Appuntamenti strampalati – La testimonianza di Mario

Riporto la testimonianza di Mario, il quale mi ha inviato il racconto relativo a una vicenda di cui è stato recentemente protagonista, la cui bizzarria la fa entrare di diritto nella classifica degli appuntamenti strampalati.

Era tardo pomeriggio, quando Mario uscì dal suo appartamento. Abitava al quinto piano ed era solito fare le scale, da bravo salutista qual era. Percorrendo i gradini, raggiunto il primo piano, si imbatté in una famiglia che in condominio non aveva mai avuto occasione di incontrare. Padre grasso e madre sui cinquant’anni, figlio e figlia molto graziosa, sui venti, in quel mentre presi con il trasporto del mobilio, a seguito di recente trasloco.

La famiglia si presentò con educazione a Mario, il quale ricambiò. La sua attenzione cadde in particolare sulla madre: indossava una maglietta a maniche corte bianca, aderente. Aveva capelli rossi corti a caschetto, denti storti e accavallati, occhiali vetusti, le cui lenti le ingigantivano gli occhi e un pizzico di alitosi, dovuta forse al fatto che, avendo impiegato tutto il giorno nel trasloco, non aveva avuto occasione di lavarsi i denti.

Mario rimase vagamente turbato da quella donna. Era oggettivamente orrida di aspetto, ma nonostante il volto picassiano, unito alle braccia glabre, al fiato non esattamente mentolato, ai seni inesistenti e a un vago accenno di pancia, si sentì eccitato sessualmente.

Passarono alcuni giorni. Il nostro Mario, ancora una volta, uscì di casa e percorse le scale. Incrociò nuovamente la donna, questa volta sola, ed educatamente, da galantuomo depravato qual era, la salutò e volle scambiare due parole.

– Come va il trasloco allora?

-Bene – rispose la donna – a breve iniziamo i lavori di ristrutturazione.

A quel punto Mario, preso da una diabolica volontà seduttiva, fissò intensamente la donna negli occhi ingigantiti dalle lenti dei suoi occhiali ampiamente fuori moda, e proferì sibillino:

-Avete per caso bisogno di un architetto che vi supporti nelle ristrutturazioni?

Utilizzò strategicamente il verbo “supportare”, condito da un sapiente uso del congiuntivo e della consecutio temporum.

La donna, oltre ad essere colpita dal suo italiano forbito, fu come ipnotizzata dal suo sguardo magnetico. Retrocedendo con il capo, a sua volta fissando Mario negli occhi, rispose:

-Ehm…no, no…abbiamo già chi ci darà una mano…

Mario si rese conto in quel momento che, nonostante l’aspetto orripilante della signora, unito ad un modo di vestire totalmente dettato dal caso, provava un’intensa e perversa eccitazione sessuale nei suoi confronti.

Seguirono, nei giorni a venire, nuove occasioni di incontro. Un pomeriggio, mentre Mario si trovava al supermercato, fu distratto da una voce femminile che lo chiamò:

-Ciao, Mario!

Vide da lontano il volto orribile della signora, che lo guardava con voluttà. Ricambiò il saluto e, con sguardo da volpe, le offrì un passaggio a casa, mentre il sangue cominciava pian piano ad affluire in prossimità dei suoi corpi cavernosi. Lei rifiutò gentilmente, considerando il fatto che era sposata, pertanto il suo desiderio perverso nei confronti di un uomo più giovane e piacente faceva a cazzotti con la morale comune, la sua fede in Dio e il senso di colpa nei confronti di un marito ciccione ormai assolutamente privo di sensualità, ma ben voluto come un fratello.

Un’altra volta, nel corso di un’assemblea condominiale, Mario manifestò nuovamente il suo desiderio nei confronti della brutta donna, sedendosi al suo fianco e poggiando “casualmente” la sua gamba sulla sua, con fare vischioso. La signora in un primo momento accettò di buon grado il contatto, per poi successivamente ritirarsi, lacerata dalle diatribe interiori di cui si parlava poc’anzi.

A volte, Mario la adocchiava a Messa. Lei era solita sedersi sempre ai primi banchi con sua madre. In quei momenti, il nostro Mario, cattolico estremamente contraddittorio e peccatore recidivo, non era assolutamente capace di convogliare la sua libido verso Nostro Signore, distratto com’era da quella signora che aveva il potere di scatenargli quelle fantasie edipiche che rasentavano l’incesto.

Con il tempo, Mario rincarò la dose. Aveva in un certo senso la necessità di capire perché quella brutta donna lo intrigasse così tanto e gli solleticasse in maniera così birichina i sensi. Negli incontri casuali con la signora, che avvenivano sempre in condominio e al supermercato, si fece più spavaldo, invitandola ripetutamente e sfacciatamente a prendere un caffè a casa sua. In quelle occasioni, la donna chinava lo sguardo e arrossiva, sempre rifiutando, ma internamente combattuta, mentre Mario, in quei momenti, si compiaceva delle sue stesse erezioni. Ormai la signora era divenuta una costante delle sue fantasie sessuali. Immaginava di possedersi insieme, sudati e puzzolenti, con lei che a un tratto, nella sua artistica ed erotica nefandezza, raggiungeva l’estasi suprema.

Un giorno, qualcosa accadde: fu la signora che, dopo aver incrociato ancora una volta Mario sul pianerottolo, decise di invitarlo a casa sua a prendere un caffè. Nell’appartamento non c’era nessuno. Non c’era il marito,  non c’erano i figli. Chiacchierarono amabilmente, in un clima ambiguo e malizioso. La signora sorseggiava il suo caffè appoggiando le labbra alla tazza in un modo che scatenava in Mario delle fantasie inimmaginabili e irripetibili. Parlarono ancora e si raccontarono, finché la signora non comunicò al nostro che sua figlia era in procinto di rientrare. Figlia, ricordiamo, bella, giovane e graziosa. Ma ciò nonostante, per Mario, era la signora l’obiettivo, ormai totalmente in balia del suo complesso di Edipo mai risolto. Probabilmente la signora ricordava a Mario la sua stessa, proibitissima, madre. Mario, non volendo farsi trovare in casa dalla figlia di lei, decise di congedarsi. La signora gli porse la mano per salutarlo, in maniera formale. In tutta risposta, Mario le cinse il fianco, la salutò con due baci e si congedò dicendole:

-La prossima volta sali tu da me e il caffè te lo offro io – sfiorandole il culo.

-Eh…- rispose la signora. Un’unica sillaba, che riassumeva in sé tutti i sentimenti contraddittori provati dalla donna.

Si incrociarono ancora, ma le cose, da quella volta, cominciarono a cambiare. Con buona probabilità, la povera orrenda signora si era resa conto che stava oltrepassando un confine pericoloso, e cominciò pertanto a comportarsi in maniera più distaccata nei confronti del nostro Mario, rifiutando i suoi inviti per un caffè presso il suo appartamento. Giunse l’occasione, in cui la signora fece presente, con fermezza:

– Se vuoi, vieni a prendere un caffè con me e con tutta la mia famiglia.

Al proferire di queste parole, il nostro Mario fu preso dal dolore dell’abbandono, che si tramutò immediatamente in un’eccitazione incontenibile. Quella giravolta da parte dell’orrenda donna, lo addolorò nel profondo. Provò l’antico dolore del neonato svezzato, che piange disperato mentre reclama gli ormai banditi seni materni.

-Ma dai su! – disse Mario, dandole una pacca sul culo. La signora si affrettò a rientrare in casa, inquietata dall’audacia di Mario:

– Tu mi piaci tanto…- le sussurrò all’orecchio.

– Sì, va bene, ho capito!- disse la signora, sfuggendo alle sue mire e rientrando definitivamente in casa, nella tiepida stabilità mortifera di un matrimonio in decomposizione.

Mario provava un acuto dolore nell’aver perso quell’amore bizzarro. Quel magico inquietante incantesimo che Eros, o forse Thànatos, aveva creato, d’un tratto si era disciolto.

Nei giorni a venire, Mario incrociò diverse volte l’orrenda signora, ma si sforzò di ignorarla, nonostante alcune prepotenti forze occulte lo attraessero verso di lei e lo invogliassero a rivolgerle la parola, nella speranza che la donna si fosse ricreduta e ardesse nuovamente di desiderio per lui. Resistette un po’ di volte, salutandola a malapena, ma si rendeva conto che ogni incontro con quella bruttissima femmina lo turbava e gli faceva sentire le fiamme addosso.

L’ultima volta che la vide, la incrociò sul pianerottolo. La signora stava rientrando in casa e gli rivolse nuovamente la parola, chiedendogli se stesse bene. Mario rispose di sì, mentre il sangue gli andava alla testa e l’eccitazione cominciava a impadronirsi di lui. L’alito della donna era fetido, ma questo particolare era totalmente trascurabile rispetto alla voglie malsane e alle pulsioni di morte che avevano travolto il nostro. Mario le chiese se avesse voglia di fare due chiacchiere, ma questa rispose di no e chiuse la porta. A quel punto Mario, totalmente incosciente e in balia delle onde, bussò alla sua porta. La donna aprì:

– Dimmi – rispose la signora.

–  L’altra volta devo averti spaventato, scusami…

–  Non preoccuparti, ma trovatene una più giovane, io ho cinquantaquattro anni! – esclamò la signora, sdrammatizzando e mettendo in mostra con un sorriso l’orrida dentatura.

– Ma chi se ne frega dell’età, tu mi piaci! Ti voglio dal primo giorno che ci siamo conosciuti, quando ci siamo guardati così intensamente negli occhi, e lo so che è così anche da parte tua!

La signora negò ogni desiderio da parte sua nei confronti di Mario, il quale la guardò intensamente e iniziò ad avvicinarsi per farla sua, ma la donna, turbata gli rispose:

– No, ti prego!

E chiuse definitivamente la porta.

Mario si fece di bragia: rientrò nel suo appartamento, straziato dal dolore dell’abbandono, dall’eccitazione sessuale e da una vergogna profonda.

La mattina dopo due carabinieri si presentarono alla sua porta. Lo pregarono di seguirlo.

L’orrenda signora e il marito grassone lo hanno denunciato per molestie sessuali e sta attualmente scontando una pena di sei mesi. Mi ha inviato questo racconto assieme a una lettera straziante nella quale racconta di essere diventato lo zimbello degli altri detenuti e di aver tentato il suicidio un paio di volte, cercando di impiccarsi in cella.

Ci riproverà ancora.

 

Appuntamenti strampalati – Ricordo di gioventù

Diverse estati fa, mi recai in una discoteca all’aperto con un folto gruppo di amici, con i quali ci si vede ormai di rado. A quei tempi ero solito bere abbastanza. In quella circostanza, l’alcol mi fece prendere una tremenda cantonata.
Ero alla seconda birra media e, come previsto, sia gli effetti euforizzanti che gli effetti diuretici della bevanda non si fecero attendere. Decisi pertanto di recarmi alla toilette, allontanandomi dal gruppo.
Strada facendo, intravidi una giovane donna in disparte. Complice la disinibizione fornita dall’alcol, decisi di approcciarla.

La donna, lì per lì, credette che facessi parte della sua compagnia di amici che, in quel momento, aveva perso di vista a causa dell’affollamento del locale. Resasi conto di essersi confusa, nonostante tutto, cominciò a interagire simpaticamente con il sottoscritto. Era piuttosto ciucca. Al termine del nostro breve dialogo, fatto di benevoli prese in giro sulle nostre reciproche professioni, riuscii a strapparle il numero di telefono e, dopo essermi liberato la vescica, rientrai alla base dai miei amici.
A distanza di un paio di giorni da quella serata, decisi di scriverle, senza farmi troppe illusioni, convinto che la ragazza non si sarebbe minimamente ricordata di me.
Dopo avermi chiesto inizialmente chi fossi, che non ricordava niente della serata, causa memorabile sbronza, improvvisamente feci nuovamente capolino nella sua memoria. Fu lei stessa, dopo un breve scambio di messaggi, a propormi di passare a trovarla, dato che abitava in una ridente cittadella del milanese, non troppo lontana da casa mia.
Ci demmo appuntamento per il sabato successivo, nel tardo pomeriggio. Sarei passato a prenderla a casa sua. Mi tirai a lucido e portai addirittura la mia vecchia Ford Focus all’autolavaggio. Mi presentai puntuale alle 19.30 sotto casa sua. Lei mi aveva già inviato un messaggio, dicendomi che avrebbe tardato di una quindicina di minuti. Attesi.
Una lieve tensione si faceva largo in me, dovuta al fatto che non ricordavo esattamente il volto della donna. Nel corso del breve scambio di battute intercorso in quella serata, ero piuttosto brillo. Decisi comunque di buttarmi le ansie alle spalle, anche perché era da diverso tempo che non avevo un appuntamento galante.
A un tratto, lei scese. Quando la rividi, mi sentii come la moglie di Lot, voltatasi a guardare la distruzione di Sodoma: divenni una statua di sale. Da sobrio, la realtà  si mostra inesorabilmente per quello che è: era orrenda. Il suo naso faceva provincia. Indossava un vergognoso abito nero attillato e aveva avuto l’orribile idea di infilarsi un fiore tra i capelli. Non so se il fiore fosse finto o vero. Nel secondo caso, fece senz’altro una fine indegna. In ogni caso, la cosa che mi scosse del tutto avvenne quando mi feci avanti per salutarla con i consueti due baci sulle guance. Il suo fiato emanava un inconfondibile olezzo di vino: era già ubriaca!
Salimmo in macchina, mentre ogni cellula del mio corpo cominciava a sentirsi in imbarazzo. La tipa era fastidiosamente loquace ed estremamente cafona, probabilmente anche a causa dell’alcol che già le scorreva nelle vene. Cominciò a parlare ad alta voce e a vanvera, chiedendomi di raccontarle qualcosa della mia vita. Risposi a malapena, mentre il mio cervello andava a caccia disperata di argomenti, come un cacciatore alla ricerca di un orso bianco all’equatore. Se in quel momento mi fossi sottoposto a un elettroencefalogramma, il risultato sarebbe stato una linea retta. Decisi di infilarmi nel primo pub per mangiare qualcosa, sperando di stemperare la tensione indicibile che stavo provando.
Ci sedemmo e ordinammo da mangiare. La tipa ordinò un bicchiere di vino. Un altro. E seguitò con il suo monologo, nel corso del quale partì con un’invettiva contro la nostra Repubblica e l’inefficienza del suo sistema giudiziario. In quel momento, mi domandai da dove giungesse tanto astio nei confronti delle nostre istituzioni. La risposta non si fece attendere. Difatti, d’un tratto, la donna svelò l’arcano:

– Sai, mi hanno condannata a lavori di pubblica utilità  per guida in stato di ebbrezza. Mi hanno ritirato patente e macchina e sarò costretta ad andare per un centinaio di giorni in un capannone a stirare.

Mi sentii come un pompeiano appena travolto dalla lava delle sue argomentazioni, espulse dalla sua bocca Vesuvio. Mentre le mie viscere erano in preda alle contorsioni, divenni una statua e il mio volto si fece di bragia.

Continuò per un po’ a eruttare ulteriori invettive. Nel frattempo, avevo ordinato un’insalata, della quale non riuscii a mandar giù che pochi bocconi. La tensione era indescrivibile e volevo essere ovunque tranne che lì, seduto in quel pub, con lei. Nel frattempo, i suoi sproloqui proseguirono.Si alzò addirittura in piedi e parlando ad alta voce, cominciò a dare spettacolo nel locale. Le intimai timidamente di abbassare il tono della voce, ma queste mie parole la irritarono, dicendomi che non aveva minimamente a cuore l’altrui giudizio. Mai come in altri momenti, desiderai che il tristo mietitore venisse a prendermi.

A un tratto, ricevette una telefonata. Rispose e dopo aver salutato calorosamente colui che l’aveva contattata, all’improvviso cominciò a insultarlo pesantemente, non ho mai capito se in chiave ironica o realmente piena di astio nei suoi confronti. Chiuse la telefonata, spiegandomi chi fosse.

– Sai, era il mio migliore amico. Da quando si è fidanzato, non si fa più sentire. Eppure abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme. Non hai idea di quante volte abbiamo passato la notte in caserma io e lui.

Come se avessi incrociato lo sguardo di Medusa, mi pietrificai ulteriormente. Ormai la tensione aveva raggiunto livelli umanamente insopportabili. Decisi pertanto che era il momento di pagare, di andar via e di liquidarla.

Uscendo dal locale, si accese una sigaretta. Le chiesi per quale motivo avesse accettato di uscire con me, visto che eravamo un attimino “diversi”. La donna mi rispose:

– Ah, guarda, me lo sto chiedendo anche io. Sei troppo un bravo ragazzo, tu! E poi, stai sempre lì a farmi la predica sul fatto di non bere e di non fumare. Sembri mia madre!

In quel momento non ne potetti più. Tutta la tensione accumulata fino ad allora si fece prorompente. Ferito nell’orgoglio, decisi di esplodere tramite una mossa il cui intento era, in un caso o nell’altro, quello di levarmela dalle scatole il più in fretta possibile. Le dissi:

– Tua madre farebbe questo?

E la baciai.

Le nostre lingue si incrociarono timidamente. Mi sentii come un cane in procinto di abbeverarsi da una ciotola di Tavernello in cui galleggiavano svariati mozziconi di sigaretta fumati da barboni. Colpita da quella mossa inaspettata, d’improvviso si ammutolì. Tornammo alla macchina e vi risalimmo.

Mentre guidavo, decisi di andare dritto al sodo senza troppi giri di parole. Proferii unicamente questa frase:

– Se ti va, casa mia è qui vicina.

A quel punto, la tipa divenne una furia, una bestia imbizzarrita. Cominciò a urlare dicendomi che non era il tipo di persona che faceva quelle cose e che era una persona seria (sic!). Mi chiese di farla scendere, perché voleva tornare a casa. Le feci notare che casa sua era a circa 20 km da dove ci trovavamo e che in ogni caso avrei dovuto accompagnarla io.

– Ah sì?! Pensi che non trovi qualcuno che mi passi a prendere??? Fammi scendere immediatamente!!!

Non feci una piega. Accostai. Scese e andò via sbattendo la portiera.

Sollevato, rimisi in moto e tornai a casa. Ai tempi vivevo in un monolocale in affitto di venti metri quadrati.

Non la rividi mai più.

Pochi mesi dopo, smisi di bere, per lungo tempo. Ma questa è un’altra storia.