lineamenti si sono modificati, rendendoli più morbidi, più soavi, con gli occhi che cominciano a diventare azzurri e i capelli che si schiariscono, tendendo verso il biondo, rispetto ai tratti neanderthaliani che mi contraddistinguevano quando ero un giovane del sud. Anche il mio accento è ormai definitivamente nordico, anzi, comincia persino a manifestare una gradevolissima sfumatura teutonica, con cenni aspri e forti, molto simili al tedesco parlato nella Germania degli ultimi anni trenta.

Ma non divaghiamo. Il governo Conte Bis ha proposto una serie di misure nella sua manovra finanziaria, attualmente in corso di negoziazione in Parlamento con i partiti che compongono la coalizione. La manovra, come molti sapranno, prevede una mini-stangata su banche e assicurazioni, materie plastiche, zuccheri, varie ed eventuali, per un ammontare stimato pari a 5,5 miliardi di Euro, secondo una previsione de Il Sole 24 Ore del 5 novembre 2019.

Naturalmente, il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nonostante l’eleganza di cui è maestro, a prescindere dallo charme e dalla raffinatezza dei suoi modi garbati, a dispetto del suo sguardo ammaliante e della sua chioma ben pettinata e corvina e dagli abiti di classe con cui si accompagna, qualità grazie alle quali ha sedotto leader di partito italiani, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e anche primi ministri e capi di stato Europei e Mondiali, si rivela in realtà un gran furbo e opportunista.

Innanzitutto, vogliamo ricordare che purtroppo, nonostante l’indiscutibile fascino, Giuseppe Conte soffre di una grave disfunzione dalla quale non è ancora guarito: è di Volturara Appula, un comune di circa quattrocento anime in provincia di Foggia.

Provenendo da un contesto piccolo della regione Puglia, il presidente del consiglio finge di non ricordare uno dei fenomeni più gravi che affliggono questi minuscoli centri: stiamo parlando di un enorme flusso di capitali in nero non dichiarati allo stato Italiano, che favoriscono il familismo di cui purtroppo la Puglia è gravemente colpevole assieme a tutto il sud.

Nello specifico, si tratta dei regali di compleanno, matrimonio, Natale e festività varie che parenti quali zii, nonni e genitori erogano a nipoti e figli, generalmente sotto forma di denaro contante.

Facciamo un rapido conto: al 31 Dicembre 2018, il numero di giovani pugliesi dai 18 ai 34 anni che vivono ancora in famiglia risulta pari a 558 mila (dato ISTAT). Annualmente, tra paghette settimanali, compleanni, festività, matrimoni e ricorrenze varie, possiamo stimare che ciascuno di questi giovani riceva dalla sua famiglia una media annuale di 1500 Euro in contanti, pertanto non dichiarati al fisco. Facendo una rapida moltiplicazione, otteniamo dunque, nell’arco di un anno solare, un flusso di capitali in nero pari a 837 milioni di Euro.

Si ritiene necessaria, di conseguenza, l’applicazione di una seria proposta di legge che contrasti questo fenomeno, consistente nei seguenti punti:

  • Introduzione del reato di familismo
  • Serio monitoraggio da parte della guardia di Finanza di questo flusso di capitali, con arresto immediato di genitori, nonni e zii che elargiscono denaro in nero ai propri figli e nipoti, con pene fino a vent’anni di carcere e multe fino a un milione di Euro.
  • Una tassazione secca del 60% sui capitali recuperati.

In questo modo, lo Stato Italiano riceverebbe, solamente dalla Regione Puglia, delle entrate annuali pari a 502 milioni di Euro oltre ai capitali recuperati dalle ammende alle famiglie.

Se questo sistema venisse applicato a tutte le regioni meridionali, magari aggiungendo una tassazione sui pacchi da giù di cui parla in maniera reazionaria Casa Surace, ovviamente mediante opportuna revisione costituzionale che favorisca una politica economica di stampo federale, le entrate annuali incrementerebbero a dismisura, e il denaro ottenuto servirebbe a ridurre il debito pubblico italiano e potrebbe essere riutilizzato per gli investimenti in ricerca, sanità, istruzione, per una definitiva e salutare modernizzazione del nostro paese, perché ritorni tra i grandi, tra le eccellenze europee e mondiali e, perché no, per la fondazione di un nuovo impero italico, i cui confini si estendano dal mediterraneo fino al nord Europa.

Amen.

Rinnegare la Puglia – Il Pugliese nostalgico a Milano

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Tempo fa, dopo un lungo periodo di solitudine e di fine settimana passati nel mio monolocale milanese, mi trovai nuovamente coinvolto in alcune uscite con un gruppo di conoscenti. Ci tengo a sottolineare che si trattava di semplici conoscenti, dato che, come ho già fatto presente in altri post, per me è un vanto non avere amici. Rifuggo volontariamente i rapporti fatti di comprensione, empatia, solidarietà, affetto e amore, perché costituiscono un ostacolo alla produttività, all’efficienza e alla mia volontà di potenza di stampo nietzschiano. Tipicamente, mi approccio alla gente con il piglio dello scienziato. Osservo le persone con l’occhio acuto e critico del ricercatore. Di fatto, gli uomini e le donne costituiscono per me più delle cavie sulle quali fare introspettivi esperimenti di carattere psicologico e sociale. Del resto, volendo dare una personale interpretazione al pensiero di Yuval Noah HarariHomo Sapiens altri non è che il cugino stupido del Pan Paniscus.

Ma non divaghiamo. Ricordo che tali conoscenti che frequentavo erano prevalentemente trentenni ancora convinti di essere alle scuole superiori. Ricordo che persino alle superiori avevo la sensazione di uscire con dei diciottenni convinti di essere ancora alle superiori. I trentenni in questione provenivano purtroppo tutti dalla regione Puglia.

Ora, ho già fatto presente altrove che sono un ex-Pugliese. Come ho già menzionato in altre occasioni, provo imbarazzo quando mi trovo circondato dai miei ex compaesani. Nello specifico, la tipologia con la quale mi sento più a disagio è proprio quella del pugliese emigrato al Nord. Da poche settimane o pochi mesi o pochi anni o pochi decenni non ha importanza. Il campione, inteso sia in senso scientifico che sarcastico, presenta generalmente alcune caratteristiche cristallizzate e dunque irremovibili.

Innanzitutto, il soggetto presenta un profondo complesso di Edipo irrisolto. Generalmente, la sua sofferenza è dovuta al non poter mangiare riso, patate e cozze cucinato da sua madre. Di solito, spende migliaia di euro all’anno del marito di quest’ultima per tornare in Puglia una volta ogni due settimane, allo scopo di farsi lavare e stirare i vestiti, non essendo in grado di far funzionare la lavatrice. Di solito, quando rientra al Nord, si sente solo e si piange addosso perché Milano fa schifo e la gente è fredda e pensa solo a lavorare.

Generalmente, quando si trasferisce a Milano, non volendo far pagare ai suoi genitori degli affitti alti, dato che questi ultimi continuano a mantenerlo per tenerlo al guinzaglio e continuare a sentirsi indispensabili, i primi tempi va a vivere da un parente, magari dalla sorella o da uno zio che magari è anche in pessimi rapporti con i suoi genitori. Nonostante questo, la famiglia resta per lui sempre al primo posto come il luogo fatato dell’amore incondizionato, perpetuando l’eredità di dolore che genitori e figli continuano a passarsi da millenni, di generazione in generazione.

Provenendo da un paesino di poche anime, non essendo in grado di tollerare la solitudine e la dispersività del capoluogo lombardo, si pone come obiettivo principale quello di ricostruire in maniera nevrotica la vita che faceva al sud. Nello specifico, cerca di mettere su un gruppo di finti amici costituito da una ventina di persone, naturalmente tutti meridionali, cercando di coinvolgerli sei sere su sette in uscite ed eventi che non interessano neppure a lui. Crede di amare incondizionatamente tutti loro, quando in realtà soffre di dipendenza affettiva. Infatti mette il muso e diventa passivo-aggressivo nel momento in cui qualcuno di questi decide di dargli buca una sera o di fargli notare che i suoi comportamenti sono un attimino troppo invadenti. Oltre a ciò, dal suo punto di vista, tutti coloro di cui si circonda sono obbligati a patire la sua stessa nostalgia. In caso contrario, accusa con ferocia chi non lo fa di aver rinnegato le sue radici, qualsiasi cosa voglia dire questa frase. 

Concludo la descrizione, menzionando uno degli aspetti più rilevanti del campione in questione: la presunzione con cui esalta il cibo pugliese, disprezzando con sarcasmo la cotoletta e il risotto allo zafferano, come se friselle, panzerotti, mozzarelle e burratine possano in qualche modo competere con i prelibati piatti tipici di noi milanesi. Si lamenta inoltre di come i prezzi dei prodotti pugliesi a Milano siano troppo elevati, non tenendo conto in alcun modo del fatto che i costi più elevati includono il prezzo per il trasporto, gli affitti più elevati dei negozi e supermercati Milanesi, le percentuali che spettano a un distributore e altri aspetti complessi di carattere economico, dimostrando pertanto in merito una profonda ignoranza.

Rinnovo quanto già affermato a proposito del progetto politico occulto di Stella Pulpo: chi fa della nostalgia di casa uno strumento propagandistico spacciandolo per letteratura o intrattenimento, come il blog Memorie di Una Vagina o Casa Surace, favorisce una spinta endogamica involutiva, alla base delle ideologie reazionarie e fasciste.

E’ dovere di tutti noi pertanto, rinnegare con civiltà, ma con fermezza, le nostre radici e le nostre origini, per muoverci verso uno stile di vita realmente progressista e positivista, orientato esclusivamente al lavoro, allo scopo di salvaguardare la nostra democrazia.

L’amore per principio, l’ordine per fondamento, il progresso per fine. (August Comte)