Notti d’un Tiepido Maggio

Sei ormai lontana, un antico miraggio
benché bruciammo assieme di passione
d’amor ch’avea il sapor di una missione
in quelle notti d’un tiepido Maggio.

E venne giugno ed ancora tuo ostaggio,
mi giunge rimembranza, una visione:
dovetti, per librarmi d’oppressione,
in lacrime riprendere il mio viaggio.

Dove sarai, mio impossibile amore?
Non nuoci più, somigli ad un tramonto
cui raggi neppur scaldano la pelle.

Con gli occhi ormai di sbiadito colore,
ben presto a un nuovo tuffo sarò pronto
nel mar d’un nuovo sguardo, come stelle.

E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.

De Amore

Mi torna alla mente la gioventù, ripenso agli anni che furono, mi sovvengono gli amori finiti, mi domando perché un amore finisce, e giungo alla seguente risposta: l’amore finisce. Nessuna spiegazione logica, nessuna ragione, l’incantesimo si interrompe e basta. Ripenso a una storia di anni fa, l’istante esatto in cui entrambi abbiamo realizzato che era finita, entrambi abbracciati e in lacrime. Ripenso a quella scena che un tempo mi appariva quasi drammatica, mentre con gli occhi di oggi la trovo invece squallida e miserabile, e rido, rido di gusto, rido come una stronza, quando penso a quanto fossimo patetici, pietosi, due disgraziati alla ricerca di un appiglio, due poveri zoppi incapaci di camminare con le loro gambe, due miserabili che hanno appena realizzato che il sogno è finito, che hanno appena sbattuto la testa contro il suolo, caduti dal cavallo come due fantini principianti, due bestie disperate e sole.


Ripenso a tutto questo e non faccio che pensare al prossimo appuntamento, al mio, al vostro, al nostro prossimo appuntamento, quando ci presenteremo al cospetto di qualcun altro, altro da noi, cercando di esibirci al meglio delle nostre possibilità, mentendo spudoratamente, millantando storie, avventure, racconti, pubblicizzando prestazioni sessuali pirotecniche, per poi giungere al momento della Verità, in una squallida camera da letto, spogliarci mestamente, fisicamente e mentalmente, mostrando la nostra orrenda nudità, senza più veli, come vermi con il culo all’aria, con i nostri cazzi mosci come pongo e le nostre fiche secche come foglie in autunno, incapaci di combinare alcunché, con le nostre ansie da prestazione, impotenze, frigidità, conflitti irrisolti con i nostri genitori, fratelli e sorelle, quando realizzeremo che siamo andati a quell’appuntamento perché il tempo stringe, l’età avanza, siamo soli e vogliamo imbarcarci il primo disperato come noi da piazzarci in casa perché i nostri genitori non sono mica orgogliosi di noi, per realizzare alla fine che non c’è nulla in comune con quella persona, non c’è neppure attrazione fisica, ma solo voglia di “sistemarsi”, di realizzare un progetto sociale che somiglia più alla fondazione di un’azienda che a un progetto d’amore.

Eppure, e questa riflessione emerge da un dialogo molto proficuo con un caro amico, in casi sporadici, potreste ricevere piacevoli sorprese, motivo per cui, per assurdo, questa mia missiva non ha lo scopo di disincentivarvi, ma al contrario: andate a tutti gli appuntamenti, cogliete ogni occasione, non siate troppo schizzinosi, visto che anche voi non siete questo granché, non abbiate paura di mostrarvi orribili e, soprattutto, non abbiate nessuna aspettativa. Magicamente, Eros potrebbe farvi una gradevole sorpresa, il miracolo potrebbe avvenire grazie a un dettaglio, uno sguardo e, senza accorgervene, potreste trovarvi improvvisamente avvinghiati in un angolino buio a possedervi con furia animalesca, scopacciando con rabbia taurina, andamento tra l’allegro e il presto, fino al raggiungimento di un’estasi indimenticabile, che sarà oggetto del vostro onanismo per diverso tempo nel momento in cui anche questa storia sarà finita, fino alla prossima ninfomane/stallone.

E se questo blog avrà in qualche modo contribuito alla causa, vi chiedo solo di ricordarvi di me e del mio bel visino. Voglio proprio vedere come giustificherete la cosa con i vostri genitori.

Nucleo

S’invero l’ami tanto, lascia andare

Son rimembranze edulcorate e piene
di certi abbracci, d’un amor possente
al tempo amante d’un poter ch’ottiene
la riverenza cieca a un dio, servente,
ad una dea maligna ch’è un serpente;
pavor ed ira, riprendi a volare.

Fiamme Gelanti

Fiamme gelanti, che seguon piaceri
ch’in pieno svuotan ogne ardor creanti,
in una candida aspersione, imperi
cadon sustanti.

Cori maestosi, or sorgete per astri
ad onorar caduti regni ferrei
ed osservar minuti indegni mastri,
sovrani terrei.

Ghiacci fiammanti, precedon dolori
ch’un vuoto piena ed apatia abolenti
in uno scuro ammucchiamento, amori
sorgon sopenti.

Siam Nudi e Soli

Siam nudi e soli, in questa dolce valle,
d’amari zuccheri l’avrà cosparsa
chi su di noi tramò alle nostre spalle
questa gran farsa.

Di te mi curo, fratello lontano,
e penso al male che ti porti dentro,
qualunque cosa faccia è fatta invano,
non mi decentro.

Per un po’ s’ama, in quest’intenso corso,
eterni istanti che lasciam morire,
nell’illusione che quel dolce morso
debba infinire.

Siam nudi e soli, e tali torneremo,
quando ormai sazi di quel pasto lauto,
quando ormai spenta quella fiamma avremo,
per far malcauto.

Silente Amica

Ormai soltanto t’amo nel ricordo
remoto de’ tuoi bei virenti occhi
immersi al timoroso sguardo sordo

di me, già scendon lagrime al pensiero
di quella primavera; ormai s’imbocchi
il corso ch’al futur rivolge. E spero.

Mia isola, seppure con fatica,
respiri ormai con me, silente amica.



Silenzio Atteso

Sul petto l’aspra lapide l’atterra
incauta contra que’ mùnera lotta
lì incontra lauto, ben nero, ormai rotta,
eretto vespro, che rapido sferra

nel buio verberi antichi e la terra
zolle disfatte l’illustra e l’adotta,
imbelle matta in quel lustro corrotta,
orgoglio imberbe, tra giunchi ella erra.

Accolga i demoni tutti, è ormai ora,
tremendi spettri che tendon agguati,
turpi rumori ch’infrangon quïete

e amori e corpi divelgon. Stogliete!
Scettro sospenda, che vengan domati,
or volga e domini, muti, in controra.

Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.






All’Altare

Seguo ramingo, sin fissa dimora,
randagio vago inquieto e ancor ricerco,
remoto ormai da qualsivoglia alterco,
mia Itaca promessa, disti ancora.

Una ferita antica in me lavora,
son pianta che, sommersa dallo sterco,
levarmi per dar frutto almeno cerco,
e tollero il dolor ch’in me dimora.

In marcia! Si riparte, in alto mare,
la ciurma si rinnovi e m’accompagni
nel mio peregrinare senza fine

per chi si sente a viver vita incline
e dentro la palude non ristagni,
del darsi me sacrifico all’altare.