Gratitudine

Siedo la mente svuotata con gli occhi
chiusi da solo già affondo col cappio
al collo stringe l’estremità altra
grave una pietra rallenta il cammino
col mondo attorno ormai fermo lontano
distanti tempi di abbracci bramati
ora che il Grande Fratello ha vietato
stringersi amarsi donarsi trovarsi
solo mi affido alla speme e all’imago
d’un Padre assente che tace ed attende
che il figlio suo si rimetta in ascolto
a quella guida seconda paterna
le cui tenzioni sol’ora comprendo
a quei fratelli che sfidan la sorte
brindano insieme al presente e al futuro
vecchi compagni che mandan parole
aman rimembrano mostrano e sono
quei consanguinei silenti discreti
sì rispettosi dei silenzi miei
e quella donna con tanta passione
legge e gran sete di vero trasmette
dalle sue lenti e dagli occhi sì freschi
erge il dolore a cui resta legata.

 

Impotenza

Senti un senso di impotenza che ti schiaccia il petto, quando ti comunicano che qualcuno a te molto vicino si è ammalato.

Alzi la cornetta, ti sforzi di essere fermo e rassicurante, cerchi di vincere il profondo imbarazzo dovuto al fatto che non ti fai sentire praticamente mai.

Tenti di sviare il discorso e di parlare d’altro, addirittura di progetti futuri, di incontri.

Provi a essere rassicurante, ché non è accaduto nulla, ché tutto si risolverà con una piccola operazione, e magari andrà proprio così, mentre in realtà non sai davvero di cosa cazzo parlare e ti vergogni mortalmente perché lo sai anche tu che stai dicendo un mucchio di stronzate che non pensi, perché un tumore non è mai uno scherzo, né per chi se lo becca, né per i suoi familiari.

La verità è che non riesci a immaginare neppure come possa sentirsi la persona all’altro capo del telefono.

E ti senti impotente e in colpa, perché è così: non puoi farci veramente nulla. Non hai la minima briciola di potere per riuscire a guarire l’altra persona, per rassicurarla, niente di niente.

E c’è un’altra verità, ancora più difficile da riconoscere e da ammettere a se stessi: la persona che si ammala ti fa pure incazzare. Come si permette di ammalarsi e di farmi soffrire? Come osa distogliermi dai miei obiettivi, dai miei progetti, dai miei spazi? Come osa invadere il mio territorio ed esigere indirettamente le mie attenzioni, con la sua malattia?

E c’è di più. So già che, se nei prossimi giorni ci saranno momenti in cui non sentirò il dolore, e inizierò a sentirmi in colpa anche per questo.

Dio mio, ma quante altre sberle mi vuoi dare? Sono cinque anni che va avanti questa storia. Non è sufficiente? I novantenni non si ammalano più? Fai crepare qualche vecchio centenario ogni tanto, e che cazzo!

Amici, parenti, possibilmente giovani e sotto i quarantacinque anni: c’è qualcun altro di voi che deve beccarsi un tumore? Una leucemia? Chi sarà il prossimo? Fatemi sapere, avanti. Ammalatevi tutti. Coraggio, fatemi pesare il vostro dolore, mentre io sto bene e me la spasso, cazzo.

E il groppo in gola si fa di nuovo grosso e torna a soffocarmi.

Sono un uomo fortunato, nonostante tutto. La Vita mi ha dato e mi sta dando veramente tanto. Dopo tanti anni, non l’avrei mai detto, sono un uomo sereno e a volte anche felice.

Fa terribilmente male, però, vedere che le persone a cui vuoi bene e che ami soffrono.

Tutto ha un prezzo. E chi ami e ti ama, quasi mai ti segue.

 

 

 

Un nuovo capitolo

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Mi è arrivata una telefonata qualche giorno fa.

Era sera, ho visto la chiamata persa di Peppe, un mio amico dei tempi del liceo. Non l’ho mai scritto, ma ho frequentato il Liceo Scientifico, Piano Nazionale Informatico. Non ci sentiamo molto spesso, Peppe e io. Sono io a non cercarlo di solito. I rapporti con i compagni delle superiori, essendo stati molto intensi in quegli anni, sono per me molto difficili da gestire. Ho sempre il timore che loro si aspettino da me cose che non mi interessano più e di sentirmi etichettato. Mi sento ormai molto lontano rispetto a quei tempi in cui non mi conoscevo minimamente e non avevo idea di chi fossi, e mi sento profondamente infastidito quando qualcuno cerca di attribuirmi nuovamente delle maschere del passato, forse per una sorta di operazione nostalgia a cui fondamentalmente non voglio partecipare. Non che io non provi nostalgia per il passato, sono umano anche io ed è sano non negare nessun tipo di emozione, e siamo alla seconda doppia negazione, ma sono così immerso nel mio presente, così impegnato in una progettualità autentica della mia vita, che a volte tendo a considerare la nostalgia come una zavorra, una palla al piede che mi appesantisce e non mi consente di muovermi agevolmente. Devo dire però che, negli ultimi tempi, almeno con alcuni di loro sono riuscito a trovare un nuovo equilibrio, sono stato in grado di far passare questo messaggio e sembrerebbero aver capito. Sono bastati in realtà dei silenzi, non ho dovuto neppure sprecare parole inutili, del resto Elle Elle me lo dice spesso che la scuola di Palo Alto insegna che non possiamo non comunicare, e siamo alla terza doppia negazione. In ogni caso, sono felice di questo, stiamo provando, con pazienza e cura, a ricostruire un rapporto nuovo, basato sul rispetto reciproco delle nostre esigenze.

Dicevo dunque. Rientro dal lavoro e trovo la chiamata persa di Peppe. Ho pensato subito a una brutta notizia. Di solito Peppe, negli ultimi anni, mi chiama unicamente per comunicarmi brutte notizie, ad esempio che un nostro conoscente comune è morto, o peggio ancora, che si è sposato. Forse la volta più tragica è stata quando mi ha chiamato per dirmi che si sarebbe sposato lui, povero figlio.

Apro una piccola parentesi, giusto per intenderci. Non sono generalmente contrario al matrimonio. Sono contrario al matrimonio inconsapevole, cosa ben diversa. Quel matrimonio voluto da qualcun altro che non sia il diretto interessato. Forse la maggior parte dei matrimoni.

Ma non divaghiamo. Stavo cenando e ho persino lasciato a metà la mia insalata con tonno e mais, come se a qualcuno possa interessare cosa stessi mangiando, per prendere il telefono e richiamarlo. Ero contento di farlo e non vedevo l’ora di sentirlo, cosa che non mi capitava davvero da tanto tempo, forse perché quel giorno, dopo averne parlato con un caro amico, avevo deciso di iniziare a coltivare la tenerezza e la compassione, di riconoscere i miei sensi di colpa verso la mia famiglia di origine e gli amici del mio paesino, dopo tanta rabbia che serviva unicamente a mascherarli e ad allontanarmi da loro sempre di più. Il bello è che l’amico in questione aveva concluso la mia presa di posizione con la seguente frase: “Da oggi, si apre un nuovo capitolo!”.

E infatti, si è aperto un nuovo capitolo, eccome se si è aperto.

– Come stai Dino, hai sentito Vincenzo negli ultimi tempi?

Capisco immediatamente che è successo qualcosa a Vincenzo, porca troia. Lo capisco dal tono di voce di Peppe, è senz’altro così. Mi mordo la lingua e mi trattengo dal chiedergli direttamente se sia morto.

– Sì, l’ho sentito a settembre, qualche giorno prima del tuo matrimonio, per chiedergli l’IBAN a cui farti il bonifico per il regalo, visto che non l’avevi messo nell’invito. Perché me lo chiedi? E’ successo qualcosa?

A questo punto Peppe, come previsto, mi invita a mettermi comodo e inizia a raccontarmi che Vincenzo è un donatore di sangue. Mi racconta che dopo le analisi di routine che precedono la donazione, fatte in estate, gli era stata negata la possibilità di donare in quanto erano stati riscontrati dei valori anomali di globuli bianchi. Ha dovuto pertanto ripetere le analisi, prima a cadenza mensile, poi a cadenza quindicinale, poi quasi giornaliera, per scoprire, di volta in volta, che i globuli bianchi continuavano ad aumentare. Peppe mi ha detto in realtà che stavano diminuendo, pezzo di ignorante che non è altro. Ovviamente, mentre raccontava, era visibilmente scosso dalla cosa ed emozionato, per cui, nonostante la mia severità di cui recentemente sto prendendo sempre più consapevolezza anche grazie a Elle Elle, lo perdono.

Morale: pochi giorni dopo la telefonata che gli avevo fatto a settembre, e questo lo scrivo mentre ascolto Private Investigation dei Dire Straits, Live at Hammersmith Odeon, London/1983, Vincenzo ha scoperto di avere la leucemia.

Leucemia. La parola stessa suona come una coltellata, rimbomba, mi fa venire la pelle d’oca. Mi è arrivata come un pugno nello stomaco, questa grandissima puttana.

Il primo ciclo di chemioterapia non è andato a buon fine purtroppo. Adesso è in ballo con il secondo ed è sotto osservazione in ospedale perché purtroppo anche una febbre dovrà essere monitorata con estrema cura. Se anche il secondo ciclo non dovesse andare a buon fine, oltre a una cura sperimentale che sta seguendo, l’anno prossimo dovrà fare il trapianto di midollo.

Mi viene da pensare a una cosa molto semplice, che non è giusto che un uomo di trentacinque anni possa ammalarsi di leucemia, per giunta di una forma acuta. Ho veramente sentito un profondo senso di ingiustizia e di impotenza in tutto questo.

L’ho detto anche a Peppe: dopo Marianna, Riccardo, Pasquale, dobbiamo perdere anche Vincenzo?

L’ho chiamato ieri pomeriggio e mi sono sentito rincuorato: l’ho sentito tranquillo e combattivo, sono molto contento di questo.

Non posso che fare il tifo per te, amico mio, tieni duro.

Posso fare molto poco per aiutarti, e questo mi fa sentire ancora più incapace, ma almeno permettimi di dedicarti il mio affetto e il mio sostegno tramite questo stupido blog, anche se probabilmente non lo leggerai mai.

E anche se sei in tournée da un ospedale all’altro lungo lo stivale, spero tanto di rivederti a breve per prendere un caffè insieme.

 

Cioccolata Calda

Una cioccolata calda in compagnia.

Seduto a quel tavolo, con Ale, sua moglie e suo figlio tra le mie braccia. Questo bambino dolcissimo mi fa sorridere e mi riempie il cuore di gioia, ma mi sbatte in faccia con crudezza che di tempo ne è passato davvero tanto. Mi si stringe il cuore in gola, oltre al fatto che è domenica sera e il buon Giacomo lo diceva che tristezza e noia, che al travaglio usato Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Perché siamo adulti ed è una diaspora, un paio sono spariti e neppure mi mancano. E Andrea a Febbraio parte per la Spagna per una nuova vita.

Non ho molto da dire, se non che mi si stringe il cuore in petto, perché mi mancate da morire ragazzi. Mi mancano quegli anni e quelle certezze, magari non sapere dove andare, ma sapere con chi andare.

Adesso mi trovo in pieno viaggio, in alto mare. Non vedo ancora nessuna casa, una nuova casa, una destinazione. Dove sto andando?

Questo viaggio mi dà gioia e dolore, mi fortifica e mi abbatte. Ma l’unica mappa a cui posso affidarmi sono i segni del Divino, che solo chi ha buon fiuto può seguire.

Dove sei, Terra Promessa? Qual è la direzione da seguire?

Dammi un segno Papà. E guida i miei amici verso la loro, di Terra Promessa. E fa’ che non ci dimenticheremo l’uno dell’altro e che resteremo fratelli fino alla fine.

E abbracciami e fammi piangere un po’ ora, perché non sempre ce la faccio.

Amen