Reazioni Impulsive

Ogni tanto mi soffermo a pensare a quanto siano patetici i nostri comportamenti, in particolar modo le reazioni impulsive, causate in risposta ad azioni altrui che agiscono come una manciata di sale su chissà quali antiche e vetuste ferite. Mi riferisco, a titolo d’esempio, ai ridicoli rapporti di coppia in cui la maggior parte di noi è coinvolta, in cui entrambi assomigliano più ai soci di una srl che a due persone che si amano, ma nell’ambito del quale ognuno reclama e si aspetta dall’altro qualcosa che non può dare perché è fondamentalmente un miserabile come noi, che abbiamo scelto per non morire soli e verso il quale scateniamo l’inferno per un nonnulla perché non ci ama come piace a noi. Mi riferisco, a titolo d’esempio, all’Ilario di turno, giovane rampante ambizioso cocainomane drogato di lavoro impotente figlio di papà e novello Steve Jobs pronto a cambiare il mondo, finché non fraintende le azioni dei colleghi e va a piangere dal capo perché si sente escluso, l’Ilario che è nostro vicino di scrivania, l’Ilario che è dentro di noi.
Quali traumi si celeranno dietro la nostra impulsività e il nostro essere dei totali e inutili coglioni immaturi? Quali genitori di merda abbiamo avuto e saremo a nostra volta, perpetuando la ridicola mediocrità e l’egoismo del mondo?
La specie umana non ha scampo proprio per questo motivo, sappiatelo. Se avrete la fortuna di trovare delle eccezioni, sappiate tenervele strette e non datele mai per scontato.
E soprattutto, basta dare la colpa a mamma e papà, cominciamo a muovere tutti un po’ il culo.

Nostalgia

E ci ripenso, a casa, ci ripenso all’origine di tutto, ci ripenso al fatto che sono quasi quattro anni che non faccio ritorno. Lo conosco il motivo e, forse, solo adesso riesco a focalizzarlo con chiarezza, ed è la paura, la paura che non sia rimasto più niente di quell’età spensierata, quelle sbronze, quel fare numero a discapito della qualità dei rapporti, quella totale mancanza di responsabilità, quella separazione ormai netta, quelle strade ormai divise, che non voglio vedere. Non me la sento, non voglio.

Tornare significa sentirsi a casa, non voglio sentirmi di nuovo a casa sapendo che dovrò andar via a breve, sapendo che non può più essere casa, voglio evitare quel dolore, quel lutto tutte le volte rinnovato, perché è scontato che sarà così, lo sento che non potrà andare diversamente, che non avrò più nulla da dire a nessuno, che non mi stupirà più nulla, che la nostalgia mi strazierà.

Sono andato avanti per mia volontà, ho quasi forzato quel me stesso che spingeva a restare, più ancorato a un passato edulcorato e idealizzato che altro. È finito tutto, non è rimasto più nulla.

Eppure ricordo tante cose, belle, forse poetiche, se ci ripenso oggi, i capelli lunghi, le sigarette fumate nel bagno del liceo, i treni provinciali presi per andare a trovare il mio primo amore nel paesino vicino, il ritrovarsi con quattro gatti in piazza la domenica sera anche con un freddo cane, il sentirsi adulto in quinta con quelli di terza, una carovana di amici ormai non pervenuti, è stato bello, è stato formativo, ero io, in piccola parte, inconsapevole di tante cose, ma c’ero già, e usavo le mie energie in modo diverso, spesso in modo sbagliato, ma non importa, i miei sbagli, i miei errori, sono fatti miei.

Ed eccomi qua ora, più vecchio, in un’età che ha senso che sia questa, è giusto.

Non possiamo fare altro che andare avanti, per fortuna, purtroppo.

Ancora sulla Mosca al Culo

Voglio riproporre alla vostra attenzione questo post, scritto circa tre mesi fa, all’interno del quale muovo una critica nei confronti della nostra classe giornalistica, in taluni casi schiava del proprio narcisismo e dei propri deliri di onnipotenza che, se non tenuti adeguatamente a bada, rischiano di convertire il giornalismo da mera narrazione dei fatti a piazzismo e propaganda. Nello specifico, all’interno del post cito un blogger che, in un suo profilo social, si definiva con orgoglio “giornalista senza patentino”.

Bene. Volete sapere cosa è accaduto? Il blogger in questione ha di recente cancellato quella dicitura dalla biografia del suo profilo. Ora, non so se la sua scelta sia dovuta a questo mio post e lo dubito alquanto, visto che il personaggio in questione ha un sito e una pagina ben più voluminosa in termini di utenti e visitatori, rispetto a questa autentica stronzata che ho messo su (credetemi, lo penso davvero). In ogni caso, non vi nascondo che se davvero questo mio articolo è stato in grado di sortire questo effetto, la cosa mi stupisce in positivo. Evidentemente, il blogger in questione dimostra di saper fare autocritica e questo lo rende una persona vagamente migliore, rispetto a vari pucciosi e cucciolosi personaggi, novelli chierici progressisti e sacerdoti del politicamente corretto, permalosi all’inverosimile, che popolano gli squallidi social, frequentati naturalmente anche dal sottoscritto, senza meno non esente da difetti e da momenti di mediocrità e, se vogliamo, anche permalosità.

In ogni caso, è molto più probabile che stia solo sognando, ma non preoccupatevi: a breve si torna a scrivere pessime poesie.

Bacioni.

Il Monopolio Satirico di Crozza

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È da un po’ che si è insinuato in me un dubbio, che dà origine alla seguente domanda: sono l’unico ad averne un po’ le palle piene di Maurizio Crozza?

Intendiamoci, non lo ritengo malvagio come comico, a suo modo alcune sue gag e imitazioni sanno essere esilaranti. Quello che però è divenuto vagamente insopportabile del comico ligure è la sua costante e ossessiva presenza in televisione, accompagnata da una sorta di ansia da prestazione, che lo porta il più delle volte a una caccia immediata, spasmodica e compulsiva all’imitazione dell’emergente personaggio di turno del mondo della politica, del giornalismo, dello spettacolo, un’angoscia che non sempre lo conduce a risultati egregi. Insomma, una sorta di gara ad arrivare prima degli altri, come se negli ultimi tempi, poi, ci fosse davvero qualche concorrente serio ad ostacolarlo.

Pensateci per un attimo: in molti lo osannano, diversi politici lo trovano simpatico, i grandi giornali ne esaltano la vis comica, pubblicando spesso spezzoni video dei suoi sketch nelle edizioni online. Proprio in merito a questo, pertanto, quello che mi chiedo è se costui si possa per davvero considerare un autore satirico. Se è così ben voluto dal potere, la sensazione è che Crozza tenda sempre più a tramutarsi in un guitto di regime, tutto sommato una comoda arma, non graffiante, per un potere politico e mediatico che fa sempre più la vittima ed è ancora convinto di stare all’opposizione. Ho la percezione che gli attacchi più feroci di Crozza siano rivolti in realtà soprattutto alla vera opposizione (si veda imitazione di Feltri), che altro non fa che che esprimere un’opinione differente dall’attuale morale comune, sostenuta dai novelli chierici progressisti, sacerdoti del politically correct che sono arrivati al punto di farmi rimpiangere il Cardinal Bagnasco della CEI. A questo proposito, mi vien da sorridere quando penso che se prima il sesso era vietato dalla morale cattolica, frutto di una cattiva interpretazione votata al sacrificio del pensiero cristiano, adesso sono le sacerdotesse del #metoo e suoi derivati a proibirlo, insinuando la paura di commettere e subire molestia in ogni dove. Chissà perché, ma in un modo o nell’altro, la società riesce sempre a essere sessuofobica, anche se in forme diverse, a seconda dell’epoca.

Insomma, per tornare al discorso di partenza, davvero possiamo mettere sullo stesso piano Maurizio Crozza con Daniele Luttazzi, Corrado Guzzanti, Paolo Rossi? O sono forse i tempi a esser cambiati e sembra strano invocare una satira che attacchi il potere attuale, estremamente suscettibile, infido, permaloso e convinto di essere dalla parte “giusta”?

La Mosca al Culo

Negli anni delle superiori, ho avuto il privilegio di avere come docente di Storia e Filosofia un uomo di estrema cultura e profondità, laico, razionalista, un neo-illuminista, come amava definirsi, senza pregiudizi di alcun tipo anche nei confronti di chi aveva idee diverse dalle sue, il quale era anche un affermato giornalista di un noto quotidiano locale.

Ricordo che, ai tempi, organizzò per noi studenti delle ultime classi del nostro istituto un corso di giornalismo pomeridiano, nel quale ci trasmise alcuni dei principi basilari della redazione di un articolo, con un metodo derivante dai suoi studi filosofici.

Il corso verteva sia sulla forma, basata su periodi brevi di una, massimo due proposizioni, concisi, che sulla sostanza. In merito a quest’ultimo punto, la sua linea era chiara, benché espressa mediante le armi della benevolenza, dell’ironia, dell’umorismo e dello sberleffo: il giornalismo non poteva e non doveva mai e poi mai confondersi con il piazzismo e con la propaganda. Occorreva porre sempre estrema cura alla sostanza. Tutto ciò che andava oltre era da lui definita come “schiuma”. Nel raccontare un fatto, il suo punto di vista era lapalissiano: occorreva sempre effettuare un attento controllo sia sulle cose che si raccontavano che su se stessi.

Questo docente ci ha lasciati purtroppo tre anni fa. Un suo collega, rimpiangendolo, in una trasmissione televisiva locale, racconta che, un giorno, avendo espresso il suo livore in un articolo per un fatto disdicevole accaduto in una scuola superiore, fu da lui bonariamente redarguito con la seguente espressione: ti è andata la mosca al culo.

Il collega prosegue ricordando un altro concetto fondamentale espresso dal professore: i deliri di onnipotenza di chi ha in mano una penna e, al giorno d’oggi, una tastiera, possono fare grossi danni. L’autocontrollo non è una censura che si applica su se stessi, ma un segno di attenzione e rispetto verso chi legge.

Oltre che noi stessi, sappiamo bene chi dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento: chi inebriandosi di vino e vantandosi delle proprie prestazioni sessuali definisce “caproni” gli elettori di una parte politica avversa alla sua, chi con orgoglio proclama di essere “giornalista senza patentino”, chi si preoccupa più del consenso che dei fatti nudi e crudi, dando vita ai cosiddetti articoli o post “invecchiati male”.

Ho riletto più volte questo post, prima di pubblicarlo, per evitare che mi sia andata la mosca al culo, scrivendolo. Può darsi di sì, non è facile, lo so anch’io.

Stringiamoci a Corte

Una breve riflessione, in un momento difficile e nebuloso quale quello attuale, in merito alla quarantena forzata imposta dall’emergenza Covid-19.

I nostri compatrioti sono soliti confondere, cantando l’Inno di Mameli, il verso Stringiamci a Coorte con Stringiamoci a Corte.

Dopo anni, credo di averne inteso la ragione.

A pensarci bene, Stringiamoci a Corte sottolinea un po’ meglio il nostro reale spirito, la nostra tendenza alla cortigianeria.

Stringiamci a Coorte vorrebbe dire schierarsi, prendere una posizione, assumersi delle responsabilità.

Nah, meglio di no.

Stringiamoci a corte, va, che è meglio!

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Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Messaggio nella Bottiglia

Scrivo, perché mi piace.

Scrivo, perché ho delle idee.

Scrivo, perché sento di avere qualcosa da dire.

Scrivo, perché, lo riconosco, mi sento davvero molto solo a volte.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia segnale utile che prima o poi emerga da tanto rumore gaussiano.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia un messaggio nella bottiglia, che viaggia nell’oceano dei nostri tempi dispersivi.

Scrivo, perché questo messaggio nella bottiglia, prima o poi raggiunga la riva della Terra Promessa.