Christine Lagarde e la Voragine dello Spread

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Fiera ed impettita, con il suo capello bianco liscio, perfettamente pettinato con la riga a un lato, le labbra contratte da anni di pronuncia francese, la neo presidente della Banca Centrale Europea sedeva in conferenza stampa. Stava pronunciando un delicatissimo discorso sulle azioni che la BCE avrebbe esercitato a supporto dell’emergenza sanitaria e, di conseguenza, economica, causata dal Coronavirus, specialmente in Italia. I mercati restavano in attesa, trepidanti, pronti a pigiare il loro fatidico pulsante su vendere o comprare, a seconda dell’esito scaturito dalle parole dell’avvocatessa francese.

– Diamine! – pensava Christine, intanto che proferiva il suo discorso, delicatissimo per gli equilibri dell’economia Europea – mi sento eccitata come una scolaretta. Io, presidente della Banca Centrale Europea. Io, dopo anni di dure lotte, a dimostrare il mio valore nei confronti di questa società patriarcale, sono qui, seduta su questa poltrona. Io, fiera Parigina. Io, che non devo ringraziare nessuno, ma solo il mio spirito di abnegazione, la mia volontà di potenza. Io, che non posso adeguarmi alla stessa linea di Mario Draghi, certo, ragionevole, ma pur sempre un uomo. Che ne sarà altrimenti della mia unicità, della mia irripetibilità, della mia femminilità? Io, ora, in diretta mondiale, ho l’occasione di mostrare a tutto il mondo che ho le mie idee. Certo, potrei offendere qualche naso dal sangue blu con il mio incedere vanitoso e il mio odore muschiato… oh, Io non sarò mai la  prediletta dei cosiddetti padri dell’Europa, che schioccano la lingua, si allisciano la barba e parlano di cosa deve essere fatto di questa Christine Madeleine Odette Lagarde, nata Lallouette.

E fu così, che Christine Lagarde, pronunciò una frase che avrebbe cambiato per sempre le sue sorti, oltre a quelle dell’Europa intera:

Noi ci saremo, come ho detto prima, usando la massima flessibilità, ma non siamo qui per ridurre lo spread, non è la funzione e la missione della BCE, ci sono altri strumenti per quello.

Sentì un brivido, un moto interiore. Il minuscolo tarlo del dubbio si presentò al cospetto della sua coscienza, come se quell’affermazione, per un istante infinitesimale, non convincesse neppure lei stessa. Rimosse e schiacciò immediatamente quel pensiero nel suo inconscio. Non poteva permettersi crolli d’immagine, specialmente in una situazione come quella.

La conferenza stampa ebbe fine. Christine si alzò sui suoi tacchi e, con passo fiero, quasi militaresco, lasciò la sala per recarsi alla toilette. Si sentiva orgogliosa di se stessa, così come lo sarebbero stati i suoi genitori. Entrò nel bagno, splendente e luccicante, ripulito alla perfezione in suo onore, aprì la porta del WC e vi entrò. Abbassò i pantaloni del suo tailleur grigio, oltre alle mutandine di pizzo nero, e sedette con piglio presidenziale sulla tazza.

Ne approfittò per liberare la vescica. Si sentiva ancora un po’ tesa, anche a causa della scarica di adrenalina che le aveva provocato quel discorso importante. Aveva bisogno di lasciarsi un po’ andare. Terminata la minzione, si ripulì con delle salviette umide e indugiò per qualche istante sulla sua fica presidenziale, disegnando piccoli cerchietti attraverso la salvietta sul suo clitoride, prorompente con orgoglio dalla sua rugosa vulva dal sapore transalpino. S’interruppe, rendendosi conto che non era quello il momento, né il luogo adatto.

Ancora seduta sul gabinetto, estrasse dunque lo smartphone dalla tasca della giacca del tailleur. Era ben certa che i mercati avrebbero risposto in maniera estremamente positiva al suo discorso. Mostrando con fierezza il mento, mentre le rughe del suo collo ossuto si tendevano, iniziò a scorrere le notizie dei principali quotidiani. Di colpo, il suo sguardo si fece glaciale, colta d’improvviso da un profondo panico.

– Mon Dieu… – pensò la Presidente.

Dette una scorsa rapida e furiosa a tutti i principali quotidiani. Il suo discorso aveva causato una catastrofe nei mercati senza precedenti: Milano -16.9%, Parigi e Francoforte -12%, Londra -10.9%. Tutti le principali prime pagine la incolpavano per quella frase. Cominciò ad avvertire un senso di vertigine e di nausea. Si sentiva in procinto di vomitare. Si alzò dal cesso, adagiò le mani sulla tavoletta, affannata e sudata, ma, poco prima di rimettere, udì una voce terrificante provenire dalla tazza:

– Tu, vecchia baldracca!

Christine cacciò un urlo e si allontanò di colpo dal cesso, andando a sbattere contro la porta della latrina. Stava per piangere, mentre brividi di paura e di colpa la scuotevano tutta.

– Chi…chi sei? Chi ha parlato? Non farmi del male! Ti scongiuro!

– Tu, razza di Nonna Abelarda! Sono la Voragine dello Spread. Guarda che cazzo di casino hai combinato, vecchia gallinaccia! Tutto questo per colpa delle tue manie di protagonismo! Adesso, farò provare sulla tua pelle il peso dei mercati orso. Sei pronta, vegliarda?

– Cosa vuoi farmi? Fammi andare a casa! Mamma, Papà, aiuto! Aiutatemi! Fatemi uscire di qui!

Con la forza devastante di un tornado, il cesso cominciò a risucchiare l’aria circostante. Christine si aggrappò alla maniglia della porta, con le sue dita secche e ossute, mentre la corrente la faceva sventolare come una miserabile bandiera, al cui vertice prorompeva il suo culo nudo e rinsecchito. La presidente della BCE tentò con tutte le sue forze di resistere, ma la forza di quel risucchio era tale che, ben presto, le sue povere e deboli mani dovettero cedere.

Finì rovinosamente nel cesso, di piedi. Sentì, con angoscia, il rumore dello sciacquone, sapeva cosa la attendeva a breve. La Lagarde cominciò a girare su se stessa, con le braccia rivolte verso l’alto, mentre scendeva sempre più in basso, nelle acque ristagnanti e virulente della voragine dello spread. La latrina era ormai colma di un odore insopportabile di piscio, di merda, di Coronavirus e di vecchia presuntuosa.

– No, aiuto! Cazzo! Non può finire così! No…blubb…no…blubb…aiut…blubb..blubb…

– Vai a fare compagnia ai titoli di stato italiani adesso, vecchia rottainculo! – pronunciò con voce grave e severa il cesso, il quale, finito di tirare lo sciacquone, ingoiò definitivamente nei bassifondi della cloaca l’ormai ex Presidente della Banca Centrale Europea.

Il cesso emise un rutto, compiaciuto e saziato da quel lauto pasto.

L’indomani, avrebbero dovuto nominare un nuovo presidente per la BCE.

 

 

Casa Surace e la Fuga da Milano

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– Oh Ricky, Ricky, Ricky, muoviti dai, passami le valigie, ché sennò il treno qua parte senza di noi! – fece Pasqui al suo amico meneghino, concitatissimo, ma senza mai perdere la sua ostentata allegria meridionale. Pasquale era riuscito miracolosamente a salire sul regionale delle 06:45, che li avrebbe condotti dalla stazione di Milano Centrale a quella di Napoli Centrale. Avrebbero dovuto sopportare due cambi, il primo a Pisa e il secondo a Roma, ma in quel momento, l’unica cosa che contava davvero era fuggire dalla Lombardia il prima possibile, a seguito dell’ultimo decreto del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che chiudeva in via temporanea la Regione, a causa del pauroso incremento dei contagi provocati dal Coronavirus.

Ricky, dalla banchina, sudato e circondato da una folla in panico, gli passò a fatica quattro valigie pesantissime, delle quali, oltre a numerose scorte di cibo, una conteneva quintali di mimose, da consegnare a mamma Antonella per la Festa delle Donne. Riuscito con grande impegno a portarle sul treno, Ricky riuscì finalmente a salire sul convoglio, aiutato dall’amico Pasqui che lo sosteneva, mentre mani di gente inferocita cercavano di afferrarlo e trascinarlo giù per impossessarsi di quel mezzo che avrebbe costituito la salvezza per tutti i meridionali coraggiosi che abbandonavano Milano in quel momento di difficoltà.

Si sedettero nel corridoio, strapieno di persone accalcate, delle quali alcune distese sul pavimento addormentate. Sistemarono alla meglio i pesantissimi bagagli in quello strettissimo antro e vi si accomodarono sopra. Non c’erano più posti a sedere. Il treno, lentamente, si avviò.

– Oh Ricky, hai visto? Ce l’abbiamo fatta! Scappiamo da questa città maledetta! Adesso il viaggio sarà un po’ lungo, ma tanto che cazzo ce ne frega a noi? Io i sintomi non ce li ho e manco tu! Mo che arriviamo a Napoli ci ospita mia madre e stiamo là fino a quando ci pare e piace a mangiare e a uscire. Tu ti sei messo in malattia? Tanto mica mandano le visite fiscali in questo periodo. Figurati!

– Pasqui, ma dai! Io non son mica tanto convinto di questa decisione! Non posso abbandonare così vigliaccamente la mia città! Mi sento un tantinello in colpa! – rispose Ricky.

– Oh Ricky, ma che cazzo ce ne frega a noi? Adesso ci stiamo un mese o due a casa di mia madre, a mangiare e a non pensare a niente! Questa città ci ha traditi! L’ho sempre detto che dovevo rimanere al Sud! Ringrazia che ti ospitiamo gratis, dove la trovi un’accoglienza così? – fece Pasqui in risposta.

Ricky aveva qualche dubbio su quel ragionamento vagamente familistico da parte dell’amico. Decise in ogni caso, per non fomentare ulteriori polemiche, di soprassedere.

– Pasqui, vado un attimo in bagno, perdonami! – fece Ricky, cambiando discorso.

Ricky si alzò dalla valigia su cui era seduto. Percorse in punta di piedi il corridoio cercando di infilarli nei pochi interstizi liberi da persone che giacevano al suolo e, dopo circa una mezz’ora, benché il bagno distasse una decina di metri dal punto in cui erano seduti, raggiunse la latrina.

Si trovò dinanzi alla porta di quel bagno fetido, in quel momento chiusa, ma ciò nonostante stranamente libero, come segnalava il nottolino della serratura.

Aprì la porta senza indugio, per sobbalzare e impallidire immediatamente:

– Oh, Cristo! – fece impaurito.

Dentro la latrina, c’erano tre zombie che si muovevano in maniera convulsa e grugnivano bestialmente, con gli occhi scarlatti: erano Massimo Gramellini, Lorenzo Tosa e Stella Pulpo, contagiati nella loro incursione al laboratorio segreto di Codogno, dove il Covid-19 era stato a suo tempo isolato.

Di colpo, gli zombie si voltarono e si resero conto di quella presenza umana e appetitosa. Puntarono Ricky, dando maggiore enfasi ai loro grugniti e sbuffando affamati:

– No, vi prego, signori! Ragioniamo un momentino! Sono giovane e milanese! Andate nei corridoi, ci sono un sacco di terroni! Sono molto più appetitosi di me, non fanno altro che mangiare, dalla mattina alla sera! A mio avviso, costituiscono un’alimentazione più sana e più varia, un toccasana per il vostro fabbisogno energetico giornaliero! No, cazzo, figli di puttana, non provate neppure a…

Non fece in tempo a terminare la frase, che i tre zombie saltarono addosso al povero meneghino, sbranandolo crudelmente. Il sangue di Ricky schizzava da tutte le parti.

I tre morti viventi, usciti dal loro puzzolentissimo nascondiglio, entrarono, ancora più ghiotti e famelici, nel corridoio del Regionale 2117. La folla, resasi conto di quelle presenze mortifere e antropofaghe, cominciò a urlare disperata e a fuggire all’interno del treno, implacabilmente chiuso, in moto e, pertanto, privo di vie di scampo.

Il mortale convoglio proseguì il suo lento cammino verso Pisa Centrale, primo cambio, mentre i finestrini, chilometro dopo chilometro si macchiavano sempre più inesorabilmente di sangue meridionale.

Gli zombie radical chic propagarono il contagio e al contempo banchettarono solennemente con carne di terrone. Di Pasqui, non rimasero che ossa spolpate.

Non v’era ormai scampo, per il Belpaese.

Lorenzo Tosa e la Festa delle Donne

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Lorenzo Tosa sedeva alla scrivania del suo studio, pensieroso. L’indomani sarebbe stato l’otto marzo, Festa delle Donne. Avrebbe pertanto dovuto pensare seriamente a qualcosa da pubblicare per le sue ammiratrici e per incrementare il numero di follower. Decise di cercare l’ispirazione facendo due passi in centro. Considerò che sarebbe stato più opportuno camminare, piuttosto che prendere i mezzi pubblici, a causa dell’emergenza Coronavirus. Sorrise, una bella passeggiata gli avrebbe fatto senz’altro bene. Era, tra l’altro, una buona occasione per provare le scarpe che gli erano state regalate da un suo seguace. La scatola con il presente giaceva ancora sulla mensola dell’ingresso, accanto al grande specchio.

Lasciò il suo studiolo e si recò nell’ingresso del suo trilocale. Prese la confezione e la rimirò, ad essa era attaccato un biglietto che recitava:

Lorenzo, amico mio, che queste scarpe possano accompagnarti in questo cammino antifascista irto di ostacoli, ti voglio bene. Rainardo Tristano Eugenio 

Ebbe un brivido nel leggere quella firma, inconsueta, ma al contempo famigliare.  Rimosse immediatamente quel pensiero inquietante, mentre una dignitosa commozione lo sopraffaceva e gli inumidiva gli occhi. Aprì la scatola, la liberò della carta protettiva e di colpo impallidì: erano un paio di Puma Storm Adrenaline, le famigerate Puma Hitler, il cui design era indubbiamente ispirato al volto del Führer. 

Lorenzo osservò a lungo quelle calzature antidemocratiche, mentre in lui si faceva strada un’attrazione-repulsione dal sapore Kantiano. Da un lato avrebbe voluto liberarsi di quei sordidi calzari, ma al contempo percepiva un’irresistibile tentazione, una voglia birichina e trasgressiva di indossarli, anche solo per un istante. Forze contrastanti lottarono a lungo nel suo animo scisso, finché il giornalista non giunse alla conclusione che fondamentalmente non c’era nulla di male nel provarle. In ogni caso non lo avrebbe saputo mai nessuno, se ne sarebbe disfatto subito.

Rimosse le scarpe intolleranti dalla scatola, si accovacciò, le infilò entrambe e le allacciò. Subito dopo, si alzò in piedi e stette per un po’ a guardarle dall’alto. Effettivamente presentavano una brutale somiglianza con il malvagio Adolf Hitler. Le fissò lungamente, sentendosi quasi ipnotizzato, da quelle scarpette nazionalsocialiste, mentre le forze oscure di poc’anzi cominciavano a solleticarlo in maniera insolente. Sembravano quasi volersi impossessare di lui. Pensieri torbidi cominciavano a punzecchiarlo. Vide il Führer parlare a masse oceaniche e osannanti, vide territori conquistati, campi di sterminio. Questi pensieri rendevano Lorenzo Tosa, oltre che inorridito, vagamente entusiasta, euforico, compiaciuto. In un attimo di lucidità, ancora ipnotizzato da quelle scarpe, un pensiero razionale fece capolino nella sua testolina. Scrollò il capo, come per svegliarsi:

– E’ meglio che le tolga immediatamente!

Distolse lo sguardo da quelle calzature totalitarie, si guardò allo specchio e cacciò un urlo di terrore: Tosa si trovava improvvisamente vestito di un’uniforme SS da Standartenführer, grigio ordesia, con tanto di pantaloni, cravatta nera su camicia bianca, mostreggiatura, cappello e foglia di quercia su entrambi i collari. Terrorizzato, si stropicciò gli occhi per poi mirarsi nuovamente. Non era un incubo, indossava ancora quella terribile divisa.

D’improvviso, qualcosa iniziò a mutare dentro di lui. Il tormento si fece più intenso: Tosa cadde a terra, cominciando a divincolarsi convulsamente e a urlare. Qualcosa di irresistibile, di torbido, sussurrava in lui, lo tentava. Sbatteva i pugni contro il pavimento:

– Basta, no, cazzo! Non fatelo! Non voglio!

Cadde infine esanime, dopo una lunga lotta estenuante. Aveva perso i sensi e rimase cinque minuti buoni al suolo, prono, con il viso incollato al parquet, mentre bava appiccicaticcia fuoriusciva dalla sua bocca. D’un tratto, riaprì gli occhi, si alzò in piedi e si riposizionò dinanzi allo specchio, ben eretto sulla schiena, con le braccia incollate al busto. Non si era mai sentito così bene, così a posto, così centrato su se stesso. Strabuzzò gli occhi, serrò le labbra, fece tre profondi respiri, raccolse tutta la sua rabbia e giunse il momento. Battè il tacco sinistro delle sue Puma Hitler contro il tacco destro e alzò il braccio destro con orgoglio e fierezza, proferendo a voce alta:

– Sieg Heil!

Si sentì sollevato, si sentì se stesso. Era lui. Proseguì, con rabbiosa enfasi:

– Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil!

Incollò ancora il braccio destro al busto. Si recò, con passo fiero da soldato, nuovamente verso il suo studio. Aveva comprato delle mimose da poter fotografare e postare sulla sua pagina Facebook. Ne prese sei steli e li dispose sul tavolo bianco, a formare una gloriosa svastica gialla. Afferrò lo smartphone con teutonica disciplina, cercò la migliore inquadratura in modo da conferire maestosità propagandistica a quel simbolo e lo fotografò. Caricò l’immagine sulla sua pagina Facebook e inserì come didascalia quanto segue:

Ich bin Standartenführer Lorenz Schert. Alles Gute zum Frauentag! Heil Hitler!

Salvò il post, l’avrebbe pubblicato il giorno dopo.

L’indomani, Festa delle Donne, i suoi fan avrebbero avuto una gradita sorpresa.

 

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 1

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– Oh, Ricky, Ricky, Ricky! E’ arrivato finalmente. – Erano le sette di mattina di una domenica primaverile. Pasqui, con il suo marcato e ostentato accento barese, aveva appena acceso lo stereo nel soggiorno, facendo partire, a tutto volume, l’odiosa Tarantella del Ciutaglione. Spalancò la porta della stanza di Ricky, con la sua consueta invadenza, inondandola di luce, senza curarsi del fatto che il poveretto era ancora a letto e aveva dormito solo quattro ore.

– Oh, Signur…Pasqui, ma dai! Ma non vedi che sto dormendo? Sono andato a fare l’ape ieri sera con i miei colleghi e non mi sono accorto che tra un Negroni Sbagliato e un Bellini, taaac, si son fatte le tre! Dai che son stanco! Lasciami dormire, su! – replicò Ricky, con la sua vocetta milanese squillante, vagamente roca a causa di quella sveglia indesiderata e precoce.

– Oh, Ricky, ma di che cosa ti lamenti? Poi dici che noi meridionali ci alziamo tardi tutte le mattine e non c’abbiamo voglia di lavorare! – replicò l’amico con entusiasmo, magnificando la sua cantilena Pugliese. – Io quando stavo giù mi svegliavo tutte le mattine a quest’ora di domenica, visto che mia madre doveva pulire la stanza. Sai cosa diceva? La casa adda piglia‘ aria! A proposito, fammela chiamare, ché mi sono appena alzato. Chissà si preoccupa!

Pasqui si allontanò dalla stanza di Ricky per recarsi in soggiorno e telefonare all’ingombrante e onnipresente mamma Antonella, mentre Ricky, ormai seduto sul letto, con entrambe le mani poggiate sul materasso, con gli occhi cisposi e socchiusi per il sonno interrotto, ancora si interrogava sul perché sua madre parlasse con accento napoletano e il suo amico invece in barese. Sbadigliò seccato.

– Pasquà! – fece mamma Antonella con tono perentorio, dall’altro capo del telefono – E’ arrivato il pacco?

– Sì, Ma’, sta giù, mo ha citofonato il portinaio! E sì, qua stiamo a Milano, Ma’! I portinai lavorano pure di domenica! Mo dico a Ricky di darmi una mano a portarlo su! Dai non piangere, Ma’! C’ho più di trent’anni ormai, non ne vale la pena, ormai sono adulto! Sì, Ma’! L’esame ce l’ho domani! Sì, ho studiato Ma’! Stavolta lo passo! Tranquilla! Sì, sì, anche io ti voglio bene, Ma’!

La telefonata durò ancora parecchi minuti. Il tono di voce di Pasqui era estremamente alto, inconsapevole e noncurante del fatto che il suo amico Ricky fosse a poca distanza da lui, con in corpo pochissime ore di sonno. Ricky, nel frattempo, ancora in pigiama, era uscito dalla stanza, spettinato e con la stessa espressione corrucciata e assonnata. Si era appoggiato seccato alla porta della sua stanza, mentre osservava perplesso Pasqui che interloquiva appassionatamente con sua madre. La telefonata giunse finalmente al termine.

– Oh, Ricky, vestiti che scendiamo! Andiamo a prendere il pacco! Sta giù in portineria!

– Pasqui, – replicò il meneghino – ma non ti sembrano un po’ tanti questi pacchi che arrivano due volte alla settimana? Cioè, guarda un po’ qui in soggiorno, in cucina, in camera mia, non c’è praticamente più spazio per vivere in questa casa!

Pasqui si guardò attorno, con espressione inquisitoria. Le pareti della casa erano in effetti ormai completamente tappezzate di pacchi da giù. Ogni angolo utile era riempito con una scatola di cartone ricolma di vivande, vasetti con sughi, formaggi, ortaggi e verdure di ogni tipo. La casa, nel corso degli anni, aveva ridotto sensibilmente i metri quadrati calpestabili.

– Oh Ricky, già ti vedo che stai a fare la tragedia! Ché voi c’avete sempre ‘sti pregiudizi su noi del sud che ci portiamo un sacco di roba, che alla fine dueeddue sono! Dai, vestiti che scendiamo! – Pasqui gli diede una sonora pacca sulla spalla. Ricky reagì stupito al gesto dell’amico, vagamente stizzito, ed era la prima volta che gli succedeva di provare quei sentimenti, dopo anni.

– Pasqui, – replicò Ricky, ricomponendosi subito – ma anche se lo prendiamo lunedì il pacco, apriamo uno di questi, qui ormai non riusciamo più a muoverci, non si respira quasi più…

– Oh Ricky, vedi che stai sempre a fare la tragedia? Ringrazia che sta mia madre che ci fa da mangiare e non ci fa andare al supermercato tutti i giorni, poi la casa più piccola sembra pure più accogliente! E poi voi Milanesi non siete abituati ad abitare nei monolocali? Almeno così ti senti più a casa, ‘sta casa è troppo grande, così mi sento più protetto pure io almeno, no? Dai, vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

– Pasqui, vorrei solo farti presente che…

– Oh Ricky, ma non ti sei vestito ancora? Dai muoviti, che scendiamo a prendere il pacco!

Pasqui gli si avvicinò e gli diede una seconda pacca vigorosa sulla spalla, sorridendo, per poi dargli nuovamente le spalle e riprendere le comunicazioni con sua madre tramite le applicazioni di messaggistica istantanea. Ricky lo fissava con occhi persi. Cominciava a percepire una strana sensazione. Si sentiva molto angosciato, oltre a provare una lieve rabbia, sovrastata, però, in quel momento, da ansia, dolore e paura crescenti. Iniziò ad avere i brividi e a sentire freddo. Fissò il pavimento, con gli occhi spalancati, quasi esanime, senza più vitalità. A un tratto, si girò verso la parete, trascinò verso di sé uno degli innumerevoli pacchi che foderavano le pareti della casa e vi si sedette sopra. Giunse le mani fino a coprire la bocca e il naso e si chiuse in un silenzio tombale, mentre fissava con aria persa il pavimento.

– Oh Ricky? Ti sei vestito? – fece Pasqui, dandogli ancora le spalle e scrivendo compulsivamente messaggi a sua madre. Non ricevette alcuna replica.

– Oh Ricky? – ripetette Pasqui, ricevendo nuovamente un silenzio inquetante in risposta. Fu a quel punto che il barese decise di distogliere lo sguardo dal suo cellulare e di voltarsi, quando vide l’amico milanese in quelle condizioni. Seduto. Pallido. Morto dentro. Privo di qualsiasi segno di vitalità.

Pasqui lo guardò con aria stupita e perplessa, per un minuto abbondante.

– Ricky… va tutto bene? – gli chiese.

Ricky era ancora lì, seduto sul pacco, con le mani che gli coprivano il viso, eccetto gli occhi, fissi sul pavimento. Respirava lentamente, pochi respiri, lunghi e profondi. Si sentiva completamente spento. Svuotato. Pasqui rimase ancora per parecchi minuti a guardarlo, con aria costernata. Si avvicinò allo stereo e capì che era forse il caso di spegnere la musica, interrompendo l’irritante Tarantella del Ciutaglione. Si sentiva impotente, incapace di proferire parola e ignaro di cosa stesse accadendo al suo amico.

Finalmente, Ricky, dopo quel terribile silenzio, straziante e interminabile, fu in grado di parlare.

– Pasquale… – gli fece Ricky. Aveva gli occhi lucidi, le sue mani cominciarono a tremare.

– Oh, Ricky? – fece Pasqui in risposta.

– Pasquale… – fece Ricky – lo sai benissimo come mi chiamo… Piantala con questa manfrina…

– Scusami, Massimo… – rispose l’amico. Il suo tono di voce si era fatto serio, solenne. Non vi era più alcuna traccia di quel fastidioso accento pugliese.

– Non preoccuparti… – rispose Massimo, con voce rotta e gli occhi lucidi. – Pasquale, mi sento molto stanco…

– Come mai, Massimo? – Lo guardò, lì per lì, con autentica preoccupazione.

– Pasquale, non ne posso più, credimi… – i suoi occhi cominciarono a riempirsi di lacrime – Non ne posso più di questi luoghi comuni, di questi stereotipi, di queste semplificazioni ridicole, di queste suddivisioni dicotomiche e semplicistiche tra Nord e Sud, tra uomini e donne. Io sono una persona estremamente complessa, e in questi anni nessuno di voi se ne è mai reso conto e mi sento profondamente ferito dalla vostra superficialità!

Massimo cominciò a erompere in un pianto sincero, le lacrime fluivano libere dai suoi occhi, mentre singhiozzava come non gli accadeva da anni. Seguitò nello sfogo:

– Sono una persona estremamente sensibile, Pasquale, fragile come una porcellana! Sapete qualcosa di me, tu e gli altri, a parte questa pantomima del milanese, soggiogato dall’invadenza di un branco di meridionali? Vi siete mai chiesti chi si nasconde dietro questo personaggio, del quale, in tutti questi anni, sono diventato schiavo? Mi sento in gabbia, Pasquale! Questa vita è una prigione! Vi ho mai raccontato che adoro I Fratelli Karamazov di Dostoevskij? Che mi commuovo davanti alle opere di Vincent Van Gogh? Possibile che non ci sia mai spazio per parlare d’altro, in questa merda di casa? Sono anni che andiamo avanti con le stesse situazioni, le stesse gag! Lo sai cosa canta Franco Battiato? Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalla regole comuni, da questa falsa personalità. Ed è esattamente quello che mi sta succedendo! Ora, in questo momento!

Massimo piangeva. Piangeva sinceramente, mentre Pasquale lo guardava, sempre con la stessa espressione di prima, tra il preoccupato e il perplesso. Se ne stava imbambolato, con le braccia penzoloni, mentre reggeva a malapena il cellulare nella mano destra.

– Che poi – seguitò Massimo, singhiozzando amaramente – si può sapere che ci faccio qui, in mezzo a voi? Che cazzo ci faccio io in questo cesso di casa? Siete tutti meridionali! Siete amici da quando frequentavate l’asilo! Poi siete venuti qui, in massa, nella mia città, con il vostro attaccamento patologico alle vostre famiglie d’origine, dalle quali non avete mai staccato il cordone ombelicale! Io sono nato e cresciuto a Milano, cazzo! Dimmi, ti scongiuro, cosa ci faccio – iniziò a scandire le parole – nella mia città di origine,  in una casa per studenti fuori sede, tra l’altro fuori corso da oltre un lustro? Come ci sono finito qui dentro? E’ una cosa completamente fuori dal mondo! Non ricordo più come sono capitato in quest’incubo! Dove vivevo prima, porca troia? Dove sono i miei genitori? Dove sono mia moglie e mio figlio? Perché diavolo mi trovo qui dentro, in questa galera, cazzo?

Massimo portò nuovamente entrambe le mani sul volto, stavolta coprendo anche gli occhi e proseguì con il suo pianto disperato. Si sentiva perso, senza riferimenti, solo. La farsa si era ormai conclusa, la verità era emersa. Sapeva che da lì in avanti, tutto sarebbe cambiato.

Pasquale continuò a guardarlo, conservando la stessa espressione, finché non si riprese anche lui. Capì che quella rivelazione avrebbe messo fine a tutto: la popolarità, il fan club, i giri per l’Italia, gli affari, lo champagne, la cocaina, il viagra, le escort. No, Pasquale non voleva e non poteva rinunciare a tutto questo.

Si riavvicinò allo stereo, lo riaccese e la fastidiosa Tarantella del Ciutaglione ripartì.

– Oh, Ricky! – fece Pasqui, rientrando immediatamente nel personaggio, come se nulla fosse accaduto, sorridendo e riprendendo la consueta ostentata vitalità meridionale di sempre: – Vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

Pasqui si voltò di nuovo, dando le spalle a Ricky, e riprese a mandare messaggi a mamma Antonella. E fu quella, per Ricky, la goccia che fece traboccare il vaso. Si sentì travolto da un violento senso di incomprensione. Ormai tradito anche dal suo vecchio amico, rialzò lo sguardo e lo osservò attentamente, con i suoi occhioni ancora lucidi a causa di tutte le lacrime versate. Adesso il dolore cominciò a tramutarsi in una rabbia crescente. Il sangue gli ribolliva. Digrignò i denti e serrò le mascelle, mentre il respiro gli si faceva più affannoso:

– Certo! – fece Ricky, trattenendo ancora per un po’ la sua furia – rimani lì fermo, mi vesto e scendiamo. Non muoverti da lì…

Ricky si alzò in piedi. Aprì il pacco sul quale era rimasto seduto fino ad allora e ne estrasse un gigantesco vasetto di ragù pippiato. Lo afferrò con entrambe le mani, si avvicinò silenziosamente e in punta di piedi all’amico Pasqui, sempre rivolto di spalle rispetto a lui, mentre continuava a scrivere in maniera convulsa messaggi alla mamma, e con tutta la forza che aveva in corpo, con tutta la rabbia e il rancore accumulato nel corso di quegli anni, glielo spaccò in testa. Il rumore di vetri infranti causato dal colpo fece fischiare le orecchie di entrambi.

– Ricky… – Pasqui si girò verso di lui, con aria stupefatta. Aveva gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, in una muta espressione di sorpresa. Un rigolo di sangue cominciò a scendergli dalla fronte, confondendosi con il ragù che ricopriva ormai interamente il suo volto.

– Vaffanculo, pezzo di merda di un terrone figlio di puttana… – fece Ricky, tra il sollevato e il compiaciuto, fissandolo negli occhi con sguardo omicida.

Pasqui sollevò gli occhi fino a far scomparire le iridi, reclinò il capo e perse i sensi, cadendo al suolo rovinosamente.

(Continua…)

 

 

Coronavirus – Il Giorno del Contagio

Notte fonda. Il laboratorio segreto di Codogno, in provincia di Lodi, era ormai deserto. Un’intera parete era costituita da una matrice di televisori, su cui stavano trasmettendo, in contemporanea, video di Matteo Salvini presi direttamente dai suoi profili sulle reti sociali, mentre inveiva sui soliti temi contro i clandestini e contro l’Europa.

Dinanzi a quell’alveare di schermi, legata a un lettino, giaceva una cinese leggermente in sovrappeso, altrimenti detta curvy, com’era consuetudine riferirsi a tale tipo di donna leggermente tarchiata nel gergo politicamente corretto. Questa presentava degli elettrodi connessi al cranio, mentre, ormai silente e stremata da quella maratona televisiva interminabile, guardava senza interruzione quei terribili video.

In quel momento, un gruppo di quattro individui, indossanti tute nere d’assalto e con il volto coperto da un passamontagna, si stava introducendo clandestinamente nell’edificio che ospitava il laboratorio, percorrendo furtivamente il corridoio per raggiungerlo. Uno di loro, strada facendo, coprì l’obiettivo della telecamera di video sorveglianza con un tappo, in modo da eludere i controlli.

I quattro raggiunsero finalmente la porta d’ingresso del laboratorio. Il capo del gruppo si affacciò al vetro: – Bingo! – esclamò. Appoggiò il badge contraffatto alla serratura elettronica alla sinistra della porta, facendola scattare, spinse e aprì. Entrarono nel settore.

Una volta dentro, l’organizzatore di quell’imboscata si liberò finalmente del passamontagna che ricopriva il suo volto, rivelandone la sua vera identità: era Mattia Santori, leader delle Sardine.

– Porca puttana! – proferì sdegnato. Nel mentre, il suo sguardo incrociò quello di un’altra donna cinese curvy, rinchiusa in una gabbia per sperimentazioni animali, la quale, alla presenza del giovane bolognese, cominciò a battere i pugni rabbiosamente contro il vetro, emettendo grugniti animaleschi e urla furiose.

Immediatamente, i quattro realizzarono che il laboratorio era pieno di donne cinesi curvy in gabbia, inferocite e regredite allo stato animale. Anche gli altri tre si liberarono del passamontagna: erano Laura Boldrini, già presidente della Camera dei deputati nella XVII legislatura, Massimo Gramellini, giornalista dal cuore impomatato de Il Corriere della Sera e Lorenzo Tosa, fondatore del blog Generazione Antigone, ex addetto stampa del Movimento Cinque Stelle in Liguria. I tre cominciarono a girare tra le gabbie, scattando numerose fotografie con i loro smartphone, da poter pubblicare immediatamente sui loro profili nelle reti sociali. Le cinesi imprigionate, intanto, saltavano rabbiosamente a destra e a manca, seguitando nel farfugliare suoni incomprensibili e animaleschi, con le iridi completamente rosse e iniettate di sangue.

I quattro proseguirono il loro giro all’interno del laboratorio, finché non raggiunsero la donna cinese curvy distesa sul lettino, mentre i video del leader della Lega seguitavano ad essere trasmessi ininterrottamente. Laura Boldrini si avvicinò con aria straziata. La donna era devastata da quella lunghissima visione:

– Oddio… – proferì la deputata di LeU, con voce rotta.

– Cerca di restare calma, se vuoi farle uscire da qui! – rispose severamente Mattia Santori.

Il leader delle Sardine continuò a scattare fotografie con il suo smartphone, in modo da poter documentare il tutto. Massimo Gramellini, da lontano, senza distogliere lo sguardo, concentrato sulla serratura delle gabbie, gli fece, caustico:

– Spero almeno che Oliviero Toscani ti abbia insegnato a fare delle fotografie decenti!

Santori fulminò il giornalista del Corriere con lo sguardo.

– Ehm… scherzavo… – rispose imbarazzato Gramellini, il quale arrossì, ritornando sui suoi passi. – Queste gabbie, comunque, posso aprirle senza problemi!

– E allora comincia! – ordinò Mattia Santori, visibilmente piccato.

In quel momento, i quattro buonisti si accorsero di non essere soli in quell’immenso laboratorio. Il medico di turno quella notte, bicchiere di caffè alla mano, se ne stava in fondo allo stanzone con aria terrorizzata, mentre osservava i quattro radical chic armeggiare e cercare di manomettere le gabbie che imprigionavano le donne. Quando i quattro progressisti si accorsero di quella presenza indesiderata, il medico lasciò cadere al suolo il suo bicchiere di caffè e corse immediatamente verso il telefono in fondo all’open space, inseguito da Lorenzo Tosa e Massimo Gramellini. Il medico sollevò rapidamente la cornetta:

– Sicurezza, c’è un intrusione! Venite al settore…

Non fece in tempo a terminare la frase, che Lorenzo Tosa lo aveva raggiunto. Gli strappò la cornetta di mano e con l’altra chiuse immediatamente la telefonata. Le donne cinesi curvy continuavano a rumoreggiare nelle gabbie. Tosa prese con decisione per il bavero del camice il medico e lo trascinò lontano dal telefono. Una volta distanti, il medico, affannato e preoccupato proferì:

– Io so chi siete! So cosa pensate di fare!

– Se non vuoi guai – ordinò Mattia Santori – tieni la bocca chiusa e non muovere neanche un muscolo! – Iniziò ad avvicinarsi a una delle gabbie in cui era rinchiusa una donna cinese.

Il medico rispose angosciato:

– Quelle donne cinesi curvy sono anche lesbiche! Io vi capisco, sono d’accordo con voi! Stiamo mancando di rispetto al contempo alle donne, agli extracomunitari, alla comunità LGBT e alle persone sovrappeso! Ma purtroppo quelle donne…

– Sei un maschilista e un potenziale stupratore! – fece la Boldrini indignata.

– Deputata Boldrini, se magari mi lascia finire il discorso…dicevo che quelle donne… – Il medico non poté terminare la sua spiegazione, quando fu nuovamente interrotto da Lorenzo Tosa:

– Quelle povere donne. Lei non ha idea. Dell’inaudita sofferenza. Che hanno dovuto provare. Per raggiungere il nostro Paese. Tramite quelle barche malconce. Lei non sa. Cosa voglia dire. Lasciare la propria Africa. Raggiungere Lampedusa. Rimanere per chissà quanto tempo. In quei dannati centri. Di accoglienza. In quei lager. Lei non ha cuore. Fascista!

– Ehm…a dire il vero, sono cinesi… – replicò il medico, con aria perplessa – Mi permetta di dubitare fortemente in merito alle sue convinzioni sulla loro provenienza geografica…

– Silenzio! – fece Massimo Gramellini. – Si rende conto del dolore che causerà ai loro figli?

– Ehm…veramente, come facevo presente prima, dottor Gramellini, le donne in questione sarebbero lesbiche, non hanno mai, e dico mai, avuto rapporti sessuali con nessun uomo. Dicevo che quelle donne sono…

– Silenzio! – fece Mattia Santori – Le chiedo scusa, dottore, ma ero l’unico che non l’aveva ancora zittito, ed era giusto riaffermare la mia leadership in questo contesto. In realtà, in qualità di fondatore delle Sardine, non ho alcuna argomentazione da contrapporre, ma siccome noi siamo per l’integrazione, per la democrazia e per la libertà di espressione, qualsiasi cosa questo significhi, ho deciso di lasciarla parlare. Diceva dunque, quelle donne?

– Quelle donne sono infette! Sono altamente contagiose, le stiamo monitorando!

– Infette da cosa? – replicò duro Lorenzo Tosa.

– Dobbiamo prima capire per poterle curare, altrimenti…

– Sono infette da cosa? – proferì nuovamente Lorenzo Tosa, scandendo ogni parola con severità.

Il medico guardò negli occhi Lorenzo Tosa, con aria preoccupata, fece un lungo respiro e finalmente rispose, con un’unica, singola parola, che risuonò funesta nell’enorme stanza sotterranea e si abbatté come una scure sui presenti:

Coronavirus.

A Lorenzo Tosa, per un breve istante che parve eterno, gli si gelò il sangue. Abbassò gli occhi, come se, per un attimo, la diagnosi del medico avesse fatto una lieve breccia nel suo guscio narcisistico. Ciò nonostante, Tosa non si lasciò sopraffare da quel pensiero e si riprese immediatamente. Non poteva permettersi di mettere da parte quel personaggio ipocrita che si era creato con lo scopo di avere quasi centonovantamila sostenitori su Facebook. Con rabbia, esclamò:

– Ma che cazzo sta dicendo questo? Non abbiamo tempo per le cazzate! Santori, Gramellini, Boldrini, aprite le gabbie!

– Prima le signore, stronzo maschilista! – replicò isterica Laura Boldrini.

– No, no, no, non fatelo! – supplicò il medico. Tosa gli si scagliò nuovamente contro, afferrandolo per il bavero del camice e sbattendolo contro la parete:

– Senti bastardo pervertito! Noi ora portiamo via le vittime che hai torturato!

La Boldrini, nel frattempo, osservava amorevolmente una delle gabbie che teneva prigioniera la donna cinese:

– Vi faremo uscire di qui…

Il medico, braccato da Lorenzo Tosa, continuò a supplicare i quattro buonisti:

– Quelle donne sono contagiose! L’infezione ha intaccato il sangue e la saliva! Basta un morso e…

Il medico non poté terminare. Gramellini aveva già rotto il lucchetto di una delle gabbie con un’enorme tenaglia. Laura Boldrini abbassò la porta di vetro della gabbia, per consentire alla donna cinese lesbica curvy di uscire.

– Ferma! Ferma! – urlò il medico, mentre Lorenzo Tosa continuava a placcarlo, per evitare che intervenisse.

La donna cinese lesbica curvy non si fece attendere. Percorse la lunga gabbia galoppando sulle braccia e sulle gambe, ringhiando, con espressione indemoniata e le fauci spalancate. Il volto della Boldrini, dapprima sorridente e compiaciuto per quell’atto così prepotentemente femminista, si tramutò quasi istantaneamente in una maschera di terrore. Non ebbe il tempo di urlare, che la donna cinese saltò fuori con un balzo disumano dalla sua prigione, scagliandosi addosso all’ex presidente della Camera, la quale finì rovinosamente a terra. La donna infetta morse il collo della deputata di LeU strappandole di netto un pezzo di carne viva. Quest’ultima, schifata e terrorizzata, cominciò a urlare:

– Aiuto! Toglietemela di dosso! Uomini, salvatemi!

Gramellini intervenne subito, benché dentro di sé si sentisse leggermente usato dalla collega scrittrice, giornalista senza patentino, opinionista e qualunquista con passione, colpendo con la tenaglia in pieno cranio la cinese, che stramazzò al suolo.

Laura Boldrini, stordita, ebbe improvvisamente un conato, si girò su se stessa e vomitò un fiotto di sangue sul pavimento. In quell’istante, cominciò ad avvertire un fortissimo dolore alla pancia, cominciando a grugnire mentre gli occhi le si coloravano di rosso. Gramellini, in piedi dinanzi a lei, la guardava con aria preoccupata, finché la Boldrini, girandosi nuovamente in posizione supina sul pavimento, non divaricò improvvisamente le gambe e con un gorgoglio animalesco emise dalla fica un geyser di sangue, ettolitri di endometrio sfaldato che ricoprirono rovinosamente il povero giornalista del Corriere.

– Cristo di un Dio! Che schifo, porca troia! Aiutatemi, cazzo! Mamma! Mamma! – urlò Gramellini piagnucolando inorridito, stordito da quella fetida cascata cremisi che lo ricopriva dalla testa ai piedi. Gramellini cominciò a dibattersi convulsamente all’interno del laboratorio, urlando e scalpitando terrorizzato, finché il contagio non colpì anche lui. I suoi occhi si fecero vermiglione, e, perduto l’uso della ragione, cominciò a emettere versi animaleschi e saltare dappertutto come una scimmia, finché non si accorse della presenza di Lorenzo Tosa. Lo puntò, ringhiando e soffiando dal naso. Tosa, terrorizzato, cominciò a scappar via, gridando, ma invano. In breve, Gramellini gli fu addosso, saltandogli sopra, facendolo stramazzare rovinosamente al suolo e bloccandolo sul pavimento. L’ormai ex giornalista del Corriere si liberò dei pantaloni e delle mutandine, poggiò i gomiti sul petto di Lorenzo Tosa, ruotò di un angolo piatto finché non fu in grado di piantare la sua fica all’altezza della bocca del fondatore di Generazione Antigone, il quale implorò rabbiosamente:

– No, ti prego, no! Vaffanculo, pezzo di merda di un buonista del cazzo! Non farl…

Non fece in tempo a finire la frase che Gramellini gli scaricò in bocca un geyser di mestruo infetto, mentre Tosa sbatteva convulsamente i palmi delle mani e i talloni sul pavimento, gorgogliando pietà con quell’ultimo barlume di dignità che gli era rimasto.

Appena Gramellini ebbe terminato, il corpo di Tosa rimase per pochi secondi esanime, con la bocca piena di sangue. Il laboratorio era ormai impregnato di un terrificante odore di fica ed endometrio. Memorie olfattive di due vagine. Di colpo, Tosa si girò, vomitò svariati fiotti di sangue sul pavimento, si voltò nuovamente di scatto, si passò l’avambraccio sulla bocca, per ripulirsela dopo quel pasto crudo e si alzò in piedi, ringhiando, assieme alla Boldrini e a Gramellini. I tre, ormai morti viventi, avevano puntato Mattia Santori e il medico, gli unici due esenti dal contagio; ancora per poco.

– Bravo, testa di cazzo! Tu e i tuoi cazzo di capelli ricci unti con il cerchietto e quella barbetta da tredicenne segaiolo. Hai visto cosa avete combinato, tu e i tuoi tre amichetti radical chic di ‘sta fava? – rimproverò il medico, ormai rassegnato. I tre zombie ringhiavano minacciosamente, in attesa di godersi il lauto pasto.

Mattia Santori cominciò a piagnucolare, con forte accento emiliano: – Socc’mel! Ma cosa ne potevo sapere io? Questo è peggio di un film horror!

– No, coglionazzo narcisista. Questa è proprio la realtà. Te lo dico io cosa accadrà adesso. Ascoltami attentamente: ora questo cosiddetto “Coronavirus” si spargerà in tutta la Lombardia, lo zoccolo duro della Lega, e il governo Conte tenterà delle misure per contrastarlo, totalmente fallimentari. Si verrà a creare un’isteria collettiva. La gente svaligerà farmacie e supermercati per procurarsi amuchina, mascherine, pasta, carne e, soprattutto, tonno in scatola. Le aziende si fermeranno. Chiuderanno università, scuole, chiese, enti pubblici e privati. Secondo te cosa farà Matteo Salvini, grandissima testa di cazzo di un ragazzino? Non si metterà a fare sciacallaggio su questa cosa? Certo che lo farà! Incolperà innanzitutto i cinesi, per poi passare genericamente agli extracomunitari, gettando tutto in un bel calderone ricco di argomentazioni solide che parlino alla pancia del paese e, udite udite, stravincerà alle prossime elezioni. E di voi, cosiddette “Sardine” – fece sarcasticamente il gesto delle virgolette – non si sentirà mai più parlare. Di voi ragazzetti fannulloni non resterà che il vago ricordo di una scoreggia in uno stadio deserto.

– Porca puttana! – piagnucolò il leader delle sardine, mentre guardava i tre zombie ringhianti e pronti a divorarlo – ma chi me l’ha fatto fare? Cosa possiamo fare dottore? La supplico, lei indossa un camice, avrà una cura senz’altro. La prego, mi dica che ha una cura!

– Cerca di morire con dignità, coglione… – fece solenne il medico, il quale, dopo aver emesso un lungo sospiro, guardava fiero all’orizzonte, consapevole della fine ormai incombente.

I tre zombie si decisero: emisero un urlo terrificante e si lanciarono contro Santori e il medico. Mattia urlava disperatamente, al contrario del medico, che mostrava la fierezza, la convinzione e la solidità di un martire. Banchettarono a lungo con i corpi dei due, finché non rimasero che ossa spolpate.

I tre zombie fuggirono dal laboratorio. La profezia del medico era in procinto di avverarsi.

Dino Veniti alle Urne – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Tu credi di esserti salvato il culo, cambiando parrocchietta, razza di fariseo voltagabbana? Hai un’idea vaga del secolo in cui ci troviamo? Te lo dico io, nel caso te ne fossi dimenticato: nel ventunesimo! Siamo abbondantemente nel terzo millennio, cazzone! E tu credi davvero che il partito unico non verrà a conoscenza del tuo passato da progressista, da sinistro, da radical chic con questa bella spolverata di cristianesimo ostentato, tanto per avere la botte piena e la moglie ubriaca? Credi che il partito non avrà a disposizione un corposo archivio su cui, a caratteri cubitali, fa bella mostra il tuo nome e il tuo faccione rassicurante? Pensi che al suo interno non ci siano tutte le tue telefonate, le tue lettere cartacee di quando eri ragazzino, le tue conversazioni sui vecchi e nuovi sistemi di messaggistica istantanea, i tuoi post sulle reti sociali, le tue foto alle manifestazioni per la libertà di stampa e per la pace, ai concerti del primo maggio, quando da adolescente ci andavi solo per ubriacarti e fumarti quale spinello? E, dulcis in fundo, sei davvero così convinto che il partito non abbia archiviato tutte le domande che hai posto ai motori di ricerca? Sapranno tutto, persino i tuoi pensieri più reconditi, le tue paure più inconfessabili, le tue depravazioni e perversioni. Il tuo passato è incancellabile. E il nuovo governo non si fiderà mai, ti dico mai e poi mai, di una banderuola al vento come te.

Dino era paralizzato dal terrore e dal dolore. Osservò a lungo l’ometto, che aveva parlato con così tanta chiarezza e sicumera, colpendo nel segno e disarmandolo. Si sentiva nudo come un verme. A un tratto, recuperando il respiro e un pizzico di lucidità, si mise in ginocchio ed ebbe la forza di pronunciare, in maniera piagnucolosa:

– Dimmi cosa posso fare. Voglio tornare indietro. Dammi quelle schede, le annullerò, non posso permettere tutto questo. Ti scongiuro, ridammele, lascia che le strappi!

Il piccino fece un sospirone. Fissò intensamente Dino con i suoi lucenti occhietti stellati. Fu una pausa interminabile, un’eternità di sguardi reciproci e intensi. Dino aveva ancora un’espressione di speranza negli occhi. Sperava che l’omuncolo inquietante, in un modo o nell’altro, gli permettesse di cambiare le sorti del paese e della sua vita, di riavvolgere il nastro della storia e di riportarlo al punto di partenza. A quel punto, l’orrido soldo di cacio, dopo aver lungamente atteso, proferì crudamente:

– Goditi il nuovo regime, pezzo di coglione!

L’ometto scomparve nel nulla. Il pavimento ai piedi di Dino, all’interno di quel cubicolo claustrofobico, cominciò a riempirsi di crepe finché non collassò facendo precipitare il malcapitato elettore nel nulla. Venìti emise un urlo che, a mano a mano, si faceva sempre più flebile, lontano, grave.

Finalmente, Dino si sfracellò al suolo, risvegliandosi di colpo: era stato uno spasmo ipnico. D’un tratto, si trovava nella sua Volkswagen T-Cross, parcheggiata dinanzi a casa sua, con entrambe le mani sudate e tremule sul volante. Attorno a lui, era un completo deserto. Il cielo era grigio. Lungo il viale alberato, non vedeva anima viva, né un auto parcheggiata. Gli alberi erano spogli e foglie secche sui marciapiedi e in strada strisciavano in crepitii accompagnando il fischio acuto del vento invernale. A parte questo, un silenzio tombale. Le villette accanto alla sua avevano le tapparelle completamente abbassate e dalle fessure di queste non trapelava luce alcuna. Dino si accorse ben presto che qualcosa non quadrava. Mani al volante, si voltò verso il marciapiede opposto alla sua villetta, presso cui erano installati gli stendardi urbani su cui il comune era solito apporre gli avvisi, le delibere del consiglio e i necrologi. Adesso questi erano tappezzati unicamente di manifesti su cui campeggiavano slogan di questo tipo:

Prima gli Italiani
Sovranismo e Autarchia contro gli Eurocrati
Confini chiusi
Famiglia e Tradizione
La Lira Libera

In basso a destra, i manifesti erano marchiati a fuoco con l’inevitabile, ormai inamovibile, simbolo della Lega.

Fece caso a un ultimo inquietante manifesto, che svettava tra tutti. Vide il faccione rassicurante e sorridente di Matteo Salvini, alla stregua di un padre buono e protettivo. Sotto il suo volto, vi era la scritta:

Il Capitano ti Osserva, ti Ascolta e ti Pensa

Dino aprì prudentemente lo sportello dell’auto, da cui scese per immergersi nella bruma del primo pomeriggio, e lo richiuse delicatamente. Si avviò di soppiatto verso la porta d’ingresso della sua villetta a schiera, su cui qualcuno aveva scritto Salonkommunist Hier. Nel leggere, Dino fu preso da un brivido che lo scosse da capo a piedi, mentre si rendeva conto che aveva bisogno di urinare. Deglutì. Prese le chiavi dalla tasca a fatica, con la mano tremante, ma purtroppo constatò che la porta era già aperta. Alzò lo sguardo e, in cima a quest’ultima, fece caso a un paio di telecamere che se ne stavano appollaiate come degli avvoltoi, in attesa di spolpare la carcassa della sua vita privata. Aprì adagio, con crescente inquietudine, mentre le viscere gli si contorcevano. Deglutì ancora. Finalmente fu in casa, posò le chiavi sul tavolino, percorse l’ingresso a passi lenti, con aria sempre più preoccupata e si avviò verso la porta del salone, aperta per metà. Si fermò per un momento: da lì, fu in grado di intravedere l’inconfondibile volto del Capitano, che in quel momento stava facendo un discorso in diretta nazionale a reti unificate, infarcito di slogan nazionalisti contro l’Unione Europea, contro l’Euro, magnificando solennemente, modulando il tono della voce in base ai dettami impartiti da “La Bestia”, i benefici di una nazione sovranista e indipendente. Il Capitano sedeva alla sua scrivania, indossando il vistoso giaccone della Polizia di Stato, con alle spalle il tricolore.

– Amore, bambini, ci siete? Papà è tornato! – fece Dino con voce tremante. Un silenzio atroce, in risposta.

L’inquietante presentimento si rafforzò, Dino procedette verso la porta del salone, vi appoggiò la mano e la aprì del tutto. E vide.

Vide i corpi impiccati della sua signora e dei gemelli Venìti, col capo reclinato, gli occhi chiusi, lividi in volto, penzolanti dal soffitto.

Dino si accasciò in ginocchio, strizzò gli occhi con tutte le sue forze, strinse i pugni, portandoli al petto, rivolse il capo al cielo e spalancò la bocca, emettendo un urlo muto. Il dolore era così disperatamente lancinante che non fu capace di proferire alcun suono, né di versare una lacrima.

Quando li riaprì, Dino, come di sorpresa, si ritrovò nuovamente in piedi, nella cabina elettorale numero due.

Le schede giacevano lì, aperte, nessuna croce era stato apposta su nessun simbolo. Si voltò di scatto, emettendo un rapido respiro, con la fretta di chi vuole immediate rassicurazioni: alle sue spalle, c’era nuovamente la tenda.

Dino si girò nuovamente verso le due schede, lievemente affannato, con la bocca aperta per metà e gli occhi spalancati.

– Cristo Santo, che botta! – sussurrò tra sé e sé. Tirò un enorme sospiro per scrollarsi di dosso l’inquietudine e, finalmente, capì.

Alzò gli occhi al cielo, rasserenato, fece ancora un respiro profondo e li richiuse. Un sorriso si disegnò sul suo volto. Ora sapeva quello che c’era da fare.

Uscì dalla cabina, con le due schede accuratamente piegate, le inserì nell’enorme scatola di cartone, restituì la matita allo scrutatore, al quale subito dopo strinse la mano energicamente, ritirò il documento di identità, salutò educatamente la commissione elettorale e uscì dall’aula.

Sua moglie e i bambini erano lì ad aspettarlo.

– Ci hai messo solo due minuti. Sei stato comunque più lento di stanotte! – fece sua moglie, sarcastica.

– Ciao, amore mio! – rispose Dino euforico – sono così felice di rivederti! – le cinse un fianco e le diede un bacione sulle labbra.

Sua moglie, stupita da tanto ardore, rimase basita: – Ti senti bene, Dino? Non mi hai nemmeno dato del Lei stavolta.

– Ascoltami, amore mio – proseguì Dino – C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

– Cosa?

– Scopare.

Sua moglie in tutta risposta, gli tirò un ceffone in pieno volto.

– Ti sembra questo il modo di parlare davanti ai bambini?

Dino Venìti alle Urne – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Dino ebbe un attacco di panico. La sua schiena era imperlata di sudore freddo, il respiro gli si fece affannoso, mentre continuava a girare su se stesso e a tirare calci e pugni sempre più frequenti alle pareti della cabina. Conosceva fin troppo bene quella sensazione. Claustrofobia. La stessa che provava da bambino quando rimaneva bloccato per ore in ascensore, a causa della negligenza di quel terrone dell’amministratore del condominio in cui viveva con i suoi genitori in Puglia.

Di colpo, mentre ruotava su se stesso sempre più vorticosamente, urlante e sudato, un soldo di cacio alto un metro e trenta, coperto da un manto blu che gli arrivava alle caviglie, con il capo coperto da un cappuccio da cui non trapelava alcun volto, ma solo due luci bianche come stelle lontane a funger da occhi, si materializzò improvvisamente nel cubicolo. Dino caddè al suolo, portò alla fronte e al petto i palmi delle mani, strisciò di culo in quei pochi centimetri di suolo disponibili, sgranò gli occhi ed emise un grido di terrore. La sua fronte era ricoperta di goccioline, come rugiada al mattino. Osservò il soldo di cacio per un minuto abbondante, con il labbro inferiore che gli tremava, gli occhi pieni di orrore e il fiatone, finché finalmente, non riuscì a proferire:

– E tu chi cazzo sei?

– Modera il linguaggio, cazzone. – rispose il soldo di cacio. La sua voce era la sovrapposizione di due suoni fanciulleschi, uno maschile e uno femminile. – Vuoi rovinarti la reputazione in questo modo? – Il soldo di cacio faceva riferimento al fatto che Dino Venìti soleva vantarsi, con i suoi amici, parenti, colleghi e con i parrocchiani del quartiere, di non aver mai pronunciato una parolaccia in vita sua. – Hai idea, cazzone, di che cazzo di casino hai appena combinato?

Dino tremava, mentre guardava il soldo di cacio, colmo di terrore: – Ti prego, non farmi del male!

– Non ne ho la minima intenzione, cazzone. Ci hai pensato benissimo da solo a farlo. E adesso ne conoscerai la ragione. – Il soldo di cacio si lanciò in una risata sguaiata da incubo, che risuonò infera all’interno della cabina senza via d’uscita, che costrinse Dino a pigiare con forza le mani su entrambe le orecchie, mentre stringeva gli occhi sperando che quell’incubo svanisse come un’allucinazione. Dino riaprì gli occhi, ma il piccoletto era ancora lì, che lo fissava intensamente nelle iridi con i suoi occhietti lucenti:

– Guardami bene in faccia, stronzetto perbenista, perché ora vedrai con molta chiarezza le conseguenze delle tue azioni. Lo sai chi hai tradito, facendo questo?

La luce dagli occhietti dell’inquietante piccoletto si fece più intensa, finché un candore non accecò completamente Dino, riempiendo il cubicolo. A un tratto, un ricordo vivissimo, tangibile, si riaffacciò alla sua mente. Ora ricordava. Sì che ricordava.

E rivide. Rivide se stesso, in quinta ginnasio. Aveva sedici anni. Capelli nero corvino, pettinati, puliti. Camicia bianca, pantaloni eleganti grigi e scarpe nere, abbinate alla capigliatura. Suo padre, l’architetto Dino Veniti Senior, era passato a prenderlo con la sua BMW 320d all’uscita da scuola. Il giovane Dino salì in auto, zaino in spalla e cominciò a raccontargli la giornata:

– Ciao Papà – lo baciò due volte sulle guancie – abbiamo avuto una discussione di politica tra compagni di classe, ma sai, io non ne capisco molto e non sono riuscito a controbattere.

Suo padre, uomo costantemente pieno di rabbia, digrignò i denti, con le labbra serrate, mentre il suo volto si faceva cremisi e cominciò a soffiare dal naso, a guisa d’un toro. Era solito sfogare sul figlio le sue frustrazioni lavorative, trattandolo con ingenerosa severità. Non era mai stato fiero di lui. Gli disse con durezza:

– Tu di politica non capisci un cazzo!

Dino, ragazzo fragile come un cristallo, si sentì profondamente mortificato da quell’affermazione. Faceva il possibile per compiacere quell’uomo rigido e severo, vecchio comunista in carriera arricchito, che non lo riteneva all’altezza della vita. Riteneva la sua eccessiva sensibilità poco consona a un uomo, poco virile, poco maschia.

– Se vuoi saperne di più, devi leggere i giornali. Non vedi me? Tutti i giorni compro La Repubblica. Leggiti le notizie di politica e di cronaca. Se poi vuoi farti un’idea chiara di come vanno le cose in Italia, devi leggere gli articoli di opinione. Chiaro? In particolare, la domenica, leggiti l’editoriale di Eugenio Scalfari. Ti aiuterà a formarti un’opinione chiara e precisa su come funziona il nostro paese.

Dino prese alla lettera l’ammonimento e la lezione del padre. Da quel giorno, cominciò a divorare notizie di politica, informandosi solo ed esclusivamente su La Repubblica, ritenuto, dal suo punto di vista, l’unico giornale in grado di avere in mano la verità dei fatti, una sorta di Vangelo della sinistra moderata. In breve, Dino si trasformò in un vero paladino dei progressisti e fece dell’antiberlusconismo la sua nuova religione, ritenendo chiunque votasse per il centro-destra malvagio e corrotto. Sentiva finalmente di essere dalla parte del giusto, dei buoni, parte di qualcosa, come suo padre, al contempo detestato e idealizzato. Finalmente aveva sufficienti argomentazioni per tenere testa ai suoi compagni di classe di orientamento politico opposto.

Il ricordo cominciò a dissolversi, in sinergia con l’intensità della luce emessa dagli occhietti del soldo di cacio.

– Papà… – sussurrò Dino, con le lacrime salate che cominciavano a sgorgare dai suoi occhi. – Che cosa ti ho fatto! Perdonami! -. Emise un rumoroso e doloroso singhiozzo, mentre un nodo lo strozzava in gola.

– E questo è solo l’inizio, cazzone piccolo-borghese – gli rispose l’ometto inquietante. – Quello che hai fatto avrà delle profonde conseguenze anche sul futuro, non solo del paese, ma anche sul tuo. Guarda un po’.

La cabina si fece di nuovo completamente bianca.

Dino vide ancora. Vide il futuro che si srotolava placidamente dinanzi ai suoi occhi neri, come un tappeto in discesa lungo un’alta scalinata.

Eccome se vide. Quante cose vide. Vide i risultati di quelle elezioni, con Mentana che annunciava la vittoria della coalizione di destra, guidata dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per un solo voto. Un unico voto secco. Un solo, determinante, maledettissimo voto, cazzo.

Evento praticamente impossibile, mai accaduto nella storia elettorale di qualsiasi paese democratico.

– Indovina a chi appartiene, quell’unico, minuscolo voto, insignificante testa di cazzo benpensante? – fece il nanerottolo.

– Ma era esattamente quello che volevo questa volta! Dove sarebbe il problema? – piagnucolò Dino.

– Guarda, cazzone ipocrita. Guarda bene cosa succede tra poco. – disse il mostriciattolo dalla voce doppia, ridendo orribilmente.

E Dino vide ancora. Vide Matteo Salvini giurare fedeltà alla Repubblica Italiana nelle mani del Presidente. Vide il voto di fiducia al governo Salvini I passare al Senato e alla Camera per appena due voti di scarto. Vide deputati e senatori del PD e del Movimento Cinque Stelle passare dalla parte della maggioranza, per pura soggezione, timore riverenziale e totale soggezione alla sua figura carismatica e mediatica del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri. Vide la prima grande Riforma della Costituzione, che trasformò l’Italia in una Repubblica Presidenziale, votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Vide Matteo Salvini togliere la fiducia al suo stesso governo per tornare alle urne. Vide Salvini vincere le elezioni e diventare il primo Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale dai cittadini italiani. Vide Salvini promuovere nuove riforme della Costituzione, sfruttando bachi ed errori nella prima riforma, che l’avevano già di per sé indebolita, che aboliva pesi e contrappesi e concentrava il potere interamente nelle sue mani, i pieni poteri che da tempo bramava con ardente desiderio. Vide il parlamento Italiano procedere spedito con ulteriori modifiche alla ormai irriconoscibile carta del 1947, istituendo il ruolo di Capitano della Nazione, che fondeva i ruoli del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Repubblica in un’unica carica. Vide il nuovo regime abolire qualsiasi forma di opposizione, sindacale e partitica, prendere il controllo della stampa, delle televisioni, di internet, chiudendo giornali, programmi televisivi, siti e blog. Vide sfilate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano. Vide quadri e fotografie di Matteo Salvini ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Vide titolare le maggiori piazze italiane al leader della Lega, dove al contempo venivano erette statue in sua memoria.

– Ma questo è quello che inconsciamente ho sempre sognato! – fece Dino, implorante e disperato.

– Aspetta, cazzone, aspetta – replicò il piccolo omuncolo – Non è ancora arrivata la parte migliore di questa storia. Mettiti bello comodo. – E rise ancora, quel piccolo mostro, di gusto.

E Dino, per l’ennesima volta, vide. Un nuovo tuffo nel passato, qualche mese prima. Rivide quell’ultimo pranzo di Natale, assieme ai suoi genitori, ai quali aveva annunciato che era ormai stufo dell’inconcludenza e dell’autoreferenzialità dei personaggi orbitanti nell’area del centro-sinistra e che quella volta avrebbe dato il suo voto alla coalizione di centro-destra. Rivide la rabbia addolorata di suo padre, farsi rosso in volto e cominciare a sbuffare dal naso, per la delusione e per il dolore nel vedere quell’ingrato del sangue del suo sangue ribellarsi al suo volere, prendere i suoi insegnamenti, accartocciarli e gettarli via in un cestino.

E rivide ancora suo padre. Lo vide, seduto in poltrona, il giorno in cui Salvini divenne Presidente della Repubblica Italiana. Vide suo padre addormentarsi, con la televisione accesa, mentre trasmetteva il telegiornale. Vide sua madre avvicinarsi alla poltrona per svegliarlo e andare a letto insieme. Vide sua madre rendersi conto all’improvviso che suo marito non si sarebbe più svegliato. E Dino provò una colpa improvvisa, un pugno nello stomaco, uno strappo che lacerava le sue carni. Con il suo voto, esattamente il suo di voto, aveva ucciso suo padre. Quella sarebbe stata la sua croce, la sua condanna. Per il resto della sua vita.

– Papà, no! No! No! – urlò Dino. Ormai piangeva e urlava come un disperato, profondamente pentito.

L’ometto inquietante lo osservava silenzioso, un silenzio dal sapore d’un muto giudizio. Ma il tormento non era ancora terminato. Questi pronunciò, distogliendo Dino dalle sue lacrime amare:

– Sei pronto per il gran finale?

– Che altro c’è ancora? Basta, ti scongiuro! – supplicò Dino.

(Continua…)

 

Dino Venìti alle Urne – Parte 1

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Erano le undici di mattina di una domenica d’inverno. Era appena terminata la Santa Messa. Dino Venìti, la signora Venìti e i due gemelli, Dino Venìti I e Dino Venìti II uscirono dalla Parrocchia dei Santi Martiri Gervasio e Protasio, sorridendo e tenendosi per mano. I bambini sorridevano in maniera vagamente ostentata, secondo i dettami e le regole stabilite dal loro papà e dalla loro mamma, ai quali avevano imposto di sorridere in qualsiasi circostanza della loro vita, anche la più dolorosa, e di reprimere qualsiasi pensiero negativo, perché questo, a detta loro, era ciò che facevano i bravi bambini che andavano in paradiso e che un domani, con questo atteggiamento positivo, si sarebbero integrati in qualsiasi tipo di società. La gente, fuori dalla chiesa, osservava la famiglia Venìti con ammirazione e invidia: erano semplicemente perfetti, non c’era nessuna sbavatura, né macchia. Incrociarono la signora Manzoni con suo figlio Gaetano, coetaneo di Dino:

– Buongiorno signora Manzoni, buongiorno Gae, e buona domenica. Come state?

L’anziana signora sorrise compiaciuta: – Benissimo, grazie. E’ un piacere incontrare una famiglia come la vostra, così unita e felice. Siete un esempio e una benedizione per tutti noi e per tutta la nostra comunità. E’ raro incontrare delle brave persone come voi.

– Troppo buona, signora! Le auguro una buona giornata, arrivederci!

– Arrivederci, dottor Venìti!

Dino Venìti si allontanò con la famiglia. La signora Manzoni, una volta distanti, disse a suo figlio Gaetano, con disprezzo:

– E tu? Come mai alla tua età vivi ancora con me e non ti sei trovato una donna? Hai intenzione di mettere su famiglia, razza di fallito? Che figura ci faccio con la gente del paese, con i vicini, con le mie amiche?

Il figlio arrossì e chinò il capo mortificato. Dentro di sé, sapeva che non avrebbe mai trovato una donna in vita sua. Non ce l’avrebbe mai fatta a liberarsi di quella madre ingombrante e castrante, con la quale dormiva ancora assieme nel letto matrimoniale, dopo che era rimasta vedova. Sua madre era ormai mal digerita come un pasto natalizio quotidiano che si protrae per decadi, ma tutto sommato comoda.

– E adesso sapete dove si va? – chiese Dino Venìti ai suoi pargoli, con un entusiasmo al limite dell’euforia.

– A votare! A votare! Anche noi vogliamo votare! – risposero i due bambini in coro, pieni di vita.

– No, bambini – replicò il papà, facendosi paziente e comprensivo – sapete che non avete ancora i requisiti per esercitare questo diritto, in quanto minorenni.

– Che vuol dire requisiti? – chiesero in coro i due pargoletti.

Dino Venìti ebbe un attimo in cui si rabbuiò, durante il quale, per un breve istante, provò una cocente delusione, mista a rabbia, avendo constatato che la sua prole, sangue del suo sangue, all’età di cinque anni, ignorasse tuttavia il significato della parola requisiti. Ciò nonostante, non redarguì i suoi pargoli, come avrebbe fatto suo padre con lui, ma al contempo non fornì loro alcuna spiegazione.

– Andiamo a scuola – disse ai figli e alla consorte, ricomponendosi e recuperando la sua classe. – Rimanga un po’ con loro, signora Venìti, ho bisogno di allontanarmi per riflettere un attimo.

Sua moglie replicò lievemente piccata: – La smetti di chiamarmi signora Venìti? Siamo sposati da otto anni ormai!

– No. – replicò fermamente il marito. Sua moglie si adombrò e abbassò gli occhi. Per l’ennesima volta, suo marito le aveva spezzato il cuore. Ingoiò amaramente quel rospo, ma Dino se ne avvide subito e la redarguì severamente: – Non farti vedere rabbuiata. Vuoi che la gente pensi che siamo una famiglia litigiosa?

La moglie dipinse sul suo volto un sorriso tiratissimo, mentre le mandibole cominciavano a dolerle e dentro si sentiva morire. Avrebbe voluto urlare al mondo e piangere istericamente tutta la sua disperazione. La sera prima avevano fatto l’amore in modo totalmente meccanico. Lui era durato trenta secondi, dopo averla penetrata in posizione missionaria senza uno straccio di preliminari, per poi cadere addormentato subito dopo aver finito, dall’altro lato del letto.

– Così va meglio! – sorrise Dino, guardandola con la stessa soddisfazione con cui un pittore guarda un suo quadro finalmente ultimato.

Si avviarono a passo lento verso la scuola elementare, dove aveva sede il seggio elettorale presso cui la famiglia Venìti votava. Dino aveva preso da diverso tempo una decisione e si sentiva ringalluzzito all’idea di dare finalmente una svolta concreta alla sua vita. Dopo anni trascorsi a dare il suo voto esclusivamente a partiti e coalizioni di centro-sinistra, quell’anno, per la prima volta in vita sua, decise che era giunta l’ora di dare una possibilità a un partito politicamente schierato dalla parte opposta: avrebbe apposto la sua croce sul simbolo della Lega, dando fiducia alla coalizione guidata da Matteo Salvini. Aveva cominciato finalmente ad ammettere a se stesso che la concezione nazionalista, la difesa dei valori cristiani e l’idea di famiglia che portava avanti l’alleanza di destra era più vicina a quello in cui credeva.

Raggiunsero la scuola ed entrarono nell’edificio. Proseguirono adagio lungo il corridoio, coperto di disegni e poster realizzati dagli alunni, verso la sezione elettorale di appartenenza. Raggiunta l’aula, con ostentata galanteria, Dino lasciò votare la signora Venìti per prima. Quest’ultima, sbrigò la faccenda rapidamente e uscì dopo pochissimo tempo. Il momento tanto atteso per Dino era giunto, che nel frattempo era rimasto fuori con i gemelli ad aspettare la sua compagna di vita. Lasciò i figli a sua moglie ed entrò nella stanza.

Dino consegnò la carta di identità e la sua tessera elettorale agli scrutatori, i quali segnarono il numero del documento sull’enorme registro e apposero il relativo timbro sulla scheda. Si avvicinò quindi all’urna, dove un altro scrutatore gli consegnò le due schede, per la Camera dei Deputati e per il Senato della Repubblica, e la matita.

– Cabina numero due! – esclamò lo scrutatore, con piglio professionale. Dino Veniti girò attorno ai banchi su cui appoggiava l’urna di cartone, si approssimò al cubicolo, scostò la tenda, entrò e la richiuse alle sue spalle.

Aprì le due schede con estrema cautela e le pose delicatamente sulla mensolina all’interno. Ci pensò ancora per pochi secondi, picchiettando leggermente la matita contro la guancia destra, con aria fintamente indecisa, e alla fine fece quello che andava fatto: votò Lega, per entrambi i rami del Parlamento. – In bocca al lupo, Capitano! – pensò sorridendo.

Chiuse le due schede, si voltò per uscire, ma in quel preciso istante sobbalzò: la tenda era sparita e al suo posto c’era un’altra parete.

Rimase perplesso per trenta secondi buoni, fissando quel pannello in una muta domanda e rendendosi conto che la cabina non aveva più vie d’uscita. Si avvicinò alla parete, la tastò brevemente con aria interrogativa e vi appoggiò sopra l’orecchio destro in modo da udire che cosa stesse accadendo all’esterno: ricevette, in tutta risposta, un silenzio di tomba. Iniziò a quel punto a bussare contro il pannello con delicatezza e disse: – Mi sentite? C’è qualcuno lì fuori? E’ sparita l’uscita e sono rimasto chiuso dentro!

Dino non ricevette risposta alcuna. Ci riprovò ancora, svariate volte, ma invano. A quel punto, cominciò a preoccuparsi e sentì l’ansia in procinto di pervaderlo. Iniziò a girare su se stesso e a tirare pugni e manate sempre più forti contro tutte e quattro le pareti, mentre pronunciava, con enfasi crescente:

– C’è qualcuno lì fuori? Rispondete! Aiuto!

(Continua…)

 

Dankrad

Però usare il termine “ritardate” al giorno d’oggi vi mette sullo stesso livello di queste false femministe. Ritardato è chi soffre di ritardo mentale opportunamente diagnosticato!

Erano circa le dieci di sera. L’admin era seduto nel suo ufficio, con il monitor del computer acceso sulla pagina Facebook che amministrava anonimamente, sulla quale, in alto a sinistra, faceva capolino la grigia foto profilo di un Franco Battiato in espressione riflessiva e malinconica. Lesse il commento politicamente corretto al suo post, a nome di una certa Lorenza Toso. Fece un sospiro, scosse la testa affranto e si pizzicò il mento.

Alzò la cornetta e digitò tre cifre sul suo telefono. All’altro capo, sentì sollevare la cornetta, ma non ricevette alcuna risposta. La persona che aveva risposto alla chiamata rimase in attesa di direttive.

– Vieni de qua, nel mio ufficio. – Proferì l’admin, con il suo buffo accento latino americano.

Chiuse la conversazione e adagiò la schiena sulla poltrona, facendo un lungo respiro, mettendo le mani giunte e fissando lo sguardo nel vuoto, con fare riflessivo, restando in attesa. Passarono cinque minuti, finché non sentì bussare alla porta del suo studio.

– Vieni pure dentro, Dankrad.

La guardia svizzera Dankrad fece il suo ingresso, con il suo abito a bande blu e gialle, il basco, il colletto e i guanti bianchi, si avvicinò all’admin e gli si genuflesse davanti. L’amministratore della pagina, in tunica bianca, gli porse la mano in modo che potesse baciargli l’anello piscatorio. Dankrad eseguì il rituale, solennemente.

– Eccomi qui, Santo Padre.

Grassie per essere venutto. Te ho fato chiamare perché ho ricevuto un altro commento politicamente coretto ai miei post su una de le pagine anonime che aministro su Facebook. Che figura ce facio con i miei follower?

– Mi faccia vedere, Santità.

Dankrad avvicinò lo sguardo, chiuse gli occhi a fessura e rilesse il commento di Lorenza Toso.

– Diamo un’occhiata al suo profilo, Beatissimo Padre.

Papa Francesco avvicinò il cursore del mouse al commento incriminato e cliccò sul nome dell’autrice per accedere al suo profilo Facebook. Dankrad gli sedette accanto. Spulciarono ogni dettaglio del suo account, imprudentemente pubblico, con precisione certosina. Nella sezione In Breve, vi erano le emoticon di una corona, un gattino e un cuore rosso con sotto una scritta, interamente in maiuscolo: SONO PAZZA. Le foto profilo, le immagini di copertina e le foto in evidenza ritraevano la giovane donna in costume, di spalle, seduta in riva al mare, oppure stesa sul suo letto mentre abbracciava il suo cane. C’erano anche alcuni autoscatti che la donna era solita realizzare ponendosi dinanzi allo specchio con le labbra protese. Dankrad e il Papa diedero un’occhiata alla sua bacheca, mantenendo una solenne imperturbabilità: quella pagina era un profluvio di post ipocriti antifascisti, antinazisti, femministi, partigiani, costituzionalisti, animalisti, gay-friendly e tutto quanto facesse parte dell’universo politically correct e radical chic.

– A quanto pare, ha segnalatto una de le mie pagine anche. Sono riuscito ad accorgermene grassie a quel software che el suo colega me ha instalatto qualche giorno fa. – asserì il Santo Padre, con pacatezza. Poi aggiunse: – Ho scoperto anche un’altra cossa: no se chiama davero Lorenza Toso. Ha cambiato el nome in onore de un “giornalista” de cui è fan sfegatata -.  Il Santo Padre, nel privato assai caustico, accompagnò la parola giornalista con il gesto delle virgolette, sollevando entrambe le mani e muovendo due volte dall’alto al basso i rispettivi indici e medi.

– Santo Padre, Lei è un drago. Sarebbe stato un ottimo informatico. – rispose Dankrad con affetto. Provava un amore sincero e filiale per il suo Papa. Bergoglio gli sorrise autenticamente e gli diede un buffetto sulla guancia. Le sue guardie svizzere erano come dei figli per lui.

– Dankrad, – riprese il Vicario di Cristo, afferrando il suo smartphone e aprendo l’applicazione di Spotify – lo vedi questo? A mesanotte precissa, io infilerà le cuffie nelle mie orecchie e dovrette fare tutto en cinque minutti y dodici secondi.

– Ho compreso, Santo Padre. – rispose la guardia svizzera.

Dankrad si genuflesse e baciò nuovamente l’anello piscatorio del Pontefice. Si rialzò, si mise sull’attenti, si voltò di scatto e uscì dall’ufficio.

Mancava un minuto alla mezzanotte. Papa Bergoglio si trovava nel suo ufficio, seduto in poltrona, con gli auricolari inseriti nelle orecchie e l’applicazione di Spotify pronta alla riproduzione. Dankrad si trovava davanti alla porta d’ingresso di Lorenza Toso, accompagnato da altre cinque guardie svizzere

A mezzanotte in punto, in perfetta sincronia, il Pontefice pigiò il tasto di riproduzione sull’applicazione, nello stesso istante in cui Dankrad suonò il campanello della porta d’ingresso di Lorenza Toso. Le campane iniziarono a suonare a morto nelle orecchie del Santo Padre e in breve, ad esse si sovrappose il suono delle chitarre distorte dei fratelli Young. Il Papa si adagiò ancor più comodamente per godersi la sua Hells Bells.

Nel frattempo, Lorenza Toso aprì la porta, in canottiera e pantaloncini e si trovò dinanzi a sé le sei guardie svizzere che la fissavano con serietà imperturbabile. Lorenza Toso strabuzzò i suoi grandi occhi verdi e sobbalzò.

– De…desiderano?

Dankrad appoggiò il palmo della mano sulla porta, in modo da aprirla del tutto, facendo scansare la giovane donna ed entrò silenziosamente nel soggiorno-cucina, con passo solenne, assieme ai suoi cinque colleghi. Fu l’unico ad avvicinarsi al tablet che poggiava sul tavolo, mentre Lorenza Toso lo guardava a bocca aperta e con un’espressione di sincera preoccupazione. Dankrad prese il tablet e diede un’occhiata severa al suo contenuto. Lorenza Toso aveva appena commentato un post di Lorenzo Tosa sul monologo di Benigni a Sanremo 2020. Il commento recitava:

Benigni è stato immenso come sempre, originale nella scelta del contenuto, e direi coraggioso, poiché ha smontato le forzate interpretazioni ecclesiastiche che da sempre hanno oscurato il Cantico dei cantici. Non è stato ripetitivo, ha solo esaltato la verità che è stata nascosta per secoli cercando di coinvolgere lo spettatore nello stupore della sostanza manifesta. Dei minuti di cultura e di meraviglia che hanno arricchito il Festival. Forse non si è compresa la natura intrinseca del suo monologo.

Dankrad scosse il capo in segno di disapprovazione. Successivamente, sollevò lo sguardo dal tablet. Guardò serissimo i colleghi alle spalle di Lorenza Toso e dopo due secondi annuì impercettibilmente: era il segnale.

Uno dei suoi colleghi, con fulminea velocità, afferrò vigorosamente il volto della giovane donna con la mano destra, mentre con il braccio sinistro le strinse il petto con forza cingendo con la mano la sua spalla destra. Prima di procedere, le sussurrò un’ultima frase nell’orecchio, con tono grave:

– Dio non esiste, stronza!

Il collega ruotò entrambe le braccia con tutte le sue forze, spezzandole il collo e uccidendola all’istante.

Gli altri quattro colleghi estrassero immediatamente un sacco nero, all’interno del quale adagiarono rapidamente il cadavere. Dankrad ebbe cura di spegnere il tablet e di infilarlo nel sacco assieme alla trapassata.

Completate tutte le operazioni, le sei guardie svizzere uscirono. Fu Dankrad a spegnere le luci e a chiudere la porta dell’abitazione.

In quell’istante, erano passati esattamente cinque minuti e dodici secondi. Il Santo Padre ripose gli auricolari e proprio in quel momento squillò il telefono del suo ufficio. Il Papa alzò la cornetta e la avvicinò all’orecchio.

– Fatto – disse Dankrad, all’altro capo. Il Santo Padre chiuse la telefonata.

Fu Dankrad stesso a concludere le operazioni.

A notte fonda, scese con il sacco nero sulle spalle nelle Sacre Grotte Vaticane e si avvicinò al sepolcro bianco su cui era incisa la scritta PIVS PP XII. La guardia svizzera estrasse un telecomando dalla tasca e, dopo aver pigiato sull’unico pulsante, il coperchio della tomba cominciò a sollevarsi lentamente, cigolando, occultando il quadro della Vergine Maria con il Bambino Gesù dipinta sulla parete. Dankrad si avvicinò e affacciò il suo viso all’interno della tomba, dentro la quale giaceva un altro sacco nero.

– Ciao amore mio, come stai? – proferì Dankrad con voce rotta, guardando quel vecchio sacco nero impolverato – Sono l’unico che pensa a te. E lo sai perché? Perché io so benissimo cosa voglia dire sentirsi soli. E tu, che sei qui dagli anni ottanta, lo sai meglio di me. Ma per fortuna ci pensa Dankrad a te, amore mio. Lo sai che ti voglio bene, vero? Da oggi, avrai una nuova amica a farti compagnia. Sei contenta, amore mio?

Dankrad, con entrambe le mani, sollevò il sacco da dietro le sue spalle e lo rovesciò all’interno della tomba, lasciandolo cadere rumorosamente. Si spolverò le mani sul completo a bande gialle e blu, estrasse nuovamente il telecomando dalla tasca, pigiò sull’unico pulsante e osservò il coperchio della tomba che cominciava a scendere lentamente, cigolando, mentre lacrime salate solcavano il suo viso.

Con un colpo secco e deciso che riecheggiò all’interno delle grotte vaticane, la tomba si richiuse definitivamente.

Dankrad spense le luci, risalì in superficie, uscì dalla Basilica di San Pietro da una porta che conosceva solo lui e si avviò verso casa.

Solo. Come lo era sempre stato.

 

 

Ilario

– Ho appena donato venti euro per Wikipedia!

Ilario, giovane informatico, era seduto alla sua scrivania, come di consueto, mentre digitava freneticamente codice C++. Si sentiva euforico ed entusiasta. Era solito esserlo, amava condividere e ostentare con i suoi colleghi la sua produttività, la sua propositività, il suo ottimismo e la sua volontà di “fare squadra”, mostrandosi costantemente disponibile e servile verso i suoi superiori. Aveva compiuto da poco trent’anni. Cattolico praticante, di bell’aspetto, era sposato con una donna bellissima, secondo però canoni estetici basati sul sentire comune e non sul suo. A volte faceva fatica a fare l’amore con lei, ma ciò nonostante, avevano concepito un bimbo che adesso aveva due anni. Ilario non voleva dare peso alle ombre della sua esistenza: sentiva di avere una vita perfetta e questo lo faceva sentire onnipotente. Nella convinzione di avere il mondo in mano e una protezione speciale da parte del Signore, era sicuro che il suo stile di vita lo avrebbe portato lontano.

Il primo giorno di lavoro, in ufficio, pesando attentamente le parole e ostentando una fine diplomazia, dichiarò di non essersi mai arrabbiato in vita sua e di essere stato sempre politicamente corretto nei confronti degli altri, in particolar modo in ambito professionale. Seguiva alla lettera e in maniera didattica il Vangelo, accompagnando al contempo le sacre scritture a manuali di miglioramento personale, che divorava con voracità cannibalesca. Rientrato a casa, soleva chiudersi per ore in bagno, dove preparava una collezione di discorsi da fare in ufficio, in modo da fare bella figura con i suoi colleghi, inerenti a tematiche professionali, economiche, politiche e sociali, senza naturalmente prendere una posizione chiara in merito. Era solito registrare questi discorsi sul suo smartphone, per poi riascoltarli in modo da modulare il tono di voce affinché risultasse il più persuasivo e convincente possibile. Oltre a ciò, pronunciava i suoi monologhi dinanzi allo specchio, in modo da perfezionare al contempo la gestualità delle mani e la postura. Sua moglie, cristianamente, sopportava l’idea di avere un giovane marito preso esclusivamente dal lavoro. Era un buon partito, in fin dei conti, e anche un bell’uomo, ma lei cominciava a sentirsi malinconica e spenta, trascurata.

Dino era il suo vicino di postazione. Disilluso, disincantato, realista, era in ogni caso il collega più stimato del suo dipartimento. Un colpo e un centro era la sua filosofia: lavorava nella giusta misura e soprattutto, si occupava unicamente di quello che lo interessava davvero. Con questo spirito, era riuscito a portare all’azienda pochi, ma interessanti progetti e anche un po’ di fatturato, nonostante il suo apparente distacco nei confronti delle cose. Questo atteggiamento aveva dato una sincera credibilità agli occhi dei suoi superiori, che gli davano piena fiducia e incarichi prestigiosi.

Dino aveva capito immediatamente chi era Ilario, fin dal primo giorno in cui gli aveva stretto la mano. Dal suo arrivo in ufficio, non aveva fatto altro che studiarlo e osservarlo mentre recitava la sua parte. Aveva immediatamente captato la sua irritante tendenza a non prendere mai nessuna posizione precisa e a cercare di dare ragione a chiunque, vittima com’era della sua stessa ambizione e della sua dipendenza dal compiacimento altrui.

Un po’ con fare malizioso, un po’ per dargli una svegliata, in risposta all’entusiasmo del giovane collega relativo alla sua donazione, proferì poche e semplici parole, con tono autenticamente solenne:

– Credo che Wikipedia non possa essere considerata attendibile come fonte d’informazione.

Ilario percepì quella frase come una scudisciata sul ventre, come una scarica elettrica che all’improvviso, lo fece vacillare. Senti le carni strapparsi dalle ossa. Si girò e squadrò Dino con occhi indemoniati e pieni di odio, reclinando la testa e incrociando le braccia, cercando di darsi autorevolezza in base a quanto appreso dai manuali di auto-miglioramento, ma risultando agli occhi di Dino semplicemente miserabile e ridicolo. Dino si divertiva a farlo cadere in contraddizione, ma al contempo provava una certa tenerezza nei suoi confronti.

– In che senso? – Proferì Ilario. Lo diceva spesso, in tono irritato, quando si sentiva colto in castagna. Pronunciava quelle tre parole socchiudendo gli occhi con fare fintamente investigativo e con aria vagamente minacciosa. Lo faceva nella speranza di mettere in soggezione l’interlocutore, sperando di avere la meglio nella discussione. Ilario non concepiva la possibilità di un dialogo costruttivo, doveva averla vinta sempre e comunque. Non poteva permettersi che qualcuno avesse la meglio su di lui. Questo faceva vacillare le sue certezze, la sua immagine perfetta, il suo essere un soldato di Cristo. Non tollerava che qualcuno potesse contraddirlo, portando con fierezza quella variante al femminile del nome Ilaria, che gli dava un tocco così dandy. Non poteva deludere inoltre le aspettative di sua madre, verso la quale aveva un complesso di Edipo irrisolto che, in alcune circostanze, si tramutava in una vaga fantasia sessuale nei confronti di quest’ultima. L’immagine di lei che lavava i piatti ogni tanto ancora lo eccitava, ma Ilario reprimeva con durezza questo pensiero, ingoiandolo come un rospo amaro.

– Dico che mi sembra assurdo che un’enciclopedia online venga riempita da utenti anonimi i cui inserimenti vengono valutati da altri utenti a loro volta anonimi in base a non si sa bene quali competenze. Chi c’è dietro gli articoli di filosofia? Di letteratura? Di psicologia? Di matematica? Di fisica? Persone competenti del settore o gli stessi che votano sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle?

A quelle parole, Ilario impallidì e cominciò a farfugliare. Sapeva che stava per andare in corto circuito. Provò un lieve senso di vertigine e una leggera nausea. Dino dentro di sé gongolava: aveva fatto centro anche stavolta, lo aveva smascherato. Si sentiva però un po’ in colpa per aver umiliato il suo giovane collega.

– Ma è gratuita!

– Siamo d’accordo, la considero anche io una grande invenzione. Dico solo che quello che c’è scritto va preso cum grano salis e che non la userei mai per fare una ricerca scientifica o per scrivere un articolo su Primo Levi.

Dino amava infarcire i suoi discorsi con dei latinismi. Gli piaceva ostentare la sua cultura da Liceo Classico, sapendo che Ilario aveva frequentato l’ITIS. Non lo faceva per sentirsi superiore o migliore di Ilario. Lo faceva per farlo sentire inferiore, un po’ per divertimento, un po’ per insegnargli la realtà, che Dino conosceva ormai piuttosto bene.

– Come tutte le cose, del resto! – replicò Ilario con una frase stereotipata e qualunquista, della quale non era convinto minimamente e che aveva sentito chissà dove. Si espresse con voce tremante, mentre gli occhi gli si fecero lucidi, pieni di rabbia e dolore. Chissà, quella frase, da dove proveniva davvero: se da lui, da sua madre, da suo padre, da sua sorella, dal suo confessore e padre spirituale Don Egidio. Dentro di sé, Ilario provava sentimenti ambivalenti per Dino. Da un lato lo considerava una sorta di mentore, un fratello maggiore irraggiungibile, che seduceva con il suo disincanto e la sua aria malinconia, il più delle volte usata strategicamente al solo scopo di evitare rotture di scatole. D’altro canto, Ilario odiava profondamente Dino, verso il quale, senza esserne del tutto consapevole, provava una grande invidia, che gli causava spesso notti insonni. Questo non lo avrebbe mai riconosciuto pienamente: Ilario non era in grado di ammettere a sé stesso di provare rabbia e odio per qualcuno, imprigionato com’era nelle fitte maglie di un Cattolicesimo anni cinquanta di stampo meridionale e intimorito com’era dall’idea di finire all’inferno.

Dino chiuse la conversazione. Era un tipo pragmatico che non amava sprecare energie in discussioni inutili e si rimise a lavorare.

Anche Ilario si rimise a lavorare, ingoiando il suo violento e silente rancore e rivolgendosi a un altro collega con il consueto finto ottimismo frutto di interpretazioni sbagliate dei testi sacri e di anni e anni di letture di manuali tossici.

Ma quella rabbia lo logorava come un tarlo, e si faceva, giorno dopo giorno, sempre più insistente.

Anche quella notte, Ilario non chiuse occhio.

Il giorno dopo, la recita sarebbe cominciata di nuovo.