Ade

Su una remota collina un castello
s’erge perfetto nel regno natale
ove il vetusto ricordo m’assale
di luce ed ombra di sfida a duello;

congiunge il cielo e la terra, un orpello
ch’è d’otto lati, d’età medievale,
d’un grande eclettico, uomo regale,
triplice vista al villaggio più bello.

Di quel villaggio or emerge il richiamo,
se porrà fine al mio peregrinare,
esploratrice solinga d’abissi.

Ade, ebbi modo che non mi rapissi,
come Persefone fosti a violare,
libro per Eros, non voro il tuo amo.

Pasqua Nera

Oggi la Luce sperata non sorge.
Tace, le tenebre tundono il petto,
pungono l’alma alla stregua d’insetto,
alla sua prole l’ausilio non porge.

Steso ed inquieto, mi pongo in ascolto,
nel nero mar mi ritrovo annaspare,
lascio quest’onde di pece invischiare
tutto l’intero mio spirito stolto.

Morte a cui manca la Resurrezione,
la Pasqua Nera m’inchioda al suo legno,
dei miei delitti pagare il mio pegno
devo, serbando le gesta in coazione

allorché l’ombra dall’Ade si scioglie
nel fiume salso del pianto che leva
l’animo attende ch’in dono riceva
musiche e danze e un amplesso ch’accoglie.