Renzi e i Millenials

Mi è davvero difficile, negli ultimi tempi, guardare il viso di Matteo Renzi e non associarlo a un grasso e flaccido culo parlante, mentre indossa la mascherina a guisa d’un pannolone. Osservo le sue guanciotte, quei nei buttati un po’ a caso, quella boccuccia striminzita che ricorda l’ano minuto di uno stitico, mai lavato, riesco persino a percepire odore di letame quando costui proferisce verbo e penso ai danni irreversibili che questo figuro ha cagionato alle giovani generazioni. Renzi è stato colui che ha dato il colpo di grazia ai già coglionissimi millenials, giovani Steve Jobs della domenica “hungry e foolish”, ma perennemente mantenuti da mamma e papà. Ricordo con orrore il primo discorso da Presidente del Consiglio del giovane di Rignano sull’Arno, poco prima di giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, subito dopo aver tradito con un cinismo che farebbe orrore persino a Belzebù il compagno di partito Enrico Letta, vecchio democristiano, siamo d’accordo, ma senz’altro con più dignità. Ricordo bene quel discorso agghiacciante, le sue parole dal sapore mefistofelico che suonavano più o meno così: ”Questo dimostra che anche un ragazzo come me, in questo paese, può farcela a diventare Presidente del Consiglio dei Ministri”.

Bene, quel “ragazzo” aveva trentanove anni. Sappiate che questo andazzo, cari giovani millenials, caro giovane Ilario, prigioniero della tua eterna adolescenza, del tuo entusiasmo posticcio, del tuo alzare la voce quando stai lavorando per metterti in mostra e compiacere i capi, mentre ti trema la voce tradendo in verità la tua enorme fragilità, questo trattarvi da “ragazzi” fino a trenta, quaranta, cinquant’anni serve solo ed esclusivamente a una cosa, e il vero potere lo ha capito benissimo: a pagarvi poco, quando vi va bene, e a farvi lavorare come dei muli, prospettandovi promozioni e aumenti che, mettetevi belli comodi, non arriveranno mai, mentre colmi di vana speranza continuerete a sacrificare affetti, salute fisica e mentale, benessere personale e a produrre, in attesa del vostro momento, del vostro giorno di gloria. Sia chiara una cosa: nessuno vi regalerà niente, i posti di potere disponibili sono pochissimi, e non sarete senz’altro voi, segaioli fuori tempo massimo, a conquistarli. I vecchi volponi sentono l’odore della gloria da molto lontano e vi batteranno sempre sul tempo. State correndo contro dei fuoriclasse, degli autentici maratoneti, mentre voi avete già il fiatone dopo un paio di chilometri, non potrete farcela, non ce la farete mai a raggiungere l’ambita meta, la doppia scrivania e i due monitor per il computer tanto agognati. Invero, ad aspettarvi in piedi al traguardo ci sarà lui, il vecchio Sorriso, elegantissimo e rilassato, che vi guarderà con commiserazione, strizzerà gli occhietti in un sorriso ipocrita, mostrando le simpatiche zampette di gallina agli angoli delle palpebre, si accomoderà alla sedia e vi ripeterà la solita frase che ormai vi ripete da circa dieci anni: ”Tranquillo Ilario, sei ancora giovane, non avere fretta, il posto sarà tuo l’anno prossimo.”

Insomma, per farla breve, cari giovani coglioni, c’è solo una cosa che dovete fare: tornare in ginocchio dai vostri padri e lasciar perdere ogni ambizione, ogni sogno, ogni speranza di essere migliori della generazione precedente. Lasciate a loro il potere, restituitelo alla loro esperienza e alla loro saggezza. Non avete la stoffa per comandare, non avete un’autentica visione, inquinata com’è da un narcisismo patetico che sa di rancore, rivalsa e ricerche su google.

Lo abbiamo visto, un personaggio di questo tipo ai posti di comando, è stato addirittura la quarta carica dello Stato, per ben tre anni.

Tre anni.
Non ripetiamo mai più lo stesso errore.

Mai più.
Grazie.

Responsabili e Costruttori

Responsabili, costruttori, parole d’un certo tenore, pregne d’una connotazione positiva, alla ricerca della fiducia per sostenere l’avvocato Giuseppe Conte per il bene del paese, l’affascinante professore esordiente in questo mondo un po’ birbantello della politica italiana e che ha conquistato i nostri cuori. Non metto in dubbio che una parte di costoro abbia a cuore le sorti della nostra nazione, ma oltre a questo c’è senza meno l’aspetto che più risalta ai nostri occhi: l’umano attaccamento al potere, la volontà di non perdere lo scranno e di rischiare di tornare a fare una vita ordinaria, schiantarsi al suolo dopo aver volato alto, nella convinzione di sentirsi immortali, migliori degli altri, liberi.

Ho riflettuto a lungo sul potere, così ambito, così famelicamente desiderato da noi tutti, autentica ossessione per i più ambiziosi di noi. Chiunque comandi è invidiato, detestato e, al contempo, venerato e adulato, nella convinzione di trovarsi dinanzi a qualcuno che abbia trovato la chiave per raggiungere libertà e felicità. Invero, la condizione di costoro è tutt’altro che tale, anche perché il potere è fondamentalmente una puttana, irrequieta e sfuggente. Un giorno giace al vostro fianco e vi promette amore eterno, il giorno dopo è nel bagno di un autogrill a succhiare l’uccello del vostro migliore amico. Guardate nel vostro quotidiano, nei vostri luoghi di lavoro, quanti sarebbero disposti a fare carte false per occupare la poltrona di un ufficetto fatto da quattro poveri cristi frustrati, in guerra tra loro da vent’anni per riuscire a portare il pane a casa. Guardate al giovane Ilario, con la lingua ormai consumata dalla quantità di culi leccati, che lavora fino alle undici di sera per compiacere i suoi superiori e intanto sono mesi che gli si ammoscia il cazzo tutte le volte che sua moglie lo desidera, considerata come un impiccio alla sua scalata. Guardate al vecchio Sorriso, il suo capo, che in prossimità della pensione gli promette di cedergli il posto e, all’improvviso, comincia a dannarsi l’anima per restare inchiodato alla scrivania, smentendo la sua promessa una settimana dopo, nella consapevolezza che la fine della carriera professionale lo farà cadere nel dimenticatoio, che la pensione lo costringerà a una paga mensile ridotta e a ridimensionare il suo stile di vita, che dovrà uscire di scena e quindi sperimentare una sensazione di morte dalla quale probabilmente non riuscirà a risorgere. Quotidianamente ho a che fare con uomini di potere, continuamente massacrati dai capricci di chi è a sua volta sopra di loro, costretti a passare una vita a recitare la parte dei freddi calcolatori, dei grigioni nei loro abiti eleganti che somigliano alle uniformi dei controllori di un’azienda di trasporti. Mi piace soffermarmi a guardare i loro occhietti, in realtà intrisi di colpa per la scia di cadaveri lasciati alle spalle per conquistare la vetta e dell’acuto terrore di chi, tutto sommato, percepisce la precarietà di quella posizione e sa bene che basterebbe un colpo di vento, un soffio da parte di chi a sua volta è sopra di loro per farli precipitare a terra da un momento all’altro.

Miei cari, dovessero proporvi posizioni di responsabilità, agite controcorrente: lasciate perdere, ringraziate e rifiutate con educazione. Vi ritroverete dipendenti forse da una droga al cui confronto l’eroina è innocuo zucchero filato. Il potere vi lusingherà, vi darà un miraggio di libertà, ma in realtà finirete con il diventare inesorabilmente degli schiavi, schiavi di chi vi comanda, ma, soprattutto, schiavi di chi comandate, schiavi dei vostri schiavi. Questi ultimi sanno bene che ogni loro mancanza ricadrà su di voi e faranno il possibile, se vi odiano, per far sì che veniate bistrattati e umiliati. Oltre a questo, sono proprio gli schiavi a essere i veri detentori del potere, visto che avete assoluto bisogno di loro e della loro manodopera, concetto che Hegel saprà spiegarvi meglio di me nella sua dialettica signore-servo.

Pertanto, siate liberi, siatelo per davvero. Uscite dalle gerarchie, o, se proprio non potete, restate degli umili sottoposti e divertitevi a fare impazzire i vostri responsabili, comportandovi in maniera imprevedibile e negligente, scavalcandoli il più possibile e facendo intendere loro quanto non abbiate bisogno di loro e del loro mendicare attenzioni nei vostri riguardi.

Perché questo è fondamentalmente un uomo di potere, salvo rarissime eccezioni di chi si è messo davvero al servizio degli altri e ha avuto la saggezza di ritirarsi al momento opportuno: un misero e vigliacco re, solo come un cane, che mendica le attenzioni del suo popolo.

La Pandemia del Pensiero Positivo

I social network sono ormai letteralmente infestati di frasi motivazionali, citazioni di Fulatino de Tal, Menganito de Cual e Juan Nadie attribuite erroneamente a Gandhi, Steve Jobs o a quel fottuto onnipresente alcolizzato di merda di Bukowski. Quest’altra orrenda pandemia ha prescritto, da troppo tempo a questa parte e ben prima dell’avvento dei social, l’obbligo di “pensare positivo” e di rimuovere ogni dolore esistenziale, imponendoci di dare un’etichetta alle emozioni e rendendoci di conseguenza incompleti e scissi, grigi, falsamente sorridenti mentre l’anima strepita e implora pietà, esigendo la libertà di piangere e di incazzarsi, strafatti come siamo di ottimismo posticcio, al servizio di una produttività portata all’estremo e di un perfezionismo maniacale che alla lunga saranno causa, nel migliore dei casi, di diarree, orticarie, gastriti e depressioni croniche.

Fermiamoci per un momento a pensare alla degenerazione dell’arte. Questa rimozione di massa del dolore ha avuto, tra le tante conseguenze, la produzione di contenuti artistici mediocri, banali e squallidi. Chi ha prodotto contenuti immortali è sempre stato caratterizzato da infanzie traumatiche e profondamente pervaso da tormenti inesprimibili e da un’inquietudine esistenziale di fondo. Pensiamo a Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Chris Cornell, Janis Joplin, per citarne alcuni del mondo della musica, pensiamo a Vincent Van Gogh, volendo menzionare un pittore lacerato da uno strazio indicibile. Costoro si sono letteralmente lasciati andare, si sono assunti la responsabilità della loro autodistruzione, in certi casi dando un taglio finale netto o, in alternativa, per opera di uno stillicidio cagionato da un abuso di alcol e droghe. Bene, siamo grati a costoro e alle loro depressioni del cazzo, per la grandiosità delle loro opere e del privilegio di poterne usufruire.

Pensiamo ora a ciò che resta al giorno d’oggi, invece. Figli di papà schiavi del consumismo con una videocamera acquistata su un qualsiasi portale di e-commerce, ed eccoci circondati da robaccia da voltastomaco come Casa Surace e The Jackal. Ragazzetti che dovrebbero tornare a frequentare le scuole dell’obbligo anziché tentare una carriera nel mondo della musica ed ecco a voi Il Volo, Benji e Fede, Gio Evan del cazzo, pronti a tormentarci nel prossimo festival di Sanremo. A questo si aggiungano i fotografi della domenica con relativo account Flickr e Tumblr, reduci da inutili costosissimi corsi, muniti di ridicole reflex, in perenne competizione tra chi predilige il marchio Canon e chi il marchio Nikon, che immortalano banali tramonti e si sentono novelli Cartier-Bresson. Per non parlare, infine, dei poetastri da quattro soldi che parlano di fiore cuore amore, vanno a capo senza criterio convinti di adoperare correttamente l’enjambement, totalmente a digiuno di metrica e di figure retoriche, nel vano obiettivo, scontatissimo, di attirare fica, lemma che, in questo caso, sto adoperando come sineddoche.

Noi tutti auspichiamo che questi ultimi altro non siano che fuochi di paglia che prima o poi cadano in miseria, ma per intenderci ed essere molto chiari: questa mia invettiva finale contro i presunti poeti da social non è affatto un mio tentativo di emergere. Al contrario, ritengo le mie poesie velleitarie, eccessivamente e forzatamente barocche e criptiche e, ogni volta che le rileggo, me ne vergogno e mi faccio schifo.

Vi invito pertanto a continuare come avete sempre fatto: a non mettere nessun like ai miei versi ridicoli e, possibilmente, anche a smettere di seguire questo patetico blog, in modo che possa tornare a fare il mio lavoro di esorcista senza distrazioni e continuare a umiliare Ilario ignorandolo con i miei silenzi.