Giorni Nefasti

Su sabbia nera seduto all’occaso,
rimiro il mare scuro piano e denso,
e mentre seggo a quell’avvenir penso,
l’uman consorzio ormai da furia invaso.

Ripenso al Padre, imperfetto, reciso,
il limite rimosso, surreale,
rivoluzione che volge al banale,
il vecchio saggio visto com’inviso.

Iconoclasti, che fan del passato
scarlatta e nuda carne da macello,
per libertà ch’avemmo assai implorato.

Giorni nefasti, dei qual non favello.
Imbratta, o Giuda, l’idol venerato,
viltà ch’intinge il sangue nel pennello!

Tu Voli

Crassa caligine, densa ricorre,
cinerea lungo il labbro dello iato,
spesse fuliggini, intense zavorre
fulminee, giungi ebbro di peccato.

Fallaci colpe, a puerizia spettanti,
trascendi, giunto è il tempo che ciò avvenga,
mendaci volpi, tristizia imploranti,
soffrendo spunti, e inciampo non sovvenga.

Dall’agro qui in pianura ammiri i colli,
sui qual permangon, minuti e più soli,
Titani antichi, eroici ed immortali,

e, magro per l’abiura, aggiri folli
villani e ricchi, all’indice, banali,
di mal non tangon, canuti. Tu voli.

La Pioggia Cede

La pioggia cede, da grigia, giù, volta,
scrosci me cullan dell’acqua battente,
le verdi frasche danzano contente,
sì dolci e lasche, al viridario accolta.

La mente incede, dall’estra, giù, dentro,
spume me cingon nell’acqua stagnante,
azzurre rimembranze di rimpiante
quell’iridi ch’al cor fecero centro.

E’ sera, cogitante sul donarsi
permango immoto, di demerger muto
temendo, e intanto so che è quanto bramo.

Io non t’ignoro, amor, t’ho conosciuto
seppur esterri me, tu sei catarsi,
dolendo gioia, a cui ci abbandoniamo.

Dai Colli il Sole

Sì forte spinge l’acqua sulla diga,
stagnante, pregna, e scura, di risposte,
intanto segni median forze opposte,
la tela intingon vacua e tutto intriga.

Sì lenta crea le crepe sulla pietra,
paziente, degna, e pura, d’esser spressa,
già monda ‘gegni e cure dà a chi in essa
sé merge, idea gli scopi, e non arretra.

Del gaudio il Lume alfin farà ritorno,
il fuoco infiammerà quel sangue nostro,
liquor proromperà, salso e bruciante.

Dai colli il Sole infin verrà un bel giorno,
nel cielo splenderà, quel pingue mostro
dolor più non darà, mia dolce amante.

Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

Domenica

Domenica di tregua,
l’ispira quel novello verde intorno,
volatili sonanti all’albeggiare.
Le s’apron l’occhi, il sonno si dilegua,
pensieri d’ogne parte fan contorno,
dolori e gioie avverte levitare.
Con quel profondo mare,
che calmo, pieno, appare in apparenza,
di pesci e di coralli, vi si fonde,
tesori variopinti che nasconde
ai pescator con lenza.

Lor tentan di carpire,
violenti, quant’emerga da quell’acque
di chiaroscuri armonici e contrasti.
Lei siede e intanto nulla può scalfire
il novo Sé che da tormento nacque,
libratosi da quegli strazi vasti.
Un tempo assai nefasti
le furon, sendo ‘gnoti ad ella stessa,
d’altere volontà poiché diretta,
in forma d’un infìda trama intessa,
ch’ormai forte rigetta.

Giornata soleggiata,
distesi corpi e menti, guerra e pace
s’alternan già, rumor di sottofondo,
d’un’esistenza alfin non più evitata
che dona in premio a sol chi n’è capace,
di regger con distacco il crudo mondo,
con spirito giocondo.
Sapore di caffè sul suo palato,
l’amaro ormai gradevole sollazza,
un altro sorso dopo aver posato
le labbra sulla tazza.

Attendon sotterrati,
ancor quei pianti antichi non espressi
che spinse, per decoro, giù, rimossi,
che furon tant’a lungo rimandati,
per moniti censori ed indefessi,
ch’infine con fatica furon scossi,
dei qual non restan ch’ossi.
Il crepitar avverte sua vetusta
la pelle, crepe aperte, uno sfaldarsi,
vizzita e dura cade al suolo angusta,
ed ecco, rosea e soffice mostrarsi.

Autentica si spoglia,
v’è lei, totale sorta e rinnovata,
lucente, ma erudita sulle ombre,
paura più non ha della sua voglia
furente, per timor ch’avea cultata,
il capo e l’alma alfin si svelan sgombre,
d’angustie tant’ingombre.
Lo sente il desiderio genuino
per quella danza torbida e pulita,
d’amore puro immondo, eppur divino,
ch’a fondere le carni già l’invita.

O versi, oggi composti,
all’Anima parlate e offrite spazi,
ché già pagò salati l’alti dazi.
 

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 4

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 3)

Quella lunghissima doccia era terminata. E, a suo modo, sotto l’acqua calda, aveva pianto. Tre, forse quattro fiotti di lacrime dense, calde, candide come la neve, lanciate contro il cristallo della cabina, che gli avevano procurato un piacere spento, scialbo, a cui aveva fatto seguito, immediatamente, il solito senso di colpa, che gli mandava un messaggio chiaro, ma che lui ancora non era in grado di interpretare: stava sprecando la sua vita.

Uscì dalla cabina, ritrovandosi nell’ampio bagno, saturo di condensa, afferrò un grigio accappatoio che si trovava appeso al gancio adiacente al box doccia e lo indossò. La sua tardiva erezione si stava ormai spegnendo. Infilò un paio di ciabatte di spugna e si avviò verso il soggiorno.

Si avvicinò a un grande tavolo bianco che si trovava al centro della sala, sul quale aveva lasciato lo smartphone. Oltre alle migliaia di notifiche che gli giungevano come sempre da Facebook, alle quali ormai era del tutto assuefatto, trovò una ventina di chiamate perse. Afferrò il telefono e iniziò a scorrerne la lista, nella speranza che la sua donna lo avesse richiamato, ma non trovò quello che forse desiderava di più in quel momento. Sentì un profondo senso di amarezza, che fece nuovamente capolino sotto forma di quell’insopportabile nodo in gola, incapace di tramutarsi in un pianto vero. Continuò apaticamente a scorrere l’elenco delle telefonate ricevute, finché non ne trovò una di Vittorio Sgarbi. Temporeggiò un attimo, non si sentiva esattamente dell’umore giusto per contattarlo e, dopo averci pensato su per un minuto buono, decise comunque di sapere cosa avesse spinto il noto critico d’arte a telefonargli. Pigiò con l’indice sul suo nome, avviando la telefonata. Dopo un paio di squilli, Sgarbi rispose:

– Capra nana!

– Torzolo! – fece in risposta Scanzi, ritornando a recitare il suo ruolo in commedia, pur sentendosi senza forze. L’orgasmo di qualche minuto prima aveva vagamente anestetizzato il senso di morte che provava prima della doccia, ma ciò nonostante, si sentiva fiacco e completamente svuotato, percepiva marciume nelle sue budella. Ritrovando un barlume di energia, replicò subito piccato: – Ancora con questa storia della capra nana, Vittorio? Ma lo sai bene anche tu che sono alto un metro e ottantotto centimetri, dai! 

– Lo so bene, dai, stavo scherzando Andrea! – rispose Sgarbi, con fare insolitamente educato e paternalistico, aggiungendo poi, comprensivo: – Mi spiace che tu ci sia rimasto male…

– Stai tranquillo, Vittorio, sono solo molto stanco, credimi. Se posso parlarti con sincerità, tutto questo teatrino a volte mi fa sentire sotto pressione. Un milione e settecentomila follower su Facebook non sono uno scherzo da gestire. Non mi sento sempre all’altezza. 

– Sai qual è il tuo problema, amico mio, se posso darti un consiglio, da persona con più esperienza? Per quanto tu sia pungente nei tuoi interventi, a volte sei un po’, lascia che te lo dica, “impostato”, poco spontaneo. Si vede che manca autenticità nei tuoi video. Certo, buona parte degli utenti abbocca, del resto sono delle zucche vuote, ignoranti come capre, però posso capire che mostrarsi sempre impeccabile ti faccia sentire, in qualche modo, in gabbia. Nel mio caso, me la passo molto meglio e lo hai fatto notare anche tu, in maniera molto intelligente e mordace, nel tuo ultimo video su Facebook contro di me: posso fare sfuriate, perdere le staffe, per farla breve, lasciare che il mio spirito dionisiaco prenda completamente il sopravvento, posso persino non lavarmi i capelli e i denti: non mi dirà mai nulla nessuno. Lo sanno come sono fatto e me le perdonano tutte. Posso permettermi qualsiasi tipo di bassezza, compreso farmi riprendere in televisione, nudo, mentre sto cagando, cosa che tra l’altro ho fatto qualche tempo fa, e lo sai benissimo. Io sono un uomo libero, caro il mio Scanzi. Prova a farla tu, una cosa del genere Andrea. Prova, un giorno, a fare una diretta Facebook, mentre ti stai facendo una sega, magari sotto la doccia, con quelle merde di Pink Floyd in sottofondo. Chissà, magari te ne sei fatta una poco fa. Bene, sappi che ti prenderebbero tutti per matto, caro mio. In un istante, tutta la tua reputazione, il tuo perfezionismo ostentato, che altro non è che un chiaro sintomo di fragilità e di inferiorità, andrebbe a farsi benedire. Io, invece, carissimo Andrea, ho fatto da subito una scelta: ho deciso di scoparmelo e di sposarlo, il mio lato oscuro. Ci vado a letto tutte le notti con lui, e, guarda un po’, dormo come un bambino. E tutto sommato, credimi Andrea, sono una persona felice. Tu dici che buona parte di quei coglioni che mi seguono lo facciano per prendermi per il culo? E’ probabile, anzi, ne sono certo anch’io. Ma credimi, Scanzetto: alla mia età non ha alcuna importanza, non devo dimostrare nulla a nessuno e, se posso aggiungere una cosa, non aveva importanza neppure in passato, quando avevo la tua età. Ho studiato, ho letto tanto. Questo mi ha permesso di conoscere l’essenza dell’essere umano, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature, che sono fondamentalmente anche le mie, ci mancherebbe altro. Credimi, lo dico perché lo penso davvero, al contrario di te, che lo dici perché te ne vuoi convincere: i miei insulti e le mie sfuriate sono solo parte di un personaggio televisivo che mi sono creato. Anzi, già che siamo qua, ne approfitto per scusarmi se posso averti ferito qualche volta, nei miei interventi. Adesso chi ti parla è uno Sgarbi diverso, forse lo Sgarbi più autentico, uno Sgarbi che sa anche amare e che, comunque, nutre nei tuoi confronti la stima che può avere un padre nei confronti di un figlio intelligente, ma un po’ discolo, uno di quei ragazzi un po’ irrequieti che vuole farsi notare a tutti i costi dagli adulti.

Scanzi lo ascoltò per la prima volta in vita sua con attenzione, forse il professore non aveva tutti i torti e, stranamente, sentiva che aveva toccato i tasti giusti. In ogni caso, stupito della benevolenza e della disponibilità mostrata dal critico d’arte, ne approfittò per chiarirsi un attimo con quest’ultimo:

– Senti Vittorio, oggi non sto benissimo e, permettimi di parlarti con il cuore in mano. Ti dico la verità, quando mi hai dato dello iettatore e del leccaculo dei Cinque Stelle ci sono rimasto molto male. Considera che io ci credo davvero al loro progetto di democrazia diretta e credo che Gianroberto Casaleggio fosse davvero un visionario. Con molti di loro sono amico e quindi… – gli si ruppe la voce, forse Sgarbi stava riuscendo a farlo piangere finalmente, quella conversazione stava avendo un effetto catartico sul giornalista. – Vittorio – continuò singhiozzando – ti scongiuro, non distruggere i miei sogni, non farmi credere che non esista un mondo migliore. Beppe Grillo ci ha donato una speranza, la possibilità di una politica nuova, trasparente, onesta, la speranza di un’Italia più giusta…

– Mi dispiace davvero, Andrea, anzi, mi fa piacere che tu me l’abbia detto. Scusami, te lo dico con il cuore! – Sgarbi, nel privato, sembrava assai diverso rispetto al personaggio televisivo.

– Ti abbraccerei se fossi qui, Vittorio! – fece Scanzi ormai totalmente preda delle sue lacrime, che scendevano salate dai suoi occhi azzurri e gli rigavano il volto. – Mi consideri ancora il tuo erede? 

– Ma certo Andrea! Sei come un figlio per me! Purtroppo, però, lo stai capendo anche tu che ci tocca fare questo, insultarci, mandarci a cagare, fingere di essere nemici. E sai perché lo facciamo? Per continuare a esistere, per sentirci vivi, per esorcizzare, fondamentalmente, la paura della morte. Tu sei sulla soglia dei cinquanta ormai. E’ questo che ti angoscia. Non prenderla così, dai! 

– Certo Vittorio, certo… – Scanzi si era finalmente sfogato, era riuscito a manifestare i suoi reali sentimenti. Si sentiva più leggero. 

– Ascoltami, Andrea – continuò Sgarbi – te lo dico con molta franchezza: non ho nessuna voglia di sfidarti a Mediaset. Sono un uomo stanco anch’io, ho una certa età e il medico mi ha consigliato di riposarmi un po’. Se sei d’accordo lascerei perdere, cosa ne dici?

– Sì, Vittorio, stavo giusto per dirti questo, è un periodaccio. Ieri sera, ho avuto un violento litigio con la mia compagna. Ho provato a contattarla, ma mi ha bloccato su Whatsapp. Non è che potresti provare a sentirla?

– Va bene, Andrea, ti faccio sapere se so qualcosa e ti richiamo! Adesso ti saluto, ho un po’ di cose da fare. Ciao, capra nana! – fece affettuosamente.

– Ciao, Vittorio, grazie di tutto! – Scanzi si congedò e chiuse la chiamata.

Sgarbi fece altrettanto. A quel punto, posò con cura lo smartphone sul mobile dinanzi al letto matrimoniale, puntandovi lo schermo con estrema precisione e, subito dopo, avviò la registrazione di un video. Si voltò. Ad attenderlo lì, c’era la compagna di Scanzi, la quale giaceva indossando unicamente un baby doll bianco, che contrastava magnificamente con la sua carnagione olivastra. Squadrava il critico d’arte con voluttà, mentre teneva appoggiati l’indice e il medio della mano destra sulle labbra.

– Avvicinati, Professore…- proferì lei, con sguardo sornione e suadente.

Sgarbi, mantenendo un’espressione seria, come se stesse pensando ad altro, si liberò degli occhiali, li appoggiò accanto allo smartphone e, dopodiché, si pettinò come consuetudine il ciuffo di capelli bianco con un singolo gesto della mano destra. L’ex-sindaco di Salemi si trovava già squallidamente nudo, mostrando il suo vecchio corpo flaccido di cui andava comunque fiero, esibendo una pancia prominente e un mediocre e turgido pene. Si avvicinò al letto lentamente e vi salì sopra con estrema calma, ponendosi poi nella posizione del missionario dinanzi alla donna di Scanzi, guardandola severamente nei suoi grandi occhi scuri. Anche lei lo guardava, con intenso desiderio, un desiderio rancoroso che sapeva di vendetta. Si sentiva pronta finalmente a congiungersi carnalmente con il critico d’arte.

– Grazie, Vittorio, per esserti lavato almeno i denti stavolta… – fece lei – adesso ci divertiamo un po’, e, quando abbiamo finito, manda pure questo bel filmato a quella grandissima testa di cazzo…

Terminata quella frase, si guardarono ancora per pochi secondi negli occhi e, a quel punto, si affondarono reciprocamente le lingue in bocca.

 

A te

Sta’ qui, presenzia, viva e piena, o Musa,
discreta, attendi, ascolta i miei silenzi,
riparo da fiumana che cadenzi,
loquela che s’espande com’intrusa.

Dimanda pur, ma parlami da dentro,
mandàti negligenti o perentori
son come piè su prato pien di fiori,
amiamo, venerando il nostro centro.

A te, che qui sei occorsa d’improvviso,
di vesti priva, mergiti nel fiume,
e lasciati rapir dalla corrente,

che trarti possa all’urbe tua, imminente,
che quel liquor perspicuo faccia Lume,
speciosità permanga sul tuo viso.

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 3

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 2)

Andrea e la sua compagna si tenevano per mano, mentre percorrevano a passo lento il sentiero che costeggiava il fiume. Quel parco era enorme, sterminato. Non vi era anima viva a parte loro due. Nell’aria c’era un fresco gradevolissimo e un buon profumo di fiori, avevano finalmente trovato un polmone verde tutto per loro, lontano dall’inquinamento cittadino. Entrambi indossavano le mascherine sanitarie per via dell’emergenza Covid-19, ma ciò nonostante, non potevano nascondere i loro occhi, mentre si guardavano teneramente, felici. Sì, erano felici, profondamente, al settimo cielo: erano insieme, mano nella mano, dita intrecciate, mentre si trasmettevano calore e gioia. Lei, così minuta, rispetto al metro e ottantotto del giornalista aretino, la carnagione olivastra, a far da contrasto al di lui pallore. Lei, che lo guardava orgogliosa, comprensiva. Sapeva tutto di lui, sapeva che Andrea si comportava da ragazzino egocentrico per le sue fragilità, le sue ferite infantili, il suo rapporto conflittuale con i genitori, le prese in giro dei compagni di scuola, che gli avevano scatenato quel desiderio di rivalsa. Lei era comunque lì, non sarebbe mai andata via, sarebbe rimasta per sempre al suo fianco, aspettando pazientemente il momento in cui avrebbe messo da parte il suo narcisismo, la sua presunzione, per lasciarsi andare all’amore vero, al dono, alla generosità autentica. Anche lui la guardava, in quei grandi occhi castani, sentiva di amarla, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarsi andare, temeva che tutto quell’amore l’avrebbe soverchiato, che gli avrebbe fatto perdere il controllo e, in quel caso, avrebbe dovuto rinunciare per sempre al personaggio nevrotico e tronfio che aveva costruito faticosamente nel corso di quei lunghi anni.

D’un tratto, Andrea decise di concedersi un momento di spontaneità: cominciò a correre lungo il sentiero. Lei lo seguì a ruota, si tenevano ancora per mano e ridevano, ridevano pieni di vita, a crepapelle, mentre nel circondario si udivano solo ed esclusivamente i loro passi frettolosi sull’erba bagnata e le loro risate autentiche. Deviarono dal sentiero, nel prato, e corsero entrambi in direzione di una grande quercia, che si trovava in cima a una collinetta, dietro la quale si stagliava un tramonto spettacolare, finché non la raggiunsero e si fermarono, affannati. Si guardavano negli occhi mentre respiravano a fatica, con la schiena chinata in avanti e le mani sulle cosce. Tutto d’un tratto, Scanzi, recuperato un po’ di fiato, afferrò entrambe le mani di lei. Adesso si trovavano l’uno dinanzi all’altra, mentre si tuffavano reciprocamente negli occhi con profondo amore. Andrea seppe in quel momento che aveva una gran voglia di baciarla. Le lasciò le mani e le avvicinò al suo viso. Appoggiò le dita sul suo collo, lasciandole scivolare lentamente verso gli elastici della mascherina che circondavano le sue piccole orecchie,  allargò questi ultimi e la rimosse. E fu solo allora che l’espressione di Scanzi mutò repentinamente. L’amore che sentiva si tramutò immediatamente in paura, orrore, disperazione. Fece un balzo all’indietro, mentre realizzava che la sua compagna era priva del naso e della bocca.

– Cristo di Dio! No! No! Aiuto! Aiuto, cazzo!!! – Scanzi chiuse gli occhi e si buttò in ginocchio sul prato, con le mani sulla testa, mentre urlava, cercando di cacciar fuori ancora una volta quell’orribile sensazione di morte, finché non li riaprì, ritrovandosi improvvisamente seduto nel suo letto, nudo come un verme, bagnato fradicio di sudore, dalla testa ai piedi, affannato. Aveva avuto un incubo.

Erano le otto di mattina, si era probabilmente addormentato alle quattro, dopo aver continuato a ruminare, macerando come un dannato, su quella cilecca della sera prima. Improvvisamente, tutte le sensazioni di profonda angustia della notte precedente, al ricordo di quel per lui terribile evento, ripiombarono con la stessa violenza, con la medesima intensità, questa volta sotto forma di un’orribile morsa allo stomaco. Si rese conto, nel frattempo, di avere un’erezione in corso.

– E tu ti svegli solo adesso, stupido cazzone? – fece Scanzi con livore, rivolto al suo uccello.

Afferrò il cellulare, che era rimasto acceso tutta la notte sul comodino e aprì Whatsapp, ignorando le migliaia di notifiche che giungevano da Facebook, idolatrandolo. Decise che era il caso di mandare un messaggio alla sua donna e di scusarsi per averla cacciata malamente di casa la sera prima. Constatò, con amarezza, che quest’ultima aveva rimosso la foto profilo. Scanzi le inviò un messaggio con scritto “Hey…”, ma realizzò nuovamente che, dopo l’invio, un solo segno di spunta grigio era comparso sotto il testo. Era chiaro come il sole: lei lo aveva bloccato. Un grosso nodo gli si formò in gola, aveva una voglia disperata di piangere, ma non ne era capace. Erano anni che non piangeva. Inoltre, come avrebbe potuto farlo. Lui, Andrea Scanzi, piangere? Un uomo del suo valore, che negli anni era stato capace di “asfaltare” Maurizio Gasparri, Daniela Santanché, Alessandra Mussolini, Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini? Avrebbe fatto la figura della femminuccia. Eppure quel nodo in gola era una specie di palla da biliardo: lo straziava e lo faceva soffocare, gli mozzava letteralmente il fiato, percepiva concretamente di avere il respiro più corto.

A quel punto, si alzo di colpo dal letto, rabbioso e disperato, con gli occhi cisposi e pieni di crosticine e la bocca secca. Sentiva di avere l’alito pesantissimo. Corse in bagno, completamente nudo, con l’uccello in tiro, e decise che la cosa migliore da fare era buttarsi sotto la doccia. Entrò nel box, aprì l’acqua calda e la lasciò cadere sul suo corpo. Afferrò la sua normalissima e ordinaria cinciallegra toscana con la mano destra, dando dei colpetti ritmati in su e giù, seguendo, nella sua testa, il groove di “Another Brick in The Wall” dei Pink Floyd, mentre fantasticava su Selvaggia Lucarelli, con lo scopo di liberarsi di quell’erezione chimicamente indotta, nella vana speranza, inoltre, che quel breve momento di piacere solitario costituisse una sorta di anestetico per quel dolore emotivo devastante che lo stava perseguitando.

Eppure, ne era consapevole, per quanto ammetterlo con chiarezza a sé stesso sarebbe stato ancora più intollerabile: quell’anestesia sarebbe durata pochi secondi. Lui lo sapeva bene: in breve, quel tornado, quella violenta depressione, sarebbero tornati con incrementata intensità, una volta terminata quella squallidissima seduta masturbatoria.

(Continua…)

Sagitta

Ove l’amor sorgerà com’un sole
dietro le verdi colline ed i campi,
ecco, disperdi, qui giungono i lampi,
ove il timor prevarrà, tra noi sole

anime, ch’ergono mura di cinta,
chiuse all’ignoto dal fosco ch’invita,
di ragion pura ch’occide la vita,
aridi conti, sapienza dipinta.

Fallo, Sagitta, t’ascolto e ti rendo
grazie per essermi guida discreta,
assieme al cuor ed il capo, t’erigi

verso il Destino, perché non mi vendo,
neppur mi chino alla Patria, profeta
di cui non son, vo a novelli prestigi.