Tosa Shining – Parte 1

L’hanno ammazzata. È morta così, l’ennesima vittima di femminicidio in Italia. Anche quest’anno non c’è nulla – ma davvero nulla – da festeggiare. Solo continuare a combattere.

Tosa smise di digitare sulla tastiera del suo computer. Rilesse la conclusione di quell’ennesimo articolo impregnato di retorica zuccherosa, ma che tanto seguito gli aveva garantito nel corso degli anni. La formula utilizzata era efficace come il miele per catturare le mosche. Rilesse quelle righe, arricchite come di consueto da una punteggiatura pedante e da frasi secche e concise, eppure qualcosa andava storto quel giorno. Non era intimamente convinto di quanto aveva scritto, pervaso com’era ormai da settimane da un indecifrabile senso di inquietudine, un peso sullo stomaco del quale non riusciva a liberarsi. Distolse lo sguardo dal monitor del computer, provò a fare un respiro profondo, mentre poggiava i gomiti alla scrivania e chinava il suo volto tra le mani, cercando di recuperare quella lucidità che gli mancava da troppo tempo. Sentiva la mente annebbiata, una sensazione mai provata prima. Un miscuglio di vago dolore e rabbia lo tormentava, pur non essendo in grado di comprenderne l’origine. Nonostante tutto, quel pasticcio di sentimenti che lo solleticava non aveva avuto peso sulla resa della sua pagina Facebook. Ormai pubblicava articoli senza pensare minimamente ai contenuti, in una sorta di automatismo autoindotto, alla stregua d’un burocrate che svolge quotidianamente mansioni ripetitive e alienanti. Quella formula giornalistica era ormai talmente collaudata che non faceva neppure più caso a quanto redigeva. In fin dei conti, era un lavoro semplice: bastava prendere la notizia del giorno, edulcorarla di retorica buonista, ridurre al minimo il numero di proposizioni subordinate, operando con la stessa solerzia con cui un giardiniere si dedica alla potatura, e il gioco era fatto. Non occorreva inserire contenuti personali, sentiti, autentici, sapeva bene cosa dare in pasto al suo pubblico, usando il medesimo piglio che un addestratore cinofilo suole adoperare con i suoi cani. Eppure, dubbi e angosce lo laceravano ormai da tempo. Da quando aveva assunto la direzione di Nextquotidiano, aveva deciso di trasferirsi in una villetta sperduta sull’appennino ligure assieme alla sua famiglia. Lo aveva fatto per ritrovare una concentrazione che gli mancava ormai da molto tempo, profittando anche del fatto che la pandemia lo costringeva al lavoro da remoto. Nonostante ciò, aveva iniziato a maturare la vaga sensazione di sentirsi invischiato in una vita che forse non gli apparteneva. Era sposato da diversi anni ormai, ma, in verità, a volte lo sfiorava il pensiero che quel matrimonio assomigliasse sempre di più una gabbia. Le attenzioni di sua moglie, tra l’altro, piuttosto servile e compiacente nei suoi riguardi, cominciavano a irritarlo.

Con lo scopo di distrarsi da quell’inquietudine interiore, Lorenzo Tosa decise di programmare un altro articolo. Aveva già in mente il tema da trattare, un bel trafiletto di condanna al fascismo, prendendo spunto da una notizia relativa a un funerale “nero” avvenuto a Roma. Iniziò a digitare freneticamente sulla tastiera, le parole fluivano in automatico, finché non fu interrotto da un rumore di passi che riecheggiò nel suo grande studio. Sua moglie, Wendy Tosa, era appena entrata nella stanza, gli si avvicinò e, quasi a coglierlo di sorpresa, si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla guancia, in una sorta di tenero attacco alle spalle.

– Ciao tesoro, come sta andando? – fece la sua consorte, smielata.

Lorenzo Tosa fece un sospiro, quasi seccato, poi replicò: – Bene…

– Fatto un gran lavoro oggi? – proseguì Wendy Tosa.

Tosa fece un altro sospiro, questa volta visibilmente seccato, e rispose: – Certo…

– Ehi – riprese sua moglie, con fare stucchevole e sciocco – alla televisione dicono che nevicherà!

Tosa si sentiva sempre più irritato dalla banalità di quelle affermazioni, dall’incapacità che aveva sua moglie di non riuscire a stare sola per un momento e dalla sua dipendenza affettiva nei suoi riguardi. Questa volta sbuffò, ormai innervosito da quella conversazione inutile: – E io che cosa dovrei farci? Wendy?

– Oh andiamo, tesoro! – sorrise stupidamente Wendy – Come sei scontroso oggi!

– Ti prego. Non sono affatto scontroso. Irritabile. Nervoso. Inavvicinabile. Suscettibile. È solo che vorrei finire
il mio lavoro. Portare a termine i miei impegni. Le mie consegne. Per soddisfare i miei lettori. Il mio pubblico. Il mio fan club. I miei sostenitori. Affezionati seguaci. Follower. – esclamò rauco, abbozzando un sorriso carico di tensione e indicando malamente lo schermo del computer.

– Ok – sorrise incurante Wendy, poi proseguì: – non ti darò fastidio. Torno tra poco con un paio di sandwich, che ne dici? Così magari mi fai leggere qualcosa!

Tosa fece un profondo respiro, l’atteggiamento compiacente di sua moglie stava cominciando a innervosirlo seriamente. Strinse le labbra, la fissò intensamente negli occhi e disse: – Wendy. Forse è bene che tu lo sappia. Che lo comprenda. Che ne sia consapevole. Conscia. Che metabolizzi il concetto. La questione. In ogni suo aspetto. Dettaglio. Peculiarità. E ora, per colpa tua, mi tocca usare una proposizione in più. Subordinata. Quando vieni da queste parti e mi interrompi, mi fai perdere la concentrazione! – fece Tosa, dandosi una manata sulla fronte, con lo scopo di ribadire il concetto, cercando di contenere una rabbia sempre più crescente che gli faceva ribollire il sangue nelle vene, poi riprese: – Mi distrai! Mi distogli! Mi deconcentri! Mi svii! Capisci? Intendi? Comprendi? Metabolizzi? Assorbi? Digerisci il concetto? – A quel punto, sentì che era il momento di utilizzare nuovamente una subordinata, era già la seconda della giornata: – Mi ci vuole un casino di tempo prima che io riesca a ritrovare il filo! La concentrazione! Sono chiaro? Limpido? Cristallino? Lapalissiano? – Ormai fuori di sé, Tosa diede un pugno sulla scrivania, incredulo egli stesso di quella reazione. Era la prima volta che faceva una scenata simile davanti alla sua consorte, un alterco che non si addiceva a un paladino dei diritti, del femminismo, dell’antirazzismo, dell’antifascismo e, più in generale, del politicamente corretto come lui. Neppure lui era consapevole di quanto gli stava accadendo, quella partaccia lo faceva sentire al contempo sollevato e in colpa, ma sapeva di non aver concluso ancora quell’inconsueta geremiade.

Nel frattempo, Wendy lo fissava, tra lo sbalordita e l’inquieta, mentre sentiva il suo cuore spezzarsi. Non avrebbe mai immaginato che le sue gentilezze avrebbero potuto scatenare quella reazione totalmente scomposta da parte di suo marito. Si limitò a proferire, con voce rotta: – Sì…

– Bene – proseguì Tosa, ormai incontenibile e con una voglia malsana di infierire sullo stato d’animo già provato di sua moglie – mettiamo una regola nuova. Una norma. Una legge. Un dettame. Un principio. Un precetto. Una direttiva. E ora mi costringi a usare un altro periodo. Quando io sono qua e mi senti battere sulla tastiera – Tosa fissò sua moglie con un sorriso inquietante, picchiando con forza gli indici sui tasti in modo che il rumore risultasse familiare a sua moglie per le volte successive – o non mi senti battere a macchina, qualsiasi cazzo tu mi senti fare qui, quando mi trovo qui vuol dire sempre che sto lavorando! Allora fammi il santo piacere di non venire! Di non recarti qui! Di non presentarti! Di non fare la tua comparsa! Di non farti trovare! Tu che ne dici? Ci riesci a farlo?

Wendy Tosa, sempre più perplessa, addolorata e inquieta, fissò suo marito e si limitò ancora una volta a rispondere con un semplice monosillabo: – Sì…

– Brava! – ribadì Tosa, con voce roca – Allora vedi di iniziare! Da adesso. Da ora. Da subito. Da questo istante. Da questo momento. Immediatamente. Levati dai coglioni!

Wendy guardò suo marito, corrucciata. Stentava a riconoscere l’uomo che aveva sposato. Quel paladino dell’antifascismo in quel momento le parve esattamente uguale ai presunti nemici contro cui combatteva. Una lacrima salata iniziò a solcarle la guancia, facendole bruciare la pelle del viso, finché, dopo aver sospirato profondamente, obbedì all’ordine del suo compagno di vita: – Ok…

Wendy si girò e lasciò lo studio in lacrime. Mentre si allontanava, Lorenzo Tosa la osservava con uno sguardo severo e pieno di odio, finché non scomparve completamente dalla sua visuale. A quel punto, il direttore di Nextquotidiano fece un lungo respiro e, solo dopo aver buttato fuori tutta l’aria immagazzinata nei polmoni, riprese a scrivere.

(Continua…)

La Vita di Andrea (Il Giallo è il colore del…)

Erano ormai le sette di sera e Andrea Scanzi si era presentato a quell’appuntamento tanto atteso in largo anticipo. Sedeva da ormai più di mezz’ora, visibilmente teso, mentre picchiettava nervosamente le dita delle mani sul tavolo rettangolare adiacente alla vetrata del bar. Il suo sguardo cadeva continuamente all’esterno, sulla strada, mentre se ne stava lì, in attesa spasmodica. Erano passati ormai tre anni dall’ultima volta che si erano visti e mancavano ormai davvero pochi istanti al momento in cui avrebbe potuto finalmente riabbracciarlo e guardarlo ancora una volta negli occhi.

La porta di vetro del bar si aprì, facendo suonare il cicalino e Andrea percepì il suo cuore saltargli in gola: era finalmente arrivato, puntuale come lo era sempre stato. Alessandro Di Battista fece il suo ingresso in quel locale arredato in maniera estremamente minimalista e in chiave moderna, caratterizzato da un’illuminazione soffusa e tra l’altro poco affollato a quell’ora. Adocchiato il giornalista, Ale gli sorrise e si avviò verso di lui. Andrea, fremente come un gran fuoco, si levò dalla poltrona, attese che Alessandro si avvicinasse, posò le sue mani sulle sue spalle possenti e gli diede due baci sulle guance. Subito dopo, lo abbracciò, con la delicatezza di una nutrice. Voleva ricordarsi di quel calore e del profumo che un tempo erano in grado di darsi a vicenda. Scanzi si sciolse a un tratto da quell’abbraccio ricambiato con una certa riluttanza da parte di Dibba. I due si guardarono nuovamente negli occhi, si sorrisero forse entrambi un po’ imbarazzati e si accomodarono finalmente l’uno di fronte all’altro.

– È passato tantissimo tempo, Ale…come stai? – fece Andrea, guardando profondamente negli occhi Dibba, mentre il cuore gli scoppiava in petto.
– Bene, Andrea, ti ringrazio. Tu come stai? Come te la passi? – fece Alessandro, in maniera vagamente formale.
– Sto bene, Ale, sto bene, grazie. Bevi un po’ di vino? Ho chiamato tua madre per chiederle quale fosse il tuo rosso preferito e ne ho ordinato un calice. Ne vuoi uno anche tu?
– Ti ringrazio Andrea, sto bene così, prenderò solo un caffè. – replicò con leggero distacco Alessandro.
– Va bene, non c’è problema Ale! – Scanzi a quel punto si rivolse al cameriere:- Chiedo scusa, può portarci un espresso per favore? Grazie mille.

Dopo aver ordinato il caffè, Scanzi si voltò nuovamente verso Di Battista, sorridendogli ancora, con il cuore al contempo pieno di paura e di speranza.
– Ale, ci tenevo davvero a farti i complimenti per come stanno andando le tue cose, per tutti i successi che hai ottenuto. Ho visto che di recente hai scritto anche un libro che sta ottenendo delle ottime recensioni!
– Ti riferisci a Mia madre non ha votato per me? Ti confermo che sta vendendo un sacco di copie!
– Era quello che volevi, no? Lo compro appena mi libero da tutti questi impegni!
– Ma va, Andrea, scherzi? Te lo regalo!
– Te lo compro, Ale, te lo compro! Ci tengo tantissimo!
– Va bene, come vuoi Andrea… – rise Di Battista, mentre arrossiva lusingato e un filo imbarazzato. – E le tue cose? Lì, a Il Fatto Quotidiano? Come vanno?
– Bene dai, Ale. A dire il vero, ho smesso di scrivere di politica e sono passato una volta per tutte alla critica musicale. Di recente, ho anche aperto una rubrica di vini, non so se hai saputo. Sai, personalmente, dopo tanti anni, dopo aver seguito il Movimento Cinque Stelle con così tante speranze, sono arrivato alla conclusione che forse era meglio virare su quello che mi piace veramente… – Scanzi non era intimamente convinto di quest’ultima affermazione, il tenue spezzarsi della sua voce durante il suo discorso, che assomigliava piuttosto a una giustificazione non richiesta, tradiva invero un acuto e profondo senso di delusione.
– Sono contento Andrea, sono molto contento per te… – Ale abbassò gli occhi e si accarezzò la nuca, provando un vago imbarazzo misto a senso di colpa. Era abbastanza consapevole che, in buona parte, la scelta di abbandonare la politica da parte di Scanzi dipendeva anche da lui.
– E tu, Alessandro? Come ti dicevo, è da parecchio che non seguo la politica, sai com’è… Sei sempre nel…?
– Nel PD? Sì… – replicò Di Battista, vagamente inquieto.
Scanzi annuì e deglutì nello stesso istante, adombrandosi per un momento. Quella conferma da parte di Dibba sapeva di sale gettato su una ferita profonda. Fece uno sforzo per ricomporsi immediatamente e riprese a sorridere:
– Ah…bene…sono contento. E come ti trovi? Ho visto che Michela Murgia ti stima molto e ti segue come un’ombra ormai. Mi vengono in mente i bei tempi andati, quando ero io a farti le pulci…Eh! Eh! Eh! – disse ridendo con un filo di amarezza Scanzi.
– Sì, è così…- replicò imbarazzato il deputato del Partito Democratico.
– Non ho più trovato un partito e un progetto in cui credere, sai Ale? Ho seguito con scarso interesse poco tempo fa una lista per le elezioni comunali ad Arezzo, ma niente di serio. Non riesco ad affezionarmi più a quel mondo…
Di Battista replicò distrattamente: – La vita del politico non è mai facile, i giornalisti ti fanno sentire un giorno come il salvatore della patria e l’altro come un delinquente. I rapporti tra i due universi non sono mai facili, ti capisco bene.

Dibba abbassò nuovamente gli occhi. Quella conversazione lo stava mettendo seriamente a disagio. Era ormai passata una vita, davvero troppo tempo dal loro ultimo incontro. Gli tornarono in mente le urla, le sfuriate, le lacrime versate, la rabbia delle ultime discussioni al telefono e quel ricordo non elaborato gli faceva tuttora provare una profonda vergogna. Percepiva il disagio del tempo che scorre e il senso di vuoto di quella conversazione, cagionato dalla tipica mancanza di argomenti tra due persone ormai in viaggio su due rette parallele, completamente distanti in termini di vedute, di ideali. – Come si cambia, Santo Dio…- pensava Dibba affranto. Scanzi intanto alternava ripetutamente il suo sguardo verso l’ex-parlamentare del Movimento Cinque Stelle e verso il tavolo: sapeva di dovergli fare una domanda ben precisa, era ben conscio che aveva una necessità impellente di avere una risposta chiara, quella risposta chiara. La risposta. Doveva fare un ultimo disperato tentativo, rischiare il tutto e per tutto, nonostante provasse un’angoscia terribile in quel momento. Nonostante ciò, ebbe finalmente il coraggio di chiedere:

– Ale… con la Murgia… da quel punto di vista… come va?

Alessandro trasalì, pensò a che razza di risposta dare a quella domanda imbarazzante per dieci secondi buoni, dieci secondi che sembravano un’eternità. Si percepiva, in quel bar scarsamente popolato, una tensione che si tagliava con un coltello. Ormai avevano entrambi l’impressione di trovarsi in una bolla, due anime perse e lontane in un vasto deserto.

– Mah…ecco…vedi…ehm…
Scanzi lo guardava, con l’aria di chi sta per giocarsi il tutto e per tutto, ancora appeso a un filo di speranza, una speranza che se tradita, lo avrebbe gettato nella disperazione e nel dolore più cupo. Dibba riprese:
– Non lo so Andrea…non lo so…
Poi aggiunse:
– Non è come con te, Andrea…

Scanzi fece un profondo sospiro, seppe dentro di lui che era quello il momento giusto, il momento in cui avrebbe dovuto assumersi il rischio più alto. Abbassò ancora gli occhi verso il tavolo, finché non prese nuovamente coraggio e disse, guardando finalmente negli occhi l’ex parlamentare del Movimento Cinque Stelle:
– Mi manchi…
Di Battista sospirò, sentì il cuore fermarsi per un eterno istante, un cuore che si riempì rapidamente di paura e forse di amore nostalgico, mentre guardava basito il giornalista de Il Fatto Quotidiano.
Scanzi proseguì:
– Mi manca toccarci, respirarci, abbracciarci…Ale, davvero non penso ad altri che a te, non mi interessa nessuno, sei tu la cosa più importante per me…
Gli occhi del deputato del PD cominciarono a inumidirsi, mentre deglutiva, commosso e terrorizzato com’era.
– Ma, soprattutto, Ale, mi manca questo…
Andrea prese delicatamente la mano di Dibba, la strinse dolcemente nella sua, iniziando a massaggiargli le dita. Successivamente, avvicinò la mano di Ale alle sue labbra e cominciò a baciargli lentamente le nocche. Quei baci si fecero gradualmente sempre più intensi, finché non prese a succhiargli e a leccargli l’intera mano. Di Battista iniziò a sospirare, mentre percepiva crescere d’intensità la sua eccitazione.
– Non posso credere che non ti manchi tutto questo, Ale…- fece Scanzi al suo vecchio amico, con fare disperatamente voluttuoso.
Dibba era ormai sul punto sia di piangere che di saltare addosso al giornalista, dilaniato dalla voglia di possederlo, ma al contempo cercando una via di fuga che gli consentisse di liberarsi da quella tentazione irresistibile, da quel torbido e proibito connubio tra il potere legislativo e il potere dei media.

– Ti prego Andrea, basta…- fece Dibba, con voce tremante.

Fu a quel punto che Scanzi, improvvisamente, strinse con forza la mano di Dibba e la portò rapidamente sul suo pene ormai turgido.
– Tocca! – fece Andrea, infilandogli repentinamente la sua sapiente lingua in bocca, una decina di centimetri di striscia vellutata, che ancora sapeva di sfintere d’istrione ligure e di professori e avvocati pugliesi.
Le loro lingue cominciarono a duettare in un sordido valzer, in una sorta di turpe patto tosco-laziale. La voglia di possedersi si faceva sempre più crescente per entrambi, mentre bramosi si afferravano i volti, ansimando a guisa di bestie e mischiando i loro sudori, le loro salive e le loro lacrime, incuranti della gente, seppur poca, che popolava quel locale dal piglio così lounge.

All’improvviso, Alessandro si ritrasse di colpo da quei furiosi preliminari, coprendosi il volto con entrambe le mani e poggiando i gomiti sul tavolo. Gli occhi gli si riempirono ulteriormente di lacrime.

– Basta Andrea, basta ti prego…- fece Dibba, cominciando a singhiozzare.

Scanzi trasalì. Fissava il suo amico con aria triste e delusa. Si ricompose e si riavvicinò lentamente a lui, portando le sue mani sulla nuca dell’ex pentastellato, con fare tenero e consolatorio. Dibba si asciugò malamente qualche lacrima con le dita, mise le mani giunte all’altezza del petto e, tendo gli occhi bassi e arrossati, sussurrò con voce rotta:

– Non posso, Andrea, non posso…

Scanzi deglutì, intanto che un paio di lacrime salate scendevano dai suoi occhi e gli rigavano le scarne guance.

– Non vuoi vedermi più, Ale? – disse Andrea straziato, sul punto di scoppiare in lacrime.
– Ma no, Andrea, non è questo…- fece Dibba, estraendo un fazzoletto, tenendo ancora lo sguardo basso e asciugandosi le lacrime.
– Non mi ami più… – insistette il giornalista.
Dibba guardò finalmente negli occhi il giornalista de Il Fatto Quotidiano, con aria tenera e addolorata. Scosse il capo, confermando il sospetto di Scanzi.
– Sei sicuro? – fece ancora Andrea, legato ad un ultimo disperato appiglio di speranza.
Dibba annuì, visibilmente commosso e addolorato.
– Sono in un altro partito adesso, Andrea, lo sai…sono diventato un moderato. I tempi del Movimento sono ormai finiti da tantissimo tempo…
Scanzi lo guardava con il cuore pieno di dolore. Ormai sapeva che era arrivato il momento ingoiare l’amara medicina della verità.
– Ma proverò sempre per te un’infinità tenerezza, Andrea… sarà così per tutta la vita, credimi… – concluse Alessandro, per poi erompere in un pianto sincero.
Scanzi annuì e scoppiò in un singhiozzo di dolore, con il volto ormai completamente colmo di lacrime, mentre un rigolo di muco, partendo dalla narice destra, pendeva disgustosamente dal suo naso, rimbalzando sulle sue labbra. Afferrò il bicchiere di vino e ne prese un sorso generoso, nella speranza che quel rosso anestetizzasse il tremendo dolore dell’abbandono e della fine che stava provando in quel momento.
– Scusami, Ale… è più forte di me… – gli scappò una risata isterica e addolorata. – Piango sempre… mi conosci, no?
– Ti conosco, ti conosco Andrea – sorrise affettuosamente Dibba, guardandolo con dolcezza, ancora visibilmente provato da quel momento intenso. – Non fai altro che frignare, porca troia!
Scanzi rise, seppur per un istante, seppur soffrisse per la consapevolezza ormai raggiunta che quella storia era ormai finita.
– Vai pure se devi andare, Ale… – gli fece Scanzi, ormai rassegnato.
– Sì, come no…- replicò Alessandro ridendo, quasi incredulo all’idea che il giornalista avesse finalmente accettato la situazione.
– No, davvero, Ale…te lo giuro… non ti disturberò più…scusami…- fece ancora Andrea.
Dibba fece un profondo sospiro, asciugandosi le ultime lacrime, poi sorrise ancora:
– Non mi disturbi Andrea, stai tranquillo…ora vado davvero…
Si alzarono entrambi, si scambiarono nuovamente due baci sulle guance e si lasciarono andare a un ultimo commiato, un ultimo abbraccio, una stretta finale, per godere di quegli ultimi rimanenti sprazzi di calore, di un amore ormai terminato, duro e bellissimo, fatto di progetti, di sogni, di speranze ormai dissipate e riposte in un cassetto che puzzava di Democrazia Cristiana. Era l’ultimo soffio d’una burrasca, che si era gradualmente convertita in un venticello estivo, per poi spegnersi inesorabilmente e tramutarsi in aria stantia, grigia. Era un treno ormai giunto inesorabilmente al capolinea. Ambedue con il cuore in frammenti, entrambi in lacrime, si strinsero per l’ultima volta con forza.

Dibba si sciolse finalmente dall’abbraccio e si avviò verso l’uscita. Si girò per l’ultima volta, guardò Andrea negli occhi e gli sorrise. Si voltò ancora e proseguì verso la porta del bar, la aprì, la attraversò e la richiuse alle sue spalle, stavolta senza voltarsi indietro, dirigendosi in strada, verso casa. Probabilmente avrebbe cenato con Michela Murgia, quella sera.

Andrea lo seguì con lo sguardo, finché non svanì definitivamente dal suo campo visivo, si sistemò i capelli alla meglio, scombinati da quell’incontro turbolento, sedette nuovamente al tavolo e portò entrambe le mani sul viso, scoppiando in un ultimo, amarissimo, pianto liberatorio.

Delprete Fiction

Delprete fece un profondo respiro e richiuse il suo laptop. Si erano ormai fatte le dieci di sera, la giornata volgeva al termine e aveva realizzato di non avere ulteriori rabbiose invettive anti-sovraniste da pubblicare sui suoi profili social. Si sentiva spento e svuotato, sua madre gli aveva telefonato un’ora prima, tempestandolo di domande invadenti e raccomandandosi sul fatto che non uscisse di casa, perché “c’era il virus”. Delprete provava sempre un gran nervoso quando interloquiva con quest’ultima, nonostante non lasciasse trapelare pubblicamente questi sentimenti disdicevoli, che non sarebbero stati utili alla sua reputazione e alla sua immagine.
Si levò dalla sedia, fece pochi passi e si accomodò sul divano letto accanto alla scrivania, dinanzi al quale vi era un tavolo con una pila di libri che non aveva mai letto e un piccolo vassoio di alluminio che conteneva qualche bomboniera mai aperta e confetti scaduti appartenenti ai numerosi matrimoni a cui aveva partecipato negli anni passati. Viveva in uno squallido monolocale, che negli ultimi tempi gli faceva mancare sempre più l’aria, ma non avendo un lavoro fisso, schiavo com’era della sua ambizione e totalmente eterocentrato e diretto dall’altrui giudizio e dalla sua popolarità sui social, non disponeva di entrate sufficienti per potersi permettere una casa più grande, se non una paghetta mensile di circa cinquecento euro che i suoi genitori gli erogavano tramite bonifico. Delprete fantasticava con frequenza, sognava a occhi aperti il giorno in cui avrebbe ottenuto il successo sperato, mediante una carriera nel mondo della politica culminata, perché no, con un seggio in parlamento. Probabilmente questa era la sua unica e reale ambizione, mancandogli totalmente la voglia di far fatica e non conoscendo fino in fondo il significato della parola lavoro.
Intanto, il suo gatto, accovacciato a sua volta sul divano, si rimise lestamente sulle zampe e osservò con attenzione i movimenti del suo padrone, finché, non appena quest’ultimo si sedette, scappò lontano da lui.

– Vieni qui, Ettore, dai su… – fece Delprete, ma il micio si era già rifugiato in bagno, dove era dislocata la sua lettiera, per sfogare i suoi bisogni fisiologici. La cosa accadeva tutte le volte che il suo proprietario cercava di avvicinarsi a lui. A quanto pare, il felino lo disprezzava profondamente. Delprete, a quella reazione del suo gatto, si sentì profondamente amareggiato e abbattuto. Il senso di abbandono e l’esclusione erano una costante nella sua vita, una sorta di fastidioso rumore di fondo. Soffriva terribilmente di una solitudine atavica, con l’aggravante che percepiva quella sensazione anche in compagnia di altre persone, non avendo in verità mai trovato un posto nel mondo, una collocazione che lo facesse sentire a suo agio. La sua vita online, la sua presenza ossessiva sui social costituivano per lui l’unico sfogo e diletto, nonostante non fosse in grado di ammettere a se stesso di esser divenuto totalmente dipendente dalle reazioni dei suoi follower, che ormai intervenivano più per abitudine che per reale stima nei suoi riguardi.

D’un tratto, dei colpi alla porta d’ingresso lo destarono da quei pensieri cupi. Delprete sobbalzò, chiedendosi stupito chi mai potesse presentarsi a casa sua a quell’ora. Un lume di speranza s’accese nei suoi occhietti non troppo svegli, dato che avrebbe finalmente avuto l’occasione di interloquire con una persona in carne e ossa, qualcuno che non appartenesse alla sua famiglia d’origine, magari una donna, perché no. Erano forse anni che non intratteneva alcun tipo di relazione con una ragazza e l’unica possibilità che aveva escogitato per sublimare nevroticamente la sua libido era tramite le parolacce utilizzate per concludere i suoi post infantili, nella convinzione che divertissero i suoi seguaci, facendolo sentire alla stregua di un autore satirico.
S’alzò dal divano color caffè, fece pochi passi sul finto parquet giallastro, che, come tanti, pronunciava “palqué” e, con una tenue speranza, indossando delle pantofole Ikea da quattro soldi, si avvicinò alla porta d’ingresso e l’aprì. Quella speme si trasdusse immediatamente in terrore, quando realizzò chi fossero i due individui sulla soglia, incredulo di ritrovarseli davanti in carne e ossa. Sentì una forte fitta allo stomaco.

– Si può? – fece con tono solenne e perentorio Matteo Salvini, guardando Delprete con aria di sfida.

– Ma…veramente…è un po’ tardi sa… – replicò Delprete, balbettando, quasi paralizzato dallo shock.

– No? – fece ancora Salvini, con tono strafottente. Indossava gli occhiali color pannolino e la sua solita camicia bianca, con le maniche rimboccate. Al suo fianco, un uomo alto e robusto, in abito istituzionale, sfoggiava una sgargiante cravatta rossa, mentre lasciava cadere le braccia dalle sue possenti spalle lungo i fianchi, guardando di sbieco il leader della Lega e reclinando leggermente il capo dalla chioma ormai ingrigita, serrando le labbra in una smorfia che suonava come una via di mezzo tra sicumera e disgusto, annuendo lievemente: era Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America.

– Ma figuratevi, prego, entrate pure, siete i benvenuti a casa mia… – fece Delprete fingendo di ricomporsi, teso come una corda di violino, ma divenuto insolitamente ossequioso e servile.

– Ah, questa sarebbe una casa? Donald, occhio a non perderti qui dentro, eh! – fece l’ex ministro dell’Interno, caustico, scoppiando in una risata. Trump guardò ancora il suo complice, muto, conservando la medesima espressione e annuendo con sicumera.

I due politici fecero il loro ingresso nel minuscolo appartamento, mentre Delprete se ne stava ancora sulla soglia, raccolto nelle spalle con aria intimorita, intanto che i due leader perlustravano con minuzia quella modesta abitazione. Salvini si avvicinò alla scrivania di Delprete, mentre Trump si sedette sul divano a braccia conserte, senza proferire verbo. Il leader della Lega si accomodò alla scrivania, aprì il laptop, aspettò qualche secondo perché si riavviasse, in un’attesa silente e carica di tensione, finché lo schermo non mostrò nuovamente il web browser con il profilo Facebook di Delprete in bella vista. Diede una scorsa ai post, finché non invitò il leader repubblicano ad avvicinarsi.

– Donald, vieni qui, vieni a vedere… – fece Matteo Salvini con moderato entusiasmo. Trump si alzò con fierezza dal divano. La sua imponente e ingombrante figura si stagliava in quella casa modesta, occupando spazio. Con passo sicuro, si avvicinò alla scrivania, appropinquando il suo volto allo schermo del computer e assumendo un’aria indagatrice. – Dai un’occhiata a questo… – insistette Salvini. Era un post risalente al 4 novembre 2020, nel quale Delprete dava del verme e del vecchio clown all’ex-presidente, in risposta a un tweet nel quale “The Donald” reclamava la sua vittoria in Pennsylvania nel corso degli spogli relativi alle ultime elezioni presidenziali. Trump strinse gli occhi e, con fiero contegno, annuì. Si mise ritto sulla schiena e si voltò verso Delprete, che nel frattempo aveva preso posto su una sedia da quattro soldi posizionata accanto al divano, lo fissò negli occhi con aria severa e disse:

You are a nasty, vindictive, horrible person!

– Cosa? – fece Delprete terrorizzato, incapace com’era di capire l’inglese parlato.

A quel punto, Salvini si alzò e si avvicinò lentamente a Fabrizio, ormai totalmente in preda alla confusione e annebbiato da un terrore cagionato dal fatto che qualcosa di terribile stava per accadergli.

– Lo capisci l’inglese, fenomeno? – fece il leader della Lega con sicurezza.

– Cosa? – replicò ancora Delprete.

– Ah, no? – fece ancora Salvini, sempre più minaccioso.

– Cosa? – ormai era divenuto un disco rotto.

Trump annuì sconsolato, sospirò e diede nuovamente le spalle a Delprete, continuando a perlustrare la casa. Nel frattempo, Salvini aveva afferrato il tavolo accanto al divano e, in uno scatto di rabbia, lo rovesciò a terra, facendo cadere rovinosamente al suolo gli oggetti che vi poggiavano sopra.

– Di’ cosa un’altra volta! Di’ cosa un’altra volta, figlio di puttana! Ti sembriamo delle puttane forse?

– N…n…no, no!

– E allora perché hai cercato di fotterci? A noi non piace farci fottere da nessuno, eccetto che da Francesca e Melania, non necessariamente in quest’ordine! – urlò Salvini. A quel punto, sfogata la sua ira, fece uno dei suoi sospiri artefatti, ricomponendosi. Annuiva velatamente, guardando Delprete con un’aria di pena e commiserazione acuta, il quale era sul punto di scoppiare in lacrime, mentre si agitava freneticamente sulla sedia, tenendo entrambe le mani sopra la testa e occultando il volto tra i gomiti.

– Dì un po’, fenomeno – fece Salvini – preghi ogni tanto?

Delprete fece sbucare il suo sguardo dalle braccia, incrociando quello del Capitano. Inarcò le sopracciglia in un’espressione di dolore e paura e proferì, singhiozzando timidamente:

– S…sì…

Salvini, in quel momento, lo guardò con benevolenza, come si guarda a un fratello minore un po’ discolo, sospirò ancora e abbozzò un sorriso. – Bene! – gli rispose. A quel punto, estrasse dalla camicia il suo famoso rosario, lo baciò come sempre e disse:

– Allora pregheremo insieme, fenomeno, oggi è il tuo giorno fortunato! Dai forza, insieme a me. L’eterno riposo, dona loro Signore… lo conosci il testo, sì?
– Cosa? – Delprete si stava agitando di nuovo.
– Prega con me, avanti, fenomeno: L’eterno riposo, dona loro Signore…

Delprete, confuso, spaesato e impaurito, guardò ancora Salvini. Sapeva di non avere molta scelta e a quel punto, fece eco al leader leghista.

L’eterno riposo, dona loro Signore
…e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen!
…and Awomen! – fece Delprete convinto, ricevendo in risposta un ceffone in pieno viso, il cui suono riecheggiò in tutta la stanza. Trump si era voltato per un istante, distratto dal rumore di quello schiaffo, per poi ricominciare a perlustrare la casa, scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

– Non fare lo spiritoso, figlio di puttana, prega come Dio comanda! – fece severo Salvini.

Delprete proseguiva con voce rotta, ormai consapevole di non avere scampo, privo di un’idea chiara in merito a ciò che l’attendeva: – L’eterno riposo, dona loro Signore…

– Donald, avvicinati pure, ci siamo quasi, tu intanto non fermarti e prega, coglione! – disse il Capitano. Trump si avvicinò e si posizionò alla destra di Delprete che continuava a recitare ciclicamente la nota orazione in onore dei cari estinti. A seguire, Salvini si liberò del suo rosario e lo appese al collo di Delprete, porgendo il crocifisso nella sua mano.

– Bacialo ora, ripetutamente! – ordinò il leader della Lega.

Delprete, ormai totalmente stremato e fiaccato nella volontà, eseguì senza opporsi. Con sguardo spento, faceva schioccare le sue labbra sull’immagine di Cristo, quest’ultimo forse caduto in una pena ancora più crudele della crocifissione. Intanto, Salvini si posizionò alla sua sinistra, si accovacciò, estrasse lo smartphone dalla tasca sinistra e lo sollevò in modo i tre cadessero nell’inquadratura, esibendo il più smagliante dei suoi sorrisi. Anche Trump si era accovacciato, sorridendo senza mostrare denti e labbra, alla sua maniera, finché il leader della Lega non scattò la foto. Si alzò in piedi e ne osservò compiaciuto il risultato, raggiunto immediatamente da Trump che avvicinò il volto allo schermo dello smartphone, poggiando amichevolmente la mano sulla spalla del Capitano.

– Niente male, vero Donald? Sembriamo davvero un terzetto affiatato, un trio di amici di vecchia data. Guarda com’è venuto bene il fenomeno, con quanta fede bacia il rosario. – Trump annuì con convinzione e stima nei riguardi del suo collega italiano.

Fu solo a quel punto che Delprete realizzò quale fosse l’idea dei due politici sovranisti, in quel bizzarro quanto insolito vertice bilaterale tra Italia e Stati Uniti d’America. Piagnucolando, strillò:

– No, no, no! Vi supplico, non fatelo! Vi scongiuro, no! Questo, no!

Salvini guardò di sbieco Delprete, sorridendogli in maniera machiavellica e, a quel punto, si accomodò nuovamente alla scrivania. Una volta seduto, si rivolse per l’ultima volta a Fabrizio, esclamando:

– Questo sì, fenomeno…

Ci mise un attimo: collegò con un cavo USB il suo smartphone al laptop e caricò la foto appena scattata su tutti i profili social di Delprete, accompagnando quell’immagine alla seguente didascalia:

Solo gli imbecilli non cambiano idea.
Annateveneaffanculo testedecazzo!
#salvini #trump #sovranismo


Gli effetti di quel post si scatenarono dopo pochi secondi. Quella foto costituiva un ignobile tradimento nei confronti di tutti coloro che lo avevano seguito fino a quel momento. I suoi seguaci commentarono inviperiti quell’imperdonabile voltafaccia del loro idolo, finché, dopo pochissimi minuti, lasciarono in massa i suoi profili, facendolo cadere immediatamente nel dimenticatoio. Delprete, per ogni follower perso, percepiva il lento e inesorabile crepitio del suo cuore spezzarsi. Ripensò agli anni d’oro, al successo ottenuto con quelle blande battaglie politiche accompagnate dalla sua ruspante semplicità pugliese, nella convinzione che un domani avrebbe potuto vivere solo di quello, ma fu in quel momento che, al contrario, la cruda realtà gli venne sbattuta in faccia impietosamente: non avrebbe mai recuperato nessun tipo di credibilità. Qualsiasi cosa avesse pubblicato successivamente, non avrebbe avuto più alcun peso. Era finito, del tutto. Non aveva altra scelta: doveva trovarsi un lavoro modesto o, in alternativa, tornare a casa dei genitori e continuare a farsi mantenere. Avrebbe optato per la seconda opzione, era troppo tardi per iniziare a lavorare sul serio. Troppo tardi per far fatica. Troppo tardi per tutto.

Trump e Salvini, compiuta la loro missione, uscirono senza salutare dallo squallido monolocale, seguiti a ruota dal gatto, il quale in quell’istante capì che avrebbe avuto senz’altro una vita migliore e più dinamica come randagio.

La porta si chiuse. E in quell’istante, Delprete toccò con mano la sua pochezza, la sua ultima solitudo. Era stato nient’altro che un becero fuoco di paglia, come ce ne sono tanti.

Cadde in ginocchio al suolo, cacciò un urlo lancinante e scoppiò in un pianto disperato.

Si era ormai fatto nulla, nulla assoluto.

Casa Surace – Le Ali Tarpate della Schiavitù

Era stata una giornata durissima. Tra clienti arroganti, maleducati, litigiosi, dalla scarsa igiene personale, incapaci di rispettare la fila, quel turno di otto ore alle casse del supermercato Lidl di Largo Balestra sembrava essere durato in eterno. Al solito, gli dolevano le mani e la schiena per aver passato tutto il tempo seduto a spostare merce e a battere scontrini. Non ultimo, un cliente era entrato esattamente cinque minuti prima della chiusura e aveva ritardato la fine del turno di venti minuti. Pasqui uscì dal supermercato alle dieci e trenta di sera, con ancora indosso la divisa e, con passo lento e rassegnato, si avviò verso casa. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare circa tre quarti d’ora di cammino per raggiungere il monolocale in affitto in Via Gola, presso cui viveva ormai da cinque anni. Non poteva permettersi l’abbonamento per i mezzi pubblici, così come non riusciva a far fronte alle spese dell’affitto da solo, alle quali badava come sempre mamma Antonella, ormai ottantenne e con molti acciacchi, ma comunque ancora capace di comandarlo a bacchetta. Pasqui era totalmente invischiato nella sua ormai ventennale dipendenza da cocaina, oltre a essere consumato da un grave alcolismo e dalla frequentazione di escort, queste ultime ormai non più di lusso per problemi di budget, ragion per cui sfogava le sue pulsioni sessuali con donne in età avanzata, in rapporti squallidi della durata di circa trenta secondi. I tempi d’oro di Casa Surace erano ormai finiti, il format aveva chiuso da un paio di lustri e lui era stato cacciato via dal cast poco prima, a causa di rancori e conflitti mai risolti con il suo vecchio amico Massimo, in arte Ricky, il quale aveva tagliato ogni tipo di comunicazione con lui. Dalle notizie che gli erano giunte per vie traverse, quest’ultimo aveva trovato lavoro come impiegato presso il comune di Vimodrone, grazie alla raccomandazione di uno zio maresciallo. Del resto del cast, invece, non aveva che pochissime notizie. Le donne, Fernanda e Sara, erano tornate a Sala Consilina e avevano messo su famiglia, sposandosi con degli impiegati comunali, buoni partiti secondo la mentalità del posto, andando a vivere a due passi dalle loro madri. I sogni di libertà, le loro ambizioni, la loro speranza di poter sfondare nel mondo del cinema, utilizzando Casa Surace e il web come trampolino di lancio, erano stati uccisi dai loro sensi di colpa nei confronti dei genitori che si inventavano malesseri e malanni d’ogni tipo per ricattarle, oltre che da un richiamo atavico al dovere di procreare per compiacimento nei confronti del senso comune. Erano cadute anche loro nella rete di un matrimonio grigio e spento, accompagnato dall’obbligo dei pranzi domenicali con i parenti. La loro bellezza e freschezza di un tempo erano ormai divenute un’antica rimembranza e avevano lasciato il posto a delle donne sfiorite, sempre più canute, ingrassate e somiglianti alle loro anziane e ingombranti madri. I soci fondatori di Casa Surace, infine, erano letteralmente scomparsi nel nulla dopo che la società, a un passo dalla bancarotta, era stata ceduta a una multinazionale cinese per quattro soldi.

Pasqui camminava e rimuginava su tutto questo, pensava a quei ricordi un tempo felici, fissando lo sguardo nel vuoto, il cuore gonfio di malinconia. I suoi capelli e i baffi erano ormai divenuti grigi, i denti ingialliti a causa del fumo, rughe profonde solcavano la sua fronte e il contorno dei suoi occhi, mentre il ventre s’era fatto pingue. Non era sicuramente ciò che si suole definire un figurino ai tempi, ma il rallentamento del metabolismo dovuto all’età, l’abuso di alcol e droghe e la vita sedentaria lo avevano ormai reso completamente obeso.

Finalmente raggiunse casa. Erano quasi le undici e mezza, ci aveva messo praticamente un’ora per raggiungere il suo domicilio. Aveva il fiatone ed era completamente sudato. Infilò la chiave nel pesante portone d’ingresso del condominio, lo aprì ed entrò nel cortile. Fece pochi passi verso la porta di casa, preceduta da due gradini che percorse con passo affaticato. A quel punto inserì la chiave nella toppa, diede due giri, la spinse ed entrò. Aveva preso un monolocale al piano rialzato, venti metri quadrati con bagno cieco, una sola finestra nel soggiorno/notte che dava sul locale rifiuti. Quel tugurio era malamente ammobiliato con dell’arredamento vetusto da quattro soldi. Vi era, inoltre, un odore insopportabile di chiuso e di cipolla. Pasqui aprì la finestra per far arieggiare quell’unica stanza, memore degli insegnamenti di mamma Antonella, ormai metabolizzati, in merito al fatto che la casa adda piglià aria, per quanto fosse praticamente inutile effettuare un’operazione del genere in quel buco, che sarebbe rimasto comunque fetido, anche se fosse rimasto per anni con porta e finestra aperta.

Si avvicinò alla parete attrezzata di fronte al divano letto, su cui poggiava un vecchio televisore non funzionante lasciato dal proprietario del monolocale. Accanto, c’era una fotografia. Si chinò e la raccolse: era una vecchia immagine di repertorio, con immortalati tutti i suoi vecchi amici, il cast di Casa Surace al completo, vent’anni prima, sorridenti e felici, pieni di sogni e di belle speranze. Erano tutti ancora lì, i soci fondatori, Ricky, Fernanda, Sara, mamma Antonella. C’era persino nonna Rosetta in quella foto, scomparsa ormai da tre anni, in concomitanza con la cacciata di Pasqui dal cast, alla quale non aveva avuto il coraggio di fare un ultimo saluto, a causa di una profonda vergogna e per senso di colpa. Guardò quella foto e la nostalgia e i rimpianti che provò suonarono come una coltellata in piena gola. Lacrime salate cominciarono a sgorgare copiose dai suoi occhi, bruciando sulle sue gote raggrinzite, e realizzò quanto si sentisse solo e disperato. Comprese di aver investito tutte le sue energie e la sua vita in quel format con l’idea che non avrebbe mai smesso di piacere al pubblico e che sarebbe durato in eterno, quando in verità, con il passare degli anni, era divenuto noioso e ripetitivo, lentamente rimpiazzato da nuovi ingressi nel mondo delle webserie, che, per quanto apparentemente innovative, erano a loro modo inesorabilmente stereotipate e mainstream. Loro, al contrario, non erano stati capaci di adattarsi ai tempi. A un certo punto avevano cominciato a sentirsi stanchi, a perdere flessibilità, a non esser capaci di adattarsi alle esigenze del loro pubblico. Venute a mancare le energie di un tempo, avevano cominciato a vivere di rendita sui guadagni passati e a sperperarli, a utilizzare la società come una vacca da mungere, finché quest’ultima non si era completamente rinsecchita e si erano trovati improvvisamente senza un centesimo, ridotti sul lastrico, pieni di debiti e costretti a liquidare la società.
Pasqui posò nuovamente la fotografia sulla parete attrezzata e in quel momento ebbe un’amara illuminazione: non c’era più scampo, non c’era più nulla da fare. Sapeva di essere finito in disgrazia, non era stato in grado di cadere in piedi come gli altri. Da celebre attore era divenuto uno squallido commesso di un supermercato, tormentato da dipendenze d’ogni tipo e mantenuto ancora da una madre anziana, nonostante fosse sulla soglia dei cinquant’anni. In quel momento, toccò con mano la sua viva e cocente disperazione, la sua concreta e inesorabile miseria. Rimase dieci minuti buoni a fissare il pavimento, il sale delle sue lacrime ancora pizzicava sul suo volto. Si sentiva ormai svuotato, comparsa di un’esistenza priva di senso, senza prospettive e progetti, completamente annichilito. A un tratto, decise: avrebbe scritto una missiva, rivolta a qualcuno dei suoi vecchi compagni d’avventura di gioventù. L’avrebbe spedita probabilmente a Ricky, l’unico di cui conosceva l’indirizzo email, l’unica persona con cui, in quegli anni, aveva costruito un autentico legame, purtroppo reciso dopo che, ai tempi, questi aveva scoperto la sua relazione clandestina con la sua prima moglie Fernanda, anche lei estromessa dal cast e ripudiata.

Pasqui mise mano al suo vetusto smartphone, si avvicinò al tavolo da pranzo, si accomodò e cominciò a digitare:

Mio caro Ricky, è incredibile come procedano lentamente le cose qui dentro. Ricordo che una volta, quando eravamo ragazzi, vi era più frenesia, ma ora tutto tace. Sembra che all’improvviso il mondo non abbia più fretta. Dopo diciotto mesi di reddito di cittadinanza, i navigator mi hanno trovato un monolocale in zona Giambellino e un lavoro. Sono commesso in un supermercato. È un lavoro duro. Io faccio del mio meglio, ma le mani, la schiena e il culo mi dolgono in continuazione. Al direttore non sono molto simpatico. Qualche volta dopo il lavoro vado nel parco e do da mangiare agli uccelli. A volte penso che potresti venire lì, così, per farmi un saluto, ma non ti ho mai visto. Spero che dovunque ti trovi tu stia bene e ti si sia fatto nuovi amici.
Ho qualche problema a prendere sonno la notte. Faccio spesso dei brutti sogni in cui cado nel vuoto, mi sveglio spaventato e a volte mi ci vuole un po’ per ricordarmi dove sono. Magari dovrei comprarmi una pistola e rapinare il supermercato, così mi manderebbero in galera, dove almeno avrei vitto e alloggio gratis e non sarei costretto a lavorare e a continuare a farmi mantenere da una madre anziana e prepotente. Potrei sparare al direttore, già che ci sono, tanto per andare sul sicuro, ma credo di essere troppo vecchio ormai per fesserie del genere. Non mi piace qui, mi sono stancato di avere paura in continuazione. Così ho deciso di andarmene. Non credo che se la prenderà nessuno. A che serve, un terrone mantenuto come me.


Concluse la lettera e la inviò. A quel punto, posò lo smartphone, si alzò, si recò in bagno e fece una lunga doccia, terminata la quale, aprì l’armadio e recuperò il suo miglior vestito, un vecchio abito risalente a un matrimonio tenutosi una ventina d’anni prima. L’abito gli stava ancora bene, nonostante i chili presi, d’altro canto lo aveva acquistato di qualche taglia più abbondante, seguendo i consigli della sua onnipresente madre, la quale soleva ripetergli come un mantra: “Ti starà bene quando diventerai più grande”. A quel punto, si recò verso l’angolo cottura, aprì la dispensa e recuperò il suo vecchio coltellino svizzero e una robusta cima, al cui capo era già stato preparato un perfetto nodo scorsoio. Prese una sedia, la portò al centro della stanza e vi salì sopra, legò l’altro capo della cima a una delle travi del soffitto, stringendo con forza e con il coltellino incise nella trave la scritta Pasqui è stato qui. A quel punto, infilò la testa nel cappio, ormai pronto a lasciar cadere la sedia sotto i suoi piedi e a salutare quella vita infame, quando a un tratto udì una musica familiare, una melodia che per anni aveva accompagnato la sua lunga adolescenza spensierata: La Tarantella del Ciutaglione. Era in realtà la suoneria del suo vecchio smartphone, una videochiamata di mamma Antonella. Pasqui alzò gli occhi al cielo, ma non ebbe la forza di proseguire in quell’insano gesto senza prima fare un ultimo saluto a sua madre.

– Uè Ma’! Tutto a posto! Sono appena tornato a casa! Volevo dirti che non ce la faccio più e volevo…
– Uè Pasquà! Che stai a fare sulla sedia con quella corda al collo? Scendi chissà ti fai male!
– Ma’, ascoltami un attimo! Veramente volevo dirti che non ne posso più e sto per farla fi…
– Pasquà! Senti a me! Vedi che ti ho ricaricato la Postepay, così paghi l’affitto di ‘sto mese! Domani ti arriva un altro pacco di vasetti. Se non stai a casa, dì ai vicini tuoi di fartelo trovare davanti alla porta quando torni! Vabbuò?
– Ma’, sinceramente io sto per…
– Pasquà! Ricordati di chiamare zia Pina, che oggi compie ottantasei anni! Ti sei ricordato di aprire la finestra quando sei arrivato? A casa adda piglià aria!
-Ma’, se mi fai dire una cosa…
-Pasquà, prima di addormentarti mandami un messaggio, vabbuò?
– Ma’…
– Ciao Pasquà, ci sentiamo più tardi!

Mamma Antonella chiuse la chiamata. Pasqui, basito, in piedi sulla sedia, con il cappio attorno al collo, fissava lo smartphone, mentre una rabbia feroce e disumana, dovuta a un violento senso di incomprensione che lo coglieva tutte le volte che interloquiva con sua madre, cominciava a montare dal profondo delle sue viscere, finché non esplose in un urlo disumano:

– Ascoltami, vecchia puttana di merda, cazzo!!! Mi devi ascoltare quando parlo! Chiaro, puttana schifosa? Sono un adulto ormai! Sono adulto, troia di merda! Non puoi trattarmi come un bambino! Vai a farti fottere, troia, troia, troia, puttana, puttana, puttana!!!

A quel punto, digrignando i denti e soffiando come un toro dalle narici, prese il suo smartphone e lo scagliò con furia omicida contro la parete, accompagnando il suo ultimo viaggio con un urlo bestiale e doloroso, finché non si schiantò fragorosamente contro il muro andando in frantumi. Quando vide il suo vecchio smartphone andare in pezzi, fu immediatamente colto da un terribile pentimento, dato che quella sera non sarebbe stato in grado di dare la buonanotte a sua madre, che si sarebbe preoccupata e non avrebbe chiuso occhio per causa sua. Si liberò del cappio, saltò dalla sedia e, pieno d’angoscia, raccolse i pezzi del telefono uno per uno, cercando inutilmente di rimetterli assieme con lo scopo vano di poterlo fare funzionare di nuovo, mentre ricominciò a piangere come un disperato, sapendo che non aveva denaro a sufficienza per acquistarne uno nuovo.

L’indomani, la sua giornata sarebbe ricominciata esattamente uguale alle precedenti e a tutte le altre. I suoi giorni sarebbero stati tutti uguali per tutta la sua vita, senza possibilità di salvezza, né di redenzione.

Fino al giorno in cui avrebbe esalato, non per sua scelta, l’ultimo respiro.


Dialogo tra Grandi del Giornalismo Italiano del Ventunesimo Secolo

– Pronto, Fabrizio?

– Ciao Lorenzo, come te la passi? Scusami se ti disturbo a quest’ora. Ti ho svegliato?

– Ciao carissimo. Non ci lamentiamo. Ero sveglio. Nessun disturbo. Nessuno. Figurati. Puoi chiamarmi. Quando vuoi. Davvero. Sinceramente.

– Ascolta Lorenzo carissimo, devo darti una notizia: è morto Paolo Rossi!

– Ah. Il comico?

– Ma no, Lorè! Il calciatore, Pablito, campione del mondo nel 1982!

– Ah. Grazie. Per avermi avvisato. Avvertito. Quando è successo?

– La notizia è di questa notte. L’ha mandata sua moglie sul suo profilo instagram.

– Va bene. Hai già pubblicato qualcosa? Sulla tua pagina? La tua pagina Facebook?

– Non ancora Lorè, ti dico la verità…

– Beh, cosa aspetti? Attendi?

– Lorè…ti dovrei confessare una cosa sinceramente, è da un po’ che ci rimugino…

– Dimmi. Tutto. Caro Fabrizio. Ti ascolto.

– Lorè…almeno quando siamo al telefono, puoi usare senz’altro qualche subordinata in più, è una conversazione tra amici questa, non occorre essere così, fammi dire, puntigliosi…

– Grazie. Non mi occorrono consigli. Suggerimenti. Nessuno. Di nessun tipo. Lo faccio per allenamento. Autodisciplina. Pratica.

– Come preferisci…ascolta Lorè, non si tratta di questo, ma da un po’ di giorni sto riflettendo su una cosa che mi sta facendo sentire in colpa…

– Dimmi pure.

– Lorè, parliamoci chiaro: qui non facciamo altro che copiare la notizia struggente del giorno e replicarla con questo stile smielato che, fammi dire, non offre nessun valore aggiunto a livello informativo. Sono solo buoni sentimenti, post acchiappa-like. Intendiamoci: io sono nato nel 1980 se non ricordo male e tu nel 1983. Quando l’Italia ha vinto i mondiali io avrò avuto sì e no tre anni e tu non eri neppure nato, porca puttana!

– Arriva al punto. Al dunque. Al cuore. Al nocciolo. Del discorso. Di questa conversazione.

– Lorè, oggettivamente non ce la faccio più a tenermi dentro questa cosa: a me di Paolo Rossi, come di tutti i morti celebri del giorno che commemoriamo puntualmente per ottenere consensi, non me ne fotte un cazzo! Mi sento uno sciacallo a volte, peggiore di Salvini!

– …

– Ci sei, Lorè? Mi senti?

– Sì. Ho ascoltato. Attentamente. Molto attentamente. Con molta attenzione.

– E quindi?

– Fotte sega. Nemmeno a me. Neppure al sottoscritto. Non sento nulla. Per loro. Per nessuno. Ed è ciò che siamo. Sciacalli. Speculatori. Della peggior specie. Mercificatori. Di buoni sentimenti. Siamo uguali. Speculari. Duali. A Salvini. Matteo Salvini. Proprio lui.

– Lorè…ma che stai dicendo?

– Fabrizio. Amico mio. A me sta a cuore solo una cosa. Una singola cosa. Ho un sogno. Un unico sogno. Un singolo interesse. Un’unica battaglia. Per donare speranza. Per un mondo migliore. Per me stesso. Solo ed esclusivamente per me stesso.

– Lorè, accorcia! Mi stai facendo una capa tanto! Dov’è che vuoi andare a parare?

– Fabrizio. Ne ho un bisogno disperato. Di tutti quei like. Di tutti quei consensi. Reazioni. Commenti. Sono una persona sola. Non ho amici. Non ho una donna. Nessuno mi ama. Nella vita. Nella vita reale. Vivo ancora con mia madre. La donna che mi ha messo al mondo. Questo mondo cattivo. E si vergogna di me. Tanto. Tantissimo. Lo faccio per lei. Per compiacerla. Per piacerle. Per conquistare il suo amore. Il suo riconoscimento. Sai cosa accadrebbe, se un giorno tutto questo finisse?

– Lorè…hai usato un periodo ipotetico del secondo tipo, occhio…

– Sai cosa accadrebbe?

– Cosa?

– Che morirei di dolore.

– …

– Ci sei? Fabrizio?

– Lorè…

– Fabrizio.

– La penso esattamente come te…sono nella tua stessa identica situazione…l’unica differenza è che vivo con un gatto…e si vergogna di me, tanto, tantissimo. Lo faccio per lui, per compiacerlo, per piacergli, per conquistare il suo amore, il suo riconoscimento…

– Già. Fabrizio. Amico mio. Siamo nella merda.

– Siamo nella merda…

– A che ora pubblichi? Il tuo post? Su Paolo Rossi?

– Tra un paio d’ore, Lorè…

– Va bene. Il mio sarà pubblicato verso le nove. Del mattino. Al solito. Come consuetudine. Ora di punta. Molte visite. Endorfine. Dopamina. Sollievo. Dalla solitudine. Dal dolore. Dal mio complesso. Complesso di Edipo. Sollievo. Effimero. Ma sollievo.

– Ci sentiamo Lorè…

– Stammi bene. Fabrizio. Davvero. Un abbraccio. Ti voglio.

– Prego?

– Bene.

– Ciao…

– Ciao.

Canale Anale

Questa è bellissima. Qualche tempo fa, su Amazon, compare un libro, un saggio, un agile volume dal titolo inequivocabile: “Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione.”Un titolo talmente accattivante per orde di leghisti, che in breve il libro scala le classifiche. A molti non sembra vero: un saggio, all’apparenza serissimo, di un noto politologo internazionale, il grande Alex Green, che finalmente attribuisce al “capitano” i meriti che giornaloni e intellettuali italiani brutti e cattivi non gli hanno mai voluto riconoscere.Solo che, quando il libro arriva a casa, non appena lo aprono, si ritrovano davanti 110 pagine interamente bianche: un quaderno per gli appunti, insomma. D’altronde l’autore era stato onesto nella descrizione: “Questo libro” aveva scritto, “è pieno di pagine vuote. Nonostante anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento.”Solo che richiedeva uno sforzo troppo grande per il leghista semplice: leggere.Genio assoluto.

Lorenzo Tosa aveva appena concluso il suo ultimo post, con la consueta retorica stucchevole, ma tanto efficace nel catturare consensi e fare proseliti sulla base d’un sentimentalismo spicciolo e d’un’opposizione cieca e manichea nei confronti di Matteo Salvini. Si era ormai fatta sera e aveva pertanto programmato la pubblicazione del post alle ore diciassette del giorno successivo, cercando di sfruttare il traffico d’utenti, normalmente intenso a quell’ora, con lo scopo di ottenere maggiori reazioni e consensi. A dire il vero, si sentiva anche piuttosto stanco e non aveva voglia di passare tempo ulteriore su Facebook, oltre che di rispondere ai vari oppositori che normalmente pullulavano sulla bacheca della sua pagina e ne mettevano in evidenza le sue contraddizioni. A questo proposito, gli tornò alla mente lo scambio avuto con una donna di bella presenza che, nel giorno del suo compleanno, gli aveva fatto presente in un commento che portava malissimo i suoi anni. – Puttana! – disse fuori dai denti Tosa, ripensando a quella fanciulla verso cui, pur facendo finta di nulla, fondamentalmente provava un intenso desiderio sessuale, per quanto sapeva benissimo che non sarebbe mai stata sua, considerando quanto fosse distante dalle sue idee politiche. Tosa, nella vita reale, pensava cose che non avrebbe mai scritto in uno dei suoi post caramellosi. Era in realtà profondamente misantropo, per quanto egli stesso fosse inconsapevole di ciò. Da tipo estroverso qual era, in senso junghiano, non era uso a scrutare i moti del suo inconscio. Tosa era definibile come un individuo costituito da puro intelletto. Tutto quanto apparteneva alla sua interiorità e al suo corpo, era per lui trascurabile e privo di utilità.

– Sono molto stanco. Quest’oggi è stata una giornata difficile. Una giornata molto difficile. Penso che mi recherò in soggiorno. Sì. A rilassarmi. Con qualche video. Su Youtube. – Tosa si era imposto di pensare esattamente nello stesso modo perentorio in cui scriveva, evitando il più possibile l’utilizzo delle subordinate, in modo da autoconferirsi una ferrea disciplina e rendere il più naturale ed efficace possibile lo stile dei suoi scritti.

Entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Toto, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale. L’immagine in anteprima era inconfondibile: in primo piano, vi erano una serie di rughette, ben delineate, le quali convergevano verso un foro angusto e scuro, dal quale trapelava un’inquietante peluria vagamente sudaticcia.

– È il primissimo piano. Di un ano. Un buco. Di culo. – pensò Tosa, osservando quell’immagine con un’aria tra il perplesso e il guardingo, scandendo i pensieri e, al solito, evitando come la peste le subordinate.

Incuriosito e leggermente divertito, Lorenzo cedette alla curiosità e decise di avviare quel video, alquanto inusuale per una piattaforma che faceva della censura ai contenuti volgari uno dei suoi capisaldi.

Il video iniziò a riprodursi, aveva una durata di un’ora. Tosa attivò la modalità schermo intero e si distese comodamente sul divano. Quell’ano lo fissava silente, bruno come la pece, mentre i minuti trascorrevano e nulla accadeva. Tosa pensò che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto e decise che era giunto il momento di interromperlo per passare ad altri contenuti, quando all’improvvisò, dallo schermo s’udì una voce che lo fece trasalire:

– Tu, avviscinati

Tosa sobbalzò. – Cristo. Santo! – proferì angosciato.

– Non imprechi, per cortesia, è alquanto disdiscevole! – Quel parlare strascicato e paternalista gli rimembrò improvvisamente un timbro vocale noto, familiare.

– Con chi ho il piacere? Di parlare? – scandì Tosa in maniera perentoria, benché la voce gli tremasse vagamente a causa dell’inquietudine.

– Sono l’ano del Presidente del Consiglio dei Ministri.

– Presidente! Conte! – Tosa era straziato dall’emozione, non riusciva a credere di essere in contatto con il suo politico preferito.

Disciamo che lei è un po’ duro di comprendonio, caro Tosa. Le ho detto che sono l’ano del presidente del consiglio, non il presidente del consiglio!

– Ma lei ha la stessa identica voce del suo legittimo proprietario!

– Forse perché non fa molta differenza tra quello che esce dalla sua bocca e quello che esce da qui! – rispose l’orifizio della quarta carica dello stato, caustico. A quell’affermazione sarcastica, fece seguito una risata divertita.

– Non dica così. Considero il suo proprietario il più grande politico che il nostro paese abbia mai avuto. Uno statista. Un gigante tra i nani. L’unico in grado di tirarci fuori da questa tragedia. Questa pandemia. Che tante vittime a mietuto. Finora.

– Tosa, cortesemente, tutta questa punteggiatura mi sta fascendo venire il mal di testa, dovrebbe, se mi consente, utilizzare maggiormente le subordinate. A questo proposito, disciamo che ho avuto modo di dare una sbirsciata alla sua pagina Facebook. Vedo che la seguono in tanti, taluni con molto affetto, altri invesce proprio non la tollerano. Devo dire che di recente i suoi contenuti sono particolarmente lusinghieri nei miei riguardi, per quanto tempo fa Ella mi aveva additato come un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. Come aveva definito in un suo post Guy Verhofstadt, che mi definì in tal guisa durante un dibattito al Parlamento Europeo? “Gigantesco”, giusto?

– Presidente, non faccia così, mi spiace che se la sia presa. Mi rincresce. Ma in quei tempi, quei tempi bui, lei era alleato con un politico. Tra i più pericolosi. Della storia della nostra repubblica. Salvini. Matteo Salvini.

– Guardi Tosa, posso capire che quell’alleanza alquanto insolita abbia generato delle ambiguità sulla mia persona, ma le posso garantire che quel post, sinsceramente, mi ha stupito. Lei offende se fa così!

– Mi dispiace. Presidente, mi permetta di dirle che…

– Guardi, la interrompo subito. Non occorre che si scusi. Sappia che, accedendo a questo canale Youtube, ha avuto in realtà la possibilità di farsi perdonare. Le posso solo dire, con molta chiarezza, che in questo momento stiamo fascendo la storia.

Tosa ebbe la pelle d’oca nell’udire quelle parole. Non avrebbe mai creduto che una parte del presidente del consiglio in persona, seppur tra le più turpi, avrebbe potuto proferire quello slogan efficace nei suoi riguardi. Spalancò gli occhi e uno stupido sorriso gli si stampò in volto. Altri moti inconsci fecero capolino nel suo animo, ma anche in quella circostanza, decise di ignorarli, per automatismo nevrotico.

– Cosa posso fare, Presidente?

– Tosa, guardi, le posso solo dire che anche in questo caso, non agirò con il favore delle tenebre. Questo ano la sta guardando dritto in faccia. La invito pertanto ad avviscinarsi allo schermo.

Tosa eseguì, senza farsi troppe domande. Si sollevò dal divano, si stiracchiò e, a quel punto, fece qualche passo verso lo schermo della sua smart tv.

– Ancora più viscino… – proferì il buco del culo dell’avvocato del popolo.

Tosa poggiò entrambe le mani sui fianchi e si piegò di novanta gradi, avvicinando il suo volto a pochi centimetri dallo schermo. E fu a quel punto che avvenne l’impensabile: le chiappe del primo ministro italiano emersero crudamente dallo schermo. Erano autentiche, tangibili e palpabili, due autentiche focacce di carne che circondavano inesorabilmente quell’orifizio loquace dal piglio istituzionale.

– Può lambirle, dottor Tosa. Guardi, disciamo che le si sta palesando dinanzi una grande occasione.

Tosa deglutì. Era lacerato da stati d’animo contrastanti: da un lato si sentiva preda d’un intenso desiderio di stampo masochistico, dall’altro provava un vago disgusto per quell’ano peloso dal quale trapelava un leggero odore di cloaca. Si sentiva al contempo vivo e morto, a guisa d’un servile gatto di Schrödinger. Fissò ancora a lungo il buchino del professore, prima di prendere una decisione.

– Non sia timido Tosa, lei ha l’opportunità, finalmente, di passare dalle parole ai fatti! – insistette persuasivo l’ano di Giuseppi.

Fu quella la frase che convinse una volta per tutte Tosa, il quale inspirò profondamente e fece quello che andava fatto: estrasse la sua sapiente linguetta e, con fare certosino, iniziò a leccare quel foro minuto in tutte le sue parti anatomiche visibili. Poggiò entrambe le braccia, aggrappandosi tenacemente con le mani, su quelle terga prorompenti, che al contempo, a seguito dei colpi inflitti dal giornalista, iniziarono a vibrare. Tosa mise da parte ogni perplessità, era ormai totalmente coinvolto in quel pasto e, completamente in balia della sua eccitazione, afferrò con maggiore intensità le chiappone catodiche del presidente del consiglio, mentre seguitava a sguinzagliare freneticamente la sua lingua su quell’ano impertinente. D’un tratto, avvinghiato a quei glutei alla stregua d’un koala, affondò finalmente con vigore la sua lingua penetrandolo, mentre mani, braccia e volto affondavano sempre di più in quel gigantesco deretano. Tosa era ormai in balia del piacere, si sentiva del tutto posseduto da quel mostruoso culone, al punto che fu ormai troppo tardi, quando si rese conto di esserne ormai invischiato e di non essere più in grado di venirne fuori. La sua lingua era ormai totalmente risucchiata da quel buco nero, mentre braccia e gambe affondavano totalmente nelle carni del sederone di Conte, che aveva assunto una consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.

– Bene, Tosa, adesso chi è comanda? Chi è il burattino? Rispondi, figlio di puttana! – fece con sadica soddisfazione il culacchione vischioso del presidente del consiglio.

– Mmm…’a pre’o…mi ‘ibe’i…non e’pi’o!!! – farfugliò Tosa, ormai non più in grado di proferire alcuna parola che fosse intellegibile.

– Caro Tosa, si prepari ora: sta per arrivare il gran finale, la ciliegina sulla torta.

– MMM…’o, ‘o, ‘o, ‘a ‘ego!!! – rispose convulsamente Tosa.

– E invece sì, caro Lorenzo, sta per arrivare quanto il mio proprietario aveva promesso tempo fa, subito dopo la chiusura degli esercizi commerciali: la potenza di fuoco.

Il fondoschiena iniziò a vibrare con maggiore intensità, al punto che le scosse si diffusero in tutto il soggiorno, provocando delle crepe nel soffitto. Tosa sapeva a cosa stava andando incontro e fu dunque quello il momento in cui vide istantaneamente la sua vita passargli davanti. Rivide suo padre, assente e preso dal lavoro, brusco e privo di attenzioni nei suoi riguardi, che tanto dolore gli aveva causato da bambino. Provò nuovamente le pene della trascuratezza e della mancanza di una figura maschile forte che si prendesse cura di lui. Rivide la sofferenza e il dolore di sua madre, la quale riversava su suo figlio tutta la frustrazione causata da un marito inesistente e, per certi versi, brutale, inondandolo di lamentele tossiche che gli avevano fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, al limite dell’alienazione parentale, e lo avevano trasformato in un femminista sfegatato. In quell’istante, Tosa realizzò che le sue incapacità con le donne, dovute a una compiacenza atavica e inconcludente nei riguardi del gentil sesso, erano state causate proprio da sua madre, verso la quale provò improvvisamente un violento rancore. Realizzò, in quell’eterno istante, che il femminismo di facciata e progressista che utilizzava per i suo post allo zucchero, derivava originariamente dall’inganno che sua madre aveva perpetrato nei suoi riguardi, da un complesso di Edipo irrisolto, ragion per cui non aveva ancora perso la verginità alla veneranda età di trentasette anni. Ebbe il tempo di formulare un ultimo pensiero, un ultimo saluto alla donna che gli aveva donato la vita, prima di andare incontro al suo destino:

– Vai a farti fottere, vecchia puttana!

Fu in quel preciso istante che le vibrazioni e le scosse si interrupperò di colpo. L’ano del presidente del consiglio si schiuse a guisa d’un gelsomino a primavera e, dopo un microsecondo, un battito d’ali d’una farfalla, un istante quasi eterno, emise uno scoreggione rumoroso e devastante, che causò la caduta di alcuni calcinacci nel soggiorno, a cui fece seguito una violenta fiumana di diarrea che scaraventò Tosa contro la parete, mentre quei potentissimi getti di merda lo sommergevano fino a coprirlo totalmente, a renderlo completamente indistinguibile dalle feci, per quanto non si trattasse di una differenza particolarmente marcata. In tutto il soggiorno, la pioggia di merda rumoreggiava come una grandinata di milioni di rospi. Tosa gorgogliava frasi incomprensibili, mentre sbatteva ripetutamente i palmi delle mani e i talloni contro il muro, alla ricerca di un disperato appiglio per liberarsi da quella punizione umiliante, mentre quel geyser di materia fecale allo stato liquido lo teneva violentemente incollato alla parete, non lasciandogli scampo alcuno.

Quella doccia scura durò circa una mezz’ora, fino a quando l’ultimo fiotto colpì in pieno il volto di Tosa, il quale, finalmente, ricadde svenuto al suolo, completamente ricoperto di cacca fumante.

Fu quello il momento in cui quel video paradossale si concluse. Cinque secondi dopo, sarebbe andata in onda l’ennesima diretta del Presidente del Consiglio, nella quale avrebbe annunciato il contenuto dell’ennesimo, confuso DPCM a tutela della salute dei cittadini per la gestione della pandemia da Covid-19.

Nel frattempo, in casa Scanzi, il buon Andrea entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Pink Floyd, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale.

Ilario e il lavoro di squadra

Come sempre, era stata una durissima giornata per Ilario. Il giovane informatico trentenne, ormai esausto, spense finalmente il computer. Era ormai da mesi che lavorava da casa, a causa delle restrizioni imposte dal governo per effetto della pandemia da Covid-19. L’effetto della cocaina sniffata ore prima stava ormai scemando. Anche stavolta, aveva lavorato fino alle undici di sera, al solito carico di progetti e di scadenze da rispettare, ai quali non era stato in grado di dir di no, nella convinzione ingenua, al solito accompagnata da un entusiasmo di facciata derivante da un’educazione cattolica fatta di oratori e ritiri spirituali, che a una mole maggiore di lavoro avrebbe coinciso finalmente il riconoscimento che gli spettava, che i suoi sacrifici avrebbero ottenuto l’amore e l’apprezzamento dei suoi responsabili e colleghi. Erano ormai passati mesi dall’ultima volta in cui aveva fatto l’amore con sua moglie. In quell’ultima squallida circostanza, ci era riuscito grazie a un aiuto farmacologico di colore azzurro. Lui era durato quindici secondi, lei era rimasta nuovamente incinta. Martina, così si chiamava la sua sposa, bella e dolcissima, sopportava la situazione cristianamente e pazientemente. In fin dei conti, era fortunata a stare con un bravo ragazzo, con un buon partito, almeno questo si ripeteva prendendosi in giro, nonostante le assenze del marito la stessero facendo sfiorire, invecchiare precocemente e ingrassare.

Le ragioni dell’impotenza di Ilario erano svariate: oltre all’enorme quantità di ore di lavoro e all’abuso di cocaina, il problema principale era costituito dal suo collega più anziano e mentore, Dino, verso il quale provava al solito sentimenti ambivalenti e inaccettabili. Dino era divenuto da poco suo responsabile in un importante progetto, il cui obiettivo era quello di occuparsi della manutenzione di un database che raccoglieva i dati sui consumi dei clienti di un grosso fornitore di energia elettrica. La cosa turbava Ilario parecchio, in quanto Dino era uno stronzo, oltre che una presenza ingombrante e misteriosa: da un lato era un animale da palcoscenico che si esibiva con naturalezza e sfrontatezza, dall’altro una persona estremamente riservata e, almeno apparentemente, fragile. Ilario, al contrario, soleva esibire un esibizionismo posticcio, fatto di compiacenza fasulla, patetico ottimismo da pubblicità, pacche sulle spalle e sorrisi di convenienza, tutte mosse malamente studiate a tavolino che malcelavano l’intenzione di sferrare la fatidica coltellata alla schiena al malcapitato di turno, a guisa d’un giovane e ambizioso Renzi. Sarebbe stato disposto a tutto pur di emergere. A dire il vero, generalmente questa patetica buffonata si concludeva sempre con il collega vittima designata che lo coglieva in castagna, facendogli puntualmente fare la figura del miserabile, del meschino e della spia. Era stato suo padre, palazzinaro toscano, a insegnargli a non guardare in faccia a nessuno pur di emergere e innalzarsi sugli altri, alla stregua d’un ecomostro abusivo eretto su una spiaggia.

In ogni caso, recentemente Ilario si stava rendendo vagamente conto di come, forse, gli insegnamenti paterni cominciassero a stridere e a entrare in contrasto con la sua religiosità ossessiva, fatta di penitenze e confessioni superficiali presso il suo padre spirituale don Egidio, che, inconsapevolmente, gli servivano a sciacquarsi, con scarsa efficacia, una coscienza sporchissima che non riusciva a mettere bene a fuoco. Non era ben consapevole di se stesso e neppure di quali fossero in realtà i suoi veri peccati. Sapeva solamente che ogni carognata lo faceva sentire prepotentemente impuro e lacerato. Ciò nonostante, ignorava e trascurava questi suoi sentimenti, a suo avviso inaccettabili, anestetizzandoli con la cocaina e con un quantitativo disumano di lavoro.

Dino, anch’egli carogna, paranoico e gran figlio di puttana, seppur in modo diverso, lo aveva perfettamente inquadrato. Da fine conoscitore dell’animo umano percepiva ormai in maniera quasi telepatica le sue contraddizioni e giocava d’anticipo per evitare di farsi cogliere in castagna. Ilario aveva preso l’abitudine di rivolgersi a Dino alla stregua di consigliere, usando talvolta un piglio autorevole artificioso, preso da chissà quale manuale di automiglioramento. In realtà, Dino sapeva benissimo che tutti i consigli che Ilario gli dava in ambito lavorativo non erano affatto disinteressati. Ilario voleva solo ingraziarselo per ottenere coinvolgimento, in modo da poterlo accoltellare alla schiena alla prima occasione, solendo sovente appellarsi a un famigerato spirito di squadra, secondo il quale tutte le informazioni dovevano essere condivise con il team. Ilario usava inglesismi con lo scopo di darsi un tono. Invero, egli aveva come unico scopo quello di impossessarsi furbescamente di preziose informazioni aziendali, con l’unico obiettivo di poterle utilizzare una volta fuori da quel lavoro da incubo e poter finalmente realizzare il suo sogno recondito: fondare una start up tecnologica tutta sua, in modo da poter sbattere in faccia a suo padre il fatto di essere migliore di lui. Dino aveva intuito tutto questo e, sovente, ripensando alla banalità degli obiettivi di Ilario, per quanto quest’ultimo fosse convinto d’essere un furbo di tre cotte, soleva sghignazzare di soppiatto alle sue spalle.
Un giorno, Ilario, deciso a guadagnare posizione e visibilità nei confronti di Dino, sognando e illudendosi ancora una volta di poter diventare il suo braccio destro, decise di inviargli un messaggio nella chat aziendale.

– Buongiornissimo Dino! Tutto bene? Sai dirmi se la minuta della riunione è stata inviata?

Dino lesse quell’orrido buongiornissimo, alzò gli occhi al cielo e scosse la testa, aveva già capito che Ilario stava provando a combinarne una delle sue.

– Ciao Ilario, no. Mi sono limitato a mandarla ai responsabili. – A quel punto, restò in attesa della risposta, divertito.

– Ah ok, ascolta Dino, se posso permettermi di darti un suggerimento…quando ci sono delle riunioni, puoi mandare la minuta a tutta la squadra? In questo modo, siamo tutti allineati.

Dino rimase per un minuto buono a osservare quel messaggio penoso, dal quale trasudava un’ambigua solidarietà verso gli altri colleghi. Era chiaro che l’idea di Ilario era quella di mettersi in mostra, come al solito. Riusciva quasi a vederlo, Ilario, mentre si gongolava dall’altra parte dello schermo, nella patetica convinzione di aver colto nel segno e di essere stato persuasivo. Dino, a quel punto, sorrise diabolicamente, fece un bel respiro e inviò la sua risposta:

– No. Purtroppo devo tener conto di questioni di carattere organizzativo con il responsabile tecnico.

Ilario percepì quel no come una scudisciata sulla schiena. Una scarica elettrica lo pervase dalla testa ai piedi, mentre provava tangibilmente la sensazione che una lama lo stesse penetrando nel costato. Ebbe la solita dolorosa percezione, raccontata chissà quante volte al suo psicanalista, migliaia di euro gettati in inutili sedute, che le carni gli si stessero staccando dalle ossa. Provava il terribile dolore del rifiuto e dell’abbandono, della mancata accettazione, a guisa di migliaia di punture di spillo sulla sua pelle sottile.

– Come preferisci… – rispose a malapena il giovane informatico, mentre il rancore e l’ira iniziavano a farsi strada. Ingoiò come sempre quelle inaccettabili emozioni come un amarissimo rospo. Ebbe all’improvviso la necessità impellente di farsi un altro tiro di coca, per evitare di sentirsi totalmente sopraffatto da quei fantasmi che lo tormentavano. Per un istante, gli si palesò dinanzi il ricordo di suo padre, quando, ancora bambino, lo metteva in competizione con suo fratello nei tornei di tennis, quel padre assente, imprenditore famelico e vorace, una sorta di Crono, divoratore dei suoi stessi figli e della loro personalità, che al contempo non aveva mai insegnato loro il senso del limite e il saper accettare un rifiuto e gli aveva imposto di rimuovere qualsiasi tipo di sentimento nei confronti di chiunque, pur di far carriera. Provò per un istante una rabbia atroce che gli scuoteva le membra, che quasi rasentava una volontà patricida. Le mani gli tremavano e gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Fu a quel punto che decise di correre in bagno, dove aprì l’antina dell’armadietto, da cui estrasse un sacchetto pieno di polvere bianca, forse la sua unica vera amica. Così, ne versò una manciata sul lavandino, prese una banconota da dieci euro arrotolata e fece quello che doveva fare.

Si sentì un po’ meglio, quelle orribili sensazioni si erano attenuate.

Ma anche quella sera, lui e sua moglie non avrebbero fatto l’amore. E i suoi figli si sarebbero addormentati senza la sua buonanotte.

Il giorno dopo, tutto sarebbe ricominciato come sempre.

La Corrispondenza di Toninelli

Danilo Toninelli entrò nel suo studio e si accomodò alla sua scrivania per il controllo della posta elettronica, come era sua consuetudine serale. Nonostante non fosse più ministro, riceveva ancora una nutrita corrispondenza, in sporadici casi costituita da ammiratori e ammiratrici che si congratulavano con lui per il lavoro svolto a capo delle infrastrutture e dei trasporti nazionali, nel corso del primo governo Conte. In particolare, era rimasto gradevolmente colpito da una missiva ricevuta da un’elettrice del Movimento Cinque Stelle, la quale, oltre a sperticarsi in elogi, aveva allegato la fotografia del suo organo riproduttivo in primo piano. L’ex-ministro, libero da impegni, ebbe finalmente modo di concedersi un momento per risponderle, in tutta calma:

“Gentile elettrice,
con la presente ci tengo a ringraziarla sia per le sue parole, che mi fanno sicuramente un gran bene, che per la graditissima immagine in allegato.

A titolo di conferma, vorrei solo porle un quesito in merito, se me lo consente: è dunque così che è fatta, la fica?

In attesa di un cortese riscontro.

Cordiali saluti

Sen. Danilo Toninelli”

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 4

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 3)

Quella lunghissima doccia era terminata. E, a suo modo, sotto l’acqua calda, aveva pianto. Tre, forse quattro fiotti di lacrime dense, calde, candide come la neve, lanciate contro il cristallo della cabina, che gli avevano procurato un piacere spento, scialbo, a cui aveva fatto seguito, immediatamente, il solito senso di colpa, che gli mandava un messaggio chiaro, ma che lui ancora non era in grado di interpretare: stava sprecando la sua vita.

Uscì dalla cabina, ritrovandosi nell’ampio bagno, saturo di condensa, afferrò un grigio accappatoio che si trovava appeso al gancio adiacente al box doccia e lo indossò. La sua tardiva erezione si stava ormai spegnendo. Infilò un paio di ciabatte di spugna e si avviò verso il soggiorno.

Si avvicinò a un grande tavolo bianco che si trovava al centro della sala, sul quale aveva lasciato lo smartphone. Oltre alle migliaia di notifiche che gli giungevano come sempre da Facebook, alle quali ormai era del tutto assuefatto, trovò una ventina di chiamate perse. Afferrò il telefono e iniziò a scorrerne la lista, nella speranza che la sua donna lo avesse richiamato, ma non trovò quello che forse desiderava di più in quel momento. Sentì un profondo senso di amarezza, che fece nuovamente capolino sotto forma di quell’insopportabile nodo in gola, incapace di tramutarsi in un pianto vero. Continuò apaticamente a scorrere l’elenco delle telefonate ricevute, finché non ne trovò una di Vittorio Sgarbi. Temporeggiò un attimo, non si sentiva esattamente dell’umore giusto per contattarlo e, dopo averci pensato su per un minuto buono, decise comunque di sapere cosa avesse spinto il noto critico d’arte a telefonargli. Pigiò con l’indice sul suo nome, avviando la telefonata. Dopo un paio di squilli, Sgarbi rispose:

– Capra nana!

– Torzolo! – fece in risposta Scanzi, ritornando a recitare il suo ruolo in commedia, pur sentendosi senza forze. L’orgasmo di qualche minuto prima aveva vagamente anestetizzato il senso di morte che provava prima della doccia, ma ciò nonostante, si sentiva fiacco e completamente svuotato, percepiva marciume nelle sue budella. Ritrovando un barlume di energia, replicò subito piccato: – Ancora con questa storia della capra nana, Vittorio? Ma lo sai bene anche tu che sono alto un metro e ottantotto centimetri, dai! 

– Lo so bene, dai, stavo scherzando Andrea! – rispose Sgarbi, con fare insolitamente educato e paternalistico, aggiungendo poi, comprensivo: – Mi spiace che tu ci sia rimasto male…

– Stai tranquillo, Vittorio, sono solo molto stanco, credimi. Se posso parlarti con sincerità, tutto questo teatrino a volte mi fa sentire sotto pressione. Un milione e settecentomila follower su Facebook non sono uno scherzo da gestire. Non mi sento sempre all’altezza. 

– Sai qual è il tuo problema, amico mio, se posso darti un consiglio, da persona con più esperienza? Per quanto tu sia pungente nei tuoi interventi, a volte sei un po’, lascia che te lo dica, “impostato”, poco spontaneo. Si vede che manca autenticità nei tuoi video. Certo, buona parte degli utenti abbocca, del resto sono delle zucche vuote, ignoranti come capre, però posso capire che mostrarsi sempre impeccabile ti faccia sentire, in qualche modo, in gabbia. Nel mio caso, me la passo molto meglio e lo hai fatto notare anche tu, in maniera molto intelligente e mordace, nel tuo ultimo video su Facebook contro di me: posso fare sfuriate, perdere le staffe, per farla breve, lasciare che il mio spirito dionisiaco prenda completamente il sopravvento, posso persino non lavarmi i capelli e i denti: non mi dirà mai nulla nessuno. Lo sanno come sono fatto e me le perdonano tutte. Posso permettermi qualsiasi tipo di bassezza, compreso farmi riprendere in televisione, nudo, mentre sto cagando, cosa che tra l’altro ho fatto qualche tempo fa, e lo sai benissimo. Io sono un uomo libero, caro il mio Scanzi. Prova a farla tu, una cosa del genere Andrea. Prova, un giorno, a fare una diretta Facebook, mentre ti stai facendo una sega, magari sotto la doccia, con quelle merde di Pink Floyd in sottofondo. Chissà, magari te ne sei fatta una poco fa. Bene, sappi che ti prenderebbero tutti per matto, caro mio. In un istante, tutta la tua reputazione, il tuo perfezionismo ostentato, che altro non è che un chiaro sintomo di fragilità e di inferiorità, andrebbe a farsi benedire. Io, invece, carissimo Andrea, ho fatto da subito una scelta: ho deciso di scoparmelo e di sposarlo, il mio lato oscuro. Ci vado a letto tutte le notti con lui, e, guarda un po’, dormo come un bambino. E tutto sommato, credimi Andrea, sono una persona felice. Tu dici che buona parte di quei coglioni che mi seguono lo facciano per prendermi per il culo? E’ probabile, anzi, ne sono certo anch’io. Ma credimi, Scanzetto: alla mia età non ha alcuna importanza, non devo dimostrare nulla a nessuno e, se posso aggiungere una cosa, non aveva importanza neppure in passato, quando avevo la tua età. Ho studiato, ho letto tanto. Questo mi ha permesso di conoscere l’essenza dell’essere umano, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature, che sono fondamentalmente anche le mie, ci mancherebbe altro. Credimi, lo dico perché lo penso davvero, al contrario di te, che lo dici perché te ne vuoi convincere: i miei insulti e le mie sfuriate sono solo parte di un personaggio televisivo che mi sono creato. Anzi, già che siamo qua, ne approfitto per scusarmi se posso averti ferito qualche volta, nei miei interventi. Adesso chi ti parla è uno Sgarbi diverso, forse lo Sgarbi più autentico, uno Sgarbi che sa anche amare e che, comunque, nutre nei tuoi confronti la stima che può avere un padre nei confronti di un figlio intelligente, ma un po’ discolo, uno di quei ragazzi un po’ irrequieti che vuole farsi notare a tutti i costi dagli adulti.

Scanzi lo ascoltò per la prima volta in vita sua con attenzione, forse il professore non aveva tutti i torti e, stranamente, sentiva che aveva toccato i tasti giusti. In ogni caso, stupito della benevolenza e della disponibilità mostrata dal critico d’arte, ne approfittò per chiarirsi un attimo con quest’ultimo:

– Senti Vittorio, oggi non sto benissimo e, permettimi di parlarti con il cuore in mano. Ti dico la verità, quando mi hai dato dello iettatore e del leccaculo dei Cinque Stelle ci sono rimasto molto male. Considera che io ci credo davvero al loro progetto di democrazia diretta e credo che Gianroberto Casaleggio fosse davvero un visionario. Con molti di loro sono amico e quindi… – gli si ruppe la voce, forse Sgarbi stava riuscendo a farlo piangere finalmente, quella conversazione stava avendo un effetto catartico sul giornalista. – Vittorio – continuò singhiozzando – ti scongiuro, non distruggere i miei sogni, non farmi credere che non esista un mondo migliore. Beppe Grillo ci ha donato una speranza, la possibilità di una politica nuova, trasparente, onesta, la speranza di un’Italia più giusta…

– Mi dispiace davvero, Andrea, anzi, mi fa piacere che tu me l’abbia detto. Scusami, te lo dico con il cuore! – Sgarbi, nel privato, sembrava assai diverso rispetto al personaggio televisivo.

– Ti abbraccerei se fossi qui, Vittorio! – fece Scanzi ormai totalmente preda delle sue lacrime, che scendevano salate dai suoi occhi azzurri e gli rigavano il volto. – Mi consideri ancora il tuo erede? 

– Ma certo Andrea! Sei come un figlio per me! Purtroppo, però, lo stai capendo anche tu che ci tocca fare questo, insultarci, mandarci a cagare, fingere di essere nemici. E sai perché lo facciamo? Per continuare a esistere, per sentirci vivi, per esorcizzare, fondamentalmente, la paura della morte. Tu sei sulla soglia dei cinquanta ormai. E’ questo che ti angoscia. Non prenderla così, dai! 

– Certo Vittorio, certo… – Scanzi si era finalmente sfogato, era riuscito a manifestare i suoi reali sentimenti. Si sentiva più leggero. 

– Ascoltami, Andrea – continuò Sgarbi – te lo dico con molta franchezza: non ho nessuna voglia di sfidarti a Mediaset. Sono un uomo stanco anch’io, ho una certa età e il medico mi ha consigliato di riposarmi un po’. Se sei d’accordo lascerei perdere, cosa ne dici?

– Sì, Vittorio, stavo giusto per dirti questo, è un periodaccio. Ieri sera, ho avuto un violento litigio con la mia compagna. Ho provato a contattarla, ma mi ha bloccato su Whatsapp. Non è che potresti provare a sentirla?

– Va bene, Andrea, ti faccio sapere se so qualcosa e ti richiamo! Adesso ti saluto, ho un po’ di cose da fare. Ciao, capra nana! – fece affettuosamente.

– Ciao, Vittorio, grazie di tutto! – Scanzi si congedò e chiuse la chiamata.

Sgarbi fece altrettanto. A quel punto, posò con cura lo smartphone sul mobile dinanzi al letto matrimoniale, puntandovi lo schermo con estrema precisione e, subito dopo, avviò la registrazione di un video. Si voltò. Ad attenderlo lì, c’era la compagna di Scanzi, la quale giaceva indossando unicamente un baby doll bianco, che contrastava magnificamente con la sua carnagione olivastra. Squadrava il critico d’arte con voluttà, mentre teneva appoggiati l’indice e il medio della mano destra sulle labbra.

– Avvicinati, Professore…- proferì lei, con sguardo sornione e suadente.

Sgarbi, mantenendo un’espressione seria, come se stesse pensando ad altro, si liberò degli occhiali, li appoggiò accanto allo smartphone e, dopodiché, si pettinò come consuetudine il ciuffo di capelli bianco con un singolo gesto della mano destra. L’ex-sindaco di Salemi si trovava già squallidamente nudo, mostrando il suo vecchio corpo flaccido di cui andava comunque fiero, esibendo una pancia prominente e un mediocre e turgido pene. Si avvicinò al letto lentamente e vi salì sopra con estrema calma, ponendosi poi nella posizione del missionario dinanzi alla donna di Scanzi, guardandola severamente nei suoi grandi occhi scuri. Anche lei lo guardava, con intenso desiderio, un desiderio rancoroso che sapeva di vendetta. Si sentiva pronta finalmente a congiungersi carnalmente con il critico d’arte.

– Grazie, Vittorio, per esserti lavato almeno i denti stavolta… – fece lei – adesso ci divertiamo un po’, e, quando abbiamo finito, manda pure questo bel filmato a quella grandissima testa di cazzo…

Terminata quella frase, si guardarono ancora per pochi secondi negli occhi e, a quel punto, si affondarono reciprocamente le lingue in bocca.