Fenice

Ma chi vuol esser davvero felice?
Chi sopportar vuole il vero più crudo
fuori da un gregge assopito e vindice,
rischiando tutto e mettendosi a nudo?

Quanti di noi, ed è ciò che si dice,
di vil menzogne si fan spesso scudo,
quanti, alla stregua d’antica fenice,
brucian, risorgon per già nuovo ludo?

E siam degli orsi, tuttora in letargo,
in questo freddo di verno, distanti,
mentre esperiamo d’attender che sorga

un sole tiepido. E luce ci porga,
che già vediamo, da tempo sì affranti,
che dia il consenso per prendere il largo.

Attesa Paziente

Attenderà paziente, in questo limbo
tedioso in cui, sospeso e stretto al chiuso,
t’adagerà, presente, presto schimbo,
eroso lui, da, offeso in petto, abuso.

Sorriderà, serpente, in testa un nimbo,
astioso fa, già illeso, incetta, ottuso,
pretenderà possente festa, è un bimbo
ansioso; inteso è che a vendetta è uso.

Zoppo, or procede, ferito e rabbioso,
il sangue dall’aroma ferrugineo
eccede, e mostra i denti già fremendo;

non siede o prostra, e sente un mal tremendo,
troppa in sé fede e alla vita, penoso,
esangue, quasi in coma, mai apollineo.

Schegge

Sospeso siedi, vegliardo canuto;
del gregge stolto, esecutor prudente,
già nell’estrario tace l’urlo muto,
sopra vivente.

E un cinguettare, sol sòno di vita,
l’aere ora riempie e i muri vitri frange;
gente dissolta che tra sé s’addita
nel mentre piange.

Ove aderire, secrete mie schegge?
Per quale tramite invenir lucente
dalla caligine cinerea legge
d’un conte assente?


Nizza

L’occaso volge su Nizza, splendente,
spossato in spiaggia seggo, intanto osservo
la triade di colori, ch’un coacervo
di sogni ispira, a quel diman suadente.

Prima v’è il blu del cielo transalpino,
cinereo, da pochi astri puntellato,
nel mentre d’un aereo traversato,
con esso va la mente, al suo destino.

Dopo v’è il blu del mare scuro, nero,
che culla minatorio chi l’osserva,
spietate salse l’acque, tergiversa,
nella sua danza a riva, il suo mistero.

Infine v’è quel candido mosaico
di sassi, a cui s’alternan certi, grigi,
rimanda noi al dovere, troppo ligi,
ma è ciò che rende l’esser men prosaico.

L’occaso è giunto su Nizza, ormai fermo,
pervaso dal torpore ancora siedo,
e m’ancoro qui al suolo e ancor mi chiedo
s’è tempo di seguir col mio errar ermo.

Restare

Siede spossata da tanti travagli,
e sùbito alla porta bussan lesti,
non dubita, son forti, indossan vesti
candide, issàti, sul manto due intagli.

Vetusti spettri ricorron, già noto,
l’accoglie e non sentenzia e l’occhi serra,
coi brogli lor non danza, pecca ed erra,
trambusti elettrici scorron nel vòto.

E’ sera e duole, tenace Signora,
ch’i pugni stringe e spenge il suo giudizio
e spera in un sollievo che ristora.

Intera suole, mordace divora,
di sogni spinge e cinge il precipizio,
restare, com’allievo nosce ancora.

A te

Sta’ qui, presenzia, viva e piena, o Musa,
discreta, attendi, ascolta i miei silenzi,
riparo da fiumana che cadenzi,
loquela che s’espande com’intrusa.

Dimanda pur, ma parlami da dentro,
mandàti negligenti o perentori
son come piè su prato pien di fiori,
amiamo, venerando il nostro centro.

A te, che qui sei occorsa d’improvviso,
di vesti priva, mergiti nel fiume,
e lasciati rapir dalla corrente,

che trarti possa all’urbe tua, imminente,
che quel liquor perspicuo faccia Lume,
speciosità permanga sul tuo viso.

Tregua

Silente nella tana,
consunto dal travaglio,
di questa guerra vana,
ripongo nel bagaglio

quell’armi di battaglia,
per meritata tregua,
contr’omini di paglia
alla mia stessa stregua.

Sirena strilla acuta,
richiamo repulsivo,
giammai ti sia dovuta
sentendomi sì vivo,

di ceder al tuo canto,
che porge doni vacui,
rimembro fin al pianto
quel dì che mesto tacqui

tradito da fiducia
riposta malamente
ferita ch’ancor brucia,
volgendo alla mia mente

essendomi mentito
s’illusa rendenzione
d’un bravo mai pentito
chiodato da coazione

sul fresco verde siedo,
il rivo scroscia e netta,
a quel sollievo cedo
l’osservo e faccio incetta

di pace meritata
sperando ben composto,
Signora mai ventata,
che tutto metta a posto.

Penelope

Stingue, sentenzia, il tuo esser lontana,
odo disciolta la speme ormai vana,
reclusi a chiave, novelli liberti,
ecco, ai doveri, adempiamo solerti.

Brevi momenti d’amore,
esecuzioni profonde,
celiam le rughe più immonde,
quali eleganti signore.

E’ a lei che ambisco, Penelope, cara,
dona, dal vuoto discosta e ripara,
fossi l’Ulisse ogne parte dell’orbe
speculerei, in un viaggio che assorbe,

per poi a lei ritornare,
dentro il suo amplesso dissolto,
nudo, silente, raccolto,
alacre ancora a danzare.

Astruso Sole

Colpi dal petto e calore in crescendo,
nella clausura costretto mi stringo,
solo, cattivo, il pennello m’intingo,
turbo la candida tela, scribendo.

D’esiti antichi non giunge memoria,
posteri atti secreto proietto,
prono in ginocchio d’un Divo al cospetto,
scaccia remota da me vanagloria.

Astruso Sole, vestuto da nembi,
candidi cieli sul grigio deserto,
compiono vici nudati di vita.

Resto quiescente in espera infinita,
d’esser minuto ed inerme ormai certo,
logoro afferro di vesti Tue i lembi.

 

Dama Palindroma

Posa serena, le spalle rivolta
al mare blu, mentre indugia sul viso
mestizia d’occhi sul dolce sorriso,
la bruna chioma su spalle disciolta.

Cerule veste sul petto s’induce,
nivea la cute, ch’a guisa di spuma,
tarda s’alterna, mergendo da bruma,
sfugge dall’alma nostalgica luce.

Attenta osserva composta in lettura,
l’uso, scrivendo, d’un cavalier ‘gnoto,
il volto suo s’è occultato già in toto,
per un riserbo a cui pone assai cura.

L’antica pugna tra meti e desei,
nell’alma inflamma vetusti conflitti,
scioglier, quantunque da piaghe trafitti,
l’arcan, ché d’omessa fede siam rei.

Dama palindroma attende cupìda
videndo nome ed orìgo già ‘strusi,
del vir nascosto, dei tratti suoi inclusi
di nobil cor o di creatura infìda?