Virgilia

L’istante che recorre alla mia mente,
in dolci rimembranze il sen si stringe.
Sul lìtor sta, sui volti si dipinge
la gioia mesta di speranze spente.

Un compito ella svolse, m’è ora chiaro,
frattanto che le lagrime disciolgon
que’ nodi scuri in petto ch’ora dolgon
già men, la nave mia s’accinge al varo.

L’esercito guardingo gettò l’armi,
lasciando inceder l’ospite inconsueto,
sorella affine, guida necessaria,

fragosa taciturna, fresca l’aria
su noi spirò, cedendo il me desueto.
A lei son grato, or possa congedarmi!

L’Annosa Questione del Debito Pubblico Italiano

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Si parla ormai da anni della crisi economica che attanaglia il nostro paese, in particolare uno degli argomenti ricorrenti è quello relativo all’enorme debito pubblico in rapporto al nostro Prodotto Interno Lordo.
Rifletto costantemente sul problema, su come fare a liberarci di questa zavorra che non ci consente di tornare a fare investimenti e abbandonare le politiche di austerity imposte in questi anni dall’Unione Europea.
In realtà, dopo profonda meditazione, sono giunto alla conclusione che una possibile soluzione potrebbe essere la seguente: multare salatamente chiunque faccia scempio della grammatica italiana.
Su Facebook o su altri social, le nostre forze dell’ordine scoverebbero senza dubbio una sovrabbondanza di illeciti amministrativi, qualora questa proposta venisse presa seriamente in considerazione. Per citare George Carlin, probabilmente, “nel giro di una settimana, il bilancio sarebbe completamente risanato”.
A questo proposito, ne approfitto per condividere con voi un ricordo di gioventù.
Ero molto giovane. Nella mia lunga vita, mi sono cimentato in diversi sport, ottenendo risultati al limite del ridicolo: sono negatissimo per qualsiasi tipo di attività sportiva, mi limito a camminare in solitudine e ogni tanto a fare una corsetta, in barba alle minacce di Vincenzo De Luca.
Ma non divaghiamo. Per un breve periodo, ebbi l’occasione di praticare nuoto, frequentavo una piscina dalle parti della mia vecchia casa. Un bel giorno, ricordo che mi trovavo negli spogliatoi, dopo aver fatto la doccia, avendo appena concluso dieci vasche scarse e rischiato un arresto cardio-respiratorio. Mentre mi cambiavo, chiuso nel camerino, mi posi in ascolto di due uomini, che si trovavano all’esterno e, come spesso accade, stavano facendo a gara a chi ce l’avesse meno piccolo:
– Oh, ci credo che sei stato male l’altra volta, durante l’allenamento, se “strafi”…
– “Strafo”?
– Sì, voce del verbo “strafare”: io “strafo”, tu “strafi”, egli “strafa”…
Dopo aver provato un’intensa fitta al cuore, a cui fece seguito un attacco d’asma, quel giorno, decisi di abbandonare definitivamente la frequentazione di quella piscina. Da quel breve dialogo, evidente segno del destino, capii che la mia missione era un’altra.
Il nuoto non era la mia strada.
Mi iscrissi in palestra. Ma questa è un’altra storia.

Ebbro

Il mondo esterno deserto oggi ignoro
con l’oro biondo che circola dentro
che dalle vene fluisce al cervello
stempera ansie paure e controllo
porta la gioia che quasi scordavo
dona la forza di guardar l’interno
senza dar peso a minacce di fine
che prego forte non giunga imminente
tanto da fare e da dare m’attende
sento la vita che spinge pressante
a pesar della clausura opprimente
cerco gli sguardi negli occhi tuoi paion
prati d’immensa distesa nei quali
correre fino a spaccarmi i polmoni
per poi lasciarmi cadere sul fresco
mentre la brina mi bagna le gote
pur ignorando il tuo fertile odore
auspico un giorno il tuo abbraccio accogliente
mentre raccogli i miei fiumi salati
che quei vetusti dolori disciolgon
per ricomporre quell’alma mia rotta
verso quel Tutto che centra e dà luce

Oduné

Mani s’appigliano all’anima nera,
pensiero vola a una voce ormai stanca,
quel corpo rotto, un frammento che manca,
un tempo fiera prorompere intera.

Cedo nel ventre d’un pozzo invitante,
nell’atro affondo, in attesa impaziente,
di questo cappio alla gola sì urgente,
si sciolga il nodo sul pomo estenuante.

Colpo di colpe mie incerte m’affligge,
solo una resa stroncante mi resta,
quest’oduné che s’infuria e che appesta,
ferro tagliente sul core s’infligge.

Sento lo sprito più forte, rabbioso,
d’un veneficio per nulla voluto,
ecco quell’urlo, da sempre taciuto,
sgorga ora pieno, fluente, copioso.

Questo è il volere del Lume, o mio fato,
aspro docente, ch’afferra pei piedi,
l’interra in suolo, fin quando non vedi,
finché la pace non t’abbia espugnato.