Rinnegare la Puglia – Stella Pulpo

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Quest’oggi, nella rubrica Rinnegare la Puglia, vi parlerò di Stella Pulpo, una scrittrice e blogger tarantina, che negli ultimi tempi sta avendo un certo successo e consenso, grazie al suo blog Memorie di Una Vagina . Il suo blog, ormai molto conosciuto, tratta diverse tematiche, tra le quali femminismo, sessualità, politica e società. La sua scrittura profonda e graffiante, unita a un carattere sensibile e al contempo frizzantino le hanno procurato moltissime ammiratrici e ammiratori, ma al contempo anche tanti nemici. Tra questi ultimi, vi sono uomini che non condividono le sue opinioni femministe, alcuni che le augurano di morire grassa e donne che la accusano, nelle sue storie su Instagram, di camuffare il suo accento pugliese. In merito a quest’ultimo punto, da ex-pugliese, ovviamente condivido in pieno la scelta consapevole di Stella di mascherare il più possibile la sua cadenza. Lo so con certezza assoluta che lo fa volutamente. E’ la stessa scelta che ha fatto il sottoscritto, per cui sono contento che anche lei provi la mia stessa vergogna per le sue origini. Inoltre, essendo ormai Stella un personaggio pubblico di un certo spessore intellettuale, ma soprattutto vivendo ormai da tanti anni a Milano, è giusto che non involgarisca la sua immagine parlando nella maniera sguaiata tipica dei pugliesi, in modo da integrarsi nei salotti buoni del meneghino.

Purtroppo, se da un lato la nostra Stella mostra un incredibile impegno e dedizione nel cercare di guarire dai suoi difetti di pronuncia, non si può dire altrettanto dei contenuti del suo blog.

Non mi riferisco alle sue battaglie femministe, che, lo rivelo qui in esclusiva, sono un chiaro specchietto per le allodole.

Il suo blog ha in realtà un progetto politico ben chiaro e molto pericoloso, costituendo principalmente un gigantesco manifesto nostalgico della Puglia. In un post recente, Stella scrive quanto segue:

[…] la suggestione irriducibile delle radici, quella specie di malcelato orgoglio del tipo: io questa terra ce l’ho nel sangue, e altre menate retoriche di questo tipo. Il Gargano selvaggio mi resterà nel cuore, con le sue strade di merda e i suoi panorami meravigliosi.

Insieme ad esso conservo gelosamente le chiacchiere con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Gli sfoghi, i chiarimenti e le risate. I panzerotti fritti, i nodini di mozzarella, le friselle, le cozze al gratin, le turtarelle, gli arrosticini e le bombette che rappresentano ancora una valida ragione per restare carnivori. I bagni al tramonto. Gli spritz con le chiappe ancora umide. Le cene in terrazza. Le partite a carte. Le passeggiate. I Moscow Mule creativi. I fuochi d’artificio. Le torte di mia mamma e il capocollo locale. Le dormite al fresco e i libri letti in piscina. La fuga a Taranto, in litoranea, per raggiungere gli amici del nord al sud, e rivedere quello che ho sempre considerato “il mio mare”. L’azzurro, le dune, il traffico, i parcheggiatori. Le buche nell’asfalto, le rotatorie e fai-attenzione-all’autovelox. E poi la serata al Valentino, e le confidenze tutte condensate in poche ore, che ci siamo rivisti mò e poi chissà quando. Il rientro. L’alba che sorge sulla Valle d’Itria in tutta la sua maestosa bellezza. L’umido della notte che sponza i teli stesi ad asciugare. E ancora la fatica di spiegarsi anche quando è difficile trovare le parole, le confessioni, la complicità di chi è cresciuto insieme, i cazziatoni che fanno bene e i consigli, e poi i saluti, i buoni propositi per l’autunno, le promesse, e la solita domanda: quando ci rivediamo?

Presto. Qualunque cosa “presto” significhi.

Signore e signori, da questo e altri post emerge con chiarezza uno degli obiettivi principali del blog Memorie di Una Vagina:  l’esaltazione del mito del passato, che, come noto, è sempre stato il nocciolo duro del pensiero reazionario, populista e dei regimi nazifascisti.

C’è però un aspetto ancora più inquietante, per un ex-pugliese e neo-milanese come il sottoscritto, che emerge in maniera lapalissiana in quest’altro post. La nostra reazionaria mascherata da progressista prende di mira, con l’acredine tipica dell’elettore grillino meridionale, l’ArcelorMittal, già Italsider e Ilva, affermando quanto segue:

Nel corso del tempo, la città e la cittadinanza si sono trasformate in un accessorio della fabbrica, un agglomerato umano che vive e muore in funzione della produzione dell’acciaio. La mia città è come un inventario disgraziato di uomini, e donne, e bambini, da sacrificare sull’altare del Capitale. Immolati in nome di Madre Economia. Fine della storia. 

E’ incomprensibile come la Pulpo, da milanese acquisita, non riesca a capire come in realtà l’ArcelorMittal ha garantito in tutti questi anni occupazione e benessere alla sua città. Grazie all’ex-Ilva, potremmo, da pionieri, definire Taranto come La Milano delle Puglie.

Sempre nel medesimo post, ecco una seconda pericolosa generalizzazione, in merito alla definizione che la Pulpo dà dell’imprenditore:

[…] uno che per definizione pone come primo (e spesso unico) obiettivo il profitto. Non il benessere del territorio. Non la sicurezza dei lavoratori. Non la salute dei cittadini. Solo e soltanto il profitto incondizionato, in una repubblica fondata su connivenze e mazzette

Affermazioni vergognose con le quali si intende gettare fango su coloro che, mossi dalla passione, si prendono dei rischi per dare benessere economico e occupazione al nostro paese. Nello specifico, con quale coraggio la nostra scrittrice si permette di screditare il Gruppo Riva che, vogliamo ricordarlo, nel siderurgico è primo in Italia e quarto in Europa? Un gruppo mosso dalla fiamma ardente per il lavoro, fondamento dell’Articolo 1 della nostra bellissima Costituzione. Potremmo aggiungere che quanto afferma Stella Pulpo è palesemente incostituzionale e per questa ragione, il suo post sarà portato alla Consulta quanto prima per essere abrogato.

Il profitto è cosa nobile, forse è tutto quello che abbiamo come esseri umani, e lei stessa dovrebbe averlo imparato bene, vivendo a Milano come il sottoscritto. Se la gente si ammala, la colpa è unicamente e solo dei tarantini. E la ragione è la seguente: come si permettono gli abitanti del quartiere Tamburi e i dipendenti dell’ex-Ilva di respirare? Possibile che in tutti questi anni non abbiano imparato a trattenere il fiato? Si può sapere perché i meridionali sentano questa necessità impellente di fare altro mentre sono al lavoro? Non c’è niente da fare. Anziché ringraziare chi dà loro un’occupazione, consentendo di mantenere le loro famiglie, tipicamente numerose con figli, genitori e suoceri a carico, pretendono anche l’aria pulita e l’ossigeno. Questo è davvero troppo.

In ogni caso, dal post emerge il secondo punto del progetto politico che si propone il blog Memorie di Una Vagina: rafforzare l’assistenzialismo di stato, sulla falsa riga di quanto già fatto dal governo Conte 1. L’obiettivo è chiaro: puntare alla chiusura definitiva di ArcelorMittal, in modo che i tarantini smettano di lavorare in massa e vivano di reddito di cittadinanza.

Possiamo concludere, senza ombra di dubbio, che Stella Pulpo, oltre a essere una spia pugliese infiltrata nel meneghino, oltre a non essere una femminista, è una Nazifascista a Cinque Stelle.

Heil, Pulpo!

Riscriviamo la Storia – Papa Alessandro VI

Prega per noi, Santo Padre.

Quest’oggi la nostra rubrica si occuperà di riabilitare la figura di un pontefice definito ingiustamente controverso, su cui tanto fango è stato gettato, facendo passare in secondo piano i lati positivi della sua personalità e le sue importanti opere realizzate in qualità di Vicario di Cristo, negli anni che vanno dal 1492 al 1503. Parliamo di Rodrigo Borgia, Sua Santità Papa Alessandro VI.

Iniziamo a ridisegnarne il carattere e la personalità. Per cominciare, vogliamo invitare voi tutti a soffermarsi sul suo volto paffuto, sperando che la sua rotondità e le sue gote cremisi possano in qualche modo fare breccia nei vostri cuori. Vi sfidiamo a non trovare un’analogia con la tenerezza che suscitava il Papa Buono, Giovanni XXIII, pontefice della Chiesa Cattolica dal 1958 al 1963. 

E’ nostro preciso dovere dare un’interpretazione più veritiera e più umana della storia di questo pontefice, partendo da un affermazione che a nostro avviso costituisce un dato di fatto: costui era un uomo integro. Amava Dio, amava Santa Madre Chiesa, amava le donne e amava i suoi figli. La sua vita era vissuta pertanto con completezza. Coesistevano in lui, in maniera sinergica e armoniosa, spiritualità e carnalità. Purtroppo, la sua visione a trecentosessanta gradi è tuttora ingiustamente considerata dissolutezza. Noi, con questa rubrica, possiamo definirci dei pionieri, in quanto abbiamo il grande onore di riabilitare una volta per tutte la sua immagine. D’altro canto, quale uomo, in passato, al giorno d’oggi e anche in futuro, avrebbe la tempra, la volontà e la perseveranza di porsi alla guida di un’istituzione complessa come la Chiesa Cattolica, che ad oggi annovera fra i suoi fedeli oltre un miliardo di persone, e al contempo prendersi cura dei suoi legami di sangue?

In merito alla sua famiglia, purtroppo la storia continua a etichettarlo come uno dei massimi esponenti del nepotismo in epoca rinascimentale. Ciò nonostante, invitiamo voi tutti a mettervi nei suoi panni, cercando di guardarlo come un essere umano con i suoi limiti e le sue fragilità. Tutti questi aspetti magnificano senza meno la sua grande capacità di prendersi cura dei suoi cari, qualità ereditata da suo zio Alfonso, il Santo Padre Callisto III, che fu Papa dal 1455 al 1458. Del resto, quale padre non vorrebbe vedere i propri figli sistemati? Trovandovi nella sua posizione, non vi sareste comportati allo stesso modo? Non avreste anche voi fatto carte false per vedere i vostri pargoletti con un posto di lavoro fisso? E’ ora di porre fine a questa ipocrisia: voi non siete tanto diversi dal Santo Padre Alessandro VI. Anzi, siete peggiori e indegni della nostra stima. Perché non siete neppure papi.

Veniamo ora all’accusa infamante che la storia continua ancora oggi a muovere nei confronti del duecentotredicesimo successore di Pietro: la simonia. A detta dei maligni, o forse sarebbe meglio definirli invidiosi e rancorosi, Rodrigo Borgia avrebbe ottenuto il ruolo di Pontefice Massimo per mezzo di compravendita di cariche ecclesiastiche. Ed è qui che la nostra rubrica vuole andare al nocciolo della sua ascesa al potere, prendendo le sue difese, sapendo che, ormai defunto, non è più in grado di farlo. Quest’uomo aveva un bisogno imperante di essere riconosciuto e amato. Probabilmente, è stato un bambino poco coccolato. I suoi genitori, Jofré Llançol i Escrivà e Isabel de Borja y Cavanilles, non gli avranno dato la tenerezza e le attenzioni che da piccolo meritava. Aveva dunque senz’altro  la necessità di sopperire a tale carenza, cercando di rendersi visibile al mondo, in modo da saziare la sua giustificatissima fame d’amore, seguendo, a nostro avviso, un altro dei bellissimi comandamenti di Cristo, come splendidamente descritto in Matteo 18,2-6: Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare.

A questo, aggiungiamo che qualsiasi bambino irrequieto e inascoltato, come poteva esserlo il piccolo Rodrigo, tende all’introspezione e ad ascoltare con maggiore attenzione e profondità la propria vocazione. Per dirla con le parole dello psicanalista James Hillman, Rodrigo rispose prontamente alla chiamata del suo Daimon. Egli non voleva e non doveva essere un mediocre, era un uomo con delle idee, un leader nato. Sapeva che la sua elezione al soglio pontificio avrebbe dato lustro e vigore alla Chiesa Cattolica. C’è chi parla ingiustamente di lotte e di rivalità tra lui e Giuliano della Rovere, che divenne poi papa dal 1503 al 1513 con il nome di Giulio II, ma tutto questo è falso. Borgia era il prescelto e fu eletto per opera del soffio dello Spirito Santo. Fu il volere del Signore a portarlo al vertice della Chiesa. E la sua forza era la sua famiglia, affiatata e unita da un amore al limite del carnale, come ci insegna il meraviglioso ed emozionante rapporto che Rodrigo aveva con la figlia Lucrezia e il figlio Cesare.

Aggiungiamo inoltre questo: Alessandro VI, come qualsiasi nuovo amministratore delegato, una volta eletto, ebbe profondamente a cuore il futuro della sua azienda. Fu questo uno dei motivi per cui, nei suoi concistori, tra gli innumerevoli cardinali nominati, la gran parte erano suoi parenti. Lo ribadiamo una volta per tutte: la sua politica non si può definire nepotista. Proviamo invece a cambiare punto di vista: Borgia volle creare un’impresa a gestione familiare. Pensateci. Le aziende familiari, al giorno d’oggi, costituiscono il nocciolo duro del tessuto industriale italiano e sono loro che muovono l’economia del Bel Paese e contribuiscono a incrementare il nostro PIL. Alessandro VI fu pertanto un pioniere, un precursore dell’imprenditoria italiana, un padre fondatore. Gli ottimi risultati si vedono tutt’ora al giorno d’oggi. L’Italia è senz’altro una grandissima potenza economica, che detta legge nell’Unione Europea, proprio grazie a questa mentalità imprenditoriale moderna e meritocratica. Del resto, è ben noto che il talento si trasmette geneticamente.

La sua grande forza veniva, inoltre, dalla sua profonda e genuina fede. Egli fu uomo pio e devoto, oltre che strenuo difensore dell’ortodossia cattolica. Il pontefice si preoccupò, nel corso del suo pontificato, di difendere la Chiesa contro le prepotenze di duchi e baroni, dispose alcuni provvedimenti volti a migliorare la condizione morale di alcuni enti monastici e si occupò anche di proteggere alcuni ordini religiosi. Ebbe a cuore la conversione delle popolazioni amerinde e fu protettore degli Ebrei. In merito a quest’ultimo punto, un uomo con una tale personalità, negli anni del Nazionalsocialismo in Germania, avrebbe senz’altro dato filo da torcere ad Adolf Hitler. A questo proposito, gli ebrei gli dimostrarono immensa riconoscenza, elargendo donazioni in denaro verso la Chiesa, che i maligni interpretano erroneamente e in maniera diffamatoria come prestiti atti al finanziamento delle campagne militari del figlio Cesare Borgia. Non dimentichiamo, infine, i rapporti epistolari che il pontefice aveva con la beata Colomba da Rieti, la proclamazione del Giubileo del 1500 e il mecenatismo di cui fu artefice, che tanto bene fece all’arte rinascimentale. Pochi sanno infatti che fu proprio Alessandro VI a commissionare la Pietà di Michelangelo.

Chiudiamo la nostra rubrica con quanto scritto in Matteo 10, 16:

Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.

Rodrigo Borgia, a causa della sua fede e del suo talento, era consapevole che sarebbe stato un uomo invidiato e perseguitato. Applicava pertanto alla lettera gli insegnamenti del Vangelo e di Nostro Signore Gesù Cristo.

Prega per noi, Santo Padre.

Riscriviamo la Storia

Aprirà a breve una nuova rubrica: Riscriviamo la Storia.

L’obiettivo sarà quello di imparare a valutare i lati positivi e le azioni di alcuni personaggi storici, anche di quelli apparentemente più controversi.

Giudichiamo spesso con frettolosità le azioni e i comportamenti altrui, sapendo che fondamentalmente lo facciamo per sentirci migliori. Ma in Luca 6, 41-42, nostro Signore Gesù Cristo ci dà un insegnamento molto chiaro: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.” 

Ecco: questo è quello che ha sempre fatto la storia. Dividere in maniera nevrotica e dicotomica il mondo in vincitori e vinti, eliminando qualsiasi sfumatura. Perché i vincitori si sentono sempre più buoni dei vinti, quando dovremmo imparare tutti a guardarci dentro, sapendo che dietro le azioni più riprovevoli, non si nasconde che un grande dolore, una profonda ferita narcisistica, un bambino non amato o troppo amato.

Il progetto che persegue questa rubrica è ambizioso: creare una nuova via per il perdono e la tolleranza, che ci porti a valutare l’esercizio della violenza come una delle tante possibilità di esprimere il proprio dolore interiore. Fondamentalmente, la conquista di nuove terre, la presa e l’esercizio del potere, la repressione dei diritti democratici e l’instaurazione di un regime totalitario, si possono senz’altro considerare un fanciullesco e giocoso atto creativo, come può esserlo dipingere, scolpire, cantare e scrivere.

Questo progetto vuol dare vita a una cultura storica innovativa, al contempo cristiana e junghiana, che veda la guerra e la repressione come una forma d’arte e al contempo abbia come solide radici il perdono e la pace verso e con i nostri lati oscuri, proiettati generalmente sui vinti perché inaccettabili.

Perché nessuno si può davvero considerare consapevolmente malvagio.