La Pandemia degli Addii Al Nubilato

Questo post vuol essere una dedica a noi donne, naturalmente e geneticamente superiori e migliori delle nostre controparti di sesso non femminile, delle quali al momento mi sfugge la definizione. Sarà un post un po’ irriverente e caustico, facendo un’eccezione, dato che come ben sapete sono generalmente una fanciulla molto posata, usa a dir le cose con un certo tatto, quel tatto che si confà a una damigella di buona famiglia, cordiale ed educata come la sottoscritta.

Davvero, care utentesse, è bene che qualcuno ne parli e sarò io la prima a farlo: ma quanto ci ha rotto le ovaie questo vaiolo, questa cazzo di peste nera degli addii al nubilato? È cosa buona e giusta che qualcuna vi dia uno scossone. Avete finito di sperperare i soldi di vostro padre direttore di banca in queste cazzo di limousine, vestite tutte allo stesso modo, nella convinzione di partecipare a un party unico e speciale, quando in realtà siete solo delle replicanti scontate e banali, la copia di mille riassunti, per dirla con Samuele Bersani e farvi bagnare tutte? Ma è possibile che queste feste siano poi tutte uguali? Indossate tutte una maglietta rosa che recita generalmente uno slogan banale e stereotipato sul matrimonio, mediante il quale fingete che la futura sposa, che si distingue da voi unicamente per via del velo bianco in testa, stia subendo una sorta di condanna. Vi prego, smettetela con questa pagliacciata, piantatela di andare in giro per la città a bighellonare e a coprirvi di ridicolo, richiedendo foto buffe generalmente ai più morti di fica del quartiere, ai quali donerete un briciolo di speme facendogliela annusare, facendogli credere che siate in giro alla ricerca di poderosi uccelloni quando, non appena Mariarita, la bruttarella del gruppo, riceverà un invito a uscire da parte del nerd Gwencàlon che ha appena scattato la foto, sarà soverchiata dal timore atavico e isterico di essere pisellata e si tirerà indietro. A fine festa poi, tornata a casa, nella solitudine della sua cameretta, prona sul suo lettino, piangerà lacrime di rabbia e di dolore con la faccia sommersa nel cuscino, sapendo che Naomi, l’odiata migliore amica, ha sempre avuto più uomini di lei e finalmente convolerà a nozze con quel fustacchione di Michelangelo, l’unico che ha saputo tenerle testa, ché stare con lei non è mica semplice, oh! Non sono mica tutti capaci di combattere per lei, bellissima, complessa e dolcemente complicata com’è.

Care utentesse, un consiglio da amica: lasciate perdere la voce interiore di vostra madre e di vostro padre, che vi hanno instillato un sacco di complessi e di traumi, in base ai quali non siete degne di essere chiamate donne se non convolate a nozze. Emancipatevi sul serio, guardatevi dentro, scavate in fondo alla cloaca della vostra cazzo di interiorità, guardate bene in faccia i vostri demoni, i quali sono lì per una precisa ragione, guardate quella mezza sega del vostro compagno o di vostro marito, il cui sguardo spento è degno certificato di garanzia della sua castrazione causata da altrettanti, seppur differenti, condizionamenti sociali, della sua vitalità ormai soffocata dal grigiore di una routine mortifera. Guardatelo bene e, per fare un’altra altissima citazione, ricordatevi della serie tv Scrubs. Ricordate bene cosa dice il Dr. Cox a Elliot Reid, prima che quest’ultima stia per sposare Keith Dudemeister: – Elliot, vuoi sposare Keith o vuoi semplicemente sposarti?

Bene, care utentesse, se dopo la vostra autoanalisi, la risposta è che volete semplicemente sposarvi, se il vostro obiettivo è semplicemente quello di mettere su famiglia con un brav’uomo che non disturba troppo, ma vi irrita profondamente esattamente per questo motivo, se dunque l’idea è quella di portare avanti un progetto che fondamentalmente interessa solo a voi, perché fidatevi, a pochissimi uomini interessa davvero metter su famiglia, allora è quello il segnale: fate le valigie, scappate a gambe levate e non guardatevi più indietro.

Questa mia missiva è valida naturalmente anche per gli utenti ammogliati, ai quali mi tocca enunciare un’amara verità: cari uomini, noi donne amiamo in pochissimi casi, stiamo con voi per paura della solitudine e del giudizio altrui. Se amiamo qualcuno, senz’altro non siete voi, al massimo possiamo provare nei vostri confronti un po’ di tiepido e insipido affetto.

Prendetene atto.

Vacanze

Ecco giunte le agognate vacanze: oh, finalmente! È giunto il momento di lasciarsi alle spalle le preoccupazioni di carattere professionale. Mi ci vedo, vi ci vedo, non vedete l’ora di terminare l’ultima riunione, timbrare quell’ultimo cartellino, uscire dall’ufficio o da ovunque vi troviate, voi “smartworker” e nomadi digitali, a sbrigare le vostre faccende lavorative, pronti ad accogliere il senso di liberazione, la felicità donata dall’illusione che per due o tre settimane sarete liberi.

Eppure, che strano, qualcosa si affaccia alla mente, siamo in ferie, cazzo, dov’è quella promessa di gioia, di felicità che tanto aspettavamo e speravamo giungesse? Cari utenti e care utentesse, da nessuna parte. Adesso il lavoro non occupa più la vostra mente, non avete più una scusa per lamentarvi del vostro capo ruffiano, del vostro collega ambizioso e cocainomane Ilario, del fatto che voi, talentuosi professionisti poco apprezzati, meritiate di più, meritiate gloria, riconoscimento e promozioni senza aumento di stipendio. In pratica, non avete più lamentele da utilizzare come arma per soffocare i vostri demoni i quali, una volta a mente libera, emergeranno con prepotenza, verranno nuovamente a tormentarvi, a ricordarvi di quanto siate insoddisfatti e scontenti, di quanto vi fa incazzare vostra suocera, di quanto sia invadente vostra madre, di quanto sia piccola la vostra casa, di quanto il vostro matrimonio zoppichi, di quanto siano deluse le vostre aspettative, di quanto, in pratica, sia mediocre la vostra vita, pur nella convinzione di essere migliori degli altri e che sì, un giorno ce la farete a essere felici. In fondo siete resilienti, non mollate mai, cazzo, siete dei veri combattenti, eroi ed eroine del ventunesimo secolo!

E allora, suvvia, non bisogna pensare a tutto questo, bisogna pianificare le ferie, Dio buono! Avete fatto le valigie? Avete pulito casa? Avete preso le chiavi? Avete chiuso il gas? Avete spento il frigorifero, cavolo bisognerà sbrinarlo almeno due volte all’anno, no? Ed eccovi in auto, mentre fremete, in attesa di recarvi in spiaggia, consapevoli che in circa un paio d’ore raggiungerete finalmente la Liguria, carichi di aspettative. State tranquilli, le cose andranno esattamente come ve le siete immaginate, la realtà coinciderà in ogni minimo dettaglio con lo scenario che avete dipinto nella vostra mente, quello scenario che vi serve a soffocare il vostro dolore, che non avete alcuna voglia di guardare in faccia. Ed eccovi finalmente, imboccate la A7 e guarda un po’, sono tutti lì, in coda, pecoroni guidati dal pastore del vostro conformismo mascherato da anticonformismo, sotto un sole cocente. Tre corsie per senso di marcia inesorabilmente occupate. E vi incazzerete, voi non donne alla guida, mentre vostra moglie, con i piedi rigorosamente sul parabrezza e con aria di sufficienza, impigrita, inizierà a lamentarsi del traffico, ché non è possibile che partano tutti a quest’ora, figa! E voi abbozzerete, ingoierete l’ennesimo rospo, giustamente. Potete fare diversamente, per caso? Avete due figli a carico, Lanfranco e Mariaritanna, non è giusto mollare ora, lasciarla, come la prenderebbero i vostri pargoli, i quali sono molto meno stupidi di quello che pensate e sanno benissimo che le cose tra mamma e papà non vanno bene e soffrono in silenzio e con buone ragioni vi faranno passare le pene dell’inferno non appena diventeranno adolescenti perché siete un pessimo modello per loro, ché vi siete sposati solo per convenzione sociale e per la vostra solita schiavitù nei confronti dell’altrui compiacimento?

Buon viaggio allora, cari utenti e care utentesse, ho appena imboccato l’autostrada da Milano con moglie e figli, ci vediamo a Varazze tra dodici ore.

Buone vacanze del cazzo.

Massimo Recalcati Puro Amore

Sono davvero eccitata come una scolaretta di quarta ginnasio che ha incrociato per la prima volta lo sguardo sornione di Jonathan Mirko, il bellone di prima liceo il cui sorriso candido contrasta magnificamente con la pelle abbronzata del suo viso.

Davvero, signore e signore di sesso contrario a quello femminile, mi sono appena imbattuta in un post del mio caro amico Massimo Recalcati e debbo riconoscere che codesto profondo conoscitore dell’anima è davvero capace di mettere nero su bianco tutte le sfaccettature dell’amore. Costui sa parlare di questo sentimento dimostrando una femminile gestione della complessità, muovendosi armonioso e sinuoso, a guisa d’una foglia che libra nell’aere trasportata da un vento autunnale, attraverso le innumerevoli sfaccettature di codesta emozione.

Leggere tutto questo mi causa inevitabilmente un devastante inumidimento della mia passerotta squirtotta e tracagnotta. Debbo condividere con voi tutto quest’ardore che mi soverchia e mi fa le gote di bragia ogni qualvolta ho l’onore e il privilegio di leggere le sue righe. Dunque, a detta del nostro fine psicoanalista, l’amore è “ripetizione di un calco”, quindi un ricalco. L’amore è, dunque, “recalcato”. Da ciò non possiamo che concludere che Recalcati è egli stesso puro amore, l’archetipo dell’amore, anzi, oserei dire che Recalcati è l’idea dell’amore nell’iperuranio di Platone.

Finalmente abbiamo la risposta a un quesito che forse attanaglia un po’ noi tutti, anche i più duri di noi che fingono d’ignorare codesto sentimento: che cos’è l’amore? L’amore è un intellettuale che adopra parole ricercate per non dire assolutamente un cazzo, che strizza l’occhietto ai progressisti usando la psicoanalisi come arma di regime, indossa un dolcevita e una giacca nera, occhiali quadrati, capelli brizzolati con la riga al centro, non ride mai e pronuncia “Lacan” alla francese per autoconferirsi il titolo di maggiore esperto italiano dello psicanalista transalpino.

Cristo Santo, se l’amore è questo, vi do un consiglio da amica: disfatevi di manovelle fino alla morte.

Flusso di Coscienza

Mi piace pensare al fatto che se seguite questo blog, siete fondamentalmente degli scoppiati figli di buona donna, in fin dei conti un po’ soli contro il mondo, tormentati dai vostri lati oscuri che vi ostacolano nel vostro tentativo inutile di essere sempre sul pezzo, perfetti, puntuali, ambiziosi, buoni cristiani, buoni padri e madri di famiglia. Ecco perché questo spazio si propone di essere un approdo ove potrete trovare un po’ di ristoro, qualche vivanda e un letto caldo, forse un po’ di solidarietà, sentirvi tutto sommato non così diversi dagli altri, percepire che, forse, i vostri tormenti, le vostre paure, i vostri dubbi, le vostre perplessità, il vostro pasticciaccio di sentimenti, dove confondete nostalgia e tiepida e sbiadita sicurezza con amore, rapporti di vecchia data logori e stantii per amicizia, odio atavico verso i vostri genitori per amore e rispetto nei loro riguardi, sono gli stessi di chiunque altro, anche di chi manifesta felicità posticcia a suon di autoscatti e vacanze in Salento, con i loro sorrisi contriti da figli di puttana, con le mascelle dolenti per lo sforzo di dover non solo ostentare gioia, ma anche di dover soffocare, rimuovere tutto il magma inconscio del proprio squallore e della propria miseria umana.

Sappiate che potete scrivermi e confidarmi i vostri tormenti, anche in forma anonima. Tempo fa inaugurai la rubrica “La Posta di Dino”. Ovviamente non aspettatevi alcun buon consiglio, al contrario le risposte saranno acide e beffarde affinché noi tutti si apprenda a non prendersi troppo sul serio. Del resto, non abbiamo tutto questo tempo, altro non siamo che un peto di Dio mutatosi geneticamente e masochisticamente, in attesa di divenire concime per la terra con lo scopo di generare forme di vita più sensate.

Del resto, questo non è lo studio di un fottuto strizzacervelli. Per quello potrete rivolgervi tranquillamente al mio amico Massimo Recalcati, allievo naturale di Lacan, naturalmente pronunciato alla francese.

Seconda Dose

Ebbene sì, è toccato anche a me: una seconda dose di ottimo Moderna mi è stata infine somministrata. Al momento, nessun effetto collaterale sta disturbando il mio esile corpicino, nessuna mutazione sta deformando il mio volto elastico e cangiante. Tuttavia, oserei definire questa iniezione come un simbolo, la quadratura del cerchio, la fine di una lunga traversata nel deserto iniziata alla fine del mese di febbraio dello scorso anno e conclusasi con un ago che ha fatto fatica a penetrare nelle mie carni ormai indurite dagli anni e dal male di vivere.

Eppure eccoli qui, preziosi anticorpi che fanno il loro duro lavoro, ostacolando l’accesso a quella canaglia di virus, “il nemico invisibile”, com’è che dite voi? Alla fine aveva ragione quel dolce cucciolone di Massimo Gramellini: è andato tutto bene. Siamo ancora in salute, pur costretti a indossare ancora le “sorelle mascherine”, per dirla con il maestro di vita Massimo Recalcati, il quale tutte le volte che pronuncia “Lacan” alla francese mi fa bagnare come una scolaretta alle prese con i primi ardori, ma questo è un bene per taluni di voi, per celare le vostre facce inguardabili. Sono contenta perché entro finalmente a far parte di quella categoria di prodotti di alta qualità, attendo solo che oltre al Green Pass mi venga applicata l’etichetta “Bio” sulla fronte. Non che questo cambierà le cose a livello relazionale, sia chiaro. Ho sempre rifuggito i rapporti umani e il contatto fisico. Il solo sentire la pelle di qualcun altro sulla mia fa un effetto repulsivo, la considero alla stregua d’un ignobile invasione di campo. Come vi permettete di toccarmi, razza di lazzaroni? Andate a mettere le vostre manacce sporche altrove, dopo che magari avete infilato le vostre dita nel naso o peggio, vi siete toccati il pannocchione e la cicciabaffa senza darvi una bella disinfettata.

Insomma, questo mia missiva vuole senza meno chiudere un ciclo, mettere un punto fermo su questa vicenda. Diciamocela tutta, ci siamo divertiti un mondo, vero cari amici e care amichesse? Tutta questa storiaccia ci ha fatto veramente sbudellare dalle risa, in taluni frangenti ci siamo forse sentiti soli e senz’appigli, ma ce l’abbiamo fatta. Siamo ancora vivi, più carichi e più uniti di prima nel mettere in ridicolo i nostri vizi, la società di cui, ahimè, volenti o nolenti noi tutti facciamo parte, per sorridere delle nostre miserie e delle nostre vite orribili, per guardarci allo specchio e renderci conto di quanto siamo invero brutti, volti terrificanti di individui che si sentono fotomodelli, che senz’alcun pudore pubblicano autoritratti inguardabili, commentati ipocritamente dai propri “amici”. Sogno il giorno in cui qualcuno abbia il fegato di commentare la verità sotto le vostre foto di coppia, in modo che la possiate piantare di ammorbarci con le vostre immagini piene di filtri che vi rendono lisci come bambole, artificiali, artefatti, degno certificato di garanzia della vostra insicurezza: Pierangelo e Martalisa, voi e i vostri gemelli di tre anni Frangiacomo e Landomenico fate schifo al cazzo, e meno male che tramite fotografia non è possibile sentire la vostra puzza.

È stato bello passare questo anno e mezzo con voi, debbo riconoscerlo. Mi avete fatto sentire meno sola e non posso che ringraziarvi per l’affetto mostrato e concludere questa mia missiva con uno slogan, un motto che vorrei che voi tutti faceste vostro, nel nome del progresso e dell’uguaglianza, perché nessuno si senta più discriminato ed escluso qualsiasi sia la sua etnia, idea politica, ma soprattutto orientamento sessuale.

Abbasso la fica.

Alla Ricerca della Felicità

Nonno Veniti

Osservo il mio mondo interiore e il mondo circostante, da saggio vegliardo quale sono, che ha visto ormai moltissime primavere. Guardo soprattutto a voi giovani generazioni, virgulti e virgultesse pieni di belle speranze, sognatori e idealisti alla ricerca del lavoro dei sogni, della donna e della “non donna” della vita, così desiderosi di lasciare un segno, un’impronta in questo mondaccio implacabile e imprevedibile, che bramano l’altrui compiacimento e la necessità di essere riconosciuti, osservati, a guisa di neonati che hanno appena mosso i loro primi passi e ricercano il sorriso compiacente della mamma e del papà. Vi osservo, con l’occhietto acuto e critico dello scienziato, e mi sovviene una prima conclusione, ovviamente passabile di qualsivoglia confutazione. Davvero, siete liberi di contraddirmi quanto volete e naturalmente provvederò a censurare e a nascondere i commenti che mi infastidiscono, soprattutto da parte di chi non lo fa con piglio costruttivo, ma per le ragioni di cui sopra, ossia per lasciare un segno, un’impronta in questo mondaccio implacabile e imprevedibile, bramando l’altrui compiacimento e la necessità di essere riconosciuto, con lo scopo magari di attaccare per primo per non essere attaccato, di dare consigli non richiesti per sentirsi protagonista della sua vita, in grado di gestire il proprio destino, convinto di attirare così l’attenzione, ma ottenendo invero l’esatto contrario.

Ma non divaghiamo. Come vi dicevo, giungo a una prima conclusione, correggetemi ovviamente se sbaglio. Quello che noto è che coloro che si affannano a ricercare ostinatamente la felicità, questa benedetta felicità, questo cazzo di obbligo del terzo millennio, come se fosse un traguardo, una cazzo di meta definitiva, raggiunta la quale nessuna sofferenza potrà più scalfir loro, siano in realtà i soggetti con maggiori difficoltà esistenziali. Giovani Werther della domenica che passano una vita intera a cercare la felicità tra forzature del loro carattere, un paio di uscite dalla “comfort zone” che scaturirà solo attacchi di panico e tanta, tantissima resilienza dei miei coglioni, ottenendo masochisticamente come unico risultato una quantità indicibile di atroci sofferenze e umori altalenanti sovente spacciati come vezzo, come virtù, mentre ovviamente è tutta colpa del segno zodiacale, dei genitori, del partner, del patriarcato, i soliti capri espiatori su cui proiettare la propria inadeguatezza e inettitudine, per scaricare addosso a costoro tutta la propria incapacità di vivere fondamentalmente una vita semplice e libera, che è forse la vera necessità, oltre a un sano discernimento in mezzo a tutta questa cazzo di scelta, tutte queste opzioni che ci distraggono continuamente e non ci permettono di stare un momento con noi stessi per capire sul serio che cosa cazzo vogliamo e desideriamo davvero.

Insomma, per farla breve, c’è una brutta notizia: la felicità non è un traguardo. Mi spiace dirvelo, ma siamo tutti condannati a vivere un’esistenza fatta da una sana alternanza di gioia e dolore, per cui se siete perennemente ansiosi, depressi, bipolari, borderline, non siete vittime, ma siete colpevoli. Non è colpa di mamma e papà, non è colpa di vostro marito, di vostra moglie, del vostro partner, dei vostri figli, ma è colpa vostra. Siete responsabili del fatto che magnificate i vostri dolori esistenziali semplicemente perché è un modo come un altro per dare un senso malato alla vostra vita e per attirare l’attenzione del crocerossino e della crocerossina di passaggio, anch’egli vittima delle proprie velleità di presunto salvatore e salvatrice.

Insomma, piantatela di cagare il cazzo, veramente. Vi sentite oppressi dai vostri genitori? Andate via di casa e, qualora non possiate perché al momento vi manca il lavoro, date loro ragione e fate comunque il cazzo che volete. I vostri amici d’infanzia sono diventati stantii e ripetitivi? Cercate nuovi amici con cui condividere interessi e punti di vista. Il vostro partner vi sta stretto? Riducete le aspettative, amatelo per quello che è e se non vi va più bene mollatelo. Davvero, cari utenti e utentesse, la vita può essere veramente molto più facile di quello che sembra. Piantatela di complicarla con delle inutili razionalizzazioni, mentre cercate ridicolmente di nascondere quello che emerge inconsciamente. Non siete credibili, traspare tutto, si nota tutto.

Siate spontanei e non rompete i coglioni. Discorrevo amabilmente qualche giorno fa con un saggio amico del club di gentiluomini a cui appartengo, mentre giocavamo a scacchi sorseggiando dell’ottimo Porto: siamo sette miliardi, non siamo speciali, finiremo tutti a concimar la terra, alla stregua di letame, ma più puzzolente.

Non abbiamo tutto questo tempo, purtroppo. E credetemi, è davvero così.

Muovete il culo e, se pensate che non sia il caso, non muovetelo affatto. Non è obbligatorio farlo, se non ve la sentite.

Europei e Ripartenza

Sono davvero sorpresa da questa notizia. Sono l’unica che dava per scontata un’impennata del PIL a seguito della vittoria degli azzurri agli Europei? Eppure i nostri amati e stimatissimi giornalisti non facevano altro che parlare di questo, di rinascita, ripartenza, la nazionale di calcio trattata a guisa d’un archetipo, una sorta d’elisir di lunga vita che avrebbe ridato lustro alla nostra economia. Vi confesso che, non appena Donnarumma ha parato l’ultimo rigore di Saka, mi sarei aspettato che le nostre imprese avrebbero riaperto un secondo dopo, con un esplosione degli ordini di produzione, oltre a pensare che avrei ricevuto una miriade di telefonate per avviare nuove e proficue collaborazioni con aziende del mio settore.

Invece nulla, c’è un incremento della povertà. Come si permettono, questi cosiddetti “poveri”, di frenare la ripartenza?

Davvero, non me l’aspettavo proprio. Sono stupita.

Confessioni

Quest’oggi mi sono recata in metropolitana, fermata Precotto, presso una di quelle cabine per fototessere. Non ne avevo mai parlato prima, ma credo sia arrivato il momento di farvelo presente: la mia casa non ha mai avuto specchi. Ho visto solo di rado il mio volto riflesso in qualche vetrina, sfuocato e abbagliato dalla riflessione della luce solare. Oltre a questo, non esistono fotografie del mio vero volto. Sono nata e cresciuta in una famiglia molto protettiva, la quale ha pensato bene che non fosse opportuno, forse per non ferire la mia sensibilità, forse perché si vergognavano di me, che io stessa venissi a conoscenza delle mie reali fattezze.

Bene, inevitabilmente, oggi ho deciso di affrontare la verità, capire quale fosse la mia vera faccia, chi si cela in realtà dietro la squallida mascherata di Dino Veniti, la mascherina igienica che uso per proteggermi dal virus della mia stessa miseria, dalle mie pulsioni di morte, dalle mie nevrosi e dalle mie psicosi. Sono entrato in cabina, ho inserito cinque euro, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che la macchina fotografica acquisisse l’immagine del mio volto. Sudavo freddo, intanto che la cabina si accingeva a stampare il risultato di quella seduta fotografica. Al termine della stampa, sono uscito e ho tirato fuori quanto realizzato da quella macchina infera. Con coraggio ho aperto gli occhi e ho finalmente guardato, trepidante, le mani tremanti.

Quanto emerso mi ha fatto gelare il sangue, anche se in fin dei conti l’ho sempre sospettato. Sì, è così, ho sempre saputo che le cose stavano in questo modo. Mi sono tornati alla mente gli sguardi preoccupati di mia madre, le urla di mio padre e i loro litigi, i tempi dell’orfanotrofio e la prima volta che ho fatto all’amore con suor Paola e padre Pellegrino, la famiglia Veniti che mi adotta e mi porta a Lavreotiki, le dieci cinghiate quotidiane di mio padre adottivo Giánnis Kyriakos, i capitali spesi in psicoanalisi e le dieci cinghiate settimanali del mio psicoanalista, una fiammata di rimembranze che ardevano nel mio petto.

È stato lì che ho visto, ho visto quattro volti, tutti e quattro differenti, quattro figli di puttana disposti in una matrice due per due, orribili, inquietanti. Indistinguibili, per età, sesso ed etnia.

Forse è meglio che non sappiate cosa si cela dietro questo blog, dietro questa pagina. Non abbiate desiderio di incontrarmi, di conoscermi, il solo incrociare il mio sguardo potrebbe tramutarvi in statue di sale. È bene che continui a muovermi nell’ombra, nell’oscurità, ove non vi è spiraglio alcuno di luce. È lì che mi sento a mio agio, è lì che posso attingere alla cloaca del mio inconscio e sublimare il letame della mia anima corrotta in forma scritta.

Quest’oggi ho visto l’orrore in faccia, l’orrore di chi incarna tutti i mali della società liquida.

E quell’orrore sono io.

Belgio-Italia 1-2

Ancora una vittoria.

Sudata.

Sofferta.

Gli azzurri sono in semifinale, dopo aver sconfitto i diavoli rossi.

Ma non si è trattata solo di una vittoria in ambito sportivo, di una prestazione costellata dai due pregevoli gol di Barella e Insigne e dalle decisive parate di Donnarumma. No.

Ieri, i nostri calciatori si sono finalmente inginocchiati.

Tutti. Nessuno escluso.

L’energia sprigionata da questo gesto dalla forte carica simbolica ha dato il suo grande contributo alla riduzione del razzismo, il quale, secondo i miei calcoli ha subito quest’oggi un decremento del 22%, dopo un lieve rialzo del 5% nella giornata di ieri. Dal mio punto di vista, l’occasione è buona per effettuare qualche vendita allo scoperto sugli indici che seguono il trend del razzismo. Le braccia tese dei fascisti, ormai ovunque subdolamente insinuatesi nei posti chiave, con lo scopo di rovesciare la nostra democrazia e di riportare il Duce al potere, non hanno potuto fare a meno di abbassarsi.

E il merito va tutto a questi ragazzi. Un gruppo coeso. Unito. Forte. Ma soprattutto, coerente, che ha saputo mantenere salde le sue idee e i suoi ideali nel corso di tutto il campionato Europeo.

Coerente, nel portare avanti questa battaglia contro il razzismo.

E no. Non si sono inginocchiati per evitare incidenti diplomatici con la squadra avversaria, tra le cui fila spiccano calciatori di rilievo come Doku e Lukaku.

Lo dico a voi tutti, scendendo al fianco di Lorenzo Tosa, in questa durissima lotta senza quartiere. Il bene, quel bene assoluto, costituito dai valori progressisti e dal rispetto delle minoranze, alla fine non potrà fare altro che trionfare.

Lo dico a voi tutti, fascisti e razzisti che non siete altro. Siete finiti.

Italia-Austria 2-1

Vittoria immeritata degli azzurri, gli austriaci hanno dominato la partita e hanno chiuso la gran parte delle nostre iniziative. Occorre pertanto dirlo senza girarci troppo attorno: abbiamo avuto una gran botta di culo. Questo serva di lezione soprattutto a quei “menagramo d’un menagramo” (cit.) dei nostri giornalisti, che al termine del girone consideravano l’Italia già campione d’Europa, usando la squadra come simbolo della ricostruzione, di un paese che riparte.

La vittoria degli azzurri risulta ancora più amara, se pensiamo che hanno sconfitto una squadra che, vantando tra le sue fila un giocatore di colore come Alaba, dimostra d’aver fatto dell’antirazzismo un valore fondante. Chiellini ha dichiarato che non occorre inginocchiarsi per sconfiggere il “nazismo” (sic), tradendo ancora una volta le simpatie di questa nazionale nei confronti degli ambienti di certa destra. Invero, sappiamo benissimo che gli Americani, i Britannici e i Sovietici hanno sconfitto le truppe di Hitler inginocchiandosi davanti ai soldati nazisti, i quali, intimoriti dalla potenza di fuoco di un simile gesto, hanno immediatamente deposto le armi ponendo fine al secondo conflitto mondiale.

Almeno, credo sia andata così. Correggetemi se sbaglio.