Parla

Parla, apriti, lasciati andare.

Non ce la puoi fare da solo, non più.

E’ arrivato il momento, ed è questo che ti fa opporre tanta resistenza, ti fa avere paura.

Te le perdonano tutte, renditi conto di questo. Te le hanno perdonate, te le perdonano e te le perdoneranno in futuro.

E’ arrivato il momento di ricambiare tutto questo amore.

Devi solo capire come si fa, da dove iniziare, perché non ne hai idea, e hai una paura matta, di non so cosa, e provi tanto dolore, di cui non conosci l’origine, ma abbi fede.

Parla, apriti, lasciati andare.

Un nuovo capitolo

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Mi è arrivata una telefonata qualche giorno fa.

Era sera, ho visto la chiamata persa di Peppe, un mio amico dei tempi del liceo. Non l’ho mai scritto, ma ho frequentato il Liceo Scientifico, Piano Nazionale Informatico. Non ci sentiamo molto spesso, Peppe e io. Sono io a non cercarlo di solito. I rapporti con i compagni delle superiori, essendo stati molto intensi in quegli anni, sono per me molto difficili da gestire. Ho sempre il timore che loro si aspettino da me cose che non mi interessano più e di sentirmi etichettato. Mi sento ormai molto lontano rispetto a quei tempi in cui non mi conoscevo minimamente e non avevo idea di chi fossi, e mi sento profondamente infastidito quando qualcuno cerca di attribuirmi nuovamente delle maschere del passato, forse per una sorta di operazione nostalgia a cui fondamentalmente non voglio partecipare. Non che io non provi nostalgia per il passato, sono umano anche io ed è sano non negare nessun tipo di emozione, e siamo alla seconda doppia negazione, ma sono così immerso nel mio presente, così impegnato in una progettualità autentica della mia vita, che a volte tendo a considerare la nostalgia come una zavorra, una palla al piede che mi appesantisce e non mi consente di muovermi agevolmente. Devo dire però che, negli ultimi tempi, almeno con alcuni di loro sono riuscito a trovare un nuovo equilibrio, sono stato in grado di far passare questo messaggio e sembrerebbero aver capito. Sono bastati in realtà dei silenzi, non ho dovuto neppure sprecare parole inutili, del resto Elle Elle me lo dice spesso che la scuola di Palo Alto insegna che non possiamo non comunicare, e siamo alla terza doppia negazione. In ogni caso, sono felice di questo, stiamo provando, con pazienza e cura, a ricostruire un rapporto nuovo, basato sul rispetto reciproco delle nostre esigenze.

Dicevo dunque. Rientro dal lavoro e trovo la chiamata persa di Peppe. Ho pensato subito a una brutta notizia. Di solito Peppe, negli ultimi anni, mi chiama unicamente per comunicarmi brutte notizie, ad esempio che un nostro conoscente comune è morto, o peggio ancora, che si è sposato. Forse la volta più tragica è stata quando mi ha chiamato per dirmi che si sarebbe sposato lui, povero figlio.

Apro una piccola parentesi, giusto per intenderci. Non sono generalmente contrario al matrimonio. Sono contrario al matrimonio inconsapevole, cosa ben diversa. Quel matrimonio voluto da qualcun altro che non sia il diretto interessato. Forse la maggior parte dei matrimoni.

Ma non divaghiamo. Stavo cenando e ho persino lasciato a metà la mia insalata con tonno e mais, come se a qualcuno possa interessare cosa stessi mangiando, per prendere il telefono e richiamarlo. Ero contento di farlo e non vedevo l’ora di sentirlo, cosa che non mi capitava davvero da tanto tempo, forse perché quel giorno, dopo averne parlato con un caro amico, avevo deciso di iniziare a coltivare la tenerezza e la compassione, di riconoscere i miei sensi di colpa verso la mia famiglia di origine e gli amici del mio paesino, dopo tanta rabbia che serviva unicamente a mascherarli e ad allontanarmi da loro sempre di più. Il bello è che l’amico in questione aveva concluso la mia presa di posizione con la seguente frase: “Da oggi, si apre un nuovo capitolo!”.

E infatti, si è aperto un nuovo capitolo, eccome se si è aperto.

– Come stai Dino, hai sentito Vincenzo negli ultimi tempi?

Capisco immediatamente che è successo qualcosa a Vincenzo, porca troia. Lo capisco dal tono di voce di Peppe, è senz’altro così. Mi mordo la lingua e mi trattengo dal chiedergli direttamente se sia morto.

– Sì, l’ho sentito a settembre, qualche giorno prima del tuo matrimonio, per chiedergli l’IBAN a cui farti il bonifico per il regalo, visto che non l’avevi messo nell’invito. Perché me lo chiedi? E’ successo qualcosa?

A questo punto Peppe, come previsto, mi invita a mettermi comodo e inizia a raccontarmi che Vincenzo è un donatore di sangue. Mi racconta che dopo le analisi di routine che precedono la donazione, fatte in estate, gli era stata negata la possibilità di donare in quanto erano stati riscontrati dei valori anomali di globuli bianchi. Ha dovuto pertanto ripetere le analisi, prima a cadenza mensile, poi a cadenza quindicinale, poi quasi giornaliera, per scoprire, di volta in volta, che i globuli bianchi continuavano ad aumentare. Peppe mi ha detto in realtà che stavano diminuendo, pezzo di ignorante che non è altro. Ovviamente, mentre raccontava, era visibilmente scosso dalla cosa ed emozionato, per cui, nonostante la mia severità di cui recentemente sto prendendo sempre più consapevolezza anche grazie a Elle Elle, lo perdono.

Morale: pochi giorni dopo la telefonata che gli avevo fatto a settembre, e questo lo scrivo mentre ascolto Private Investigation dei Dire Straits, Live at Hammersmith Odeon, London/1983, Vincenzo ha scoperto di avere la leucemia.

Leucemia. La parola stessa suona come una coltellata, rimbomba, mi fa venire la pelle d’oca. Mi è arrivata come un pugno nello stomaco, questa grandissima puttana.

Il primo ciclo di chemioterapia non è andato a buon fine purtroppo. Adesso è in ballo con il secondo ed è sotto osservazione in ospedale perché purtroppo anche una febbre dovrà essere monitorata con estrema cura. Se anche il secondo ciclo non dovesse andare a buon fine, oltre a una cura sperimentale che sta seguendo, l’anno prossimo dovrà fare il trapianto di midollo.

Mi viene da pensare a una cosa molto semplice, che non è giusto che un uomo di trentacinque anni possa ammalarsi di leucemia, per giunta di una forma acuta. Ho veramente sentito un profondo senso di ingiustizia e di impotenza in tutto questo.

L’ho detto anche a Peppe: dopo Marianna, Riccardo, Pasquale, dobbiamo perdere anche Vincenzo?

L’ho chiamato ieri pomeriggio e mi sono sentito rincuorato: l’ho sentito tranquillo e combattivo, sono molto contento di questo.

Non posso che fare il tifo per te, amico mio, tieni duro.

Posso fare molto poco per aiutarti, e questo mi fa sentire ancora più incapace, ma almeno permettimi di dedicarti il mio affetto e il mio sostegno tramite questo stupido blog, anche se probabilmente non lo leggerai mai.

E anche se sei in tournée da un ospedale all’altro lungo lo stivale, spero tanto di rivederti a breve per prendere un caffè insieme.

 

Vacanze

Vacanza, da vacante, il richiamo del vuoto.

Il vuoto fertile, come lo chiama Roberto Ruga.

In questi giorni, svuotiamoci allora, liberiamoci, un passo alla volta, da ciò che è futile, da ciò che è nocivo per noi, consentiamo alle piante e ai fiori di crescere, agli alberi di dare frutti maturi.

Facciamo spazio dunque.

A ciò che merita.

A chi lo merita.

Siediti lungo la riva del fiume

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Guarda l’acqua torbida che scorre e abbi pazienza, nessuna azione concreta può decontaminarla, ripulirla definitivamente. Sarebbero soluzioni temporanee. Quella che vedi è acqua che non può fare altro che fluire, e tu non puoi far altro che star lì a guardarla, a osservare la corrente che porta via con sé pesci morti, plastica, liquami, spazzatura, merda, a sopportare i miasmi e l’odore terrificante che sei l’unico a percepire, che prova a invischiarti, a travolgerti, che ti fa sentire solo, incompreso e arrabbiato verso un mondo che percepisci come giudicante e superficiale.

Tieni duro, aspetta, sopporta, osserva, non giudicare, respira. Lascia che accada, che l’acqua si ripulisca.

Forse una cosa potresti farla: raggiungere quel macchinario infernale in fondo al sentiero, che produce rifiuti e li versa nella sorgente, e provare a spegnerlo, anche se inciamperai e cadrai, anche se ti sbuccerai le ginocchia e i palmi delle mani e, soprattutto, anche se il vento lungo il cammino ti farà volare via come una foglia e ti riporterà spesso al punto di partenza. Non scoraggiarti, credici, riprovaci, entraci di nuovo, ogni giorno farai un pezzo di strada in più. E poi di nuovo.

Siediti lungo la riva del fiume e osservalo, perché non c’è altro da fare.

Gomitolo nero

Ho un’immagine chiara nella mente: un grande gomitolo nero, pieno di nodi apparentemente inestricabili all’interno. La osservo, soffocante, opprimente palla intricata che mi stringe lo stomaco.

Non devo oppormi, non devo muovermi, posso solo osservare, con benevolenza, questi fili annodati, che mi fanno da maestri e mi insegnano qualcosa in più. Mi raccontano verità terribili e dolorose. Resisto, pazientemente, lascio che facciano severamente il loro lavoro.

A un tratto, avviene il miracolo. Qualcosa si muove, la stretta si allenta, i fili, come serpenti incantati si sollevano, si sciolgono. E’ questo il momento più critico. Bisogna pazientare ancora, osservarli in silenzio, senza giudicarli. Altrimenti tornano a stringere. Ecco, iniziano a mollarmi, allentano la presa, posso iniziare a districarmi lievemente. Ora mi volgono le spalle, sinuosi, e si allontanano, mi danno tregua. Torneranno a farmi visita, di sorpresa. E nuovamente, superato l’impatto iniziale, lascerò loro lo spazio di cui hanno bisogno, per raccontarmi qualcos’altro, per darmi le risposte di cui ho bisogno. Finché, ho fiducia, il gomitolo inizierà a ridurre il suo diametro, i nodi si faranno meno costrittivi e tutto si farà sempre più chiaro.

E al suono di un pianoforte, superata la notte, una notte piena di scoperte, potrò rialzarmi, fare un bel respiro, guardare il sole fuori dalla finestra, tornare alla vita, ricominciare a camminare.

Io sono un clown

Io sono un clown.

Inafferrabile e sfuggente, che gongola mentre destabilizza, ambiguo, inavvicinabile, imprevedibile, spaventoso, aggressivo, pericoloso, con un macigno sul cuore incapace di infrangersi.

Io sono un clown.

In attesa dell’attimo in cui l’amore fluisca liberamente, prima attraverso gli spiragli tra le rocce della razionalità, fino a diventare una forza inarrestabile che le devasti e le spazzi via una volta per tutte.

Io sono un clown.

Malinconico e addolorato, tradito e traditore, ferito e feritore, imprigionato, in gabbia con un cappio attorno al collo soffocante, in attesa di due occhi che lo guardino in profondità e trovino la chiave del suo cuore.

Io sono un clown.

Un buffone vigliacco, in fuga da se stesso, in fuga dall’amore, in fuga dal mondo, individualista, sfacciato, ambizioso e disperato allo stesso tempo.

Io sono un clown.

Un ossimoro vivente, una cazzo di contraddizione su due gambe, irrequieto, arrabbiato, in attesa di schiantarsi contro un muro, farsi male, curarsi, rialzarsi e ricominciare di nuovo, allo stesso modo e in modi diversi, fino alla fine del tempo, fino alla fine del tempo.

Io sono un cazzo di clown, un cazzo di clown patetico che si ama profondamente.

 

Promemoria sull’invidia

L’invidia è una frustata che ferisce profondamente, che stordisce e che a volte spaventa, soprattutto da chi non te l’aspetti, da chi ha sempre ribadito che gli manca l’ambizione, che gli interessa una vita tranquilla e serena, senza i fastidi e le fatiche che la voglia di migliorare la propria condizione e di mettere a frutto i propri talenti inevitabilmente causano.

Eppure, la gioia di un buon risultato, che spontaneamente a volte vogliamo condividere con gli altri, non è sempre cosa gradita. Qualcuno può sentirsi sminuito, inconsapevolmente. E velatamente te lo fa capire, magari sotto forma di una battuta ben mascherata, che però purtroppo a me non sfugge mai.

Non sono un santo: lo sono anch’io invidioso, lo sono stato, lo sarò, ma ormai prendo come regola ferrea il fatto che tutto quello che mi ferisce in fondo appartiene anche a me, che posso aver ferito a mia volta allo stesso modo o forse anche in maniera più crudele, che le ferite dell’anima sono uno squarcio da attraversare per uscirne rinati e più sereni. Non più forti, ma più in pace con il mondo, più centrati. Sicuramente però mi ricordo di un’altra cosa molto importante, ossia che ciò che invidiamo è quello che non ci appartiene. Ecco perché ormai, da un po’ di tempo a questa parte, mi concentro su quello che so fare, su ciò che è mio per davvero, e lo coltivo e lo faccio crescere. Chissà se riuscirò ad avere cura di questa pianta, se si svilupperà, chissà se sarà il caso o meno di fermarsi un attimo a pensare. Sicuramente sì, questo fine settimana sarà dedicato a tutt’altro.

Eppure fa sempre male, quando ti rendi conto che una persona che reputi amica e disinteressata, è in realtà invidiosa di un tuo successo. Fa male perché è una persona che hai perso, ed è un nuovo lutto da elaborare, perché d’ora in avanti, dovrai pensare anche a tutelarti e a difenderti da questa persona di cui un tempo ti fidavi, mantenendo una salutare distanza su certi temi.

D’accordo, galleggiamo in questa delusione, finché non arriverà la schiarita. Nel frattempo, visto che qualcuno ha aperto questa porta per me, mi accomodo in questa stanza buia e aspetto con pazienza e sopportazione che faccia giorno per vedere dov’è l’uscita, ma soprattutto dove si affaccia.

Che post strappalacrime, a volte so essere anche peggio di Massimo Gramellini e di Stella Pulpo, a cui, sotto sotto, voglio anche un po’ di bene.

 

Sakè

Sakè, questa sera. Piccolo. Tre ochoko e mezzo. Quanto basta per inebriarsi.

Sakè, questa sera. Per vincere l’inevitabile noia della solitudine.

Sakè, questa sera. Per spegnere la fiamma del mio ardente desiderio, almeno per un po’.

Sakè, questa sera. Perché la domenica volge al termine.

Sakè, questa sera. Per mettere a tacere la voce sussurrante del mio daimon, che mi spinge incoscientemente verso il mio destino.

Sakè, questa sera. Per trasformare la paura in dolore.

Sakè, questa sera. Per essere grati a Dio.

Sakè, questa sera. Per celebrare la vita.

Sakè, questa sera. Per dimenticarsi dei sensi di colpa.

Sakè, questa sera. Per sciogliere il nodo che ho in gola e tramutarlo in lacrime.

Sakè, questa sera. Per dimenticare, almeno per un po’, che prima o poi la festa finisce.

Sakè, questa sera. Il sangue di un Cristo orientale. Per non perdere la speranza del Dopo.

 

Cosa resta di un amore

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Al cinema, i tuoi occhi nei miei, il tuo sorriso, nelle luci soffuse della sala.
Una passeggiata in silenzio, in un piccolo paese di provincia sconosciuto, abbandonato e deserto.
Un viaggio in treno, mentre ti chiudi nei tuoi silenzi riflessivi, mentre le mie braccia ti cingono da dietro e posi le tue mani sulle mie.
Una chiacchierata al bar, mentre beviamo Coca-Cola Zero.
La prima volta che abbiamo dormito insieme, avevo paura, il tuo sguardo mi trasmetteva forza e mi rassicurava, mentre indossavi una maglietta color salmone.
Godere e venire insieme, al mattino, appena svegli.
Il tuo abbraccio e la tua frase:- Lasciami essere felice per altri venti minuti.
Quando hai perso le staffe per le mie provocazioni e mi hai chiamato “pezzo di coglione”.
Poche foto di te, poche ma buone.
Un’unica foto di noi due insieme.
La tua accettazione dei miei limiti.
La tua assenza di giudizio, il tuo sguardo benevolo, quando ti ho raccontato della mia notte dell’anima.
La tua autoironia, la tua simpatia.
Il tuo farmi sentire unico, speciale, diverso, intelligente.

Tutto questo è parte di me ora.

Grazie.