Stanco

Troppi saluti, troppi addii improvvisi,
si resta un po’ sospesi, in preda all’ira,
che verso un dolce dolore ora vira;
i giorni non son più da tempo intrisi

delle presenze ingombranti, di visi
d’inconsci carcerieri, il tempo spira
giacché l’ignoto da tempo t’attira,
è già passato d’identità in crisi.

Eppur quanto vorresti che, al tuo fianco,
capissero chi sei, gli sforzi fatti,
insieme a te proseguano il cammino;

ma dimmi, son mai stati a te vicino?
Sei certo sian compagni per te adatti?
O loro è il peso che ti rende stanco?

Ambita Luce

Quanta fatica traversar quel bosco
irto d’arbusti spinosi e sterpaglie
che laceran le sure e nelle maglie
d’infante prigioniero resti fosco.

Paludi ancor t’invischiano e conosco
orchi e trambusti onerosi e battaglie;
ch’affiorin quasi impure le avvisaglie
e intanto ne vai fiero, quasi losco.

Eppur l’ambita luce in lontananza
emerge fioca, ma pregna di speme,
di fede nel presente e nell’attesa;

non prede degli eventi, è già ripresa,
deterge e invoca, ora degna, e si freme.
Ancor vita conduce, ormai s’avanza!

Fatica

Fatica, invadi l’alme e anche le membra
d’erranti cavalier cui nomadismo,
distanti, mai legger, senza lassismo,
pervade antica chiama e i cocci assembra

di parti tra lor scisse, è quanto sembra,
che ottenebran il corso con cinismo
che genera una morsa d’egoismo.
Che scarti inutil fisse, ciò rimembra!

Tra decezioni e pavori perseguon
la via d’un demone già sussurrata
nel mentre il tedio del mondo l’assale

e al ventre assedia un’immonda vestale
mai pia, sin remore, castra efferata,
salve eccezion: coi timori, proseguon!

Viandante

Primi compagni di gioco,
pargoli ben educati,
metto quei tempi ora a foco,
che paion tanto ormai andati

quando per mano vestiti
per Carnevale sì antico,
per primi amici compìti,
ci scondavamo nel vico.

Ora lontano il dolore
m’assedia eneca e mi strozza,
ancor non veggo il colore,
regna un cinereo che sgozza.

Con il respiro carente
che non s’emana, egoista
mi sento ed impenitente
procedo lungo la pista

della missione a me imposta,
lasciando tutto alle spalle.
Voltarmi addietro mi costa
per non cader nella valle,

perché la vetta a fatica
tento di prender spossato
perché nessuno mi dica
d’aver cammino sbagliato.

Tenace seguo pertanto
in questo vol tormentoso,
nessun me ne farà vanto
per tanto agir oltraggioso.

Ma giunge or ora il momento
di quietar tosto quel moto,
accedo in me mesto e lento,
consesso a guisa di loto,

per osservar quel tormento
e fare spazio a quel vuoto.
Poscia a disfarmi ci tento
di quel dolore ormai noto,

d’aver discesso chi m’ama,
per vocazione imperante.
Per quanto affondi la lama.
son ciò che sono, un viandante!