Rientri Prenatalizi

Abbiamo sognato, anche solo per un attimo, abbiamo desiderato un domani migliore per il nostro paese, abbiamo sperato che il virus fosse venuto non a metter pace, ma spada, venuto a separare evangelicamente il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, alla stregua d’un nuovo Messia, un Cristo al quadrato, un figlio, un nipote di Dio, ma va bene anche un cugino di secondo grado, un invisibile e malandrino redentore venuto a crear scompiglio per mettere finalmente fine all’aberrante familismo amorale che governa questo paese devastato da usi e costumi dal sapore oscurantista, nel quale piccoli clan, i cui membri sono legati da invisibili patti generati da spinte endogamiche al limite dell’incestuoso, pensano unicamente a coltivare il proprio orticello. Abbiamo sperato, ma non c’è stato verso: eccovi qui, salire su treni stracolmi con una settimana d’anticipo prima della chiusura natalizia, ammassati come acciughe, sudati e puzzolenti, carichi di biancheria da far lavare e stirare, biglietti che costano quanto un mese d’affitto per un trilocale in Corso Sempione a Milano, per tornare dai vostri cari, mossi dai sottili fili della colpa con i quali le vostre madri e i vostri padri continuano a tenervi sotto scacco, a gettare ulteriore benzina sul fuoco dei vostri matrimoni precari e a tarparvi le ali, uccidendo i vostri sogni e desideri e causandovi continuo dolore. Eccovi, schiavi, perpetuatori di una mediocrità tramandata di generazione in generazione, sempre più rassegnati a un destino disegnato dal giudizio e dall’invidia altrui, in una stabilità rassicurante per tutti, ingabbiati in tiepidi affetti che mascherano rancori latenti e in una vita banale e monotona, come tante. Eccovi qui, Casa Surace come modello di vita.

E adesso scusatemi, sono appena rientrato a casa dei miei dopo dieci ore di treno e mi chiamano per cena. Buona serata.

De Amore

Mi torna alla mente la gioventù, ripenso agli anni che furono, mi sovvengono gli amori finiti, mi domando perché un amore finisce, e giungo alla seguente risposta: l’amore finisce. Nessuna spiegazione logica, nessuna ragione, l’incantesimo si interrompe e basta. Ripenso a una storia di anni fa, l’istante esatto in cui entrambi abbiamo realizzato che era finita, entrambi abbracciati e in lacrime. Ripenso a quella scena che un tempo mi appariva quasi drammatica, mentre con gli occhi di oggi la trovo invece squallida e miserabile, e rido, rido di gusto, rido come una stronza, quando penso a quanto fossimo patetici, pietosi, due disgraziati alla ricerca di un appiglio, due poveri zoppi incapaci di camminare con le loro gambe, due miserabili che hanno appena realizzato che il sogno è finito, che hanno appena sbattuto la testa contro il suolo, caduti dal cavallo come due fantini principianti, due bestie disperate e sole.


Ripenso a tutto questo e non faccio che pensare al prossimo appuntamento, al mio, al vostro, al nostro prossimo appuntamento, quando ci presenteremo al cospetto di qualcun altro, altro da noi, cercando di esibirci al meglio delle nostre possibilità, mentendo spudoratamente, millantando storie, avventure, racconti, pubblicizzando prestazioni sessuali pirotecniche, per poi giungere al momento della Verità, in una squallida camera da letto, spogliarci mestamente, fisicamente e mentalmente, mostrando la nostra orrenda nudità, senza più veli, come vermi con il culo all’aria, con i nostri cazzi mosci come pongo e le nostre fiche secche come foglie in autunno, incapaci di combinare alcunché, con le nostre ansie da prestazione, impotenze, frigidità, conflitti irrisolti con i nostri genitori, fratelli e sorelle, quando realizzeremo che siamo andati a quell’appuntamento perché il tempo stringe, l’età avanza, siamo soli e vogliamo imbarcarci il primo disperato come noi da piazzarci in casa perché i nostri genitori non sono mica orgogliosi di noi, per realizzare alla fine che non c’è nulla in comune con quella persona, non c’è neppure attrazione fisica, ma solo voglia di “sistemarsi”, di realizzare un progetto sociale che somiglia più alla fondazione di un’azienda che a un progetto d’amore.

Eppure, e questa riflessione emerge da un dialogo molto proficuo con un caro amico, in casi sporadici, potreste ricevere piacevoli sorprese, motivo per cui, per assurdo, questa mia missiva non ha lo scopo di disincentivarvi, ma al contrario: andate a tutti gli appuntamenti, cogliete ogni occasione, non siate troppo schizzinosi, visto che anche voi non siete questo granché, non abbiate paura di mostrarvi orribili e, soprattutto, non abbiate nessuna aspettativa. Magicamente, Eros potrebbe farvi una gradevole sorpresa, il miracolo potrebbe avvenire grazie a un dettaglio, uno sguardo e, senza accorgervene, potreste trovarvi improvvisamente avvinghiati in un angolino buio a possedervi con furia animalesca, scopacciando con rabbia taurina, andamento tra l’allegro e il presto, fino al raggiungimento di un’estasi indimenticabile, che sarà oggetto del vostro onanismo per diverso tempo nel momento in cui anche questa storia sarà finita, fino alla prossima ninfomane/stallone.

E se questo blog avrà in qualche modo contribuito alla causa, vi chiedo solo di ricordarvi di me e del mio bel visino. Voglio proprio vedere come giustificherete la cosa con i vostri genitori.

Zona Gialla e Cashback

Sono eccitata ed entusiasta come una scolaretta, è andato tutto come previsto: sono state allentate le restrizioni e quei malandrini degli italiani hanno rimesso piede fuori di casa, accalcandosi e mischiando i loro odori, sapori e umori presso negozi e centri commerciali per usufruire del ghiotto cashback, una succulenta detrazione fiscale sugli acquisti natalizi che senza ombra di dubbio ridarà vigore e lustro alla nostra malconcia economia, generando un mastodontico flusso di entrate per le casse dello stato. Guarda un po’, in tutto questo, emerge una simpatica nicchia di intellettuali e alte menti che punta il dito contro codesti birbanti irresponsabili, che in piena pandemia osano darsi allo shopping compulsivo, anziché seguire le indicazioni del nuovo pontefice Giuseppe Conte, che impone orari e regole per le messe e invita tutti a una sobria spiritualità, in solitudine, magari facendo “l’amore con le parole”, come suggerisce l’ottimo psicanalista lacaniano Recalcati, il tutto con un gradevole contorno di Lorenzotosa, che funge da megafono del governo con la sua linguetta birichina e le sue pregiatissime frasi perentorie ricche di punteggiatura, per pura vocazione naturalmente, senza nessun secondo fine. È meraviglioso essere circondati da queste guide spirituali, anche se a mio avviso, ho la sensazione che i più talebani della chiusura, del rispetto ossessivo delle regole siano in realtà delle persone profondamente sole e miserabili, senza un cazzo di amico, le classiche brave persone che da un giorno all’altro compiono qualche strage o sterminano la famiglia, che non aspettavano altro che il resto del mondo venisse condannato al loro stesso destino di schiavi e alla loro frustrazione, gioendo per le altrui sconfitte.Miei cari, qui non si tratta dello stereotipo relativo agli “italiani indisciplinati”, che non rispettano le regole. È il contrario: vengono emanati decreti ogni settimana e gli italiani semplicemente si adeguano, non in quanto italiani, ma in quanto esseri umani i quali, sappiatelo bene, non sanno assolutamente cosa farsene della libertà, fonte unicamente di angoscia e di terrore per la maggior parte di loro e che, in verità, vogliono un’unica cosa che doni loro serenità: inginocchiarsi di fronte all’idolo di turno, a un padrone verso il quale essere schiavi ciechi, eseguendone gli ordini e le volontà. L’amara constatazione è che tutto questo è per loro rassicurante, fornisce in qualche modo un surrogato di stabilità e, soprattutto, consente loro di evitare di assumersi personalmente delle responsabilità. Il sottoscritto non è un cazzo di nessuno, ma Dostoevskij ha spiegato molto bene questo concetto ne “Il Grande Inquisitore”, uno dei capitoli più celebri del romanzo “I Fratelli Karamazov”.

Questo padrone, in questo momento, si chiama governo Conte. Faccia di noi ciò che vuole, Presidente, l’adoreremo come un Dio, almeno fino alla fine della pandemia e alle prossime elezioni.

Amen

La pandemia del turismo compulsivo

È ormai domenica sera. Il buon Giacomo d’altro canto ci aveva avvertiti: …tristezza e noia / recheran l’ore, ed al travaglio usato / ciascuno in suo pensier farà ritorno. È dunque questo un momento assai propizio per stemperare l’angoscia dell’incombente settimana lavorativa, mediante una riflessione, al solito moderata e pacata, sull’ennesima pandemia che, purtroppo, neppure il Covid-19 è stato capace di debellare: quella del turismo compulsivo.

Facciamo un riepilogo. Immagino ricordiate bene in che condizioni erano i social network fino allo scorso anno. Mi riferisco, nello specifico, ai profili di coloro che hanno girato il mondo con i soldi di mamma e papà e ci hanno ammorbato con innumerevoli fotografie, tutte tristemente identiche tra loro, dinanzi a monumenti, paesaggi, spiagge esotiche, ostentando dita a V e sorrisi sui loro volti patinati dagli orribili filtri che riescono solo a far apparir loro ancor più miserabili, magari sentendosi anche un po’ speciali, nella convinzione di aver fatto una vacanza unica, diversa da quella fatta dai compagni di liceo con cui, alla veneranda età di quarant’anni, sono tuttora in competizione, in una ridicola guerra tra poveracci, e mai termine fu più appropriato in questa circostanza. Bene, ad oggi, spulciando tra i profili social di costoro, tra una focaccia integrale e una torta di mele, una copertina e una tisana con il partner con il quale il sesso è ormai un’antica e vetusta rimembranza, emerge una nicchia di nostalgici, una carovana di sensibiloni che si ostina a pubblicare fotografie di viaggi passati, accompagnando le immagini a struggenti didascalie che magnificano il senso d’attesa fremente in merito alla fine delle restrizioni e alla conseguente possibilità di tornare quanto prima a sperperare capitali ereditati e immeritati. Tra i post, ce n’è uno che mi ha colpito in particolare: foto di coppia, bacio platonico con lei che poggia le natiche su una palma, in una spiaggia non identificata. La didascalia che accompagnava questa meravigliosa immagine, peraltro impeccabile da un punto di vista della composizione fotografica, e questo fa molto riflettere sulla spontaneità e l’autenticità di questi momenti, era la seguente: Il giorno dopo il vaccino #dreamingof.

Bene, a questo punto, visto che a quanto pare siamo tutti un po’ sognatori e visionari, in questo mondo pazzerello e birbante, un po’ hungry e foolish, vorrei condividere un mio di sogno, un desiderio che nasce dal profondo del mio cuore: non posso che augurarmi che il vaccino contro Sars-Cov-2 funzioni pienamente, che gli anticorpi facciano il loro dovere nel proteggervi dal Coronavirus, ma che quest’ultimo sia pieno di effetti collaterali paradossali. La mia grande speranza è che, non appena avrete ricevuto in vena l’ambito antidoto, vi colga una violenta diarrea, la pelle vi si riempia di squame, diventiate verdi e magari vi spunti una bella coda, auspicando che quest’ultima ogni mezz’ora vi riempia di ceffoni, compensando anni di mancate cinghiate che i vostri genitori avrebbero dovuto darvi anziché mandarvi in giro per il mondo a bighellonare come dei lazzaroni. I vostri selfie, in quelle condizioni, sarebbero un vero spettacolo. Sarà uno spasso ammirare le vostre facce da rettili deperite con una didascalia del tipo “Sono diventato/a orribile, ma ciò nonostante sorrido sempre e questo mi dà la forza per andare avanti”.

Andare avanti verso dove, mi chiedo poi? Ma dove cazzo volete andare?

Buonanotte.

Riflessioni Pisellone

Sono davvero contenta di aver messo su questa piccolo spazio personale. Avevo un incessante bisogno di recuperare lo spirito giocondo e goliardico degli anni che furono, quando, da liceale sbarazzina, giravo per i corridoi della scuola esibendo la mia vis comica, al contempo sculettando, fiera delle mie sode terga e delle mie tettine puntute e gonfie di boria, per esercitare il mio fascino e potere sugli uomini, sempre in compagnia di Mariarita, la mia migliore amica, per gli amici “bidone”, nomignolo affettuoso attribuitole in virtù della stazza di costei, con la quale mi accompagnavo in modo che non mi facesse ombra e apparissi sempre e comunque la più bella del reame. In verità, per quanto ostentassi sicumera e beltà, a quei tempi avevo la fica secca come una noce, talmente arida e asciutta che al confronto il fiume Po in agosto risulterebbe balneabile. In verità, debbo fare una confessione: ho sempre avuto una paura fottuta degli uomini ed è uno dei motivi per cui, ormai sulla soglia dei cinquant’anni, sono una donna sola e disperata, incapace di amare, con all’attivo poche squallide scopate nel corso delle quali non ho mai avuto il minimo accenno di godimento, dato il mio interesse esclusivo verso il potere e il dominio sugli altri, mentre Mariarita, con il tempo, ha perso un po’ di peso, è diventata quella che si definisce “un tipo” e, a quanto pare, sotto le coperte ne combina di cotte e di crude con il suo nuovo compagno. È diventata una di quelle rare donne che se lo introducono da sole con disinvoltura, come se stessero indossando un pregiato capo di abbigliamento, e arriva al punto da lasciare al suo uomo fortunato la sola lisca del pene al termine delle loro lunghe sedute amorose.

Cari lettori, mi rivolgo a voi uomini in questo momento e un monito mi sovviene, al termine di questa storia, ricca di archetipi e di simboli. Vi invito caldamente ad abbassare i vostri obiettivi, dato che la gran parte di voi è brutta come la morte, dentro e fuori. Lasciate perdere le bellone come me, il più delle volte frigide e glaciali. Per quanto il tutto possa essere impiattato in maniera impeccabile, a guisa d’un piatto gourmet, vi troverete ad assaporare invero una pietanza amara e indigesta. Puntate a donne che vi piacciono davvero, donne che ve lo fanno venire duro come il marmo, anche se “brutte”, rispetto ai canoni standard. Smettetela di vergognarvi con i vostri amici se volete scoparvi un cosiddetto “cesso” e ascoltate l’unica parte del corpo che ragiona più del vostro cervello bacato: il vostro uccellone imbizzarrito.

Il vostro pisellaccio zuzzurellone è una sorta di freccia che vi indica la strada: seguite le sue indicazioni.

E concludo: smettetela di sposarvi con un surrogato di vostra madre, in cerca di una serenità che è sinonimo di morte.

Buon fine settimana.

Dialogo tra Grandi del Giornalismo Italiano del Ventunesimo Secolo

– Pronto, Fabrizio?

– Ciao Lorenzo, come te la passi? Scusami se ti disturbo a quest’ora. Ti ho svegliato?

– Ciao carissimo. Non ci lamentiamo. Ero sveglio. Nessun disturbo. Nessuno. Figurati. Puoi chiamarmi. Quando vuoi. Davvero. Sinceramente.

– Ascolta Lorenzo carissimo, devo darti una notizia: è morto Paolo Rossi!

– Ah. Il comico?

– Ma no, Lorè! Il calciatore, Pablito, campione del mondo nel 1982!

– Ah. Grazie. Per avermi avvisato. Avvertito. Quando è successo?

– La notizia è di questa notte. L’ha mandata sua moglie sul suo profilo instagram.

– Va bene. Hai già pubblicato qualcosa? Sulla tua pagina? La tua pagina Facebook?

– Non ancora Lorè, ti dico la verità…

– Beh, cosa aspetti? Attendi?

– Lorè…ti dovrei confessare una cosa sinceramente, è da un po’ che ci rimugino…

– Dimmi. Tutto. Caro Fabrizio. Ti ascolto.

– Lorè…almeno quando siamo al telefono, puoi usare senz’altro qualche subordinata in più, è una conversazione tra amici questa, non occorre essere così, fammi dire, puntigliosi…

– Grazie. Non mi occorrono consigli. Suggerimenti. Nessuno. Di nessun tipo. Lo faccio per allenamento. Autodisciplina. Pratica.

– Come preferisci…ascolta Lorè, non si tratta di questo, ma da un po’ di giorni sto riflettendo su una cosa che mi sta facendo sentire in colpa…

– Dimmi pure.

– Lorè, parliamoci chiaro: qui non facciamo altro che copiare la notizia struggente del giorno e replicarla con questo stile smielato che, fammi dire, non offre nessun valore aggiunto a livello informativo. Sono solo buoni sentimenti, post acchiappa-like. Intendiamoci: io sono nato nel 1980 se non ricordo male e tu nel 1983. Quando l’Italia ha vinto i mondiali io avrò avuto sì e no tre anni e tu non eri neppure nato, porca puttana!

– Arriva al punto. Al dunque. Al cuore. Al nocciolo. Del discorso. Di questa conversazione.

– Lorè, oggettivamente non ce la faccio più a tenermi dentro questa cosa: a me di Paolo Rossi, come di tutti i morti celebri del giorno che commemoriamo puntualmente per ottenere consensi, non me ne fotte un cazzo! Mi sento uno sciacallo a volte, peggiore di Salvini!

– …

– Ci sei, Lorè? Mi senti?

– Sì. Ho ascoltato. Attentamente. Molto attentamente. Con molta attenzione.

– E quindi?

– Fotte sega. Nemmeno a me. Neppure al sottoscritto. Non sento nulla. Per loro. Per nessuno. Ed è ciò che siamo. Sciacalli. Speculatori. Della peggior specie. Mercificatori. Di buoni sentimenti. Siamo uguali. Speculari. Duali. A Salvini. Matteo Salvini. Proprio lui.

– Lorè…ma che stai dicendo?

– Fabrizio. Amico mio. A me sta a cuore solo una cosa. Una singola cosa. Ho un sogno. Un unico sogno. Un singolo interesse. Un’unica battaglia. Per donare speranza. Per un mondo migliore. Per me stesso. Solo ed esclusivamente per me stesso.

– Lorè, accorcia! Mi stai facendo una capa tanto! Dov’è che vuoi andare a parare?

– Fabrizio. Ne ho un bisogno disperato. Di tutti quei like. Di tutti quei consensi. Reazioni. Commenti. Sono una persona sola. Non ho amici. Non ho una donna. Nessuno mi ama. Nella vita. Nella vita reale. Vivo ancora con mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. Questo mondo cattivo. E si vergogna di me. Tanto. Tantissimo. Lo faccio per lei. Per compiacerla. Per piacerle. Per conquistare il suo amore. Il suo riconoscimento. Sai cosa accadrebbe, se un giorno tutto questo finisse?

– Lorè…hai usato un periodo ipotetico del secondo tipo, occhio…

– Sai cosa accadrebbe?

– Cosa?

– Che morirei di dolore.

– …

– Ci sei? Fabrizio?

– Lorè…

– Fabrizio.

– La penso esattamente come te…sono nella tua stessa identica situazione…l’unica differenza è che vivo con un gatto…e si vergogna di me, tanto, tantissimo. Lo faccio per lui, per compiacerlo, per piacergli, per conquistare il suo amore, il suo riconoscimento…

– Già. Fabrizio. Amico mio. Siamo nella merda.

– Siamo nella merda…

– A che ora pubblichi? Il tuo post? Su Paolo Rossi?

– Tra un paio d’ore, Lorè…

– Va bene. Il mio sarà pubblicato verso le nove. Del mattino. Al solito. Come consuetudine. Ora di punta. Molte visite. Endorfine. Dopamina. Sollievo. Dalla solitudine. Dal dolore. Dal mio complesso. Complesso di Edipo. Sollievo. Effimero. Ma sollievo.

– Ci sentiamo Lorè…

– Stammi bene. Fabrizio. Davvero. Un abbraccio. Ti voglio.

– Prego?

– Bene.

– Ciao…

– Ciao.

La Pandemia di Masterchef

Credo sia opportuno fare una seria riflessione in merito ai gravissimi danni psicologici e sociali che programmi televisivi quali Masterchef, Cucine da Incubo e affini hanno causato a noi tutti. Al solito, i social network sono un’autentica miniera d’oro sotto questo punto di vista. Ormai i profili sono un pullulare di fotografie di antipasti, primi, secondi, contorni, dolciumi di ogni tipo, impiattati con una cura estetica maniacale, oltre al perfezionismo nevrotico, ossessivo-compulsivo, con cui le portate vengono immortalate, cercando l’angolazione e la luce giusta. Ecco, in tutto questo, la mia perplessità è la seguente: ma dove cazzo lo trovate tutto questo tempo libero? Ma ce l’avete un cazzo di lavoro? Tra l’altro, state facendo venire una marea di complessi a chi, come il sottoscritto, si accontenta di cucinare piatti più semplici, con un semplice, antico, tradizionale e pragmatico obiettivo, quello di mettere sotto i denti qualcosa di commestibile.
Davvero, cari lettori e care lettrici, lo ribadisco ancora una volta: la pandemia non ha avuto nessun effetto catartico, non vi è stata nessuna evoluzione, nessuna maturazione, nessun miglioramento, nessuna palingenesi collettiva. Il fatto che il virus vi abbia costretti in casa ha magnificato un’epidemia ben peggiore, quella del vostro narcisismo ed esibizionismo, il sentirvi tra i fornelli alla stregua di novelli Carlo Cracco e Bruno Barbieri, verso i quali, tra l’altro, provate un’ammirazione di stampo masochistico, visto che se avessero modo di assaggiare le porcherie che cucinate, probabilmente ve le sputerebbero in faccia riempiendovi di insulti e li ringraziereste pure.

Non posso che augurarmi, per concludere, che la pandemia finisca quanto prima, che i vaccini siano efficaci e che al termine di questo durissimo anno faccia seguito una tremenda carestia, una mancanza totale di derrate alimentari che ci liberi una volta per tutte di questa iattura del “food porn”. Sarà bellissimo vedere i vostri selfie, con i vostri volti scavati e rinsecchiti, mentre dentro siete straziati dal dolore e dalla fame, con la didascalia:”sono tre giorni che non mangio, sorrido sempre”.

A quel punto, sarà bellissimo anche assistere all’ultima edizione di Masterchef, nel corso della quale i concorrenti, esasperati dalla mancanza di cibo, divoreranno senza pietà Cannavacciuolo, Barbieri, Bastianich, Locatelli, Cracco e chiunque sia stato giudice di quella trasmissione spazzatura.

La pandemia della crescita personale

Ma quanto è tossica questa peste nera della crescita personale? Gente che fino a un giorno fa non sapeva allacciarsi le scarpe, improvvisamente scopre di poter diventare qualcuno leggendo qualche manuale di automiglioramento, a mio modesto avviso classificabile nella categoria degli “hot dog della letteratura” o “junk books”. D’altro canto, questa è tutta robaccia importata dagli Stati Uniti, che ci sta trasformando in ibridi inquietanti, degni di un film di Cronenberg: da un lato ci sentiamo ambiziosi e onnipotenti come gli americani, d’altro canto siamo lacerati da un atavico senso di colpa di matrice catto-comunista, portandoci a un dissidio interiore che ottiene come unico risultato quello di apparire in verità dei patetici buffoni, manipolabili dal vero potere, che ci lascia fare, ci lascia sentire “leader di noi stessi”, sapendo che in questa ridicola mascherata, altro non siamo che marionette che si sporcano le mani al posto di chi comanda il vapore.

Mi sento di dirvi le cose come stanno, al solito con il mio fare un po’ monello e birbante: l’unico miglioramento personale è il peggioramento personale. Prendiamo atto di quanto facciamo in realtà schifo, cerchiamo di conoscere a fondo le nostre miserie, le nostre menzogne verso noi stessi innanzitutto e poi verso gli altri, le nostre pulsioni primitive, finiamola di venderci per ciò che non siamo.

Anche perché, sappiatelo, traspare tutto. Più fingete di essere qualcuno, più chi vi circonda vi guarderà con un’aria di pena acuta nei vostri riguardi e, nel caso migliore, alzerà gli occhi al cielo e starà alla larga da voi.

Reazioni Impulsive

Ogni tanto mi soffermo a pensare a quanto siano patetici i nostri comportamenti, in particolar modo le reazioni impulsive, causate in risposta ad azioni altrui che agiscono come una manciata di sale su chissà quali antiche e vetuste ferite. Mi riferisco, a titolo d’esempio, ai ridicoli rapporti di coppia in cui la maggior parte di noi è coinvolta, in cui entrambi assomigliano più ai soci di una srl che a due persone che si amano, ma nell’ambito del quale ognuno reclama e si aspetta dall’altro qualcosa che non può dare perché è fondamentalmente un miserabile come noi, che abbiamo scelto per non morire soli e verso il quale scateniamo l’inferno per un nonnulla perché non ci ama come piace a noi. Mi riferisco, a titolo d’esempio, all’Ilario di turno, giovane rampante ambizioso cocainomane drogato di lavoro impotente figlio di papà e novello Steve Jobs pronto a cambiare il mondo, finché non fraintende le azioni dei colleghi e va a piangere dal capo perché si sente escluso, l’Ilario che è nostro vicino di scrivania, l’Ilario che è dentro di noi.
Quali traumi si celeranno dietro la nostra impulsività e il nostro essere dei totali e inutili coglioni immaturi? Quali genitori di merda abbiamo avuto e saremo a nostra volta, perpetuando la ridicola mediocrità e l’egoismo del mondo?
La specie umana non ha scampo proprio per questo motivo, sappiatelo. Se avrete la fortuna di trovare delle eccezioni, sappiate tenervele strette e non datele mai per scontato.
E soprattutto, basta dare la colpa a mamma e papà, cominciamo a muovere tutti un po’ il culo.

Nostalgia

E ci ripenso, a casa, ci ripenso all’origine di tutto, ci ripenso al fatto che sono quasi quattro anni che non faccio ritorno. Lo conosco il motivo e, forse, solo adesso riesco a focalizzarlo con chiarezza, ed è la paura, la paura che non sia rimasto più niente di quell’età spensierata, quelle sbronze, quel fare numero a discapito della qualità dei rapporti, quella totale mancanza di responsabilità, quella separazione ormai netta, quelle strade ormai divise, che non voglio vedere. Non me la sento, non voglio.

Tornare significa sentirsi a casa, non voglio sentirmi di nuovo a casa sapendo che dovrò andar via a breve, sapendo che non può più essere casa, voglio evitare quel dolore, quel lutto tutte le volte rinnovato, perché è scontato che sarà così, lo sento che non potrà andare diversamente, che non avrò più nulla da dire a nessuno, che non mi stupirà più nulla, che la nostalgia mi strazierà.

Sono andato avanti per mia volontà, ho quasi forzato quel me stesso che spingeva a restare, più ancorato a un passato edulcorato e idealizzato che altro. È finito tutto, non è rimasto più nulla.

Eppure ricordo tante cose, belle, forse poetiche, se ci ripenso oggi, i capelli lunghi, le sigarette fumate nel bagno del liceo, i treni provinciali presi per andare a trovare il mio primo amore nel paesino vicino, il ritrovarsi con quattro gatti in piazza la domenica sera anche con un freddo cane, il sentirsi adulto in quinta con quelli di terza, una carovana di amici ormai non pervenuti, è stato bello, è stato formativo, ero io, in piccola parte, inconsapevole di tante cose, ma c’ero già, e usavo le mie energie in modo diverso, spesso in modo sbagliato, ma non importa, i miei sbagli, i miei errori, sono fatti miei.

Ed eccomi qua ora, più vecchio, in un’età che ha senso che sia questa, è giusto.

Non possiamo fare altro che andare avanti, per fortuna, purtroppo.