Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.






All’Altare

Seguo ramingo, sin fissa dimora,
randagio vago inquieto e ancor ricerco,
remoto ormai da qualsivoglia alterco,
mia Itaca promessa, disti ancora.

Una ferita antica in me lavora,
son pianta che, sommersa dallo sterco,
levarmi per dar frutto almeno cerco,
e tollero il dolor ch’in me dimora.

In marcia! Si riparte, in alto mare,
la ciurma si rinnovi e m’accompagni
nel mio peregrinare senza fine

per chi si sente a viver vita incline
e dentro la palude non ristagni,
del darsi me sacrifico all’altare.



Breve Storia d’Amore Pandemico

(Racconto in stile Phazyo)

Giuseppi emanò tutto il suo decreto nel vuoto normativo di Rocchi. Nonostante l’intensità di quell’atto amministrativo, la sua retta dei contagi non accennava a ridursi.
Rocchi sorrise, si liberò dell’abbraccio assistenzialista del suo amante e si inginocchiò dinanzi a lui. Giuseppi lo fissava intensamente, con aria al contempo interrogativa e maliziosa.
– Ma cosa fai, Rocchi? – domandò il bel Giuseppi.
– Amore mio – replicò Rocchi – mi preparo alla seconda ondata!
Entrambi risero felici.

Palma

Di te il ricordo ancor suscita pianto,
dell’amor tuo paziente, mai invasivo,
quel dar del qual giammai facesti vanto.

Quel fare allegro tuo, così incisivo,
che scosse l’acque mie, ch’allor stagnanti,
repente il lor fluir tornò massivo.

Ripenso ancor a pochi intensi istanti,
e senza men lo so: mai più rimpianti.

Estate

Le rimembranze del tuo guardo perso,
quell’iridi cangianti grandi e fondi
ancor non rendon il mio cielo terso;

bramo una lagrima, che l’alma mondi,
che doni a quest’amor un altro verso,
e al cor letizia mova, che m’inondi.

Estate: fa’ ch’in pace cada, sperso,
non d’obblighi, nel mar permanga immerso.

Scende La Maschera

Scende la maschera stretta sul viso,
or, ch’aderente, mi mozza il respiro,
riprende la fiducia all’improvviso.

Lì, sorridente, mai rozza, t’ammiro,
sostieni il mal, ma larga t’elargisci,
stando silente, ed abbozzi un sospiro;

t’esponi al sol, pur parca, t’esibisci
nel pieno mar che solchi, rinverdisci.

A Un Passo Da Te

E resto a un passo da te nella tana,
t’osservo, mentr’accenni la tua pelle,
immagini a sé stanti, sin favelle
per brame della carne; ancor non stana

me, appresto un po’ distante; è cosa vana
mostrar te solo oggetto, alquanto imbelle,
rivolta verso chi guarda le stelle,
con fame d’osservanze, e sei lontana.

Mia Viola, quanti corpi tutti uguali,
anonimi dipinti senz’odori,
un’infinita scelta, mai venuta.

Mio amore, mostra te per quel che vali,
accoglimi. Siam spinti a far l’attori,
ma è vita ch’è divelta, non cresciuta.

E Crolla Impero

E crolla impero per man d’una prole
trina, incapace di venir a patti,
brina fugace ai lor volti, disfatti,
di tolla, invero, brucianti già a un sole

che cala triste su tristi lor, duole
noscer quel regno un bel tempo servito
smosciar indegno, in un lampo, rapito
da male piste. Egoisti non vuole

come pastor, cani sconsiderati,
stolte cicale, profuse incoscienti,
che nutronsi del sangue d’innocenti

e l’alma lor sì langue, o impenitenti!

E van gli amor, vani, desiderati,
all’occhi tuoi virenti. Ed adirati.

Giocondo

Serena siedi col capo reclino,
defessa dal pavore tormentoso,
impresso sta il color perspicuo, acquoso,
negli occhi tuoi cerulei e m’avvicino.

In pena cedi al volere divino,
oppressa dal terrore assai morboso,
ossessa da dolor iniquo, ombroso,
di vecchi guai, d’aculei d’un crespino;

ma incendia in te l’ardor di vita piena,
ch’ancor ignori, velato di meto,
pur tuttavia ti pare cosa aliena.

E solitaria, m’irrompi nel mondo,
guardi e languori ch’effondi al me inquieto
e già rivivo, mi riempi, giocondo.

Onde

Nell’acque gelide e scure, disperso,
alte son l’onde minacciose e cupe;
vi tacqui intrepido e duro, qui immerso,
sagitte van da nebulosa rupe.

Nel mar di crimini fasti, sì avverso,
mi trascinaron quell’immonde lupe;
per re di vimini infausti ebbi perso,
ché derubaron le mie tonde drupe.

Allor ch’intanto ch’esanim demergo,
persici e amigdale mi porgon mani
le tue. Dall’occhi tuoi, respiri emani.

Di baci ammiro, lì piangon gioiosi,
qua giue più imbocco guai, Sire maestosi,
d’amor sì tanto, ma immane, riemergo.