Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

casa_surace

(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 2

casa_surace.jpg

(…Continua da qui – Parte 1)

Ricky sedeva nella sala da pranzo. Le luci erano spente e solo il crepuscolo fuori dalla finestra la illuminava fiocamente. Aveva preso posto su una sedia accanto all’antica cristalliera marrone, distante dal lungo tavolo ovale situato al centro della stanza. Era vestito di tutto punto: camicia bianca, completo nero e papillon. Aveva la manica sinistra sollevata. Prese un laccio emostatico e lo legò vigorosamente al braccio, stringendolo ulteriormente tenendone l’estremità con i denti e tirando forte. A quel punto, raccolse la siringa dal pavimento, ormai riempita di quel liquido vagamente giallastro. Giacevano al suolo un cucchiaino di alluminio, dentro il quale aveva scaldato la dose, l’accendino e lo spicchio di limone completamente spremuto. Osservò per qualche istante quella siringa piena:

– Tu sì che hai personalità, amore mio, sei l’unica amica che ho…- disse, guardandola con voluttà.

Esplorò con attenzione il suo braccio sinistro, alla ricerca di qualche vena ben visibile. Non si faceva spesso, riusciva a mantenere un ritmo costante di una dose alla settimana da circa un annetto, da quando aveva iniziato. Eppure, puntuale come un orologio, ogni giovedì alle ore diciannove, quella dose era divenuta strettamente necessaria, imprescindibile. Qualcosa dentro di lui gli diceva che, prima o poi, avrebbe ceduto come tutti e avrebbe aumentato il numero di pere, ma per il momento resisteva. Appoggiò l’ago sulla vena più in evidenza e lo spinse dentro. Una goccia di sangue emerse dal minuscolo forellino creato. A quel punto, fu un attimo, e pigiò sullo stantuffo. Applicò una pressione lenta e costante, in modo che l’eroina entrasse gradualmente. Ansimava lievemente, mentre il liquido entrava in circolo, finché lo stantuffo non raggiunse la fine della corsa e tutto il contenuto fu svuotato nella vena.

Eccola, la solita sensazione, anche se ormai molto più blanda. Non gli dava più il piacere della prima volta, quei mille orgasmi tutti insieme che sentiva su tutto il corpo, a cui seguiva quella irripetibile, irrinunciabile sensazione di pace assoluta. Sì, si stava ancora bene, ma non era più la stessa cosa. L’eroina era una grande amica, oltre ad essere una gran troia. Faceva il suo bravo lavoro, ti consolava finché lo riteneva opportuno, e a un certo punto decideva che il suo lavoro era finito e lentamente andava via. Al suo posto, i problemi, le ansie e le preoccupazioni di sempre tornavano prepotenti, più forti e fastidiose di prima, più intollerabili.

Ricky stette un paio d’ore, accasciato sulla sedia, a non pensare a nulla, quieto, anche se di tanto in tanto un vaghissimo e anestetizzato senso di colpa faceva capolino. Sarebbe arrivato violentissimo, finito l’effetto della droga.

Pasqui era seduto a capotavola, con le mani legate dietro la sedia, ancora rintronato per la forte botta che il suo vecchio amico gli aveva dato sulla testa. Quel vasetto di ragù, spaccato con tanta violenza sul suo cranio, lo aveva sconquassato nei sensi. Ricky, dopo averlo legato, gli aveva medicato e bendato la ferita, per poi pulirgli il volto e la testa dai residui di sangue rappreso e ragù pippiato. Gli aveva anche messo una maglietta pulita. Pasqui si stava leggermente riprendendo, rumoreggiava e mormorava, biascicando e scuotendo la testa lentamente, finché a poco a poco non riprese un minimo di conoscenza e fu in grado di emettere dei suoni intellegibili.

– Oh, Ricky…- disse con voce impastata.

Ricky si alzò a fatica dalla sedia. In piedi, portò entrambe le mani sui fianchi e inarcò la schiena, stiracchiandosi. Successivamente abbassò la manica della camicia e della giacca, sistemò il farfallino e si rimise composto.

– We, terùn! – rispose l’amico – Ti ho già detto che non stiamo recitando. Chiamami con il mio vero nome, ok?

– Scusami, Massimo…

– Così va meglio, carissimo Pasquale…- fece Massimo con solennità. Poi proseguì, mani dietro la schiena, camminando attorno al tavolo, mentre Pasqui lo guardava attonito e intristito.

– Vedi, mio caro Pasquale, sono davvero tanti, tantissimi anni che mi trovo qui recluso con voi. Non so più neppure quanto tempo sia passato, credimi. E’ una vita intera che mi trovo qui e non ho la più pallida idea di come ci sia finito, in questa setta di hippies di merda che, invece di scopare, mangiano come dei maiali. Pasquale, caro, non so che cosa mi abbiate fatto, se ho perso la memoria o cosa, ma vi faccio i complimenti: siete stati capaci di farmi dimenticare completamente la mia vita precedente, le mie origini, le mie radici. Avevo una moglie, vero? Due figli, giusto? Dove sono finiti i miei genitori, invece? Non ricordo neppure più che facce abbiano, e immagino che tu non abbia la minima intenzione di rispondermi. Vero?

Massimo si avvicinò alla finestra della sala e guardò fuori. Erano a un piano alto, questo era noto, ma fuori, nei paraggi, non c’era assolutamente nulla. Non c’era un’anima viva in giro. Solo una strada, piena di buche e, oltre, un campo di sterpaglie scosse dal vento. Accanto alla strada, maestosi e al contempo orribili si ergevano i tralicci dell’alta tensione. All’orizzonte, il sole tramontava, rendendo la sala da pranzo sempre più scura.

– Non ho neppure ben chiaro dove ci troviamo. Ma saremo davvero a Milano qui? Che cazzo di quartiere è? – proseguì Massimo, portando lo sguardo ancora verso l’orizzonte e tenendo le mani dietro la schiena.

Pasqui, legato alla sedia, lo osservava, ancora rintronato, con aria supplichevole. Ascoltò per un po’ l’amico, poi prese coraggio e parlò anche lui.

– Massimo – fece Pasqui, questa volta senza il suo fastidioso accento barese. Aveva al contrario una dizione perfetta. – Slegami, per favore! Mi fanno male i polsi…

– Slegarti? Bella questa, ma se ti sei appena accomodato. Ti ho preparato una bella sorpresa…

Massimo si avvicinò alla porta d’ingresso della sala, affianco alla quale c’era l’interruttore della luce. Vi pigiò sopra e, improvvisamente, una luce maestosa proveniente dall’antico lampadario a cristallo sul soffitto illuminò la sala. La tavola era imbandita di ogni ben di Dio: lasagne, pasta al forno, polpette, peperoni ripieni, cotolette, caciotte, mozzarelle, insaccati, pizze. C’era da sfamare l’intero quartiere. Questo spiegava perché la sala fosse impregnata di quell’intenso profumo di cibo, su cui, in particolare, prevaleva quello di ragù pippiato.

– Vedi, Pasquale – proseguì Massimo – hai presente per quanti giorni hai dormito? Tre giorni interi. Nel corso di questi lunghissimi giorni, non potendo uscire da qui, sai cosa ho fatto? Innanzitutto ti ho curato quella bella ferita che ti ho procurato sulla testa. Dopo di che mi sono messo a cucinare, esattamente come fa tua madre. Mi sono svegliato tutte le mattine alle quattro e ho praticamente cucinato tutto quello che c’era nei tuoi dannatissimi pacchi da giù. Adesso, però, se non vuoi che io ci rimanga male, dovrai mangiare tutto quanto. Sono stato chiaro?

– Massimo – fece Pasqui terrorizzato – ma sei impazzito? Non posso mangiare da solo tutta questa roba!

Massimo si avvicinò al mobile vicino alla cristalliera, sul quale poggiava un vecchio giradischi. Nel vano inferiore del mobile, vi erano diversi LP. Ne estrasse uno, poggiò il vinile sul piatto rotante, avvicinò la puntina e, dopo una trentina di secondi di lieve fruscio, il suono de La Grande Bouffè di Philippe Sarde iniziò a riecheggiare nella stanza. Successivamente, si avvicinò all’amico con estrema tranquillità, estrasse una pistola dalla tasca della giacca e gliela puntò sulla nuca:

– Pasquale, carissimo amico mio. Come dice tua madre, ti mangi tutto senza pane! – sorrise con uno sguardo che sapeva di divertito, addolorato e rassegnato.

– Massimo…- rispose Pasqui, con la voce rotta.

Massimo insistette e ribadì:

– Mangia, piccolo Pasquale, mangia. Perché se non mangi, tu non puoi morire…

(Continua…)

 

Impotenza

Senti un senso di impotenza che ti schiaccia il petto, quando ti comunicano che qualcuno a te molto vicino si è ammalato.

Alzi la cornetta, ti sforzi di essere fermo e rassicurante, cerchi di vincere il profondo imbarazzo dovuto al fatto che non ti fai sentire praticamente mai.

Tenti di sviare il discorso e di parlare d’altro, addirittura di progetti futuri, di incontri.

Provi a essere rassicurante, ché non è accaduto nulla, ché tutto si risolverà con una piccola operazione, e magari andrà proprio così, mentre in realtà non sai davvero di cosa cazzo parlare e ti vergogni mortalmente perché lo sai anche tu che stai dicendo un mucchio di stronzate che non pensi, perché un tumore non è mai uno scherzo, né per chi se lo becca, né per i suoi familiari.

La verità è che non riesci a immaginare neppure come possa sentirsi la persona all’altro capo del telefono.

E ti senti impotente e in colpa, perché è così: non puoi farci veramente nulla. Non hai la minima briciola di potere per riuscire a guarire l’altra persona, per rassicurarla, niente di niente.

E c’è un’altra verità, ancora più difficile da riconoscere e da ammettere a se stessi: la persona che si ammala ti fa pure incazzare. Come si permette di ammalarsi e di farmi soffrire? Come osa distogliermi dai miei obiettivi, dai miei progetti, dai miei spazi? Come osa invadere il mio territorio ed esigere indirettamente le mie attenzioni, con la sua malattia?

E c’è di più. So già che, se nei prossimi giorni ci saranno momenti in cui non sentirò il dolore, e inizierò a sentirmi in colpa anche per questo.

Dio mio, ma quante altre sberle mi vuoi dare? Sono cinque anni che va avanti questa storia. Non è sufficiente? I novantenni non si ammalano più? Fai crepare qualche vecchio centenario ogni tanto, e che cazzo!

Amici, parenti, possibilmente giovani e sotto i quarantacinque anni: c’è qualcun altro di voi che deve beccarsi un tumore? Una leucemia? Chi sarà il prossimo? Fatemi sapere, avanti. Ammalatevi tutti. Coraggio, fatemi pesare il vostro dolore, mentre io sto bene e me la spasso, cazzo.

E il groppo in gola si fa di nuovo grosso e torna a soffocarmi.

Sono un uomo fortunato, nonostante tutto. La Vita mi ha dato e mi sta dando veramente tanto. Dopo tanti anni, non l’avrei mai detto, sono un uomo sereno e a volte anche felice.

Fa terribilmente male, però, vedere che le persone a cui vuoi bene e che ami soffrono.

Tutto ha un prezzo. E chi ami e ti ama, quasi mai ti segue.

 

 

 

Preghiera dell’Anno Nuovo

Ieri, una corsa nella nebbia milanese, per diradare le mie, di nebbie.

Domani, ultimo giorno dell’anno 2019, l’ultimo giorno di questi anni Dieci, preludio all’ingresso in un nuovo decennio, gli anni Venti.

Oggi, iniziamo a fare bilanci e a progettare, per l’anno 2020, verso il 2020.

E allora.

Andiamo avanti, in questo cammino di vigilanza e attenzione alla nostra voce interiore.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la libertà e la sicurezza, due aspetti diametralmente opposti da far lavorare in armonia, per la nostra gioia, serenità, pace e, soprattutto, dignità.

Andiamo avanti, in questo cammino di crescita, di tensione verso l’età adulta.

Andiamo avanti, in questo cammino di apprendimento al dono, in particolare al dono di noi stessi agli altri.

Andiamo avanti, in questo cammino di fiducia, fede, speranza, progettualità, ottimismo e realismo al contempo.

Andiamo avanti, in questo cammino di perdono e gratitudine verso chi ci ha dato la vita, avendo ben presente che le spinte esogamiche devono prevalere, perché solo confrontandosi con la diversità c’è crescita ed evoluzione, seguendo chi ha detto Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la bellezza.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la semplicità, verso l’essenziale.

Andiamo avanti, in questo cammino di individuazione, e non di individualismo.

Andiamo avanti, in questo cammino di bene per noi stessi, per il bene comune.

Andiamo avanti, in questo cammino di amore per noi stessi, per amare il prossimo nostro.

Andiamo avanti, in questo cammino verso l’Amore, in tutte le sue forme.

Andiamo avanti, in questo cammino verso la Totalità, verso un unico Dio, a immagine e somiglianza dell’Uomo.

Andiamo avanti, in questo cammino.

Perché Telemaco, senza paura, sappia che suo padre Ulisse sta arrivando.

Amen

 

Un nuovo capitolo

Sunset.jpg

Mi è arrivata una telefonata qualche giorno fa.

Era sera, ho visto la chiamata persa di Peppe, un mio amico dei tempi del liceo. Non l’ho mai scritto, ma ho frequentato il Liceo Scientifico, Piano Nazionale Informatico. Non ci sentiamo molto spesso, Peppe e io. Sono io a non cercarlo di solito. I rapporti con i compagni delle superiori, essendo stati molto intensi in quegli anni, sono per me molto difficili da gestire. Ho sempre il timore che loro si aspettino da me cose che non mi interessano più e di sentirmi etichettato. Mi sento ormai molto lontano rispetto a quei tempi in cui non mi conoscevo minimamente e non avevo idea di chi fossi, e mi sento profondamente infastidito quando qualcuno cerca di attribuirmi nuovamente delle maschere del passato, forse per una sorta di operazione nostalgia a cui fondamentalmente non voglio partecipare. Non che io non provi nostalgia per il passato, sono umano anche io ed è sano non negare nessun tipo di emozione, e siamo alla seconda doppia negazione, ma sono così immerso nel mio presente, così impegnato in una progettualità autentica della mia vita, che a volte tendo a considerare la nostalgia come una zavorra, una palla al piede che mi appesantisce e non mi consente di muovermi agevolmente. Devo dire però che, negli ultimi tempi, almeno con alcuni di loro sono riuscito a trovare un nuovo equilibrio, sono stato in grado di far passare questo messaggio e sembrerebbero aver capito. Sono bastati in realtà dei silenzi, non ho dovuto neppure sprecare parole inutili, del resto Elle Elle me lo dice spesso che la scuola di Palo Alto insegna che non possiamo non comunicare, e siamo alla terza doppia negazione. In ogni caso, sono felice di questo, stiamo provando, con pazienza e cura, a ricostruire un rapporto nuovo, basato sul rispetto reciproco delle nostre esigenze.

Dicevo dunque. Rientro dal lavoro e trovo la chiamata persa di Peppe. Ho pensato subito a una brutta notizia. Di solito Peppe, negli ultimi anni, mi chiama unicamente per comunicarmi brutte notizie, ad esempio che un nostro conoscente comune è morto, o peggio ancora, che si è sposato. Forse la volta più tragica è stata quando mi ha chiamato per dirmi che si sarebbe sposato lui, povero figlio.

Apro una piccola parentesi, giusto per intenderci. Non sono generalmente contrario al matrimonio. Sono contrario al matrimonio inconsapevole, cosa ben diversa. Quel matrimonio voluto da qualcun altro che non sia il diretto interessato. Forse la maggior parte dei matrimoni.

Ma non divaghiamo. Stavo cenando e ho persino lasciato a metà la mia insalata con tonno e mais, come se a qualcuno possa interessare cosa stessi mangiando, per prendere il telefono e richiamarlo. Ero contento di farlo e non vedevo l’ora di sentirlo, cosa che non mi capitava davvero da tanto tempo, forse perché quel giorno, dopo averne parlato con un caro amico, avevo deciso di iniziare a coltivare la tenerezza e la compassione, di riconoscere i miei sensi di colpa verso la mia famiglia di origine e gli amici del mio paesino, dopo tanta rabbia che serviva unicamente a mascherarli e ad allontanarmi da loro sempre di più. Il bello è che l’amico in questione aveva concluso la mia presa di posizione con la seguente frase: “Da oggi, si apre un nuovo capitolo!”.

E infatti, si è aperto un nuovo capitolo, eccome se si è aperto.

– Come stai Dino, hai sentito Vincenzo negli ultimi tempi?

Capisco immediatamente che è successo qualcosa a Vincenzo, porca troia. Lo capisco dal tono di voce di Peppe, è senz’altro così. Mi mordo la lingua e mi trattengo dal chiedergli direttamente se sia morto.

– Sì, l’ho sentito a settembre, qualche giorno prima del tuo matrimonio, per chiedergli l’IBAN a cui farti il bonifico per il regalo, visto che non l’avevi messo nell’invito. Perché me lo chiedi? E’ successo qualcosa?

A questo punto Peppe, come previsto, mi invita a mettermi comodo e inizia a raccontarmi che Vincenzo è un donatore di sangue. Mi racconta che dopo le analisi di routine che precedono la donazione, fatte in estate, gli era stata negata la possibilità di donare in quanto erano stati riscontrati dei valori anomali di globuli bianchi. Ha dovuto pertanto ripetere le analisi, prima a cadenza mensile, poi a cadenza quindicinale, poi quasi giornaliera, per scoprire, di volta in volta, che i globuli bianchi continuavano ad aumentare. Peppe mi ha detto in realtà che stavano diminuendo, pezzo di ignorante che non è altro. Ovviamente, mentre raccontava, era visibilmente scosso dalla cosa ed emozionato, per cui, nonostante la mia severità di cui recentemente sto prendendo sempre più consapevolezza anche grazie a Elle Elle, lo perdono.

Morale: pochi giorni dopo la telefonata che gli avevo fatto a settembre, e questo lo scrivo mentre ascolto Private Investigation dei Dire Straits, Live at Hammersmith Odeon, London/1983, Vincenzo ha scoperto di avere la leucemia.

Leucemia. La parola stessa suona come una coltellata, rimbomba, mi fa venire la pelle d’oca. Mi è arrivata come un pugno nello stomaco, questa grandissima puttana.

Il primo ciclo di chemioterapia non è andato a buon fine purtroppo. Adesso è in ballo con il secondo ed è sotto osservazione in ospedale perché purtroppo anche una febbre dovrà essere monitorata con estrema cura. Se anche il secondo ciclo non dovesse andare a buon fine, oltre a una cura sperimentale che sta seguendo, l’anno prossimo dovrà fare il trapianto di midollo.

Mi viene da pensare a una cosa molto semplice, che non è giusto che un uomo di trentacinque anni possa ammalarsi di leucemia, per giunta di una forma acuta. Ho veramente sentito un profondo senso di ingiustizia e di impotenza in tutto questo.

L’ho detto anche a Peppe: dopo Marianna, Riccardo, Pasquale, dobbiamo perdere anche Vincenzo?

L’ho chiamato ieri pomeriggio e mi sono sentito rincuorato: l’ho sentito tranquillo e combattivo, sono molto contento di questo.

Non posso che fare il tifo per te, amico mio, tieni duro.

Posso fare molto poco per aiutarti, e questo mi fa sentire ancora più incapace, ma almeno permettimi di dedicarti il mio affetto e il mio sostegno tramite questo stupido blog, anche se probabilmente non lo leggerai mai.

E anche se sei in tournée da un ospedale all’altro lungo lo stivale, spero tanto di rivederti a breve per prendere un caffè insieme.

 

Vacanze

Vacanza, da vacante, il richiamo del vuoto.

Il vuoto fertile, come lo chiama Roberto Ruga.

In questi giorni, svuotiamoci allora, liberiamoci, un passo alla volta, da ciò che è futile, da ciò che è nocivo per noi, consentiamo alle piante e ai fiori di crescere, agli alberi di dare frutti maturi.

Facciamo spazio dunque.

A ciò che merita.

A chi lo merita.

Cioccolata Calda

Una cioccolata calda in compagnia.

Seduto a quel tavolo, con Ale, sua moglie e suo figlio tra le mie braccia. Questo bambino dolcissimo mi fa sorridere e mi riempie il cuore di gioia, ma mi sbatte in faccia con crudezza che di tempo ne è passato davvero tanto. Mi si stringe il cuore in gola, oltre al fatto che è domenica sera e il buon Giacomo lo diceva che tristezza e noia, che al travaglio usato Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Perché siamo adulti ed è una diaspora, un paio sono spariti e neppure mi mancano. E Andrea a Febbraio parte per la Spagna per una nuova vita.

Non ho molto da dire, se non che mi si stringe il cuore in petto, perché mi mancate da morire ragazzi. Mi mancano quegli anni e quelle certezze, magari non sapere dove andare, ma sapere con chi andare.

Adesso mi trovo in pieno viaggio, in alto mare. Non vedo ancora nessuna casa, una nuova casa, una destinazione. Dove sto andando?

Questo viaggio mi dà gioia e dolore, mi fortifica e mi abbatte. Ma l’unica mappa a cui posso affidarmi sono i segni del Divino, che solo chi ha buon fiuto può seguire.

Dove sei, Terra Promessa? Qual è la direzione da seguire?

Dammi un segno Papà. E guida i miei amici verso la loro, di Terra Promessa. E fa’ che non ci dimenticheremo l’uno dell’altro e che resteremo fratelli fino alla fine.

E abbracciami e fammi piangere un po’ ora, perché non sempre ce la faccio.

Amen

Sfigo Ricky – Capitolo 2 – Lo Spiovente

SfigoRicky.png

Lo spiovente costituisce probabilmente la principale peculiarità della richea morfologia. Come mostrato in figura, costituisce un’anomalia piuttosto evidente che lo rende un caso quasi unico nel suo genere.

Il primo ad accorgersi di tale caratteristica è stato il Dottor Celenza, detto Il Criceto. Un dì, mentre ci si accingeva a una seduta di gruppo di studi sfigo matematici, egli fece notare ai presenti un inquietante aspetto: la richea nuca presentava un terribile parallelismo con la parete adiacente a quest’ultima.  – Guardate il cranio di Nash! , pronunciò birichino Il Criceto, suscitando la curiosità dei presenti.

E’ necessaria, prima di proseguire, una doverosa digressione. John Nash costituisce il più antico dei richei soprannomi. Fu attribuitogli a causa delle sue notevoli capacità nel risolvere problemi matematici e fisici di estrema complessità. Nel corso di una lezione di informatica, fu il solito Criceto a presentarlo al docente, proferendo: – Prof. Lui è John Nash!, il quale, in tutta risposta, dichiarò: – Spero meno pazzo!. Mai speranza fu più vana, né risposta più profetica. Sovente, il nostro era chiamato Johnny da parte di Manganello,  ultras sfegatato del Milan, naturalmente assolutamente ignaro su chi fosse il vero John Nash. Stiamo parlando di un individuo che una volta, interrogato su come avesse passato il fine settimana, rispose all’autore con la seguente frase: – Ho usato il pene!

Ma non divaghiamo. In quell’istante, mai il nostro richeo amico avrebbe immaginato le conseguenze di poche parole messe alla rinfusa da parte del suo minuto collega.

Nei giorni a venire, le cricètee parole, apparentemente innocue, avevano maliziosamente stimolato la creatività dell’autore. Ai tempi, si era usi  disegnare caricature dei colleghi universitari e dei docenti più buffi che occupavano l’aula durante le tediose ore di lezione. Erano momenti in cui a stento si trattenevano le risa, con il grosso rischio di essere malamente cacciati dal docente di turno. In tutto questo, si soleva raffigurare il richeo volto unicamente mediante una rappresentazione frontale. La cricètea osservazione sulla conformazione cranica del Ricky fornì un punto di vista innovativo, alla stregua di una nuova corrente pittorica. Per l’autore fu un momento di transizione, un po’ come un Picasso che lascia alle sue spalle il periodo rosa per entrare di prepotenza nel cubismo. Da quel momento, si cominciò a mettere a frutto una rappresentazione laterale del richeo volto, essendo il profilo ben più ricco di dettagli capaci di fargli perdere la dignità, suscitando le risa di coloro che gli stavano attorno. Nelle frequenti rappresentazioni, la nuca, paurosamente verticale e pertanto denominata lo spiovente, era solitamente l’ultima ad essere tracciata, ma non per questo si dava minor importanza ad essa. Al tenue tratto atto a demarcare gli inconfondibili lineamenti del viso, seguiva un violento quanto rumoroso procedere verticale della penna, che rompeva prepotentemente la tensione accumulata fino a quel momento, mettendo inesorabilmente nero su bianco la terrificante verticalità della cervice. Era proprio l’echeggiare di tale suono a cagionare il maggior scalfirsi della richea dignità, mentre i suoi compagni esplodevano in una risata liberatoria. Il richeo amico reagiva con smorfie di disperazione, alla ricerca di un’onorabilità che cominciava pericolosamente ad oscillare.

Sovente, il richeo amico veniva raffigurato sempre di profilo, ma con il corpo di un ortaggio, il più delle volte una Daucus Carota, spesso dovuto ai bizzarri colori vegetali con cui soleva abbigliarsi, tematica rimandata al capitolo successivo. In altre occasioni, si era soliti riprodurre il richeo profilo alla stregua di un monte dei suicidi, aggiungendo al suo volto dei simpatici ometti stilizzati sul capo, mentre si lanciavano disperati lungo lo spiovente. In altre occasioni, a causa della tendenziale richea lamentosità, l’autore, per smorzare le sue geremiadi, lo invitava a non avere il primato della sofferenza e per rafforzare il messaggio, armato di gessetto, riproduceva alla lavagna il richeo profilo su un ipotetico podio del dolore, naturalmente medaglia d’oro. In queste occasioni, il richeo non ci vedeva più dalla frustrazione e fuggiva via inviperito dall’aula presso cui si era recato per una sessione di studi. Infine, la verticalità della nuca, unita alla forma tendenzialmente rettangolare del richeo cranio, permetteva a quest’ultimo di essere trasformato secondo Fourier, ottenendo nel dominio delle frequenze un cranio avente forma di seno cardinale.

Nel prossimo capitolo, ci occuperemo di un altro baluardo che ha contribuito a scalfire la dignità di Ricky: l’abbigliamento.

Lettera a un vecchio amico

Quando per la prima volta ho sentito dire da qualche parte, forse in una canzone di Ligabue, che le persone vanno e vengono, non ci avevo dato molto peso. L’ho sempre considerata una stupida frase fatta. Avevo forse quindici o sedici anni. L’adolescenza vissuta in pieno sembra infinita. Quel periodo sembra eterno e immutabile. Ti fa sentire immortale. Il nostro gruppo di amici è stato così unito negli anni delle superiori che certe cose si fa finta di non vederle. Si ignorano emozioni e antipatie, pur di stare insieme. Si ignora il sospetto che quei tempi possano prima o poi finire.

Caro Riccardo, se non ricordo male, l’ultima volta che ci siamo visti correva l’anno 2005. Era estate. C’era una festa nella casa in campagna di qualcuno. E bevevi birra. Tu che al liceo non hai mai toccato un goccio di alcol. Credo che quella sera ci siamo salutati a malapena. Sono passati quattordici anni.

Avevamo costruito un bel rapporto, negli anni delle superiori. Eravamo coetanei, in due classi diverse, con molti professori in comune. Ti ricordi la tua Fiat Punto verde? Prendere la patente è stata una delle più grandi conquiste al compimento dei nostri diciotto anni. Io, invece, avevo una Ford Ka in quel periodo. Ti ricordi? Sono stato il primo a prendere la patente e sei stato uno dei primi a salire su quel catorcio.

Volevo ringraziarti per avermi fatto conoscere Antonello Venditti in quel periodo. E’ un po’ che non lo ascolto, ma credo di aver capito cosa ci univa a quei tempi: una sorta di malinconia di fondo e una profonda sensibilità.

Terminato il liceo, abbiamo preso strade diverse. La stessa facoltà, ma tu sei rimasto nella nostra città. Io sono andato via. E purtroppo, quando si è così uniti e ci si vuole così bene, ho ormai capito che questo vuol dire tradirsi a vicenda. Ed è così che, tra le altre cose, il dolore dell’addio si è trasformato nel germe dell’invidia. I tuoi esami non andavano bene quanto i miei, e, quando ci siamo rivisti, hai attribuito la cosa al fatto che io avessi scelto l’università in una sede in cui lo stesso corso di laurea era più facile del tuo. In tutta risposta, ti ho detto che accampavi scuse, perché non eri all’altezza di quella facoltà. Da allora i nostri rapporti si sono incrinati e, vivendo ormai lontani, non è stato più possibile recuperare.

Poi mi è arrivato un messaggio, tre anni e mezzo fa:

– Dino, scusa se faccio l’uccello del malaugurio: purtroppo Riccardo è morto.

Non sapevo che fossi ammalato. Credimi e perdonami, eri completamente caduto nell’oblio per me. All’improvviso, sei tornato con violenza nei miei ricordi.

E ho pianto tanto per te. E se sei lassù penso che tu lo sappia e mi abbia visto.

E piango anche adesso che ti scrivo queste righe. Piango per quella giovinezza che volge al termine. Piango perché mi mancano le sigarette che abbiamo fumato insieme. Piango perché la vita mi ha portato lontano e continua a farlo. Piango perché la affronto da solo e per orgoglio non chiedo l’aiuto di nessuno, ma va bene così. Perché non voglio pesare sugli altri. Perché voglio fare esperienza. Perché mi piace l’avventura. Perché ancora non riesco a vedere l’amore degli altri come qualcosa di completamente disinteressato. Perché faccio fatica a fidarmi. Perché tutto sommato sono contento della mia vita, ma come dicevo oggi a Piero, il fatto di aver scelto di viverla a modo mio, mi porterà sempre a farmi sentire in colpa nei confronti degli altri.

Arrivederci amico mio. Sono contento di non averti dimenticato. Sono contento di trovare ancora il bello della nostra amicizia, nonostante gli screzi. Sono contento che tu mi abbia lasciato qualcosa di te.

Mi sarebbe piaciuto rivederti e fumare ancora una sigaretta assieme a te.

E magari, perché no, finalmente berci anche una birra sopra.