Domenica

Domenica di tregua,
l’ispira quel novello verde intorno,
volatili sonanti all’albeggiare.
Le s’apron l’occhi, il sonno si dilegua,
pensieri d’ogne parte fan contorno,
dolori e gioie avverte levitare.
Con quel profondo mare,
che calmo, pieno, appare in apparenza,
di pesci e di coralli, vi si fonde,
tesori variopinti che nasconde
ai pescator con lenza.

Lor tentan di carpire,
violenti, quant’emerga da quell’acque
di chiaroscuri armonici e contrasti.
Lei siede e intanto nulla può scalfire
il novo Sé che da tormento nacque,
libratosi da quegli strazi vasti.
Un tempo assai nefasti
le furon, sendo ‘gnoti ad ella stessa,
d’altere volontà poiché diretta,
in forma d’un infìda trama intessa,
ch’ormai forte rigetta.

Giornata soleggiata,
distesi corpi e menti, guerra e pace
s’alternan già, rumor di sottofondo,
d’un’esistenza alfin non più evitata
che dona in premio a sol chi n’è capace,
di regger con distacco il crudo mondo,
con spirito giocondo.
Sapore di caffè sul suo palato,
l’amaro ormai gradevole sollazza,
un altro sorso dopo aver posato
le labbra sulla tazza.

Attendon sotterrati,
ancor quei pianti antichi non espressi
che spinse, per decoro, giù, rimossi,
che furon tant’a lungo rimandati,
per moniti censori ed indefessi,
ch’infine con fatica furon scossi,
dei qual non restan ch’ossi.
Il crepitar avverte sua vetusta
la pelle, crepe aperte, uno sfaldarsi,
vizzita e dura cade al suolo angusta,
ed ecco, rosea e soffice mostrarsi.

Autentica si spoglia,
v’è lei, totale sorta e rinnovata,
lucente, ma erudita sulle ombre,
paura più non ha della sua voglia
furente, per timor ch’avea cultata,
il capo e l’alma alfin si svelan sgombre,
d’angustie tant’ingombre.
Lo sente il desiderio genuino
per quella danza torbida e pulita,
d’amore puro immondo, eppur divino,
ch’a fondere le carni già l’invita.

O versi, oggi composti,
all’Anima parlate e offrite spazi,
ché già pagò salati l’alti dazi.
 

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 2

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 1)

Scanzi ebbe un sussulto. D’improvviso, il richiamo della sua donna fece sì che cominciasse a sentirsi inquieto, profondamente ansioso, nonostante l’abbondante dose di coca in circolo. Poco prima della diretta, nonostante la spocchia ostentata e l’ostentazione di maschia virilità avuta con i suoi sostenitori, aveva avuto in realtà una defaillance. Negli ultimi tempi, a onor del vero, non era la prima volta che la cosa gli capitava, ne aveva avute altre nei giorni precedenti. Diceva a sé stesso che erano cose che potevano succedere, ma, ciò nonostante, negli ultimi tempi, vista la frequenza di tali accadimenti, la cosa aveva iniziato a inquietarlo non poco.

– Arrivo, amore mio! Pazienta ancora dieci minuti! – replicò Andrea con voce alta e ferma, verso la camera da letto.

Tornò nel suo studio. Accese la luce, rimise mano al portafogli e, questa volta, dalla tasca portamonete, estrasse una minuscola chiave. Si avvicinò alla moderna scrivania bianca e la inserì nella serratura del primo cassetto in basso a destra, facendola scattare, afferrò il piccolo pomello e lo aprì. Il cassetto era pieno di fogli sparsi, graffette, una pinzatrice, elastici, alcune vecchie prime pagine de Il Fatto Quotidiano e un paio di foto di Roger Waters. Sollevò i fogli con aria concitata. Sotto di essi, se ne stava ben nascosta una confezione di Viagra. La afferrò, estrasse il blister dalla scatola di cartone, pigiò con il pollice destro su una delle cavità deformabili, finché la rottura del coperchio in alluminio non fece cadere una pillola azzurra sulla sua mano sinistra. A quel punto, riposizionò accuratamente il blister nella confezione, che nascose nuovamente con cura certosina sotto i fogli contenuti nel cassetto e lo richiuse a chiave. Ripose, infine, la chiave nuovamente all’interno del portafogli.

Si recò in cucina, si sentiva ancora irrequieto, teso. In verità, non aveva voglia di sesso quella sera, eppure sentiva al contempo un forte desiderio di rivalsa, una necessità ossessiva di doversi rifare di quella cilecca umiliante avvenuta poco prima della diretta Facebook. Prese un bicchiere dalla dispensa, aprì il rubinetto, lo riempì per metà, si infilò la compressa blu in gola e diede una generosa sorsata, finché la pillola non fu ingollata.

– Arrivo, amore mio! – Si sentiva tesisissimo, l’ansia da prestazione lo perseguitava, ma lo sentiva come un dovere verso sé stesso e verso la sua donna. Che razza di uomo sarebbe stato, altrimenti?

Entrò nella sobria camera da letto. La sua compagna, un tipetto tutto sommato ordinario, dolce e molto acqua e sapone era seduta nella posizione del loto, sul letto, in camicia da notte bianca. Lo guardava con un sorriso dal quale traspariva molta tenerezza, comprensione e pazienza: forse lei lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse sé stesso.

– Come ti senti, amore mio? – fece con cura accogliente.

– Sono giù, molto giù, ti chiedo scusa per quello che mi è successo prima, credimi, non so cosa mi sia preso e che cosa mi stia succedendo in questi giorni. Non mi aspettavo minimamente di…

– Oh, andiamo, vieni qui Andre, abbracciami, su! – fece lei, allargando le braccia e guardandolo con estrema dolcezza.

Scanzi si stese sul letto e poggiò la testa sulle sue ginocchia. La guardò negli occhi. Lei ricambiava con profondo amore. Prese ad accarezzargli i capelli.

– Non sei mica un superuomo. Dove è scritto che dobbiamo farlo tutte le sere? Se sei stanco in questo periodo non succede mica niente…

– E come faccio con i fan? Loro da me si aspettano un’immagine invincibile, di perfezione, la gente ha bisogno di un modello, di una guida, di qualcuno che indichi la via e, per forza di cose, io devo coincidere con quel modello, altrimenti io sono un uomo finito. Lo capisci questo, vero?

– Quante scemenze, Andrea! Hai davvero bisogno di raccontare ai tuoi, com’è che li chiami, “follower”, quello che facciamo io e te tra le coperte? E poi, ti senti mai quando parli? Io, io, io! Mannaggia a te e a quanto sei egocentrico! Stai un po’ zitto ora e dammi un bacio, forza! – Avvicinò il suo viso a quello del compagno. Iniziarono a baciarsi, con molta delicatezza e dolcezza, finché le loro lingue non cominciarono a intrecciarsi. Scanzi si sentiva ancora inquieto. Da un lato quel bacio gli trasmetteva una vaga sensazione erotica, d’altro canto non poteva fare a meno di monitorarsi continuamente l’uccello e di verificare che gli effetti del farmaco assunto poco prima non tardassero ad arrivare.

– Dai, piccolo stronzetto, tirati su, ti ho bombardato di Viagra poco fa, porca troia, fai un bello sforzo, dobbiamo scopare! – pensava tra sé e sé, incitando il suo pendolo toscano, un po’ come si suole fare con un soldato indisciplinato.

Scanzi si levò, si pose dinanzi alla sua compagna e iniziò a baciarle il collo e a mordicchiarle i lobi delle orecchie, facendola fremere. Nel frattempo, il suo capitone sembrava dare segni di vita e cominciò a inturgidirsi. L’ossido di azoto aveva finalmente attivato l’enzima guanilato ciclasi, garantendo un adeguato flusso di sangue nei suoi corpi cavernosi.

Il petting proseguì. Lei aveva preso a baciargli il viso e il collo, si sentiva molto eccitata, mentre il giornalista aveva iniziato a sbottonarle la camicia da notte. Lei cominciava a sentirsi bagnata e aveva iniziato ad ansimare, intanto che Scanzi la liberava dalla camicia e procedeva con lo sganciarle il reggiseno. Nel frattempo, il suo campanile aveva farmacologicamente raggiunto la turgidità necessaria. Andrea passava tutto il tempo a monitorarlo e a controllare che quest’ultimo rimanesse ritto al suo posto. Rimosse il reggiseno della sua donna, lanciandolo lontano. Quest’ultima rivelò i suoi graziosi e piccoli seni, che presentavano dei capezzoli scuri e turgidi, i quali ben si abbinavano alla sua carnagione olivastra. Il giornalista prese a baciarli e a mordicchiarli delicatamente, non perdendo di vista per un istante quel fallo indurito chimicamente, sul quale concentrava tutta la sua esistenza, la sua ragione di vita. Pensava:

– Dai bello, rimani così, stiamo andando alla grande! Nella prossima diretta avremo di che alludere, mentre ci guardano in centomila, li faremo schiattare d’invidia, quei figli di puttana. Io sono Scanzi! Io sono Dio, io sono Roger Waters, cazzo!

Andrea si sentiva pronto per penetrare la sua graziosa signorina, ormai lei indossava solamente delle meravigliose ed eleganti mutandine nere di pizzo, che lo facevano impazzire. Rimosse anche quelle, finché la sua donna non si ritrovò completamente nuda. Fu a quel punto che Scanzi si accorse di un dettaglio, anzi, del dettaglio, che lo mandava in crisi tutte le volte. Si fermò e, mentre la sua compagna ansimava ancora, pronta per congiungersi carnalmente con il suo egocentrico amante, Scanzi le disse:

– Scusami, amore, ma non te la sei depilata?

– Ehm…no, Andre, non ho avuto tempo! Scusami… – fece la sua compagna, mentre la perplessità faceva posto all’eccitazione sessuale e il suo ansimare pian piano andava spegnendosi.

Scanzi osservò ancora con aria basita quel pelo nero, che svettava dal pube della sua compagna, finché il solito pensiero, quel maledetto pensiero non attraversò la sua mente:

– A me il pelo fa schifo! Che cosa ci faccio con una donna che non si depila la fica? Mi merito di meglio! I miei fan si meritano di meglio!

Fu allora che l’inquietudine di Scanzi prese definitivamente il sopravvento. Il suo pene, nonostante il cocktail di Viagra e coca, si afflosciò inesorabilmente, come un palloncino bucato, mentre il giornalista si sentì rapidamente pervadere da una nera, abissale e infera disperazione. Si allontanò dalla sua donna, sedendosi ai piedi del letto e facendo cadere il suo viso tra entrambe le mani, mentre percepiva i suoi demoni interiori sussurargli diabolicamente:

– Sei diventato impotente, Andrea, non ti si rizza più, e lo sai perché? Perché sei un vecchio, un vecchio lurido stronzo rottinculo. Hai superato i quarantacinque anni. Alla tua età non si scopa più. Ma cosa credevi di fare? Con una compagna molto più giovane di te, poi? Ma non ti vergogni, razza di pervertito? Potrebbe essere tua figlia, ti stai chiavando tua figlia! Gesù ti guarda e ti odia! Sei un uomo finito Andrea, sei fottuto, brucerai all’inferno. Forza, vieni con noi, pallone gonfiato…

– Tutto bene, amore? – fece la sua compagna, avvicinandosi, poggiandogli una mano sulla schiena, preoccupata.

Scanzi si era ormai chiuso in un silenzio tombale, mentre, dentro, la sua vergogna e le sue vetuste ferite d’infanzia, sottoforma di mostri ripugnanti, lo laceravano e lo straziavano. Si sentiva completamente cieco, attorno a lui si era fatto buio, era piombato nel pozzo angusto della sua disperazione più atavica e viscerale, mentre i suoi fantasmi si divertivano a tormentarlo solleticandolo nei suoi punti più deboli. Si sentiva invischiato in una specie di ragnatela, aveva la cruda e concreta sensazione di non avere scampo.

– Amore? – fece la sua donna, seriamente preoccupata. E fu a quel punto che la disperazione di Scanzi si tramutò in una furia omicida:

– Vattene fuori da questa cazzo di casa, stupida troia! E’ chiaro? Va’ fuori dai coglioni, capito, puttana? Cazzo!!! – urlò il giornalista, devastato dalla rabbia e dal dolore, alla ricerca disperata di un misero appiglio che gli consentisse di uscire da quell’atavico senso di morte che l’aveva completamente sommerso.

La sua compagna sentì il suo cuore spezzarsi. Strabuzzò gli occhi in un’espressione di dolore, incredula, per scoppiare subito dopo in lacrime. Si alzò dal letto, si rivestì in fretta e furia e, senza salutare, lasciò la stanza. Si udì aprire la porta blindata nell’ingresso per poi chiudersi, sbattuta con forza.

Scanzi cacciò nuovamente un urlo atroce, portandosi le mani dietro la nuca e piegando la schiena fino a portare il viso verso le sue cosce. Nudo come un verme, si sentiva un moscerino, una nullità assoluta. Aveva la sgradevole sensazione che anche il suo corpo fosse divenuto flaccido come il suo pisello aretino. Voleva vomitare, non riusciva a tollerare l’idea di stare vivendo una totale eclissi della sua anima.

– Via, via, andate via, lasciatemi in pace, Gesù Cristo! – urlava, cercando di cacciare fuori tutta la sensazione di morte e dolore che aveva in corpo, quella percezione che aveva sempre ignorato, per lunghissimi anni, forse decadi. Eccole lì, improvvisamente, tutte le sue paure più antiche e rimosse, tutti i suoi peccati, tornare a fargli visita di colpo, come uno sgradevole ospite che si presenta a casa senza essere stato invitato. Per anni, aveva utilizzato le sue fragilità come fondamenta per costruire la sua immagine di giornalista egocentrico e narcisista, perfetto, impeccabile, eternamente giovane. Rieccole tornare, lungamente ignorate e, pertanto, amplificate all’ennesima potenza. Eccolo Andrea Scanzi, crollare, miseramente, come una piramide a cui è stata rimossa la pietra d’angolo.

Improvvisamente, capì che non c’era molta scelta e seppe cosa fare: si rimise a sedere diritto sul letto, si voltò di scatto e, in fretta e furia, si infilò sotto le coperte, ancora calde e pregne dell’odore della sua donna. Portò il piumone fino a coprirsi la testa, inconsapevole del suo bisogno di calore, mentre cercava una buona approssimazione dell’utero materno, alla ricerca di un lieve conforto: doveva addormentarsi il prima possibile. Chiuse gli occhi e l’oscurità non gli era mai sembrata così nera, così densa. Gli parve di pesare cento volte in più. Il pensiero andò per un’istante al balcone che si trovava nel soggiorno. Abitava al nono piano. Gli sarebbe bastato un semplice gesto: un tuffo, una caduta di qualche secondo e si sarebbe liberato di tutta la merda che lo stava perseguitando in quel momento. Avrebbe solo provato un dolore intenso, per un brevissimo, infinitesimo istante. Poi, ci sarebbe stata la pace.

– O affondo in questa fogna o mi ammazzo…- pensò il giornalista, esausto, ma incapace di prendere sonno, incapace di emettere una lacrima, un pianto che, quanto meno, gli desse un briciolo di sollievo, un po’ di ossigeno.

Scanzi si era fatto dolore. Era divenuto dolore puro.

(Continua…)

Mar Marasma

E’ quel timor d’amar, nel mar marasma,
che porta me nel fondo dell’abisso,
ancor mi percepisco parco scisso,
in lotta con l’ennesimo fantasma.

Tormente, venti, fuoco, in lotta eterna,
si staglian grevi, emanan fumi foschi,
fiammate brevi incendian verdi boschi,
e in un letargo nero vita iberna.

Tradito, il mio tradir traduco e stride
con quella fede cieca ai motti d’alma,
mia guida e musa. Il tempo della calma
intento e attento attendo, mentre incide

sul cor quella luttuosa lama acuta
ch’insiste e il sangue scorre e si raggruma
asfittico, mi schiaccia e mi consuma,
perché la colpa mia è cosa dovuta.

Pasqua Nera

Oggi la Luce sperata non sorge.
Tace, le tenebre tundono il petto,
pungono l’alma alla stregua d’insetto,
alla sua prole l’ausilio non porge.

Steso ed inquieto, mi pongo in ascolto,
nel nero mar mi ritrovo annaspare,
lascio quest’onde di pece invischiare
tutto l’intero mio spirito stolto.

Morte a cui manca la Resurrezione,
la Pasqua Nera m’inchioda al suo legno,
dei miei delitti pagare il mio pegno
devo, serbando le gesta in coazione

allorché l’ombra dall’Ade si scioglie
nel fiume salso del pianto che leva
l’animo attende ch’in dono riceva
musiche e danze e un amplesso ch’accoglie.

Ilario

– Ho appena donato venti euro per Wikipedia!

Ilario, giovane informatico, era seduto alla sua scrivania, come di consueto, mentre digitava freneticamente codice C++. Si sentiva euforico ed entusiasta. Era solito esserlo, amava condividere e ostentare con i suoi colleghi la sua produttività, la sua propositività, il suo ottimismo e la sua volontà di “fare squadra”, mostrandosi costantemente disponibile e servile verso i suoi superiori. Aveva compiuto da poco trent’anni. Cattolico praticante, di bell’aspetto, era sposato con una donna bellissima, secondo però canoni estetici basati sul sentire comune e non sul suo. A volte faceva fatica a fare l’amore con lei, ma ciò nonostante, avevano concepito un bimbo che adesso aveva due anni. Ilario non voleva dare peso alle ombre della sua esistenza: sentiva di avere una vita perfetta e questo lo faceva sentire onnipotente. Nella convinzione di avere il mondo in mano e una protezione speciale da parte del Signore, era sicuro che il suo stile di vita lo avrebbe portato lontano.

Il primo giorno di lavoro, in ufficio, pesando attentamente le parole e ostentando una fine diplomazia, dichiarò di non essersi mai arrabbiato in vita sua e di essere stato sempre politicamente corretto nei confronti degli altri, in particolar modo in ambito professionale. Seguiva alla lettera e in maniera didattica il Vangelo, accompagnando al contempo le sacre scritture a manuali di miglioramento personale, che divorava con voracità cannibalesca. Rientrato a casa, soleva chiudersi per ore in bagno, dove preparava una collezione di discorsi da fare in ufficio, in modo da fare bella figura con i suoi colleghi, inerenti a tematiche professionali, economiche, politiche e sociali, senza naturalmente prendere una posizione chiara in merito. Era solito registrare questi discorsi sul suo smartphone, per poi riascoltarli in modo da modulare il tono di voce affinché risultasse il più persuasivo e convincente possibile. Oltre a ciò, pronunciava i suoi monologhi dinanzi allo specchio, in modo da perfezionare al contempo la gestualità delle mani e la postura. Sua moglie, cristianamente, sopportava l’idea di avere un giovane marito preso esclusivamente dal lavoro. Era un buon partito, in fin dei conti, e anche un bell’uomo, ma lei cominciava a sentirsi malinconica e spenta, trascurata.

Dino era il suo vicino di postazione. Disilluso, disincantato, realista, era in ogni caso il collega più stimato del suo dipartimento. Un colpo e un centro era la sua filosofia: lavorava nella giusta misura e soprattutto, si occupava unicamente di quello che lo interessava davvero. Con questo spirito, era riuscito a portare all’azienda pochi, ma interessanti progetti e anche un po’ di fatturato, nonostante il suo apparente distacco nei confronti delle cose. Questo atteggiamento aveva dato una sincera credibilità agli occhi dei suoi superiori, che gli davano piena fiducia e incarichi prestigiosi.

Dino aveva capito immediatamente chi era Ilario, fin dal primo giorno in cui gli aveva stretto la mano. Dal suo arrivo in ufficio, non aveva fatto altro che studiarlo e osservarlo mentre recitava la sua parte. Aveva immediatamente captato la sua irritante tendenza a non prendere mai nessuna posizione precisa e a cercare di dare ragione a chiunque, vittima com’era della sua stessa ambizione e della sua dipendenza dal compiacimento altrui.

Un po’ con fare malizioso, un po’ per dargli una svegliata, in risposta all’entusiasmo del giovane collega relativo alla sua donazione, proferì poche e semplici parole, con tono autenticamente solenne:

– Credo che Wikipedia non possa essere considerata attendibile come fonte d’informazione.

Ilario percepì quella frase come una scudisciata sul ventre, come una scarica elettrica che all’improvviso, lo fece vacillare. Senti le carni strapparsi dalle ossa. Si girò e squadrò Dino con occhi indemoniati e pieni di odio, reclinando la testa e incrociando le braccia, cercando di darsi autorevolezza in base a quanto appreso dai manuali di auto-miglioramento, ma risultando agli occhi di Dino semplicemente miserabile e ridicolo. Dino si divertiva a farlo cadere in contraddizione, ma al contempo provava una certa tenerezza nei suoi confronti.

– In che senso? – Proferì Ilario. Lo diceva spesso, in tono irritato, quando si sentiva colto in castagna. Pronunciava quelle tre parole socchiudendo gli occhi con fare fintamente investigativo e con aria vagamente minacciosa. Lo faceva nella speranza di mettere in soggezione l’interlocutore, sperando di avere la meglio nella discussione. Ilario non concepiva la possibilità di un dialogo costruttivo, doveva averla vinta sempre e comunque. Non poteva permettersi che qualcuno avesse la meglio su di lui. Questo faceva vacillare le sue certezze, la sua immagine perfetta, il suo essere un soldato di Cristo. Non tollerava che qualcuno potesse contraddirlo, portando con fierezza quella variante al femminile del nome Ilaria, che gli dava un tocco così dandy. Non poteva deludere inoltre le aspettative di sua madre, verso la quale aveva un complesso di Edipo irrisolto che, in alcune circostanze, si tramutava in una vaga fantasia sessuale nei confronti di quest’ultima. L’immagine di lei che lavava i piatti ogni tanto ancora lo eccitava, ma Ilario reprimeva con durezza questo pensiero, ingoiandolo come un rospo amaro.

– Dico che mi sembra assurdo che un’enciclopedia online venga riempita da utenti anonimi i cui inserimenti vengono valutati da altri utenti a loro volta anonimi in base a non si sa bene quali competenze. Chi c’è dietro gli articoli di filosofia? Di letteratura? Di psicologia? Di matematica? Di fisica? Persone competenti del settore o gli stessi che votano sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle?

A quelle parole, Ilario impallidì e cominciò a farfugliare. Sapeva che stava per andare in corto circuito. Provò un lieve senso di vertigine e una leggera nausea. Dino dentro di sé gongolava: aveva fatto centro anche stavolta, lo aveva smascherato. Si sentiva però un po’ in colpa per aver umiliato il suo giovane collega.

– Ma è gratuita!

– Siamo d’accordo, la considero anche io una grande invenzione. Dico solo che quello che c’è scritto va preso cum grano salis e che non la userei mai per fare una ricerca scientifica o per scrivere un articolo su Primo Levi.

Dino amava infarcire i suoi discorsi con dei latinismi. Gli piaceva ostentare la sua cultura da Liceo Classico, sapendo che Ilario aveva frequentato l’ITIS. Non lo faceva per sentirsi superiore o migliore di Ilario. Lo faceva per farlo sentire inferiore, un po’ per divertimento, un po’ per insegnargli la realtà, che Dino conosceva ormai piuttosto bene.

– Come tutte le cose, del resto! – replicò Ilario con una frase stereotipata e qualunquista, della quale non era convinto minimamente e che aveva sentito chissà dove. Si espresse con voce tremante, mentre gli occhi gli si fecero lucidi, pieni di rabbia e dolore. Chissà, quella frase, da dove proveniva davvero: se da lui, da sua madre, da suo padre, da sua sorella, dal suo confessore e padre spirituale Don Egidio. Dentro di sé, Ilario provava sentimenti ambivalenti per Dino. Da un lato lo considerava una sorta di mentore, un fratello maggiore irraggiungibile, che seduceva con il suo disincanto e la sua aria malinconia, il più delle volte usata strategicamente al solo scopo di evitare rotture di scatole. D’altro canto, Ilario odiava profondamente Dino, verso il quale, senza esserne del tutto consapevole, provava una grande invidia, che gli causava spesso notti insonni. Questo non lo avrebbe mai riconosciuto pienamente: Ilario non era in grado di ammettere a sé stesso di provare rabbia e odio per qualcuno, imprigionato com’era nelle fitte maglie di un Cattolicesimo anni cinquanta di stampo meridionale e intimorito com’era dall’idea di finire all’inferno.

Dino chiuse la conversazione. Era un tipo pragmatico che non amava sprecare energie in discussioni inutili e si rimise a lavorare.

Anche Ilario si rimise a lavorare, ingoiando il suo violento e silente rancore e rivolgendosi a un altro collega con il consueto finto ottimismo frutto di interpretazioni sbagliate dei testi sacri e di anni e anni di letture di manuali tossici.

Ma quella rabbia lo logorava come un tarlo, e si faceva, giorno dopo giorno, sempre più insistente.

Anche quella notte, Ilario non chiuse occhio.

Il giorno dopo, la recita sarebbe cominciata di nuovo.

 

Siediti lungo la riva del fiume

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Guarda l’acqua torbida che scorre e abbi pazienza, nessuna azione concreta può decontaminarla, ripulirla definitivamente. Sarebbero soluzioni temporanee. Quella che vedi è acqua che non può fare altro che fluire, e tu non puoi far altro che star lì a guardarla, a osservare la corrente che porta via con sé pesci morti, plastica, liquami, spazzatura, merda, a sopportare i miasmi e l’odore terrificante che sei l’unico a percepire, che prova a invischiarti, a travolgerti, che ti fa sentire solo, incompreso e arrabbiato verso un mondo che percepisci come giudicante e superficiale.

Tieni duro, aspetta, sopporta, osserva, non giudicare, respira. Lascia che accada, che l’acqua si ripulisca.

Forse una cosa potresti farla: raggiungere quel macchinario infernale in fondo al sentiero, che produce rifiuti e li versa nella sorgente, e provare a spegnerlo, anche se inciamperai e cadrai, anche se ti sbuccerai le ginocchia e i palmi delle mani e, soprattutto, anche se il vento lungo il cammino ti farà volare via come una foglia e ti riporterà spesso al punto di partenza. Non scoraggiarti, credici, riprovaci, entraci di nuovo, ogni giorno farai un pezzo di strada in più. E poi di nuovo.

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Gomitolo nero

Ho un’immagine chiara nella mente: un grande gomitolo nero, pieno di nodi apparentemente inestricabili all’interno. La osservo, soffocante, opprimente palla intricata che mi stringe lo stomaco.

Non devo oppormi, non devo muovermi, posso solo osservare, con benevolenza, questi fili annodati, che mi fanno da maestri e mi insegnano qualcosa in più. Mi raccontano verità terribili e dolorose. Resisto, pazientemente, lascio che facciano severamente il loro lavoro.

A un tratto, avviene il miracolo. Qualcosa si muove, la stretta si allenta, i fili, come serpenti incantati si sollevano, si sciolgono. E’ questo il momento più critico. Bisogna pazientare ancora, osservarli in silenzio, senza giudicarli. Altrimenti tornano a stringere. Ecco, iniziano a mollarmi, allentano la presa, posso iniziare a districarmi lievemente. Ora mi volgono le spalle, sinuosi, e si allontanano, mi danno tregua. Torneranno a farmi visita, di sorpresa. E nuovamente, superato l’impatto iniziale, lascerò loro lo spazio di cui hanno bisogno, per raccontarmi qualcos’altro, per darmi le risposte di cui ho bisogno. Finché, ho fiducia, il gomitolo inizierà a ridurre il suo diametro, i nodi si faranno meno costrittivi e tutto si farà sempre più chiaro.

E al suono di un pianoforte, superata la notte, una notte piena di scoperte, potrò rialzarmi, fare un bel respiro, guardare il sole fuori dalla finestra, tornare alla vita, ricominciare a camminare.

L’Aria Sicula

Il viso purpureo, sepolto dal ghiaccio,
quest’oggi è scomparso, si è tolto d’impaccio.
E’ apparso un felino, striato ed ozioso,
che osserva compatto, con piglio maestoso.

Incontri tra ignoti, ma anime affini,
che maschere indòssan, che mètton confini,
che vìvon la vita tra gli alti e tra i bassi,
che schivano colpi, di pietre e di sassi.

L’oscuro che schiaccia sopportano stòici,
ma viver ci chiede di esser eròici,
di fare fecondo il buio opprimente,
che renda la luce ancor più splendente.

E intanto la danza nel mare infinito
dell’anima segue, la osservo compìto.
Paziente, seduto, attendo la pace,
e agisco l’amore di cui son capace.

 

Sakè

Sakè, questa sera. Piccolo. Tre ochoko e mezzo. Quanto basta per inebriarsi.

Sakè, questa sera. Per vincere l’inevitabile noia della solitudine.

Sakè, questa sera. Per spegnere la fiamma del mio ardente desiderio, almeno per un po’.

Sakè, questa sera. Perché la domenica volge al termine.

Sakè, questa sera. Per mettere a tacere la voce sussurrante del mio daimon, che mi spinge incoscientemente verso il mio destino.

Sakè, questa sera. Per trasformare la paura in dolore.

Sakè, questa sera. Per essere grati a Dio.

Sakè, questa sera. Per celebrare la vita.

Sakè, questa sera. Per dimenticarsi dei sensi di colpa.

Sakè, questa sera. Per sciogliere il nodo che ho in gola e tramutarlo in lacrime.

Sakè, questa sera. Per dimenticare, almeno per un po’, che prima o poi la festa finisce.

Sakè, questa sera. Il sangue di un Cristo orientale. Per non perdere la speranza del Dopo.

 

Venere Chiusa

In spalle si stringe,
da nulla scalfita,
da vita indurita,
se stessa dipinge.

Non vede l’inganno,
la maschera truce
sul viso si cuce,
col cuore in affanno.

D’estate si scioglie,
la pelle d’albina,
il capo reclina,
svelando le voglie.

Poterti afferrare,
aprirti, svelarti,
calore donarti,
e farti gridare.

Oh Venere chiusa,
albàna di luna,
in fuga importuna
da amor, non è usa.