Saulo

Lo scifo all’orlo ricolmo sancisce,
fervente d’un amaro liquor nero,
la fine della mane,
e i sorsi lievi, nel mentre appassisce,
pasciuta da un pensier che non fu vero,
angustia un tempo immane,
attrice alquanto infame!
Di scelte erronee passate fautrice,
discernimento, che stolto, ignorato,
giacché d’ira annebbiato,
di te facea uno spirto assai vindice.

D’onnipotenza, eran giorni, ricordi?
Inconscia era l’idea d’esser mortale.
Di giovenil passioni,
tu preda ingenua, appena eri all’esordi,
e forza in te imperava, ben vitale,
pur atta a distruzioni,
lontan da elevazioni!
E di que’ demoni scuri, fantasmi,
ch’invero il corso t’han sempre mostrato,
fanciul perseguitato,
vilmente rifuggivi quei miasmi.

E mentre corri il sentier si dirama,
forcella si dilata e già dirime,
la via della passione
dal corso molle d’affetti. E ti chiama
la prima, per difesa, che reprime
lavoro e contrizione,
per pur dilettazione!
In quel cammino prosegui segiunto,
alte le mura circondan il lime,
e l’umbra te comprime,
il sasseo core tuo giammai compunto.

E giunge niveo d’un tratto, veemente,
la fuga s’interclude, al suol decidi,
un Lume che t’accieca,
mio Saulo, all’altro ramo di repente
rinvieni te, e vai verso l’altri lidi
lasciando la via bieca
ch’alla clausura reca!
Procedi dunque e pavore or conosci
che nelle fauci sì urgente s’annoda,
il pianto infin approda,
discioglie il meto e già meno t’angosci.

E volgi il guardo, or che giunge schiarita,
ceruleo all’orizzonte d’ampi spazi,
le vie si ricongiungon.
Cupidità, lenità già l’invita,
che di postrèmi avversi furon sazi,
mutuali ora si ungon,
le sommità s’ottungon!
T’adegui pronto, ad amar or t’appresti
già che condurre alla meta ti lasci,
al Fato sol t’accasci,
non sull’umane genti più ora investi.

O versi, per te, o Saulo,
che seme siate e frutti un dì doniate,
che speme diate, e tutti qui inebriate!

 

 

 

Domenica

Domenica di tregua,
l’ispira quel novello verde intorno,
volatili sonanti all’albeggiare.
Le s’apron l’occhi, il sonno si dilegua,
pensieri d’ogne parte fan contorno,
dolori e gioie avverte levitare.
Con quel profondo mare,
che calmo, pieno, appare in apparenza,
di pesci e di coralli, vi si fonde,
tesori variopinti che nasconde
ai pescator con lenza.

Lor tentan di carpire,
violenti, quant’emerga da quell’acque
di chiaroscuri armonici e contrasti.
Lei siede e intanto nulla può scalfire
il novo Sé che da tormento nacque,
libratosi da quegli strazi vasti.
Un tempo assai nefasti
le furon, sendo ‘gnoti ad ella stessa,
d’altere volontà poiché diretta,
in forma d’un infìda trama intessa,
ch’ormai forte rigetta.

Giornata soleggiata,
distesi corpi e menti, guerra e pace
s’alternan già, rumor di sottofondo,
d’un’esistenza alfin non più evitata
che dona in premio a sol chi n’è capace,
di regger con distacco il crudo mondo,
con spirito giocondo.
Sapore di caffè sul suo palato,
l’amaro ormai gradevole sollazza,
un altro sorso dopo aver posato
le labbra sulla tazza.

Attendon sotterrati,
ancor quei pianti antichi non espressi
che spinse, per decoro, giù, rimossi,
che furon tant’a lungo rimandati,
per moniti censori ed indefessi,
ch’infine con fatica furon scossi,
dei qual non restan ch’ossi.
Il crepitar avverte sua vetusta
la pelle, crepe aperte, uno sfaldarsi,
vizzita e dura cade al suolo angusta,
ed ecco, rosea e soffice mostrarsi.

Autentica si spoglia,
v’è lei, totale sorta e rinnovata,
lucente, ma erudita sulle ombre,
paura più non ha della sua voglia
furente, per timor ch’avea cultata,
il capo e l’alma alfin si svelan sgombre,
d’angustie tant’ingombre.
Lo sente il desiderio genuino
per quella danza torbida e pulita,
d’amore puro immondo, eppur divino,
ch’a fondere le carni già l’invita.

O versi, oggi composti,
all’Anima parlate e offrite spazi,
ché già pagò salati l’alti dazi.
 

Crepuscolo Sereno

Crepuscolo sereno,
quest’oggi le mie pene si dileguan
pensando con fiducia al nuovo corso.
Antidoto al veleno
son queste dolci gioie che sollevan
lo spirito d’un orso,
afflitto dal rimorso.
Fluisco verso gli ampi spazi ambìti,
lo sguardo al mio domani va, disteso
quest’oggi, rimarrete assai colpiti,
mi sento più compreso.

Perché non sono solo,
nel tempo ho combattuto, costruito
e molto ho ricevuto, col sorriso
di chi m’ha visto in volo,
da mille tradimenti anche colpito,
mirando sul mio viso
quel pianto spesso eliso.
E’ giunta l’ora attesa, che ricambi,
che veda dentro gli altri i miei peccati,
l’azioni mie, comportamenti strambi,
ignoti a me, ma innati.

Tradire necessario,
per non tradir me stesso e la chiamata
che strepita, m’avverte di seguirla,
che colma quel divario
di quella terra interna frammentata,
veder vita stordirla,
e l’alma mia scolpirla.
Quei cocci sparsi al suolo lentamente
unirsi, benché opposti, separati
da un fuoco, ch’è arginato stoicamente
da muri sollevati.

Che pace questa sera,
speranza mia, di stato che permanga,
momento eterno al posto a me assegnato,
un’esistenza intera
atteso, e non avvenga ch’io rivanga,
non l’abbia mai infangato,
è più che meritato.
Perché le mie fatiche e le mie lotte,
che quotidianamente solo affronto,
sovente, dalle lacrime prorotte,
non siano un mal che sconto.

Canzone mia, quest’oggi son felice,
a un infinito istante
di Vita brindo, quale degno amante!

 

 

Ricordo d’Oltre Decade Trascorsa

Ricordo, d’oltre decade trascorsa,
un tempo ora remoto,
nel qual al prio travaglio m’accingevo.
Ristretto in una morsa,
manipolo d’ingente gente noto
io ventilar solevo.
Sì ingenuo mi ponevo!
Protetto d’intemperie fui cresciuto,
ignoti m’eran giuochi della vita
ben poca sofferenza aveo patita,
per quanto l’alma mia v’ebbi pasciuto
d’un mal di viver che m’attanagliava
e spine il cor straziava.

Ed ivi tu, di pelle oliva fosca,
ricorri, che m’osservi  
con l’occhi grandi e scuri d’acque specchi.
Ch’in me tu riconosca
gli stessi fini aculei che conservi
a cui non porgi orecchi?
Ragione per cui pecchi!
Tu stessa poc’avvezza a questa valle
di lacrime, esistenza parca viva
e fiori e piante in te non si coltiva
ma ài ricco spirto tuo di fertil falle
e dunque nosci in me che l’acque chiare
dissetan gole amare.

E’ buio e siam in due, l’argenteo carro
s’accinge alla dimora.
Insisto, alfin mi schiudo e manifesto,
a orgoglio fo uno sgarro,
i gravidi tormenti, giunge l’ora
a rilasciar m’appresto.
Da qual torpor mi desto!
Silente ora ti poni, ascolti attenta, 
benevolo ‘l tuo riso s’apre muto,
infin d’amor deseo stanotte incuto,
a lungo ebbi sentito l’alma spenta,
ma un vento dentro soffia e la riaccende
e verso te protende.

Dapprima, in un complesso dolce sciolti,
calore ci elargiamo.
Dedotti, udiam profondi i nostri unguenti
su’ voluttuosi volti,
coi spiri dalle labbra ci sfioriamo
di baci assai impudenti.
Amanti impenitenti!
Sapori e pelli e lagrime e memorie
mesciamo nelle notti fin all’alba
pugnando contra un’esistenza scialba,
librandoci di quell’antiche scorie,
dimentichi di noi nell’incendiarci
e al tempo dissetarci.

Fu breve e tosto t’ebbi persa, amore
vetito, assai bramato.
Quand’ecco, colpa che di te s’avvalse
e giunse il mio dolore
bruciante nel mio petto sì infiammato
pretendere rivalse.
Quant’odio in me prevalse!
Mai senso d’abbandono più violento
eriger alte mura ben protette
mi fece, e dalle torri quelle vette
lontane, che toccai, rimirai spento.
Ad òpra di me stesso, fui recluso,
dall’orbe ‘sterno escluso.

Ti veggo ancor, canzon di rimembranze,
con animo disteso,
vi narro di vicenda già sin peso.
Con fede m’ergo pigro dalla rocca,
d’istanti, la novella via s’imbocca.