La Corrispondenza di Toninelli

Danilo Toninelli entrò nel suo studio e si accomodò alla sua scrivania per il controllo della posta elettronica, come era sua consuetudine serale. Nonostante non fosse più ministro, riceveva ancora una nutrita corrispondenza, in sporadici casi costituita da ammiratori e ammiratrici che si congratulavano con lui per il lavoro svolto a capo delle infrastrutture e dei trasporti nazionali, nel corso del primo governo Conte. In particolare, era rimasto gradevolmente colpito da una missiva ricevuta da un’elettrice del Movimento Cinque Stelle, la quale, oltre a sperticarsi in elogi, aveva allegato la fotografia del suo organo riproduttivo in primo piano. L’ex-ministro, libero da impegni, ebbe finalmente modo di concedersi un momento per risponderle, in tutta calma:

“Gentile elettrice,
con la presente ci tengo a ringraziarla sia per le sue parole, che mi fanno sicuramente un gran bene, che per la graditissima immagine in allegato.

A titolo di conferma, vorrei solo porle un quesito in merito, se me lo consente: è dunque così che è fatta, la fica?

In attesa di un cortese riscontro.

Cordiali saluti

Sen. Danilo Toninelli”

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Buongiornissimo!!! Caffè? – fece Davide a Guglielmo, porgendogli un bicchiere americano fumante, con entusiasmo irritante e provocatorio, prendendosi gioco di lui per l’età e per il suo ormai incipiente pensionamento. Si trovavano sotto un diluvio imponente e il più giovane se ne stava lì, porgendogli quel recipiente caldo con un sorriso strafottente sul volto, intanto che Guglielmo cercava concentrato un paio di torce dal bagagliaio dell’auto. – No – rispose distrattamente e freddamente il collega, indaffarato e pensieroso com’era. Chiuse il bagagliaio, passò una delle due torce al giovane compagno di lavoro e si allontanarono entrambi dall’auto, a piedi sotto l’acqua scrosciante.

Davide, milanese da generazioni, era giovane, di bella presenza, entusiasta e ambizioso, a dispetto di Guglielmo, per gli amici Zelmo. Uomo di colore, più attempato ed esperto, sia della sua professione che delle cosiddette cose della vita; nei suoi occhi, la rassegnazione e la disillusione di chi ne ha viste tante.

– Ascolta – fece Davide a Zelmo, mentre camminavano sotto il violento acquazzone. – Sai che parli benissimo in italiano, nonostante le tue evidenti origini afroamericane? Ti ha mai detto nessuno che sei identico a…

– …a Morgan Freeman, porca troia! Finitela con questa storia ragazzi! Sono anni che me lo sento dire! Sono italiano, di origini emiliane, ok? Mio padre è di Rubiera, mentre mia madre era francese, nata da genitori algerini, per quello sono nero, ecco svelato l’arcano!

– Eh la Madonna, che permaloso che sei, Zelmo! Me lo avevano detto i tuoi colleghi di dipartimento che la cosa ti faceva incazzare, volevo prenderti un po’ in giro.

Zelmo sorvolò, preso com’era dai suoi pensieri. Aveva quasi sessantacinque anni ormai, non c’era più tempo per perdere le staffe per certe fesserie.

Entrarono nel condominio, un palazzo di sette piani, in una delle periferie più degradate e squallide di Milano. L’ascensore era rotto, probabilmente era stato manomesso. Fecero quindi pazientemente le scale a piedi, erano abituati a farlo, per cui la cosa non pesava loro particolarmente.

Raggiunsero l’ultimo piano, tutti e due con un leggero affanno. La porta d’ingresso dell’appartamento era aperta. Zelmo la spinse lievemente per aprirla del tutto ed entrambi i poliziotti penetrarono all’interno dell’abitazione. Le luci erano spente, la casa era fiocamente illuminata da quel poco di luce diurna restante, resa grigia dalle dense nuvole scure dovute al temporale che si stava abbattendo all’esterno. Accesero le torce per migliorare la visibilità nella dimora e infilarono dei guanti sterili, mentre procedevano nell’ingresso.

Diedero un’occhiata in giro. Nell’aria, uno sgradevole odore di cibo e di chiuso. Le finestre erano rimaste serrate per tre giorni e non era stato fatto nessun ricambio dell’aria. Seguirono il breve corridoio, fino a quando non entrarono nell’ampio soggiorno, al centro del quale vi era l’enorme tavolo da pranzo. Sulla parete a sinistra, qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali, in milanese, A laurà, terùn. A capotavola, un corpo esanime sedeva, legato mani e piedi, con il volto riverso in un ormai tiepido piatto di parmigiana di melanzane.

Davide si avvicinò alla parete, passò il dito indice su quella scritta offensiva nei riguardi del Mezzogiorno, ne avvicinò la punta al naso per sentirne l’odore e, subito dopo, se la portò tra le labbra, succhiandola leggermente. Con aria investigativa, si passò brevemente la lingua sulle labbra, per percepirne il sapore e, a quel punto, affermò:

– Questo è ragù, Zelmo, ragù pippiato

Zelmo rimase impassibile, benché dentro, per un istante, avvertì il sangue rapprendersi nelle vene, come sovente accadeva quando guardava negli occhi l’ambiguità, toccava con mano l’ignoto, respirava a pieni polmoni l’enigmatico.

Davide proseguì: – Questo qui minimo è morto d’infarto, sarà sicuramente un terrone! – fece il giovane meneghino sarcastico, sorridendo e ostentando sicumera. A dire il vero, era solito abusare del suo cinismo, il cinismo di facciata tipico dell’investigatore di primo pelo, mentre, al contrario, cercava di reprimere il profondo turbamento che provava tutte le volte che si trovava dinanzi a un corpo esanime. Gli tornò per un momento alla mente il suo primo caso, un bambino assassinato, in Valle d’Aosta. Quella volta, quando si trovò dinanzi al corpicino privo di vita di quel fanciullo, nonostante un’esibita noncuranza, provò la medesima sensazione d’una pugnalata al cuore e, terminata la visita di ricognizione, si allontanò dai suoi colleghi per rinchiudersi in auto, dove ebbe un attacco di panico, a cui fece seguito una lunga vomitata.

– Vuoi stare zitto, per cortesia? – replicò Zelmo con severità. Davide, distolto repentinamente da quelle dolenti rimembranze, lo guardò e il suo sorriso falso si spense istantaneamente, lasciando sul suo giovane volto un’autentica espressione di dolore. In verità, si comportava da pagliaccio anche nel tentativo di compiacere il suo collega più anziano che, per quanto trattasse con strafottenza, sentiva come un mentore, come un secondo padre.

Zelmo analizzò attentamente quel corpaccione meridionale, con la testa affondata in quel cuscino di melanzane ormai fredde, avvicinandone la torcia alla nuca, ove ebbe modo di notare un ematoma circolare.

– Qualcuno gli ha tenuto una pistola puntata per chissà quanto tempo…- fece Zelmo.

– Cristo Santo – fece Davide – hai visto quanti piatti sporchi ci sono sul tavolo? Me lo dicevi tu che questa è una casa popolata da terroni fuori sede vero?

– Sì, Davide, è un gruppo di studenti meridionali fuori corso. Hanno più di trent’anni e i genitori continuano a mantenerli agli studi. Pare che qui dentro ci viva solo un milanese, un certo Massimo, detto Ricky, non è ben chiaro cosa ci faccia in mezzo a questa manica di lavativi lazzaroni.

– E questo coglione come mai si trova legato con la faccia immersa in un piatto di parmigiana? – fece Davide.

– Da’ un’occhiata sotto il tavolo, gentilmente…- fece Zelmo educatamente, di rimando, sperando che il buon esempio limitasse il suo linguaggio scurrile.

Davide si chinò sui talloni, sollevò la tovaglia con la mano sinistra mentre con la destra torcia alla mano, faceva luce nella penombra. Notò la presenza di un secchio. Avvicinò il viso a quel recipiente per visionarne il contenuto, ma dovette allontanarsi di colpo: un fetore mefitico e nauseabondo era penetrato violentemente nelle sue narici. Si alzò di colpo in piedi, portando il gomito su naso e bocca, tossendo e trattenendo a stento i conati di vomito:

– Cristo di un Dio! Che schifo, cazzo! – fece Davide, mentre sentiva risalire in gola il caffè di poc’anzi.

– Che roba c’è la dentro? – chiese Zelmo.

– Cazzo ne so, Zelmo. C’è odore di vomito, merda e piscio.

– C’erano anche tracce di ragù?

– Che cazzo di domanda è, stupido? Vuoi accomodarti e dare un’occhiata anche tu? Favorisca, prego… – fece Davide, caustico.

Zelmo alzò gli occhi al cielo, conservando la pazienza tipica della senilità. Continuò, con la torcia, a perlustrare il corpaccione rigonfio di cibo di Pasqui, mentre finalmente si decise a toccarlo. Posò una mano sulla sua spalla, rimanendo per un istante stupito, finché non proferì:

– E’ ancora caldo…

– Vuoi dire che questo stronzo di un terrone è ancora vivo?

Di colpo, s’udì nell’aria il suono irritante della Tarantella del Ciutaglione. Era la suoneria di Pasqui, il quale, improvvisamente, alzò la testa dal piatto di parmigiana, facendo un respirone profondo, inalando con feroce fame d’ossigeno tutta l’aria che gli era mancata fino a quel momento. I due poliziotti, balzarono all’indietro, mettendo mano alle loro fondine. Ripresi i sensi di colpo, Pasqui emise un sonoro scorreggione, a cui fece seguito una scarica di diarrea che gli riempì le mutande di merda. A quel punto, si liberò le mani dalle corde, riprese il secchio sotto il tavolo e vi vomitò dentro, mentre i due poliziotti lo guardavano inorriditi e basiti. Subito dopo, afferrò il cellulare, che nel frattempo aveva continuato a squillare, riempiendo l’ambiente circostante di quel fastidiosissimo motivetto.

– Oh, è mia madre! Meh, signori, fatemi rispondere! – fece Pasqui con il suo fastidiosissimo e posticcio accento barese, rientrando nella sua parte come se nulla fosse accaduto.

– Oh, Ma’. Vedi che qua mi sono mangiato tutto. Sì, sì, tutto a posto. No, Ricky non c’è, si è offeso per qualche cosa, non ho capito bene. Sì, ma tanto poi gli passa, da mo che lo conosco a quello là. Senti Ma’, qua vedi che i pacchi da giù sono finiti, devi mandare qualcos’altro. Eh sì, oggi pomeriggio studio, Ma’. Eh sì, ho capito che c’ho trent’anni, che non mi sono ancora laureato, ma mo l’adolescenza dura molto di più. Ai tuoi tempi vi sposavate a diciott’anni, consentimi di dire che le cose sono cambiate. Sì, Ma’, non ti preoccupare. Sto bene, forse ho mangiato troppo, infatti c’ho un po’ di mal di stomaco, ho avuto un po’ di diarrea. Sì, sì, non ti preoccupare. Mo mi prendo una pastiglietta di Dissenten e sto a posto. Sì, sì. Meh, fammi andare Ma’. Anch’io ti voglio bene. Ciao, un bacione, Ma’.

I due poliziotti si guardarono attoniti, mentre Pasqui, chiusa la chiamata, li osservò con un sorriso ebete e compiaciuto che gli allargava i radi baffi neri, socchiudendo al contempo gli occhi alla sua maniera. Aveva il mento, la fronte e le gote cremisi, insozzate dal sugo della parmigiana. Non era affatto colpito da quelle presenze estranee in casa.

– Oh, signori – fece Pasqui in maniera invadente – volete favorire? Meh, accomodatevi, vi faccio un caffè. Vi faccio assaggiare un po’ dell’ospitalità meridionale, che voi qua al nord dite sempre che noi siamo terroni, che non ci abbiamo voglia di lavorare. Meh, sedetevi, dove c’è da mangiare per uno, c’è da mangiare per cento. Favorite! Tanto mia madre mo mi manda altri pacchi da giù!

I due poliziotti rimasero in piedi, silenti. Per la prima volta, percepirono di sentirsi affini, complici, di condividere un sentimento, nonostante la differenza d’età e di vedute. Forse. in quel momento, era nata un’amicizia. Qualcosa finalmente li accomunava, li faceva sentire parte di un ideale comune, di una scala di valori condivisa.

Si lanciarono un’occhiata di intesa e fu quello il momento: estrassero entrambi le pistole dalle fondine e le puntarono direttamente verso i testicoli di Pasqui.

Davide si voltò verso il collega, tenendo il braccio destro teso e diretto verso le gonadi del finto barese: – Zelmo, come giustifichiamo la cosa con il capo?

Zelmo, in risposta, guardò il giovane compagno con la coda dell’occhio: – Diremo che alla fine della scorpacciata, il suo torturatore ha voluto porre fine alle sue sofferenze e ha giudicato costui indegno di generar prole.

– Che classe, Zelmo, che classe… – fece in risposta Davide, sentendo un nodo in gola per l’entusiasmo.

Pasqui era lì, che osservava le due canne delle pistole rivolte verso il suo organo riproduttivo. Il suo sorriso si era tramutato in una smorfia di stupore, una muta domanda, dalla quale traspariva finalmente una sincera preoccupazione.

– Signori, meh? Non vi accomodate? – fece Pasqui, con voce tremante, ben sapendo che, con buona probabilità, quelle sarebbero state le ultime parole pronunciate con un timbro vocale postpuberale.

 

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 4

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 3)

Quella lunghissima doccia era terminata. E, a suo modo, sotto l’acqua calda, aveva pianto. Tre, forse quattro fiotti di lacrime dense, calde, candide come la neve, lanciate contro il cristallo della cabina, che gli avevano procurato un piacere spento, scialbo, a cui aveva fatto seguito, immediatamente, il solito senso di colpa, che gli mandava un messaggio chiaro, ma che lui ancora non era in grado di interpretare: stava sprecando la sua vita.

Uscì dalla cabina, ritrovandosi nell’ampio bagno, saturo di condensa, afferrò un grigio accappatoio che si trovava appeso al gancio adiacente al box doccia e lo indossò. La sua tardiva erezione si stava ormai spegnendo. Infilò un paio di ciabatte di spugna e si avviò verso il soggiorno.

Si avvicinò a un grande tavolo bianco che si trovava al centro della sala, sul quale aveva lasciato lo smartphone. Oltre alle migliaia di notifiche che gli giungevano come sempre da Facebook, alle quali ormai era del tutto assuefatto, trovò una ventina di chiamate perse. Afferrò il telefono e iniziò a scorrerne la lista, nella speranza che la sua donna lo avesse richiamato, ma non trovò quello che forse desiderava di più in quel momento. Sentì un profondo senso di amarezza, che fece nuovamente capolino sotto forma di quell’insopportabile nodo in gola, incapace di tramutarsi in un pianto vero. Continuò apaticamente a scorrere l’elenco delle telefonate ricevute, finché non ne trovò una di Vittorio Sgarbi. Temporeggiò un attimo, non si sentiva esattamente dell’umore giusto per contattarlo e, dopo averci pensato su per un minuto buono, decise comunque di sapere cosa avesse spinto il noto critico d’arte a telefonargli. Pigiò con l’indice sul suo nome, avviando la telefonata. Dopo un paio di squilli, Sgarbi rispose:

– Capra nana!

– Torzolo! – fece in risposta Scanzi, ritornando a recitare il suo ruolo in commedia, pur sentendosi senza forze. L’orgasmo di qualche minuto prima aveva vagamente anestetizzato il senso di morte che provava prima della doccia, ma ciò nonostante, si sentiva fiacco e completamente svuotato, percepiva marciume nelle sue budella. Ritrovando un barlume di energia, replicò subito piccato: – Ancora con questa storia della capra nana, Vittorio? Ma lo sai bene anche tu che sono alto un metro e ottantotto centimetri, dai! 

– Lo so bene, dai, stavo scherzando Andrea! – rispose Sgarbi, con fare insolitamente educato e paternalistico, aggiungendo poi, comprensivo: – Mi spiace che tu ci sia rimasto male…

– Stai tranquillo, Vittorio, sono solo molto stanco, credimi. Se posso parlarti con sincerità, tutto questo teatrino a volte mi fa sentire sotto pressione. Un milione e settecentomila follower su Facebook non sono uno scherzo da gestire. Non mi sento sempre all’altezza. 

– Sai qual è il tuo problema, amico mio, se posso darti un consiglio, da persona con più esperienza? Per quanto tu sia pungente nei tuoi interventi, a volte sei un po’, lascia che te lo dica, “impostato”, poco spontaneo. Si vede che manca autenticità nei tuoi video. Certo, buona parte degli utenti abbocca, del resto sono delle zucche vuote, ignoranti come capre, però posso capire che mostrarsi sempre impeccabile ti faccia sentire, in qualche modo, in gabbia. Nel mio caso, me la passo molto meglio e lo hai fatto notare anche tu, in maniera molto intelligente e mordace, nel tuo ultimo video su Facebook contro di me: posso fare sfuriate, perdere le staffe, per farla breve, lasciare che il mio spirito dionisiaco prenda completamente il sopravvento, posso persino non lavarmi i capelli e i denti: non mi dirà mai nulla nessuno. Lo sanno come sono fatto e me le perdonano tutte. Posso permettermi qualsiasi tipo di bassezza, compreso farmi riprendere in televisione, nudo, mentre sto cagando, cosa che tra l’altro ho fatto qualche tempo fa, e lo sai benissimo. Io sono un uomo libero, caro il mio Scanzi. Prova a farla tu, una cosa del genere Andrea. Prova, un giorno, a fare una diretta Facebook, mentre ti stai facendo una sega, magari sotto la doccia, con quelle merde di Pink Floyd in sottofondo. Chissà, magari te ne sei fatta una poco fa. Bene, sappi che ti prenderebbero tutti per matto, caro mio. In un istante, tutta la tua reputazione, il tuo perfezionismo ostentato, che altro non è che un chiaro sintomo di fragilità e di inferiorità, andrebbe a farsi benedire. Io, invece, carissimo Andrea, ho fatto da subito una scelta: ho deciso di scoparmelo e di sposarlo, il mio lato oscuro. Ci vado a letto tutte le notti con lui, e, guarda un po’, dormo come un bambino. E tutto sommato, credimi Andrea, sono una persona felice. Tu dici che buona parte di quei coglioni che mi seguono lo facciano per prendermi per il culo? E’ probabile, anzi, ne sono certo anch’io. Ma credimi, Scanzetto: alla mia età non ha alcuna importanza, non devo dimostrare nulla a nessuno e, se posso aggiungere una cosa, non aveva importanza neppure in passato, quando avevo la tua età. Ho studiato, ho letto tanto. Questo mi ha permesso di conoscere l’essenza dell’essere umano, le sue contraddizioni, le sue sfaccettature, che sono fondamentalmente anche le mie, ci mancherebbe altro. Credimi, lo dico perché lo penso davvero, al contrario di te, che lo dici perché te ne vuoi convincere: i miei insulti e le mie sfuriate sono solo parte di un personaggio televisivo che mi sono creato. Anzi, già che siamo qua, ne approfitto per scusarmi se posso averti ferito qualche volta, nei miei interventi. Adesso chi ti parla è uno Sgarbi diverso, forse lo Sgarbi più autentico, uno Sgarbi che sa anche amare e che, comunque, nutre nei tuoi confronti la stima che può avere un padre nei confronti di un figlio intelligente, ma un po’ discolo, uno di quei ragazzi un po’ irrequieti che vuole farsi notare a tutti i costi dagli adulti.

Scanzi lo ascoltò per la prima volta in vita sua con attenzione, forse il professore non aveva tutti i torti e, stranamente, sentiva che aveva toccato i tasti giusti. In ogni caso, stupito della benevolenza e della disponibilità mostrata dal critico d’arte, ne approfittò per chiarirsi un attimo con quest’ultimo:

– Senti Vittorio, oggi non sto benissimo e, permettimi di parlarti con il cuore in mano. Ti dico la verità, quando mi hai dato dello iettatore e del leccaculo dei Cinque Stelle ci sono rimasto molto male. Considera che io ci credo davvero al loro progetto di democrazia diretta e credo che Gianroberto Casaleggio fosse davvero un visionario. Con molti di loro sono amico e quindi… – gli si ruppe la voce, forse Sgarbi stava riuscendo a farlo piangere finalmente, quella conversazione stava avendo un effetto catartico sul giornalista. – Vittorio – continuò singhiozzando – ti scongiuro, non distruggere i miei sogni, non farmi credere che non esista un mondo migliore. Beppe Grillo ci ha donato una speranza, la possibilità di una politica nuova, trasparente, onesta, la speranza di un’Italia più giusta…

– Mi dispiace davvero, Andrea, anzi, mi fa piacere che tu me l’abbia detto. Scusami, te lo dico con il cuore! – Sgarbi, nel privato, sembrava assai diverso rispetto al personaggio televisivo.

– Ti abbraccerei se fossi qui, Vittorio! – fece Scanzi ormai totalmente preda delle sue lacrime, che scendevano salate dai suoi occhi azzurri e gli rigavano il volto. – Mi consideri ancora il tuo erede? 

– Ma certo Andrea! Sei come un figlio per me! Purtroppo, però, lo stai capendo anche tu che ci tocca fare questo, insultarci, mandarci a cagare, fingere di essere nemici. E sai perché lo facciamo? Per continuare a esistere, per sentirci vivi, per esorcizzare, fondamentalmente, la paura della morte. Tu sei sulla soglia dei cinquanta ormai. E’ questo che ti angoscia. Non prenderla così, dai! 

– Certo Vittorio, certo… – Scanzi si era finalmente sfogato, era riuscito a manifestare i suoi reali sentimenti. Si sentiva più leggero. 

– Ascoltami, Andrea – continuò Sgarbi – te lo dico con molta franchezza: non ho nessuna voglia di sfidarti a Mediaset. Sono un uomo stanco anch’io, ho una certa età e il medico mi ha consigliato di riposarmi un po’. Se sei d’accordo lascerei perdere, cosa ne dici?

– Sì, Vittorio, stavo giusto per dirti questo, è un periodaccio. Ieri sera, ho avuto un violento litigio con la mia compagna. Ho provato a contattarla, ma mi ha bloccato su Whatsapp. Non è che potresti provare a sentirla?

– Va bene, Andrea, ti faccio sapere se so qualcosa e ti richiamo! Adesso ti saluto, ho un po’ di cose da fare. Ciao, capra nana! – fece affettuosamente.

– Ciao, Vittorio, grazie di tutto! – Scanzi si congedò e chiuse la chiamata.

Sgarbi fece altrettanto. A quel punto, posò con cura lo smartphone sul mobile dinanzi al letto matrimoniale, puntandovi lo schermo con estrema precisione e, subito dopo, avviò la registrazione di un video. Si voltò. Ad attenderlo lì, c’era la compagna di Scanzi, la quale giaceva indossando unicamente un baby doll bianco, che contrastava magnificamente con la sua carnagione olivastra. Squadrava il critico d’arte con voluttà, mentre teneva appoggiati l’indice e il medio della mano destra sulle labbra.

– Avvicinati, Professore…- proferì lei, con sguardo sornione e suadente.

Sgarbi, mantenendo un’espressione seria, come se stesse pensando ad altro, si liberò degli occhiali, li appoggiò accanto allo smartphone e, dopodiché, si pettinò come consuetudine il ciuffo di capelli bianco con un singolo gesto della mano destra. L’ex-sindaco di Salemi si trovava già squallidamente nudo, mostrando il suo vecchio corpo flaccido di cui andava comunque fiero, esibendo una pancia prominente e un mediocre e turgido pene. Si avvicinò al letto lentamente e vi salì sopra con estrema calma, ponendosi poi nella posizione del missionario dinanzi alla donna di Scanzi, guardandola severamente nei suoi grandi occhi scuri. Anche lei lo guardava, con intenso desiderio, un desiderio rancoroso che sapeva di vendetta. Si sentiva pronta finalmente a congiungersi carnalmente con il critico d’arte.

– Grazie, Vittorio, per esserti lavato almeno i denti stavolta… – fece lei – adesso ci divertiamo un po’, e, quando abbiamo finito, manda pure questo bel filmato a quella grandissima testa di cazzo…

Terminata quella frase, si guardarono ancora per pochi secondi negli occhi e, a quel punto, si affondarono reciprocamente le lingue in bocca.

 

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 3

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 2)

Andrea e la sua compagna si tenevano per mano, mentre percorrevano a passo lento il sentiero che costeggiava il fiume. Quel parco era enorme, sterminato. Non vi era anima viva a parte loro due. Nell’aria c’era un fresco gradevolissimo e un buon profumo di fiori, avevano finalmente trovato un polmone verde tutto per loro, lontano dall’inquinamento cittadino. Entrambi indossavano le mascherine sanitarie per via dell’emergenza Covid-19, ma ciò nonostante, non potevano nascondere i loro occhi, mentre si guardavano teneramente, felici. Sì, erano felici, profondamente, al settimo cielo: erano insieme, mano nella mano, dita intrecciate, mentre si trasmettevano calore e gioia. Lei, così minuta, rispetto al metro e ottantotto del giornalista aretino, la carnagione olivastra, a far da contrasto al di lui pallore. Lei, che lo guardava orgogliosa, comprensiva. Sapeva tutto di lui, sapeva che Andrea si comportava da ragazzino egocentrico per le sue fragilità, le sue ferite infantili, il suo rapporto conflittuale con i genitori, le prese in giro dei compagni di scuola, che gli avevano scatenato quel desiderio di rivalsa. Lei era comunque lì, non sarebbe mai andata via, sarebbe rimasta per sempre al suo fianco, aspettando pazientemente il momento in cui avrebbe messo da parte il suo narcisismo, la sua presunzione, per lasciarsi andare all’amore vero, al dono, alla generosità autentica. Anche lui la guardava, in quei grandi occhi castani, sentiva di amarla, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarsi andare, temeva che tutto quell’amore l’avrebbe soverchiato, che gli avrebbe fatto perdere il controllo e, in quel caso, avrebbe dovuto rinunciare per sempre al personaggio nevrotico e tronfio che aveva costruito faticosamente nel corso di quei lunghi anni.

D’un tratto, Andrea decise di concedersi un momento di spontaneità: cominciò a correre lungo il sentiero. Lei lo seguì a ruota, si tenevano ancora per mano e ridevano, ridevano pieni di vita, a crepapelle, mentre nel circondario si udivano solo ed esclusivamente i loro passi frettolosi sull’erba bagnata e le loro risate autentiche. Deviarono dal sentiero, nel prato, e corsero entrambi in direzione di una grande quercia, che si trovava in cima a una collinetta, dietro la quale si stagliava un tramonto spettacolare, finché non la raggiunsero e si fermarono, affannati. Si guardavano negli occhi mentre respiravano a fatica, con la schiena chinata in avanti e le mani sulle cosce. Tutto d’un tratto, Scanzi, recuperato un po’ di fiato, afferrò entrambe le mani di lei. Adesso si trovavano l’uno dinanzi all’altra, mentre si tuffavano reciprocamente negli occhi con profondo amore. Andrea seppe in quel momento che aveva una gran voglia di baciarla. Le lasciò le mani e le avvicinò al suo viso. Appoggiò le dita sul suo collo, lasciandole scivolare lentamente verso gli elastici della mascherina che circondavano le sue piccole orecchie,  allargò questi ultimi e la rimosse. E fu solo allora che l’espressione di Scanzi mutò repentinamente. L’amore che sentiva si tramutò immediatamente in paura, orrore, disperazione. Fece un balzo all’indietro, mentre realizzava che la sua compagna era priva del naso e della bocca.

– Cristo di Dio! No! No! Aiuto! Aiuto, cazzo!!! – Scanzi chiuse gli occhi e si buttò in ginocchio sul prato, con le mani sulla testa, mentre urlava, cercando di cacciar fuori ancora una volta quell’orribile sensazione di morte, finché non li riaprì, ritrovandosi improvvisamente seduto nel suo letto, nudo come un verme, bagnato fradicio di sudore, dalla testa ai piedi, affannato. Aveva avuto un incubo.

Erano le otto di mattina, si era probabilmente addormentato alle quattro, dopo aver continuato a ruminare, macerando come un dannato, su quella cilecca della sera prima. Improvvisamente, tutte le sensazioni di profonda angustia della notte precedente, al ricordo di quel per lui terribile evento, ripiombarono con la stessa violenza, con la medesima intensità, questa volta sotto forma di un’orribile morsa allo stomaco. Si rese conto, nel frattempo, di avere un’erezione in corso.

– E tu ti svegli solo adesso, stupido cazzone? – fece Scanzi con livore, rivolto al suo uccello.

Afferrò il cellulare, che era rimasto acceso tutta la notte sul comodino e aprì Whatsapp, ignorando le migliaia di notifiche che giungevano da Facebook, idolatrandolo. Decise che era il caso di mandare un messaggio alla sua donna e di scusarsi per averla cacciata malamente di casa la sera prima. Constatò, con amarezza, che quest’ultima aveva rimosso la foto profilo. Scanzi le inviò un messaggio con scritto “Hey…”, ma realizzò nuovamente che, dopo l’invio, un solo segno di spunta grigio era comparso sotto il testo. Era chiaro come il sole: lei lo aveva bloccato. Un grosso nodo gli si formò in gola, aveva una voglia disperata di piangere, ma non ne era capace. Erano anni che non piangeva. Inoltre, come avrebbe potuto farlo. Lui, Andrea Scanzi, piangere? Un uomo del suo valore, che negli anni era stato capace di “asfaltare” Maurizio Gasparri, Daniela Santanché, Alessandra Mussolini, Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini? Avrebbe fatto la figura della femminuccia. Eppure quel nodo in gola era una specie di palla da biliardo: lo straziava e lo faceva soffocare, gli mozzava letteralmente il fiato, percepiva concretamente di avere il respiro più corto.

A quel punto, si alzo di colpo dal letto, rabbioso e disperato, con gli occhi cisposi e pieni di crosticine e la bocca secca. Sentiva di avere l’alito pesantissimo. Corse in bagno, completamente nudo, con l’uccello in tiro, e decise che la cosa migliore da fare era buttarsi sotto la doccia. Entrò nel box, aprì l’acqua calda e la lasciò cadere sul suo corpo. Afferrò la sua normalissima e ordinaria cinciallegra toscana con la mano destra, dando dei colpetti ritmati in su e giù, seguendo, nella sua testa, il groove di “Another Brick in The Wall” dei Pink Floyd, mentre fantasticava su Selvaggia Lucarelli, con lo scopo di liberarsi di quell’erezione chimicamente indotta, nella vana speranza, inoltre, che quel breve momento di piacere solitario costituisse una sorta di anestetico per quel dolore emotivo devastante che lo stava perseguitando.

Eppure, ne era consapevole, per quanto ammetterlo con chiarezza a sé stesso sarebbe stato ancora più intollerabile: quell’anestesia sarebbe durata pochi secondi. Lui lo sapeva bene: in breve, quel tornado, quella violenta depressione, sarebbero tornati con incrementata intensità, una volta terminata quella squallidissima seduta masturbatoria.

(Continua…)

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 2

ScanziDiretta

(…Continua da qui – Parte 1)

Scanzi ebbe un sussulto. D’improvviso, il richiamo della sua donna fece sì che cominciasse a sentirsi inquieto, profondamente ansioso, nonostante l’abbondante dose di coca in circolo. Poco prima della diretta, nonostante la spocchia ostentata e l’ostentazione di maschia virilità avuta con i suoi sostenitori, aveva avuto in realtà una defaillance. Negli ultimi tempi, a onor del vero, non era la prima volta che la cosa gli capitava, ne aveva avute altre nei giorni precedenti. Diceva a sé stesso che erano cose che potevano succedere, ma, ciò nonostante, negli ultimi tempi, vista la frequenza di tali accadimenti, la cosa aveva iniziato a inquietarlo non poco.

– Arrivo, amore mio! Pazienta ancora dieci minuti! – replicò Andrea con voce alta e ferma, verso la camera da letto.

Tornò nel suo studio. Accese la luce, rimise mano al portafogli e, questa volta, dalla tasca portamonete, estrasse una minuscola chiave. Si avvicinò alla moderna scrivania bianca e la inserì nella serratura del primo cassetto in basso a destra, facendola scattare, afferrò il piccolo pomello e lo aprì. Il cassetto era pieno di fogli sparsi, graffette, una pinzatrice, elastici, alcune vecchie prime pagine de Il Fatto Quotidiano e un paio di foto di Roger Waters. Sollevò i fogli con aria concitata. Sotto di essi, se ne stava ben nascosta una confezione di Viagra. La afferrò, estrasse il blister dalla scatola di cartone, pigiò con il pollice destro su una delle cavità deformabili, finché la rottura del coperchio in alluminio non fece cadere una pillola azzurra sulla sua mano sinistra. A quel punto, riposizionò accuratamente il blister nella confezione, che nascose nuovamente con cura certosina sotto i fogli contenuti nel cassetto e lo richiuse a chiave. Ripose, infine, la chiave nuovamente all’interno del portafogli.

Si recò in cucina, si sentiva ancora irrequieto, teso. In verità, non aveva voglia di sesso quella sera, eppure sentiva al contempo un forte desiderio di rivalsa, una necessità ossessiva di doversi rifare di quella cilecca umiliante avvenuta poco prima della diretta Facebook. Prese un bicchiere dalla dispensa, aprì il rubinetto, lo riempì per metà, si infilò la compressa blu in gola e diede una generosa sorsata, finché la pillola non fu ingollata.

– Arrivo, amore mio! – Si sentiva tesisissimo, l’ansia da prestazione lo perseguitava, ma lo sentiva come un dovere verso sé stesso e verso la sua donna. Che razza di uomo sarebbe stato, altrimenti?

Entrò nella sobria camera da letto. La sua compagna, un tipetto tutto sommato ordinario, dolce e molto acqua e sapone era seduta nella posizione del loto, sul letto, in camicia da notte bianca. Lo guardava con un sorriso dal quale traspariva molta tenerezza, comprensione e pazienza: forse lei lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse sé stesso.

– Come ti senti, amore mio? – fece con cura accogliente.

– Sono giù, molto giù, ti chiedo scusa per quello che mi è successo prima, credimi, non so cosa mi sia preso e che cosa mi stia succedendo in questi giorni. Non mi aspettavo minimamente di…

– Oh, andiamo, vieni qui Andre, abbracciami, su! – fece lei, allargando le braccia e guardandolo con estrema dolcezza.

Scanzi si stese sul letto e poggiò la testa sulle sue ginocchia. La guardò negli occhi. Lei ricambiava con profondo amore. Prese ad accarezzargli i capelli.

– Non sei mica un superuomo. Dove è scritto che dobbiamo farlo tutte le sere? Se sei stanco in questo periodo non succede mica niente…

– E come faccio con i fan? Loro da me si aspettano un’immagine invincibile, di perfezione, la gente ha bisogno di un modello, di una guida, di qualcuno che indichi la via e, per forza di cose, io devo coincidere con quel modello, altrimenti io sono un uomo finito. Lo capisci questo, vero?

– Quante scemenze, Andrea! Hai davvero bisogno di raccontare ai tuoi, com’è che li chiami, “follower”, quello che facciamo io e te tra le coperte? E poi, ti senti mai quando parli? Io, io, io! Mannaggia a te e a quanto sei egocentrico! Stai un po’ zitto ora e dammi un bacio, forza! – Avvicinò il suo viso a quello del compagno. Iniziarono a baciarsi, con molta delicatezza e dolcezza, finché le loro lingue non cominciarono a intrecciarsi. Scanzi si sentiva ancora inquieto. Da un lato quel bacio gli trasmetteva una vaga sensazione erotica, d’altro canto non poteva fare a meno di monitorarsi continuamente l’uccello e di verificare che gli effetti del farmaco assunto poco prima non tardassero ad arrivare.

– Dai, piccolo stronzetto, tirati su, ti ho bombardato di Viagra poco fa, porca troia, fai un bello sforzo, dobbiamo scopare! – pensava tra sé e sé, incitando il suo pendolo toscano, un po’ come si suole fare con un soldato indisciplinato.

Scanzi si levò, si pose dinanzi alla sua compagna e iniziò a baciarle il collo e a mordicchiarle i lobi delle orecchie, facendola fremere. Nel frattempo, il suo capitone sembrava dare segni di vita e cominciò a inturgidirsi. L’ossido di azoto aveva finalmente attivato l’enzima guanilato ciclasi, garantendo un adeguato flusso di sangue nei suoi corpi cavernosi.

Il petting proseguì. Lei aveva preso a baciargli il viso e il collo, si sentiva molto eccitata, mentre il giornalista aveva iniziato a sbottonarle la camicia da notte. Lei cominciava a sentirsi bagnata e aveva iniziato ad ansimare, intanto che Scanzi la liberava dalla camicia e procedeva con lo sganciarle il reggiseno. Nel frattempo, il suo campanile aveva farmacologicamente raggiunto la turgidità necessaria. Andrea passava tutto il tempo a monitorarlo e a controllare che quest’ultimo rimanesse ritto al suo posto. Rimosse il reggiseno della sua donna, lanciandolo lontano. Quest’ultima rivelò i suoi graziosi e piccoli seni, che presentavano dei capezzoli scuri e turgidi, i quali ben si abbinavano alla sua carnagione olivastra. Il giornalista prese a baciarli e a mordicchiarli delicatamente, non perdendo di vista per un istante quel fallo indurito chimicamente, sul quale concentrava tutta la sua esistenza, la sua ragione di vita. Pensava:

– Dai bello, rimani così, stiamo andando alla grande! Nella prossima diretta avremo di che alludere, mentre ci guardano in centomila, li faremo schiattare d’invidia, quei figli di puttana. Io sono Scanzi! Io sono Dio, io sono Roger Waters, cazzo!

Andrea si sentiva pronto per penetrare la sua graziosa signorina, ormai lei indossava solamente delle meravigliose ed eleganti mutandine nere di pizzo, che lo facevano impazzire. Rimosse anche quelle, finché la sua donna non si ritrovò completamente nuda. Fu a quel punto che Scanzi si accorse di un dettaglio, anzi, del dettaglio, che lo mandava in crisi tutte le volte. Si fermò e, mentre la sua compagna ansimava ancora, pronta per congiungersi carnalmente con il suo egocentrico amante, Scanzi le disse:

– Scusami, amore, ma non te la sei depilata?

– Ehm…no, Andre, non ho avuto tempo! Scusami… – fece la sua compagna, mentre la perplessità faceva posto all’eccitazione sessuale e il suo ansimare pian piano andava spegnendosi.

Scanzi osservò ancora con aria basita quel pelo nero, che svettava dal pube della sua compagna, finché il solito pensiero, quel maledetto pensiero non attraversò la sua mente:

– A me il pelo fa schifo! Che cosa ci faccio con una donna che non si depila la fica? Mi merito di meglio! I miei fan si meritano di meglio!

Fu allora che l’inquietudine di Scanzi prese definitivamente il sopravvento. Il suo pene, nonostante il cocktail di Viagra e coca, si afflosciò inesorabilmente, come un palloncino bucato, mentre il giornalista si sentì rapidamente pervadere da una nera, abissale e infera disperazione. Si allontanò dalla sua donna, sedendosi ai piedi del letto e facendo cadere il suo viso tra entrambe le mani, mentre percepiva i suoi demoni interiori sussurargli diabolicamente:

– Sei diventato impotente, Andrea, non ti si rizza più, e lo sai perché? Perché sei un vecchio, un vecchio lurido stronzo rottinculo. Hai superato i quarantacinque anni. Alla tua età non si scopa più. Ma cosa credevi di fare? Con una compagna molto più giovane di te, poi? Ma non ti vergogni, razza di pervertito? Potrebbe essere tua figlia, ti stai chiavando tua figlia! Gesù ti guarda e ti odia! Sei un uomo finito Andrea, sei fottuto, brucerai all’inferno. Forza, vieni con noi, pallone gonfiato…

– Tutto bene, amore? – fece la sua compagna, avvicinandosi, poggiandogli una mano sulla schiena, preoccupata.

Scanzi si era ormai chiuso in un silenzio tombale, mentre, dentro, la sua vergogna e le sue vetuste ferite d’infanzia, sottoforma di mostri ripugnanti, lo laceravano e lo straziavano. Si sentiva completamente cieco, attorno a lui si era fatto buio, era piombato nel pozzo angusto della sua disperazione più atavica e viscerale, mentre i suoi fantasmi si divertivano a tormentarlo solleticandolo nei suoi punti più deboli. Si sentiva invischiato in una specie di ragnatela, aveva la cruda e concreta sensazione di non avere scampo.

– Amore? – fece la sua donna, seriamente preoccupata. E fu a quel punto che la disperazione di Scanzi si tramutò in una furia omicida:

– Vattene fuori da questa cazzo di casa, stupida troia! E’ chiaro? Va’ fuori dai coglioni, capito, puttana? Cazzo!!! – urlò il giornalista, devastato dalla rabbia e dal dolore, alla ricerca disperata di un misero appiglio che gli consentisse di uscire da quell’atavico senso di morte che l’aveva completamente sommerso.

La sua compagna sentì il suo cuore spezzarsi. Strabuzzò gli occhi in un’espressione di dolore, incredula, per scoppiare subito dopo in lacrime. Si alzò dal letto, si rivestì in fretta e furia e, senza salutare, lasciò la stanza. Si udì aprire la porta blindata nell’ingresso per poi chiudersi, sbattuta con forza.

Scanzi cacciò nuovamente un urlo atroce, portandosi le mani dietro la nuca e piegando la schiena fino a portare il viso verso le sue cosce. Nudo come un verme, si sentiva un moscerino, una nullità assoluta. Aveva la sgradevole sensazione che anche il suo corpo fosse divenuto flaccido come il suo pisello aretino. Voleva vomitare, non riusciva a tollerare l’idea di stare vivendo una totale eclissi della sua anima.

– Via, via, andate via, lasciatemi in pace, Gesù Cristo! – urlava, cercando di cacciare fuori tutta la sensazione di morte e dolore che aveva in corpo, quella percezione che aveva sempre ignorato, per lunghissimi anni, forse decadi. Eccole lì, improvvisamente, tutte le sue paure più antiche e rimosse, tutti i suoi peccati, tornare a fargli visita di colpo, come uno sgradevole ospite che si presenta a casa senza essere stato invitato. Per anni, aveva utilizzato le sue fragilità come fondamenta per costruire la sua immagine di giornalista egocentrico e narcisista, perfetto, impeccabile, eternamente giovane. Rieccole tornare, lungamente ignorate e, pertanto, amplificate all’ennesima potenza. Eccolo Andrea Scanzi, crollare, miseramente, come una piramide a cui è stata rimossa la pietra d’angolo.

Improvvisamente, capì che non c’era molta scelta e seppe cosa fare: si rimise a sedere diritto sul letto, si voltò di scatto e, in fretta e furia, si infilò sotto le coperte, ancora calde e pregne dell’odore della sua donna. Portò il piumone fino a coprirsi la testa, inconsapevole del suo bisogno di calore, mentre cercava una buona approssimazione dell’utero materno, alla ricerca di un lieve conforto: doveva addormentarsi il prima possibile. Chiuse gli occhi e l’oscurità non gli era mai sembrata così nera, così densa. Gli parve di pesare cento volte in più. Il pensiero andò per un’istante al balcone che si trovava nel soggiorno. Abitava al nono piano. Gli sarebbe bastato un semplice gesto: un tuffo, una caduta di qualche secondo e si sarebbe liberato di tutta la merda che lo stava perseguitando in quel momento. Avrebbe solo provato un dolore intenso, per un brevissimo, infinitesimo istante. Poi, ci sarebbe stata la pace.

– O affondo in questa fogna o mi ammazzo…- pensò il giornalista, esausto, ma incapace di prendere sonno, incapace di emettere una lacrima, un pianto che, quanto meno, gli desse un briciolo di sollievo, un po’ di ossigeno.

Scanzi si era fatto dolore. Era divenuto dolore puro.

(Continua…)

Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 1

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Aveva appena terminato la diretta Facebook, nel suo studio, la parete alle sue spalle tappezzata delle foto in bianco e nero dei suoi idoli musicali, tra i quali spiccavano Knopfler, Bowie, Gaetano. In mezzo ai suoi musicisti preferiti, faceva capolino il logo de Il Fatto Quotidiano.

Scanzi aveva utilizzato la solita scaletta: introduzione con un brano di suo gradimento, preceduto, come spesso accadeva in quelle circostanze, da un velato riferimento al fatto di aver consumato un rapporto sessuale con la sua compagna. A ciò, aveva fatto seguito la consueta degustazione di vino, per poi partire con i soliti attacchi nei confronti di Matteo Salvini e Matteo Renzi. Oltre a questo, il giornalista aveva avuto modo di utilizzare la diretta per sfogarsi con i suoi fan, ribadendo con veemenza di essere alto un metro e ottantotto centimetri, dato che, secondo il parere di alcuni, “in televisione sembrava più basso”.

Andrea chiuse il suo Apple e spense la telecamera. Era molto stanco e affaticato, lo percepiva concretamente. Su consiglio del suo analista, ormai dichiarava apertamente parte delle sue fragilità anche nel corso delle sue dirette. Era a conoscenza, anche se non del tutto, del fatto di essere un narcisista patologico e insicuro, ma questa consapevolezza non era sufficiente, e neppure la sua strategica autoironia reggeva più, né poteva costituire in qualche modo un balsamo per le sue antiche ferite d’infanzia. Quel manto di perfezione era diventato un fardello, un peso, così come quel milione e mezzo di follower, verso i quali era tenuto quasi per obbligo a ostentare una sicumera che in realtà non gli apparteneva. Per lui, il consenso era ormai divenuto peggio dell’eroina, una droga della quale non poteva più fare a meno: era divenuto dipendente dai suoi fan. A volte immaginava con terrore che cosa sarebbe accaduto se avesse perso il fondamento della sua autostima di cartapesta, chissà se avrebbe retto un giorno, il duro colpo dell’abbandono, qualora fosse avvenuto. Fondamentalmente, quel suo ego ipertrofico e quell’iperattività erano correlate da un desiderio di rivalsa e dal terrore di invecchiare. Aveva ormai quarantasei anni. Lo spauracchio dei cinquanta non era così lontano e, quando qualcosa, nel suo inconscio pieno di buchi neri, ogni tanto glielo ricordava, scacciava con rapidità quel pensiero. Aveva paura, terrore, di vedersi vecchio, stanco, dimenticato e, peggio ancora, negli ultimi tempi era terrorizzato dalla paura di morire. Quel giorno si sentiva di cristallo, sarebbe bastato un piccolo stimolo a frantumarlo in mille pezzi e a scatenargli una crisi di pianto.

Si alzò e uscì dal suo studio, affranto, cupo, pesante. In quel momento, il suo cellulare squillò. Aveva scelto come suoneria “Another Brick in The Wall”.

– Dovrò decidermi a cambiare questa suoneria di merda prima o poi, detesto questi cazzi di Pink Floyd! – pensò tra sé e sé. Diede un’occhiata allo schermo, era Matteo Salvini. Rispose.

– Senatore buonasera, come sta? – fece Scanzi caustico, scacciando via temporaneamente le nebbie mortifere che lo fagocitavano e ricomponendosi, parlando con tono strafottente e ostentando la consueta sicumera.

– Carissimo Andrea! – rispose Salvini – Ho appena visto la tua diretta su Facebook e, come al solito, non me le hai mandate a dire neppure questa volta, vero? Eh! Eh! Eh!

– Caro Matteo, non occorre che ti ricordi tutte le volte l’accordo che abbiamo fatto, dato che ne sei ampiamente a conoscenza. Io mi auguro sempre, con il cuore te lo dico, credimi, che tu non la prenda mai e poi mai sul personale. Purtroppo non abbiamo altra possibilità che recitare questa parte, dato che siamo entrambi preoccupati di mantenere il supporto e il consenso dei nostri reciproci sostenitori.

– Senza dubbio, Andrea, senza dubbio! Ti pare che me la sia presa? Non dare ascolto alle voci di corridoio o, peggio, alle chiacchiere di Giorgetti, che mi dipingono come permaloso e vendicativo. Puoi attaccarmi come e quanto ti pare. E’ anche grazie a te che riesco a mantenermi sopra il 25% dei voti, questo almeno secondo gli ultimi sondaggi. Lo sappiamo entrambi, amico mio: ogni eroe ha bisogno della sua nemesi, è così che funziona il mondo della politica e le sue narrazioni. E mi sembra di capire che, negli ultimi tempi, anche il giornalismo si sia adeguato a questo andazzo.

– Matteo, sei un vero amico e ti invito a fare altrettanto con me. Se occorre, attaccami, dammi addosso. Ok? Per me è fondamentale restare sopra il milione e mezzo di follower! Ne va della mia reputazione e di quella del giornale per cui lavoro. A proposito, prima che me ne dimentichi: sabato sera, tu e Francesca siete miei ospiti a cena, va bene? Tra l’altro, ieri mi ha chiamato Denis, avrò modo di raccontarti con calma quello che ci siamo detti. Ti faccio la solita raccomandazione: sabato, quando arrivi qui, cerca di entrare dal cancello posteriore del condominio, ok? Qui è un attimo che ci becca qualche giornalista e il gioco finisce. Un giornalista vero, voglio dire.

– Molto volentieri, Andrea caro. Ho ritrovato un vecchio vinile che sicuramente ti piacerà. Te lo porto e mi darai la tua opinione, va bene?

– Benone, amico mio! Sono proprio curioso di sapere di che si tratta! A presto!

– Ciao Andre! Un abbraccio!

Scanzi chiuse la telefonata ed emise un sospirone, sollevato. Gli tornò il solito nodo in gola e quella sensazione di cupa depressione fece nuovamente capolino e riprese a fargli compagnia. Entrò nella stretta cucina del suo trilocale, accese la luce e aprì la dispensa, dalla quale estrasse un sacchetto di plastica contenente della polvere bianca. Prese un cucchiaio da minestra, ne raccolse una montagnetta e la depositò successivamente su un tagliere per salumi. A quel punto, tirò fuori dal portafogli la sua carta di credito, con la quale divise la montagnetta in un certo numero di righe, e una banconota da cinquanta euro. Arrotolò la banconota, la inserì nella narice destra, tappandosi la sinistra con l’indice , si chinò lungo il tavolo, e a quel punto, fece un tiro energico. Non appena la coca entrò nel naso, ebbe uno scatto fulmineo all’indietro, sniffò ripetutamente per quattro volte e si portò subito la mano sull’occhio destro, presso cui avvertiva, come di consueto quando si faceva, una fitta intensa.

– Cristo, che botta! – fece Scanzi.

Si sentì meglio, la sensazione di vuoto che provava poc’anzi si dileguò vagamente, per far posto alla consueta spenta euforia. Non gli dava più lo stesso effetto delle prime volte. Ormai si faceva solo per sentirsi in uno stato d’animo leggermente normale.

Intanto, dalla camera da letto, la voce della sua compagna lo richiamava:

– Amore? Vieni a letto? E’ tardi.

(Continua…)

George Orwell 2020

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Immaginiamo una rivisitazione di 1984 di George Orwell, ambientato questa volta nel 2020, in Italia, a Messina, in piena pandemia da Coronavirus.

Winston e Julia, in questo caso italiani, si incontrano per l’ultima volta, nella stanza da letto del negozio di antiquariato del signor Charrington, al piano di sopra, violando i DPCM che impongono il distanziamento sociale. Sono lì, abbracciati gli uni agli altri, fianco a fianco, dopo aver fatto l’amore, che osservano dalla finestra una tozza e anziana signora nell’intento di stendere pannolini alla fune del bucato nel giardino sottostante, mentre canta: dicono che il tempo sana tutto / e che ogni cosa tu ti puoi scordar / ma gli anni se ne vanno e il tuo sorriso / ancora il cuore mi viene a straziar.

D’un tratto, la voce metallica del sindaco Cateno De Luca alle loro spalle li fa sobbalzare: – Voi siete i morti! Dove cazzo andate? Tornate a casa!

Il quadro attaccato alla parete della stanza viene giù e rivela un piccolo teleschermo. Il vetro della finestra va in frantumi, mentre droni circondano la casa, dai quali risuona ancora una volta la voce del sindaco: – Non si esce, questo è l’ordine del sindaco De Luca e basta! Vi becco a uno a uno! Non si esce da casa! A calci in culo! Ecco qual è il modo per fare applicare le norme! E già che ci siamo: ecco la carrozza che ti porta alla festa, ecco la scure che ti taglia la testa. 

Una scala si infila attraverso la finestra, rompendone il telaio. Su di essa, vi si arrampica un carabiniere fino a fare il suo ingresso nella stanza. Ne irrompono altri, questa volta dalla porta, coadiuvati dal signor Charrington e da un paio di infermieri, i quali si avvicinano a Winston e a Julia, che si danno le spalle con le mani dietro alla testa, tremanti, senza toccarsi.

– Inclinate il capo! – giunge perentorio l’ordine.

I due amanti eseguono e gli infermieri, armati di mascherina e guanti, estraggono un tampone a testa e lo inseriscono nelle narici dei due fuorilegge. A quel punto ripongono i tamponi con i campioni di muco nelle rispettive confezioni e li consegnano al signor Charrington che esce dalla stanza per inviarli a un laboratorio di analisi. Winston e Julia rimangono in piedi con le mani sopra alla testa, sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine per qualche ora, finché il signor Charrington non fa ritorno nella camera da letto e annuncia:

– Sono positivi, portateli via!

A quel punto i due vengono portati di peso a Roma e rinchiusi nel Ministero della Sanità, dove vengono curati e torturati a lungo, per poi essere condotti entrambi nella famigerata “stanza 101”, all’interno della quale, messi di fronte al loro orrore più grande, ossia la possibilità che Giuliano Amato diventi Presidente della Repubblica nel 2022, sono costretti a tradirsi, attribuendosi a vicenda la responsabilità del contagio e accusandosi reciprocamente di essere il paziente zero.

Alla fine della storia, una volta liberi, Winston e Julia si incontrano nuovamente, al Bar del Castagno, e dichiarano di essersi traditi a vicenda, per il bene del paese. Dopo la difficile confessione, Julia, divenuta una bimba di Giuseppe Conte, lascia il bar e Winston, seduto da solo a quel tavolo, con una scacchiera davanti a sé, strafatto di gin, dà un’occhiata al teleschermo, su cui capeggia l’immagine del premier, del quale ha finalmente inteso a fondo la benevolenza del suo sorriso e la sensualità delle sue fossette e, mentre due lacrime maleodoranti di gin gocciolano ai lati del suo naso, finalmente realizza che è tutto a posto. La lotta è finita, è riuscito a trionfare su se stesso.

Ora ama Giuseppe Conte.

 

Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Ricky sedeva nella sala da pranzo. Le luci erano spente e solo il crepuscolo fuori dalla finestra la illuminava fiocamente. Aveva preso posto su una sedia accanto all’antica cristalliera marrone, distante dal lungo tavolo ovale situato al centro della stanza. Era vestito di tutto punto: camicia bianca, completo nero e papillon. Aveva la manica sinistra sollevata. Prese un laccio emostatico e lo legò vigorosamente al braccio, stringendolo ulteriormente tenendone l’estremità con i denti e tirando forte. A quel punto, raccolse la siringa dal pavimento, ormai riempita di quel liquido vagamente giallastro. Giacevano al suolo un cucchiaino di alluminio, dentro il quale aveva scaldato la dose, l’accendino e lo spicchio di limone completamente spremuto. Osservò per qualche istante quella siringa piena:

– Tu sì che hai personalità, amore mio, sei l’unica amica che ho…- disse, guardandola con voluttà.

Esplorò con attenzione il suo braccio sinistro, alla ricerca di qualche vena ben visibile. Non si faceva spesso, riusciva a mantenere un ritmo costante di una dose alla settimana da circa un annetto, da quando aveva iniziato. Eppure, puntuale come un orologio, ogni giovedì alle ore diciannove, quella dose era divenuta strettamente necessaria, imprescindibile. Qualcosa dentro di lui gli diceva che, prima o poi, avrebbe ceduto come tutti e avrebbe aumentato il numero di pere, ma per il momento resisteva. Appoggiò l’ago sulla vena più in evidenza e lo spinse dentro. Una goccia di sangue emerse dal minuscolo forellino creato. A quel punto, fu un attimo, e pigiò sullo stantuffo. Applicò una pressione lenta e costante, in modo che l’eroina entrasse gradualmente. Ansimava lievemente, mentre il liquido entrava in circolo, finché lo stantuffo non raggiunse la fine della corsa e tutto il contenuto fu svuotato nella vena.

Eccola, la solita sensazione, anche se ormai molto più blanda. Non gli dava più il piacere della prima volta, quei mille orgasmi tutti insieme che sentiva su tutto il corpo, a cui seguiva quella irripetibile, irrinunciabile sensazione di pace assoluta. Sì, si stava ancora bene, ma non era più la stessa cosa. L’eroina era una grande amica, oltre ad essere una gran troia. Faceva il suo bravo lavoro, ti consolava finché lo riteneva opportuno, e a un certo punto decideva che il suo lavoro era finito e lentamente andava via. Al suo posto, i problemi, le ansie e le preoccupazioni di sempre tornavano prepotenti, più forti e fastidiose di prima, più intollerabili.

Ricky stette un paio d’ore, accasciato sulla sedia, a non pensare a nulla, quieto, anche se di tanto in tanto un vaghissimo e anestetizzato senso di colpa faceva capolino. Sarebbe arrivato violentissimo, finito l’effetto della droga.

Pasqui era seduto a capotavola, con le mani legate dietro la sedia, ancora rintronato per la forte botta che il suo vecchio amico gli aveva dato sulla testa. Quel vasetto di ragù, spaccato con tanta violenza sul suo cranio, lo aveva sconquassato nei sensi. Ricky, dopo averlo legato, gli aveva medicato e bendato la ferita, per poi pulirgli il volto e la testa dai residui di sangue rappreso e ragù pippiato. Gli aveva anche messo una maglietta pulita. Pasqui si stava leggermente riprendendo, rumoreggiava e mormorava, biascicando e scuotendo la testa lentamente, finché a poco a poco non riprese un minimo di conoscenza e fu in grado di emettere dei suoni intellegibili.

– Oh, Ricky…- disse con voce impastata.

Ricky si alzò a fatica dalla sedia. In piedi, portò entrambe le mani sui fianchi e inarcò la schiena, stiracchiandosi. Successivamente abbassò la manica della camicia e della giacca, sistemò il farfallino e si rimise composto.

– We, terùn! – rispose l’amico – Ti ho già detto che non stiamo recitando. Chiamami con il mio vero nome, ok?

– Scusami, Massimo…

– Così va meglio, carissimo Pasquale…- fece Massimo con solennità. Poi proseguì, mani dietro la schiena, camminando attorno al tavolo, mentre Pasqui lo guardava attonito e intristito.

– Vedi, mio caro Pasquale, sono davvero tanti, tantissimi anni che mi trovo qui recluso con voi. Non so più neppure quanto tempo sia passato, credimi. E’ una vita intera che mi trovo qui e non ho la più pallida idea di come ci sia finito, in questa setta di hippies di merda che, invece di scopare, mangiano come dei maiali. Pasquale, caro, non so che cosa mi abbiate fatto, se ho perso la memoria o cosa, ma vi faccio i complimenti: siete stati capaci di farmi dimenticare completamente la mia vita precedente, le mie origini, le mie radici. Avevo una moglie, vero? Due figli, giusto? Dove sono finiti i miei genitori, invece? Non ricordo neppure più che facce abbiano, e immagino che tu non abbia la minima intenzione di rispondermi. Vero?

Massimo si avvicinò alla finestra della sala e guardò fuori. Erano a un piano alto, questo era noto, ma fuori, nei paraggi, non c’era assolutamente nulla. Non c’era un’anima viva in giro. Solo una strada, piena di buche e, oltre, un campo di sterpaglie scosse dal vento. Accanto alla strada, maestosi e al contempo orribili si ergevano i tralicci dell’alta tensione. All’orizzonte, il sole tramontava, rendendo la sala da pranzo sempre più scura.

– Non ho neppure ben chiaro dove ci troviamo. Ma saremo davvero a Milano qui? Che cazzo di quartiere è? – proseguì Massimo, portando lo sguardo ancora verso l’orizzonte e tenendo le mani dietro la schiena.

Pasqui, legato alla sedia, lo osservava, ancora rintronato, con aria supplichevole. Ascoltò per un po’ l’amico, poi prese coraggio e parlò anche lui.

– Massimo – fece Pasqui, questa volta senza il suo fastidioso accento barese. Aveva al contrario una dizione perfetta. – Slegami, per favore! Mi fanno male i polsi…

– Slegarti? Bella questa, ma se ti sei appena accomodato. Ti ho preparato una bella sorpresa…

Massimo si avvicinò alla porta d’ingresso della sala, affianco alla quale c’era l’interruttore della luce. Vi pigiò sopra e, improvvisamente, una luce maestosa proveniente dall’antico lampadario a cristallo sul soffitto illuminò la sala. La tavola era imbandita di ogni ben di Dio: lasagne, pasta al forno, polpette, peperoni ripieni, cotolette, caciotte, mozzarelle, insaccati, pizze. C’era da sfamare l’intero quartiere. Questo spiegava perché la sala fosse impregnata di quell’intenso profumo di cibo, su cui, in particolare, prevaleva quello di ragù pippiato.

– Vedi, Pasquale – proseguì Massimo – hai presente per quanti giorni hai dormito? Tre giorni interi. Nel corso di questi lunghissimi giorni, non potendo uscire da qui, sai cosa ho fatto? Innanzitutto ti ho curato quella bella ferita che ti ho procurato sulla testa. Dopo di che mi sono messo a cucinare, esattamente come fa tua madre. Mi sono svegliato tutte le mattine alle quattro e ho praticamente cucinato tutto quello che c’era nei tuoi dannatissimi pacchi da giù. Adesso, però, se non vuoi che io ci rimanga male, dovrai mangiare tutto quanto. Sono stato chiaro?

– Massimo – fece Pasqui terrorizzato – ma sei impazzito? Non posso mangiare da solo tutta questa roba!

Massimo si avvicinò al mobile vicino alla cristalliera, sul quale poggiava un vecchio giradischi. Nel vano inferiore del mobile, vi erano diversi LP. Ne estrasse uno, poggiò il vinile sul piatto rotante, avvicinò la puntina e, dopo una trentina di secondi di lieve fruscio, il suono de La Grande Bouffè di Philippe Sarde iniziò a riecheggiare nella stanza. Successivamente, si avvicinò all’amico con estrema tranquillità, estrasse una pistola dalla tasca della giacca e gliela puntò sulla nuca:

– Pasquale, carissimo amico mio. Come dice tua madre, ti mangi tutto senza pane! – sorrise con uno sguardo che sapeva di divertito, addolorato e rassegnato.

– Massimo…- rispose Pasqui, con la voce rotta.

Massimo insistette e ribadì:

– Mangia, piccolo Pasquale, mangia. Perché se non mangi, tu non puoi morire…

(Continua…)

 

Casa Surace e la Violazione del Tabù

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Pasqui e Fernanda giacevano nel letto matrimoniale in ferro battuto, entrambi completamente nudi. Avevano appena finito di fare l’amore. Pasqui, con le mani maschiamente dietro la testa, se ne stava steso supino, virilmente soddisfatto, con il volto baffuto in un’espressione appagata e fiera, mentre Fernanda, bellissima, gli accarezzava il petto villoso, mai depilato, e la pancia prominente, causata dai pasti luculliani a cui si sottoponeva quotidianamente grazie agli innumerevoli pacchi da giù ricevuti in dono dai suoi genitori. Di tanto in tanto, Fernanda faceva camminare la mano sinistra usando il dito indice e medio alla stregua di due delicate gambette, su e giù lungo il tronco abbronzato del suo amante. Lo sguardo di Fernanda era in quel momento molto dolce, e al contempo malinconico e perso nel vuoto. Si era temporaneamente ammutolita, dopo l’amore, nonostante l’enfasi e la passione intensa che aveva contraddistinto quell’atto, che aveva avuto un sapore così insolito, così proibito.

A un tratto, Fernanda emise un profondo respiro, e disse:

– Pasqui…

– Oh Fernà, che c’hai? – rispose Pasquale, immediatamente stizzito, tipico della sua scarsa tolleranza alla frustrazione. Notò subito che c’era qualcosa che non andava in lei.

– Abbiamo fatto bene secondo te a scappare da Milano e a tornare qui a Sala Consilina? Non lo so, mi sento in colpa…e se dovessi contagiare i miei famigliari? – rispose Fernanda, con forte accento barese.

– Oh Fernà, so’ due giorni che vai avanti con ‘sta storia! E certo che abbiamo fatto bene! Mica ci abbiamo i sintomi. Poi ‘sto virus al massimo è un’influenza, mena! Ogni volta ti devi stare a fare di ‘sti problemi! Dai, rilassati mo, che cosa! – replicò irritato Pasqui, con la sua altrettanto marcata cadenza pugliese.

Fernanda si sentì ancora più malinconica, qualcosa nella sua coscienza la logorava, sapeva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato. Le parole del suo amante non l’avevano fatta sentire meglio.

– Oh Fernà, ti dico pure un’altra cosa! – proseguì Pasqui – Mo c’abbiamo pure l’opportunità di starcene un poco per i fatti nostri! Ricky se ne è rimasto là a Milano, in mezzo agli appestati! Finalmente c’abbiamo la possibilità di non dover stare a nascondere pure agli altri questa nostra relazione! Dovresti essere contenta, no? Mo ce ne stiamo tranquilli qua dentro e non usciamo da qua! Per fortuna i miei genitori c’hanno due case, questa ce la teniamo tutta per noi!

Fernanda si sentì leggermente più sollevata, per quanto il tarlo del senso di colpa e dell’angoscia non smetteva di tormentarla.

– Pasqui, mi spiace per Ricky, sto male per questo…stiamo insieme da tanto tempo, ed è anche il tuo migliore amico. E’ solo questo, credimi. Se si venisse a sapere, finirebbe tutto, tutto quanto! Tutto quello che avete costruito in tutti questi anni!

Pasqui si sentì improvvisamente turbato, le parole di Fernanda avevano fatto centro. Erano anni ormai che il loro format andava avanti con grande successo e, per tutto quel tempo, Pasqui aveva dovuto a tutti i costi mostrare all’Italia intera il volto del bravo ragazzo, idolo delle mamme e delle nonne. Nessuno sapeva che buona parte dei suoi guadagni venivano spesi in Svizzera, tra Pazzallo e Lugano, in escort, gioco d’azzardo, superalcolici e, negli ultimi tempi, cocaina. Nessuno, in tutto lo stivale, era a conoscenza di quei suoi lati oscuri. Un’angoscia di fondo solleticava Pasqui nello spirito. Quelle verità dovevano restare ben celate. Ma c’era un’altra domanda di fondo, che Pasqui avrebbe sempre voluto fare a Fernanda, una domanda innocente, che però in qualche modo non aveva mai e poi mai osato fare. In quell’istante, però, sentiva fortemente che, per stemperare la sua ansia e il suo tormento, quel chiarimento era divenuto doveroso, necessario.

– Oh, Fernà… – fece Pasqui, con aria tesa, dopo un lungo sospiro.

– Dimmi, amò…- rispose Fernanda, con la stessa aria malinconica di poc’anzi.

– Ma perché io e te ci abbiamo lo stesso accento, quando siamo tutti e due campani in realtà? – si decise finalmente a chiedere, dopo anni che quel tarlo lo logorava.

D’improvviso, entrambi si ammutolirono: una musica proveniva da qualche parte non ben definita. Si levarono e si misero immediatamente a sedere sul letto, perplessi e angosciati, guardando ossessivamente a destra e a manca, come a voler indovinare l’origine di quella melodia.

– Oh, Fernà! – fece Pasqui, preoccupato – Hai sentito pure tu? Che cos’è?

– Pasqui…- rispose Fernanda con aria terrorizzata e annuendo freneticamente – sai benissimo di cosa si tratta…E’ la Tarantella del Ciutaglione!

Quella musica fastidiosa e irritante si faceva gradualmente sempre più alta, sempre più vicina. Pasqui e Fernanda si tenevano per mano, terrorizzati, guardando verso la porta della camera da letto, finché quest’ultima non si aprì di colpo, mostrando una sagoma femminile ingombrante e voluminosa sulla soglia.

– Uè, Pasquà! Alzati, ché devo fare le pulizie! La casa adda piglia’ aria! – proferì autoritaria e perentoria quella figura di donna. Era mamma Antonella, chioccia come sempre, che ordinò al figlio di lasciare immediatamente la stanza per procedere con le consuete e maniacali pulizie quotidiane.

– Mamma! – dissero Pasquale e Fernanda, in coro. Fu quello l’orribile e tremendo istante in cui entrambi realizzarono tutto, la terribile e catastrofica verità. Si guardarono negli occhi, spalancati e ricolmi di orrore, per un lungo, interminabile, momento, finché entrambi, nel medesimo istante, ritirarono le mani che si stavano amabilmente tenendo poco prima.

– No, no, no! Cristo, no! Cazzo! Non può essere! – gridò Pasqui. Urlò tutta la sua rabbia e la sua disperazione più atavica e nera, cercando di liberarsi dal torbido dolore che provava in quel frangente. Era troppo. Troppo lancinante, troppo soffocante. Saltò fuori dal letto e corse fuori dalla stanza completamente nudo. Intanto, Fernanda iniziò a strillare e a piangere, mentre dentro sentiva un corpo estraneo, una sensazione scura di morte lacerarle le budella. Strillava, erano strilli acuti, come quelli di un vitellino in procinto di essere macellato, come un cane bastonato sulle zampe. Ogni strillo, una bastonata. Ogni lacrima che versava la faceva sentire dissanguata.

Pasqui scansò la madre, che, totalmente indifferente alla cosa, era ancora lì sulla soglia della porta della camera da letto, in attesa di compiere i suoi doveri domestici. Una volta che il figlio fu fuori dalla stanza, mamma Antonella accese l’aspirapolvere, avviando le operazioni di pulizia.

– Uè, Pasquà! ‘Ndo vai? Vestiti, che pigli freddo! – fece mamma Antonella, totalmente impermeabile a quanto stava accadendo in quell’istante.

Pasquale proseguì la sua corsa forsennata e disperata nel corridoio, finché non raggiunse finalmente la cucina.

Prese un coltellaccio, lo scaldò sulla fiamma blu del fornello, di un azzurro che rimandava ai poetici cieli primaverili ormai remoti dei primi entusiastici giorni di Casa Surace e, una volta che la lama fu ben rovente, si cavò gli occhi.

 

Giuseppe Conte e i Pieni Poteri – Parte 1

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Era stato un lungo viaggio. Quasi dieci ore di volo, più altre due ore in Taxi per raggiungere Zhongnanhai. Il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nonostante il lungo e faticoso viaggio, mostrava come di consueto il suo impeccabile aplomb, vestito di tutto punto in completo nero, camicia e fazzoletto immacolatissimi e cravatta blu, oltre alle immancabili scarpe oxford nere. Al suo seguito, l’inseparabile Rocco Casalino, portavoce del presidente del consiglio, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, silente e imperscrutabile presidente della Casaleggio Associati.

I quattro avevano finalmente raggiunto la sede del governo della Repubblica Popolare Cinese. Entrarono nel vasto edificio e percorsero le enormi sale all’interno. Giuseppe Conte e Rocco Casalino camminavano qualche metro più indietro rispetto al ministro degli Esteri e al figlio del fondatore del Movimento Cinque Stelle.

– Rocco, amore mio…- biascicò il premier con la sua voce impastata – disciamo che oggi mi sento un po’ teso, ho bisogno di sentirti vicino.

– Beppe… – rispose il responsabile della comunicazione del Movimento Cinque Stelle, con aria tenera e al contempo rassicurante – Io sono la tua ombra, e questo lo sai! – Rocco Casalino guardò Giuseppe Conte con la coda dell’occhio, ammiccò e gli diede una pacca sul culo. Conte si sentì leggermente sollevato, per quanto avesse ormai da tempo maturato la consapevolezza di essersi fatto carico di responsabilità più grandi di lui, nonostante allo stesso tempo non riuscisse a liberarsi della sua smisurata ambizione, ben celata dalle strategie comunicative suggeritegli dalla Casaleggio Associati.

Raggiunsero finalmente lo studio del Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Xi Jinping attendeva impettito la delegazione italiana.

– Salve, Presidente Pin… – esordì Di Maio, ma non fece in tempo a terminare il saluto che Rocco Casalino gli tirò una gomitata in pieno stomaco.

– Dopo facciamo i conti, frocetto… – sussurrò fra i denti Rocco Casalino, guardando il ministro degli Esteri di soppiatto. Di Maio si ricompose immediatamente, benché il dolore allo stomaco gli mozzasse il fiato. Due lacrimoni scesero dai suoi occhioni fanciulleschi contriti. Anche Luigi sapeva ormai di essersi infilato in una situazione gigantesca, che non era in grado di gestire, nonostante l’ostentata sicumera mediatica. Erano ormai diverse notti che non dormiva, da tempo si augurava di tornare a fare quanto prima una vita normale, nonostante, al contempo, la politica fosse diventata per lui una dipendenza peggiore dell’eroina, della quale non riusciva più a fare a meno.

– Lietissimo di incontrarla, Presidente Xi Jinping! – proferì Giuseppe Conte, scandendo con precisione il suo nome e porgendo la mano al presidente cinese, con piglio ossequioso e istituzionale.

– Grazie per essere qui, siamo onorati di potervi ospitare per questo colloquio! – rispose Xi Jinping.

– Allora, Presidente – proseguì Conte, con fare vischioso e ruffiano – disciamo che è ben chiaro a tutti il motivo della nostra visita. Sa bene l’amicizia che lega ormai i nostri due paesi, no? Da un punto di vista economico e produttivo siete ormai una grande potenza, sappiamo bene che il vostro è un modello di efficienza riconosciuto a livello mondiale, che ha ormai di gran lunga superato gli Stati Uniti d’America. Ecco perché noi, in qualità di rappresentanti della Repubblica Italiana, volevamo una volta per tutte cercare di esportare il vostro esempio anche nel nostro meraviglioso paese.

– La risposta è semplice, professor Conte, i nostri processi decisionali sono molto più rapidi dei vostri. Qui in Cina, non abbiamo tutte le vostre lungaggini, la vostra burocrazia, noi semplicemente, qui, non abbiamo quella cosa obsoleta che voi chiamate…aspetti, com’è che si chiama, non mi viene la parola?

– Democrazia? – chiese prontamente il presidente del consiglio italiano, trattenendo a stento l’ilarità.

– Esattamente! – fece Xi Jinping.

I cinque scoppiarono in una fragorosa e liberatoria risata. Si davano pacche sulle spalle in maniera cameratesca, come cinque compagni di calcetto, cinque vecchi amici di sempre, in un clima informale e conviviale. Avevano le lacrime agli occhi, per le risa che si erano scatenate.

– Vede, Presidente Xi Jinping – fece Conte, passandosi l’indice sull’occhio destro, per asciugarsi le lacrime causate da quella sonora sghignazzata – il punto è proprio questo. Il progetto politico del Movimento Cinque Stelle è quello di trasformare la nostra democrazia parlamentare in una democrazia di carattere leggermente diverso. Sì, disciamo popolare, come la vostra, ma con la possibilità di lasciare ai cittadini l’ultima parola sulle decisioni del governo, mediante un voto su una piattaforma online chiamata Rousseau. Immagino che ne abbia già sentito parlare. In quel caso, non ci sarebbe la necessità di delegare le decisioni al Parlamento, che potrebbe tranquillamente essere abolito, riducendo enormemente i costi della politica e rendendo più rapida ed effisciente la macchina dello stato. Inoltre, è ben chiaro che non sarebbe neppure necessario avere partiti di opposizione, dato che l’ultima parola spetterebbe sempre e comunque ai singoli cittadini. Noi, come rappresentanti del governo italiano e del Movimento Cinque Stelle, facciamo presente con molta chiarezza e trasparenza che non siamo un partito. Siamo privati scittadini, animati dall’amore e dalla passione per la politica e con una costante tensione verso un concetto ormai considerato desueto da parte dei partiti tradizionali: etica pubblica. Pertanto non possiamo definirci antidemocratici, ben inteso!

– Chiarissimo e molto innovativo! – fece con marcato entusiasmo Xi Jinping – Ma per far sì che il vostro progetto prenda forma, dovete indurre i cittadini italiani a fidarsi ciecamente di voi, dapprima però incutendo loro timore per poi presentarvi come l’unica soluzione possibile alle loro paure…

– Ma a questo ci pensa già Salvini, con la paura dei migranti, del diverso! Quella nicchia è già stata ampiamente occupata! – replicò prontamente Conte.

– Già, ma voi dovrete fare leva sulla più grande paura e angoscia esistenziale che caratterizza l’essere umano… – rispose Xi Jinping, sfregando diabolicamente le mani.

– Sarebbe a dire?

– La paura della morte!

I quattro componenti della delegazione italiana rabbrividirono sincronizzati. Subito dopo, all’unisono, strabuzzarono gli occhi colmi di stupore e di meraviglia, come colti da un’illuminazione simultanea.

– Prego, seguitemi, amici italiani! Venite da questa parte! – fece Xi Jinping.

Il presidente cinese si avviò in fondo allo studio. C’era una tenda nera, che afferrò e scostò. La tenda celava una piccola porta. Il presidente cinese l’aprì.

– Entrate pure! – invitò con fare galante Xi Jinping.

I quattro italiani entrarono e sobbalzarono stupiti nello stesso istante. Era un laboratorio scientifico, al cui interno c’erano delle gabbie per sperimentazioni animali in cui erano rinchiuse delle donne cinesi in sovrappeso, le quali, notata la presenza della delegazione italiana, iniziarono a sbattere le mani furiosamente contro i vetri, grugnendo e urlando con fare animalesco. Saltavano rabbiosamente a destra e a manca, emettendo vocalizzi incomprensibili. Le loro iridi erano completamente scarlatte.

– Vedete, – fece Xi Jinping – queste donne, che tra l’altro sono anche lesbiche, sono affette da un morbo, una nuova malattia, che si chiama Covid-19, o Coronavirus. Dovete solo fare un cenno del capo, e ve ne spediamo qualcuna lì da voi. Avrete senz’altro un laboratorio scientifico analogo a questo, lì in Italia. Ah, a proposito, fate molta attenzione: sono contagiosissime!

Casaleggio, Casalino, Conte e Di Maio si lanciarono occhiate di intesa. Avevano già capito dove voleva andare a parare, quella vecchia volpe del segretario del Partito Comunista Cinese.

– A Codogno, in provincia di Lodi, in effetti i servizi segreti italiani hanno fatto installare un laboratorio scientifico segreto del tutto simile a questo… – rispose Conte, guardando gli altri tre italiani, sorridendo e mostrando le sue graziose fossette. Gli altri annuirono, l’idea poteva funzionare. Eccome, se poteva funzionare.

– Ben fatto! – rispose con entusiasmo Xi Jinping – vi manderemo alcuni esemplari di questi zombie, da tenere nei vostri laboratori. Mi raccomando, ora seguitemi attentamente: dovrete fare in modo che la notizia che il governo italiano tiene prigioniere delle donne lesbiche straniere curvy si sparga nell’ambiente radical chic, in modo che qualche buonista femminista antirazzista no-vax politicamente corretto organizzi una missione segreta per liberarle. A quel punto, saprete anche a chi dare la colpa per il contagio.

Tutti e cinque si guardavano sorridendo e annuendo. I loro sorrisi si tramutarono nuovamente in un’irrefrenabile ilarità. In breve il gruppo si ritrovò nuovamente in un clima goliardico, mentre le risate isteriche, inquietanti e bramose di potere riempivano il laboratorio e le cinesi zombie, al contempo, emettevano urla e grugniti terrificanti.

Tutto era pronto per dare vita a Gaia, il Nuovo Ordine Mondiale voluto dalla Casaleggio Associati.