Principio

Un’alba s’erge da colli di grano,
al suon delle campane s’apron porte,
scialba deterge noi, soli, lontano.

Gli dei, per nulla umani, son vitali
di buon c’è ch’alle tane stiamo assorte,
da rei ci cullan mani di vestali.

Intero libro che s’ha da riempire,
in equilibrio col nostro patire.

Bilancio di Fine Anno

Tempo di bilanci, l’anno si chiude e si sente il bisogno di un resoconto, di una lista di cose accadute in questo 2020, giudicato dai più “annus horribilis”. Abbiamo questa necessità di ripetere a noi stessi quanto la pandemia ci abbia migliorati, illudendoci che abbia avuto luogo una palingenesi collettiva, quando al contrario, a mio modesto avviso, questo evento ha tirato fuori in buona parte dei casi il lato peggiore e mediocre di tutti noi, tra delazioni e scontri ideologici persino in un contesto drammatico come questo. Dobbiamo metterlo però nero su bianco qui sulle reti sociali, quanto abbiamo rivalutato l’essenziale, quanto abbiamo tenuto duro chiudendoci in casa come dei vigliacchi, con lo scopo di ricevere l’accondiscendenza dei nostri “amici”, ostentando quell’insana voglia di succhiarci vicendevolmente i nostri minuscoli uccelletti e i nostri grilletti secchi e rugosi, ostentando una profondità che, neppure osservata con troppa attenzione, è invero intrisa di banalità e di ovvietà. Lo so bene, la sento anch’io, la sentite voi, la sentiamo tutti, magari solo per un istante, quell’energia che ci ricarica, desideri e sogni che potrebbero realizzarsi, progetti, idee, visioni, missioni, voglia di cambiare noi stessi, voglia di cambiare gli altri, voglia di cambiare il mondo, ma a quel punto ci penserà nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri suoceri a farci rimettere i piedi per terra, a seguire esclusivamente il senso del dovere e il senso di colpa, a rientrare nei ranghi, rinchiusi nella gabbia di una serenità di facciata e di una vita da schiavi, tiepida, molle, piena di rimpianti e di rancori verso chi ci ama, nostri padroni e servi a loro volta d’altri padroni servi a loro volta d’altri padroni, in un circolo vizioso generazionale senza via d’uscita.Per la gran parte di noi, si sappia: una volta giunta la fatidica mezzanotte, non cambierà assolutamente nulla, a prescindere dal contesto, a prescindere da pandemie, virus, carestie, guerre, vaccini, arcobaleni, Gramellini, Lorenzotosa, Delprete, Avvocathy e “odio che ci costa”. Resteremo vincolati alle nostre coazioni a ripetere, sintomo patognomonico perfetto di un’esistenza piena di menzogne e totalmente soverchiata dall’altrui volere.

Sappiatelo: la speranza di una vita felice, piena e soddisfacente c’è, a prescindere da ciò che ci accade intorno. Le vie d’uscita ci sono, ma costano fatica e siamo troppo pigri per metterci davvero in gioco. Non divorzieremo neppure quest’anno, non compreremo quella casa al mare che ci piace tanto, non cambieremo lavoro neppure nel 2021. Pazienza.

Domani, se erro, sarà il 32 dicembre 2020.

Trentadue. Dicembre. Duemilaventi.

Buona serata.

Fine

Tramonti che dipingon cieli arancio,
portali gravi e lenti van serrando,
i conti ormai si pongono a bilancio.

Signori, un tempo dei, si fan mortali,
rivali ignavi, a stento ormai pugnando,
livori in campo, rei, giammai regali.

Resta una pagina sola ancor bianca,
mesta, non argina e vola al cor, stanca.

Vaccino Anti-Covid

Molto bene, è una giornata storica, il vaccino anti-covid è finalmente giunto nel Belpaese e le prime dosi sono state somministrate. La collettività gioisce dinanzi a questa notizia, nutrendo la speranza che in circa sei mesi si possa tornare alla vita d’un tempo.

Eppure, parliamoci chiaro, siamo davvero sicuri che questa sia una buona notizia? Pensateci seriamente: tra pochi mesi si tornerà a condividere l’ufficio con gente che abbiamo sempre detestato, le mascherine verranno meno e torneremo a sentire l’alito fetido dei nostri colleghi. Ilario, il toccaccione di trent’anni appena compiuti che vuole cambiare il mondo, magari assunto da poco, si presenterà dandoci una pacca sulla schiena e massaggiandocela, chiamandoci con il nome di battesimo o, peggio, con il nostro diminuitivo, come se ci conoscesse da una vita, con lo scopo di elemosinare la nostra simpatia prima di sferrare l’inevitabile coltellata alla schiena. Le strade torneranno a essere trafficate, saremo costretti nuovamente a uscire il sabato sera alla ricerca di parcheggio e di un posto libero in pizzeria e il prossimo Natale lo passeremo nuovamente con genitori, suoceri e parenti, non più in videochiamata, per cui saremo costretti a rispondere de visu a tutte le domande imbarazzanti dei nostri vecchi rottinculo.
Cari lettori e care lettrici, diciamoci la verità: ma quanto cazzo siamo stati da Dio in questa situazione?

Buon vaccino, una volta immuni, sapete qual è la prima cosa che dovete fare. A buon intenditor…

Casa Surace – Le Ali Tarpate della Schiavitù

Era stata una giornata durissima. Tra clienti arroganti, maleducati, litigiosi, dalla scarsa igiene personale, incapaci di rispettare la fila, quel turno di otto ore alle casse del supermercato Lidl di Largo Balestra sembrava essere durato in eterno. Al solito, gli dolevano le mani e la schiena per aver passato tutto il tempo seduto a spostare merce e a battere scontrini. Non ultimo, un cliente era entrato esattamente cinque minuti prima della chiusura e aveva ritardato la fine del turno di venti minuti. Pasqui uscì dal supermercato alle dieci e trenta di sera, con ancora indosso la divisa e, con passo lento e rassegnato, si avviò verso casa. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare circa tre quarti d’ora di cammino per raggiungere il monolocale in affitto in Via Gola, presso cui viveva ormai da cinque anni. Non poteva permettersi l’abbonamento per i mezzi pubblici, così come non riusciva a far fronte alle spese dell’affitto da solo, alle quali badava come sempre mamma Antonella, ormai ottantenne e con molti acciacchi, ma comunque ancora capace di comandarlo a bacchetta. Pasqui era totalmente invischiato nella sua ormai ventennale dipendenza da cocaina, oltre a essere consumato da un grave alcolismo e dalla frequentazione di escort, queste ultime ormai non più di lusso per problemi di budget, ragion per cui sfogava le sue pulsioni sessuali con donne in età avanzata, in rapporti squallidi della durata di circa trenta secondi. I tempi d’oro di Casa Surace erano ormai finiti, il format aveva chiuso da un paio di lustri e lui era stato cacciato via dal cast poco prima, a causa di rancori e conflitti mai risolti con il suo vecchio amico Massimo, in arte Ricky, il quale aveva tagliato ogni tipo di comunicazione con lui. Dalle notizie che gli erano giunte per vie traverse, quest’ultimo aveva trovato lavoro come impiegato presso il comune di Vimodrone, grazie alla raccomandazione di uno zio maresciallo. Del resto del cast, invece, non aveva che pochissime notizie. Le donne, Fernanda e Sara, erano tornate a Sala Consilina e avevano messo su famiglia, sposandosi con degli impiegati comunali, buoni partiti secondo la mentalità del posto, andando a vivere a due passi dalle loro madri. I sogni di libertà, le loro ambizioni, la loro speranza di poter sfondare nel mondo del cinema, utilizzando Casa Surace e il web come trampolino di lancio, erano stati uccisi dai loro sensi di colpa nei confronti dei genitori che si inventavano malesseri e malanni d’ogni tipo per ricattarle, oltre che da un richiamo atavico al dovere di procreare per compiacimento nei confronti del senso comune. Erano cadute anche loro nella rete di un matrimonio grigio e spento, accompagnato dall’obbligo dei pranzi domenicali con i parenti. La loro bellezza e freschezza di un tempo erano ormai divenute un’antica rimembranza e avevano lasciato il posto a delle donne sfiorite, sempre più canute, ingrassate e somiglianti alle loro anziane e ingombranti madri. I soci fondatori di Casa Surace, infine, erano letteralmente scomparsi nel nulla dopo che la società, a un passo dalla bancarotta, era stata ceduta a una multinazionale cinese per quattro soldi.

Pasqui camminava e rimuginava su tutto questo, pensava a quei ricordi un tempo felici, fissando lo sguardo nel vuoto, il cuore gonfio di malinconia. I suoi capelli e i baffi erano ormai divenuti grigi, i denti ingialliti a causa del fumo, rughe profonde solcavano la sua fronte e il contorno dei suoi occhi, mentre il ventre s’era fatto pingue. Non era sicuramente ciò che si suole definire un figurino ai tempi, ma il rallentamento del metabolismo dovuto all’età, l’abuso di alcol e droghe e la vita sedentaria lo avevano ormai reso completamente obeso.

Finalmente raggiunse casa. Erano quasi le undici e mezza, ci aveva messo praticamente un’ora per raggiungere il suo domicilio. Aveva il fiatone ed era completamente sudato. Infilò la chiave nel pesante portone d’ingresso del condominio, lo aprì ed entrò nel cortile. Fece pochi passi verso la porta di casa, preceduta da due gradini che percorse con passo affaticato. A quel punto inserì la chiave nella toppa, diede due giri, la spinse ed entrò. Aveva preso un monolocale al piano rialzato, venti metri quadrati con bagno cieco, una sola finestra nel soggiorno/notte che dava sul locale rifiuti. Quel tugurio era malamente ammobiliato con dell’arredamento vetusto da quattro soldi. Vi era, inoltre, un odore insopportabile di chiuso e di cipolla. Pasqui aprì la finestra per far arieggiare quell’unica stanza, memore degli insegnamenti di mamma Antonella, ormai metabolizzati, in merito al fatto che la casa adda piglià aria, per quanto fosse praticamente inutile effettuare un’operazione del genere in quel buco, che sarebbe rimasto comunque fetido, anche se fosse rimasto per anni con porta e finestra aperta.

Si avvicinò alla parete attrezzata di fronte al divano letto, su cui poggiava un vecchio televisore non funzionante lasciato dal proprietario del monolocale. Accanto, c’era una fotografia. Si chinò e la raccolse: era una vecchia immagine di repertorio, con immortalati tutti i suoi vecchi amici, il cast di Casa Surace al completo, vent’anni prima, sorridenti e felici, pieni di sogni e di belle speranze. Erano tutti ancora lì, i soci fondatori, Ricky, Fernanda, Sara, mamma Antonella. C’era persino nonna Rosetta in quella foto, scomparsa ormai da tre anni, in concomitanza con la cacciata di Pasqui dal cast, alla quale non aveva avuto il coraggio di fare un ultimo saluto, a causa di una profonda vergogna e per senso di colpa. Guardò quella foto e la nostalgia e i rimpianti che provò suonarono come una coltellata in piena gola. Lacrime salate cominciarono a sgorgare copiose dai suoi occhi, bruciando sulle sue gote raggrinzite, e realizzò quanto si sentisse solo e disperato. Comprese di aver investito tutte le sue energie e la sua vita in quel format con l’idea che non avrebbe mai smesso di piacere al pubblico e che sarebbe durato in eterno, quando in verità, con il passare degli anni, era divenuto noioso e ripetitivo, lentamente rimpiazzato da nuovi ingressi nel mondo delle webserie, che, per quanto apparentemente innovative, erano a loro modo inesorabilmente stereotipate e mainstream. Loro, al contrario, non erano stati capaci di adattarsi ai tempi. A un certo punto avevano cominciato a sentirsi stanchi, a perdere flessibilità, a non esser capaci di adattarsi alle esigenze del loro pubblico. Venute a mancare le energie di un tempo, avevano cominciato a vivere di rendita sui guadagni passati e a sperperarli, a utilizzare la società come una vacca da mungere, finché quest’ultima non si era completamente rinsecchita e si erano trovati improvvisamente senza un centesimo, ridotti sul lastrico, pieni di debiti e costretti a liquidare la società.
Pasqui posò nuovamente la fotografia sulla parete attrezzata e in quel momento ebbe un’amara illuminazione: non c’era più scampo, non c’era più nulla da fare. Sapeva di essere finito in disgrazia, non era stato in grado di cadere in piedi come gli altri. Da celebre attore era divenuto uno squallido commesso di un supermercato, tormentato da dipendenze d’ogni tipo e mantenuto ancora da una madre anziana, nonostante fosse sulla soglia dei cinquant’anni. In quel momento, toccò con mano la sua viva e cocente disperazione, la sua concreta e inesorabile miseria. Rimase dieci minuti buoni a fissare il pavimento, il sale delle sue lacrime ancora pizzicava sul suo volto. Si sentiva ormai svuotato, comparsa di un’esistenza priva di senso, senza prospettive e progetti, completamente annichilito. A un tratto, decise: avrebbe scritto una missiva, rivolta a qualcuno dei suoi vecchi compagni d’avventura di gioventù. L’avrebbe spedita probabilmente a Ricky, l’unico di cui conosceva l’indirizzo email, l’unica persona con cui, in quegli anni, aveva costruito un autentico legame, purtroppo reciso dopo che, ai tempi, questi aveva scoperto la sua relazione clandestina con la sua prima moglie Fernanda, anche lei estromessa dal cast e ripudiata.

Pasqui mise mano al suo vetusto smartphone, si avvicinò al tavolo da pranzo, si accomodò e cominciò a digitare:

Mio caro Ricky, è incredibile come procedano lentamente le cose qui dentro. Ricordo che una volta, quando eravamo ragazzi, vi era più frenesia, ma ora tutto tace. Sembra che all’improvviso il mondo non abbia più fretta. Dopo diciotto mesi di reddito di cittadinanza, i navigator mi hanno trovato un monolocale in zona Giambellino e un lavoro. Sono commesso in un supermercato. È un lavoro duro. Io faccio del mio meglio, ma le mani, la schiena e il culo mi dolgono in continuazione. Al direttore non sono molto simpatico. Qualche volta dopo il lavoro vado nel parco e do da mangiare agli uccelli. A volte penso che potresti venire lì, così, per farmi un saluto, ma non ti ho mai visto. Spero che dovunque ti trovi tu stia bene e ti si sia fatto nuovi amici.
Ho qualche problema a prendere sonno la notte. Faccio spesso dei brutti sogni in cui cado nel vuoto, mi sveglio spaventato e a volte mi ci vuole un po’ per ricordarmi dove sono. Magari dovrei comprarmi una pistola e rapinare il supermercato, così mi manderebbero in galera, dove almeno avrei vitto e alloggio gratis e non sarei costretto a lavorare e a continuare a farmi mantenere da una madre anziana e prepotente. Potrei sparare al direttore, già che ci sono, tanto per andare sul sicuro, ma credo di essere troppo vecchio ormai per fesserie del genere. Non mi piace qui, mi sono stancato di avere paura in continuazione. Così ho deciso di andarmene. Non credo che se la prenderà nessuno. A che serve, un terrone mantenuto come me.


Concluse la lettera e la inviò. A quel punto, posò lo smartphone, si alzò, si recò in bagno e fece una lunga doccia, terminata la quale, aprì l’armadio e recuperò il suo miglior vestito, un vecchio abito risalente a un matrimonio tenutosi una ventina d’anni prima. L’abito gli stava ancora bene, nonostante i chili presi, d’altro canto lo aveva acquistato di qualche taglia più abbondante, seguendo i consigli della sua onnipresente madre, la quale soleva ripetergli come un mantra: “Ti starà bene quando diventerai più grande”. A quel punto, si recò verso l’angolo cottura, aprì la dispensa e recuperò il suo vecchio coltellino svizzero e una robusta cima, al cui capo era già stato preparato un perfetto nodo scorsoio. Prese una sedia, la portò al centro della stanza e vi salì sopra, legò l’altro capo della cima a una delle travi del soffitto, stringendo con forza e con il coltellino incise nella trave la scritta Pasqui è stato qui. A quel punto, infilò la testa nel cappio, ormai pronto a lasciar cadere la sedia sotto i suoi piedi e a salutare quella vita infame, quando a un tratto udì una musica familiare, una melodia che per anni aveva accompagnato la sua lunga adolescenza spensierata: La Tarantella del Ciutaglione. Era in realtà la suoneria del suo vecchio smartphone, una videochiamata di mamma Antonella. Pasqui alzò gli occhi al cielo, ma non ebbe la forza di proseguire in quell’insano gesto senza prima fare un ultimo saluto a sua madre.

– Uè Ma’! Tutto a posto! Sono appena tornato a casa! Volevo dirti che non ce la faccio più e volevo…
– Uè Pasquà! Che stai a fare sulla sedia con quella corda al collo? Scendi chissà ti fai male!
– Ma’, ascoltami un attimo! Veramente volevo dirti che non ne posso più e sto per farla fi…
– Pasquà! Senti a me! Vedi che ti ho ricaricato la Postepay, così paghi l’affitto di ‘sto mese! Domani ti arriva un altro pacco di vasetti. Se non stai a casa, dì ai vicini tuoi di fartelo trovare davanti alla porta quando torni! Vabbuò?
– Ma’, sinceramente io sto per…
– Pasquà! Ricordati di chiamare zia Pina, che oggi compie ottantasei anni! Ti sei ricordato di aprire la finestra quando sei arrivato? A casa adda piglià aria!
-Ma’, se mi fai dire una cosa…
-Pasquà, prima di addormentarti mandami un messaggio, vabbuò?
– Ma’…
– Ciao Pasquà, ci sentiamo più tardi!

Mamma Antonella chiuse la chiamata. Pasqui, basito, in piedi sulla sedia, con il cappio attorno al collo, fissava lo smartphone, mentre una rabbia feroce e disumana, dovuta a un violento senso di incomprensione che lo coglieva tutte le volte che interloquiva con sua madre, cominciava a montare dal profondo delle sue viscere, finché non esplose in un urlo disumano:

– Ascoltami, vecchia puttana di merda, cazzo!!! Mi devi ascoltare quando parlo! Chiaro, puttana schifosa? Sono un adulto ormai! Sono adulto, troia di merda! Non puoi trattarmi come un bambino! Vai a farti fottere, troia, troia, troia, puttana, puttana, puttana!!!

A quel punto, digrignando i denti e soffiando come un toro dalle narici, prese il suo smartphone e lo scagliò con furia omicida contro la parete, accompagnando il suo ultimo viaggio con un urlo bestiale e doloroso, finché non si schiantò fragorosamente contro il muro andando in frantumi. Quando vide il suo vecchio smartphone andare in pezzi, fu immediatamente colto da un terribile pentimento, dato che quella sera non sarebbe stato in grado di dare la buonanotte a sua madre, che si sarebbe preoccupata e non avrebbe chiuso occhio per causa sua. Si liberò del cappio, saltò dalla sedia e, pieno d’angoscia, raccolse i pezzi del telefono uno per uno, cercando inutilmente di rimetterli assieme con lo scopo vano di poterlo fare funzionare di nuovo, mentre ricominciò a piangere come un disperato, sapendo che non aveva denaro a sufficienza per acquistarne uno nuovo.

L’indomani, la sua giornata sarebbe ricominciata esattamente uguale alle precedenti e a tutte le altre. I suoi giorni sarebbero stati tutti uguali per tutta la sua vita, senza possibilità di salvezza, né di redenzione.

Fino al giorno in cui avrebbe esalato, non per sua scelta, l’ultimo respiro.


Deliri Prenatalizi

Il Santo Natale è ormai alle porte. Abbiamo ormai fatto una bella scorpacciata di retorica insopportabile relativa all’atipicità di queste festività, un Natale fatto di famiglie lontane, di figli ultratrentenni separati dai genitori a causa di questo crudele nemico invisibile che ha gettato tanto scompiglio nelle nostre vite, ormai da un anno a questa parte. Detto sinceramente, questa narrazione appare alquanto forzata e superficiale. È noto, difatti, che la gran parte di noi passerà la cena della Vigilia e il pranzo di Natale in videochiamata, per cui come al solito non perderemo occasione per lamentarci di quanto i nostri parenti siano degli impiccioni, anche se la cruda realtà è che siamo noi stessi a dar loro il consenso di intrufolarsi nelle vostre vite, incapaci di mettere dei sani limiti, a caccia della loro compiacenza e di una loro benedizione che non giungerà mai, alla stregua di pargoletti che hanno imparato da poco a camminare e vogliono mostrare ai cosiddetti adulti quanto sono bravi. Riesco a visualizzare bene le scene ridicole di domani: avrete preparato la vostra penosa pasta al salmone, magari con un’aggiunta di aneto e pepe, con delle belle tartine al tartufo, il tutto accompagnato dallo spumantino del discount, impiatterete il tutto sentendovi dei novelli Carlo Cracco e bombarderete di foto orribili i gruppi Whatsapp che avete messo su con i vostri familiari, nella speranza che vi dicano quanto siete carucci, ciccini e morbidini, ma facendo dipendere inesorabilmente la vostra autostima dal loro giudizio e non da un sano rispetto per voi stessi. Debbo dire che l’avanzamento tecnologico ha al contrario azzerato le distanze, per cui non è di fatto più possibile sparire del tutto, non farsi più trovare, darsi alla macchia. Si è rintracciabili in ogni momento, ma la grande amarezza risiede nel fatto che in fin dei conti siamo noi stessi complici di ciò. Pensiamo, solo per un istante, all’atto d’iscrizione a qualsiasi social network. La rete sociale in questione ci domanda se, con l’iscrizione e cliccando su ok, accettiamo di perdere una volta per tutte la nostra privacy e di conseguenza dignità. E noi neppure le leggiamo, quelle condizioni, e, inesorabilmente, diamo il consenso, pigiamo inesorabilmente sul tasto ok e andiamo avanti, mostriamo i nostri cazzi e le nostre fiche a chiunque, ci esponiamo continuamente, perché la parola d’ordine dei nostri tempi è trasparenza. Non bisogna nascondere più nulla, vietato occultare, vietato essere introversi, vietato avere momenti di solitudine, momenti per sé stessi, fuori dalle luci della ribalta. Di fatto, lo siamo diventati, trasparenti, praticamente invisibili, alla stregua di fantasmi di passaggio, ma che, inesorabilmente, non lasciano alcun segno.

Vorrei concludere al solito con un’opinione moderata e un punto di vista che senza meno condividerete: in base a quanto detto sopra, è giusto provare una certa invidia nei confronti di quella fortunatissima generazione che ha avuto il privilegio di combattere al fronte nel corso del secondo conflitto mondiale, per il semplice fatto che hanno avuto l’opportunità di sparire per anni e non far pervenire a parenti e affini nessuna notizia in merito al loro stato di salute. D’altro canto, se a questa pandemia deve far seguito un’altra catastrofe collettiva, ben venga una guerra. Il virus ci ha costretti in casa, ci ha resi sedentari e pigri. Un conflitto di proporzioni bibliche quanto meno ci costringerebbe a fuggire sotto fiumi di bombe, consentendoci anche di fare della sana attività all’aria aperta e rendendo lo scenario più dinamico e divertente.

Non voglio mancare di rispetto a chi ha perso la vita in circostanze di questo tipo, sia chiaro, d’altro canto anche io ho perso mio nonno al fronte.

E aveva appena compiuto tre anni. Tre anni.

E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.

Rientri Prenatalizi

Abbiamo sognato, anche solo per un attimo, abbiamo desiderato un domani migliore per il nostro paese, abbiamo sperato che il virus fosse venuto non a metter pace, ma spada, venuto a separare evangelicamente il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, alla stregua d’un nuovo Messia, un Cristo al quadrato, un figlio, un nipote di Dio, ma va bene anche un cugino di secondo grado, un invisibile e malandrino redentore venuto a crear scompiglio per mettere finalmente fine all’aberrante familismo amorale che governa questo paese devastato da usi e costumi dal sapore oscurantista, nel quale piccoli clan, i cui membri sono legati da invisibili patti generati da spinte endogamiche al limite dell’incestuoso, pensano unicamente a coltivare il proprio orticello. Abbiamo sperato, ma non c’è stato verso: eccovi qui, salire su treni stracolmi con una settimana d’anticipo prima della chiusura natalizia, ammassati come acciughe, sudati e puzzolenti, carichi di biancheria da far lavare e stirare, biglietti che costano quanto un mese d’affitto per un trilocale in Corso Sempione a Milano, per tornare dai vostri cari, mossi dai sottili fili della colpa con i quali le vostre madri e i vostri padri continuano a tenervi sotto scacco, a gettare ulteriore benzina sul fuoco dei vostri matrimoni precari e a tarparvi le ali, uccidendo i vostri sogni e desideri e causandovi continuo dolore. Eccovi, schiavi, perpetuatori di una mediocrità tramandata di generazione in generazione, sempre più rassegnati a un destino disegnato dal giudizio e dall’invidia altrui, in una stabilità rassicurante per tutti, ingabbiati in tiepidi affetti che mascherano rancori latenti e in una vita banale e monotona, come tante. Eccovi qui, Casa Surace come modello di vita.

E adesso scusatemi, sono appena rientrato a casa dei miei dopo dieci ore di treno e mi chiamano per cena. Buona serata.

Ade

Su una remota collina un castello
s’erge perfetto nel regno natale
ove il vetusto ricordo m’assale
di luce ed ombra di sfida a duello;

congiunge il cielo e la terra, un orpello
ch’è d’otto lati, d’età medievale,
d’un grande eclettico, uomo regale,
triplice vista al villaggio più bello.

Di quel villaggio or emerge il richiamo,
se porrà fine al mio peregrinare,
esploratrice solinga d’abissi.

Ade, ebbi modo che non mi rapissi,
come Persefone fosti a violare,
libro per Eros, non voro il tuo amo.

Luce

Nel buio giunge il caos caliginoso,
che mesce ancor le carte e già travolge
e fuia punge l’alma, ense ferroso;

s’attendon già quei raggi di tepore,
un fascio al cor che parte e si rivolge
e splendon come a maggio rose in fiore.

Fu Luce, ormai caligin si dirada,
conduci e Vita origini, ch’instrada.