Rinnegare la Puglia – Si avvicina il Santo Natale

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Il Santo Natale è alle porte.

Si entra in sala. La tavola, ricoperta di tovaglie rosse su cui sono disegnate ghirlande, è imbandita di ogni ben di Dio. Il nucleo familiare si riunisce finalmente. Tre, in certi casi quattro, generazioni di piccolo-borghesi sedute attorno al tavolo. La generazione più giovane viaggia ormai tra i trenta e i quarant’anni, la generazione degli eterni adolescenti, degli eterni figli, guardata con disprezzo dalle precedenti, gli eroi, coloro che hanno fatto grande questo paese, pragmatici, duri, puri, bacchettoni, moralisti, polarizzati, dicotomici, giudicanti, morti dentro, noiosi.

L’odore dei formaggi e degli insaccati, del vino rosso, del timballo, del roast beef, dell’insalata, dei finocchi, della frutta fresca e secca, dei dolci, dello spumante, del limoncello e dell’amaro, insomma, di tutto il cibo che, servito in questo santo giorno sarebbe in grado di sfamare l’intera Repubblica Democratica del Congo, ha un unico scopo, quello di coprire l’odore pestilenziale dell’incesto psicologico, la puzza dell’invadenza, dei consigli non richiesti e delle domande inopportune e fuori luogo, causate da un sostanziale handicap emotivo che è alla base della totale incapacità di amare degli esseri umani.

Eccola, zia Antonina, che non vede l’ora che ti trovi una fidanzata da poter presentare a tutta la setta, a tutto il clan contorto nel rancore degli obblighi e delle norme non rispettate, degli inviti non ricevuti, delle eredità inique, succube delle spinte endogamiche causate dalla paura del diverso, dell’ignoto, del confronto. Zia Antonina, esatto. La stessa zia Antonina che porta avanti un matrimonio disastroso con un marito capriccioso e tiranno, che non ha mai avuto il coraggio di lasciare perché vittima della colpa e del giudizio degli altri, dell’incapacità di perseguire una vita propria e di far fruttare i propri talenti. La stessa zia Antonina che è talmente abituata all’odore di merda da non farci più caso e che ti invita in ogni caso ad immergerti, in quel bagno caldo fumante al cui olezzo pestilenziale non fa più caso. La stessa zia Antonina che vomita il suo rancore, la sua disperazione e la propria frustrazione sui propri figli, adducendo pretese da questi ultimi, caricandoli di un peso insostenibile e facendosi figlia della sua stessa prole, zia Antonina che non è mai cresciuta, zia Antonina che non è mai diventata adulta e pretende di dare lezioni di vita, zia Antonina che sta provando nuovamente a lasciare suo marito, ma non ne ha parlato con tuo padre che si è offeso perché in famiglia si condivide tutto. Sono alberi cresciuti male, alberi cresciuti storti, convinti di essere querce maestose. Non sanno quello che dicono, non sanno quello che fanno, non sanno chi sono.

La cena è terminata e il giorno seguente causerà inevitabilmente delle scariche di diarrea, nella migliore delle ipotesi, o, nel caso peggiore, una bella vomitata. Si è mangiato troppo, non si è abituati a farlo per tutto l’anno, ma è Natale. Si deve, bisogna, occorre farlo, cazzo. E’ il momento dei regali ora, ovviamente. Fiumi di soldi buttati nel cesso, tredicesime scialacquate, oggetti e capi d’abbigliamento che non verranno mai usati e mai indossati, doni che servono a coprire la colpa di essere stati totalmente inadeguati, che servono a sciacquarsi la coscienza, che servono a colmare un abisso, un vuoto invischiante e mortifero che non si ha il coraggio di guardare in faccia, che servono a rendere il proprio ego ancora più ipertrofico e a manifestare il proprio potere. Il regalo costoso, il regalo grande, il regalone, il guinzaglio, la catena, il potere che abbiamo su di te, o figlio, o nostro figlio, figlio della crisi economica, incapace di stare al mondo, fragile, sensibile, depresso, malato, che hai ancora bisogno di mamma e papà.

Eppure.

Qualcuno di recente mi ha detto di guardare a tutto questo con compassione, con dolcezza, con indulgenza. Loro non sanno, ma ti amano comunque. Non hanno idea di cosa tu abbia bisogno. Perché non ti riconoscono più, perché sei cambiato e non sanno più come prenderti, non sanno di cosa parlare, non sanno come parlarti, perché fondamentalmente sei difficile da interpretare, sei complesso, sei ambiguo, sei un ossimoro vivente.

E allora ci provo, faccio uno sforzo, sovrumano, ma lo faccio, a guardare questa tavolata di minchioni con un sorriso, senza abbassare troppo la guardia, mantenendo i confini sani che ho giustamente posto, ma guardando a tutto questo con affetto. Sono umani, fallibili, limitati, narcisisti, peccatori, vigliacchi, miserabili, imbecilli.

Imbecilli. Come te.

E per quest’anno, ho deciso, mi tiro fuori. Alla larga dal consumismo, alla larga dai miei fantasmi, alla larga dai miei carcerieri, ormai immaginari, ormai ininfluenti. Ce ne stiamo a meditare, al caldo, al chiuso, a leggere, a pensare, a rigenerarci, a tornare all’essenziale, a pregare a modo nostro, per noi e per chi soffre.

Ci proviamo, almeno, a imparare ad amare davvero, e, per dirla alla Erich Fromm, a farla diventare una vera e propria arte?

 

Rinnegare la Puglia – Lotta all’Evasione

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Sono tempi duri per il nostro paese, tempi di crisi economica profonda. Il debito pubblico italiano rispetto al PIL ha raggiunto nel 2018 un valore pari al 134.8%. Sono in epoche come queste che i governi italiani hanno il sacrosanto dovere di occuparsi di questa palla al piede che non ci consente di effettuare investimenti e, di conseguenza, modernizzare il nostro Bel Paese.

Naturalmente, il modo più efficace per favorire la ripresa non può che essere quello di una seria lotta all’evasione fiscale.

Ancora una volta, in qualità di ex-Pugliese e di ex-meridionale, sento la necessità di redarguire e rieducare gli abitanti della mia ex-regione di provenienza, in quanto, come già menzionato altrove, essi sono tra i maggiori responsabili del declino economico della nostra amata patria. Per fortuna, il germe sano della produttività ed efficienza meneghina mi ha ormai contagiato, si è infilato sottopelle fino a modificarmi geneticamente. Il mio DNA è ormai lombardo, persino i miei lineamenti si sono modificati, rendendoli più morbidi, più soavi, con gli occhi che cominciano a diventare azzurri e i capelli che si schiariscono, tendendo verso il biondo, rispetto ai tratti neanderthaliani che mi contraddistinguevano quando ero un giovane del sud. Anche il mio accento è ormai definitivamente nordico, anzi, comincia persino a manifestare una gradevolissima sfumatura teutonica, con cenni aspri e forti, molto simili al tedesco parlato nella Germania degli ultimi anni trenta.

Ma non divaghiamo. Il governo Conte Bis ha proposto una serie di misure nella sua manovra finanziaria, attualmente in corso di negoziazione in Parlamento con i partiti che compongono la coalizione. La manovra, come molti sapranno, prevede una mini-stangata su banche e assicurazioni, materie plastiche, zuccheri, varie ed eventuali, per un ammontare stimato pari a 5,5 miliardi di Euro, secondo una previsione de Il Sole 24 Ore del 5 novembre 2019.

Naturalmente, il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nonostante l’eleganza di cui è maestro, a prescindere dallo charme e dalla raffinatezza dei suoi modi garbati, a dispetto del suo sguardo ammaliante e della sua chioma ben pettinata e corvina e dagli abiti di classe con cui si accompagna, qualità grazie alle quali ha sedotto leader di partito italiani, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e anche primi ministri e capi di stato Europei e Mondiali, si rivela in realtà un gran furbo e opportunista.

Innanzitutto, vogliamo ricordare che purtroppo, nonostante l’indiscutibile fascino, Giuseppe Conte soffre di una grave disfunzione dalla quale non è ancora guarito: è di Volturara Appula, un comune di circa quattrocento anime in provincia di Foggia.

Provenendo da un contesto piccolo della regione Puglia, il presidente del consiglio finge di non ricordare uno dei fenomeni più gravi che affliggono questi minuscoli centri: stiamo parlando di un enorme flusso di capitali in nero non dichiarati allo stato Italiano, che favoriscono il familismo di cui purtroppo la Puglia è gravemente colpevole assieme a tutto il sud.

Nello specifico, si tratta dei regali di compleanno, matrimonio, Natale e festività varie che parenti quali zii, nonni e genitori erogano a nipoti e figli, generalmente sotto forma di denaro contante.

Facciamo un rapido conto: al 31 Dicembre 2018, il numero di giovani pugliesi dai 18 ai 34 anni che vivono ancora in famiglia risulta pari a 558 mila (dato ISTAT). Annualmente, tra paghette settimanali, compleanni, festività, matrimoni e ricorrenze varie, possiamo stimare che ciascuno di questi giovani riceva dalla sua famiglia una media annuale di 1500 Euro in contanti, pertanto non dichiarati al fisco. Facendo una rapida moltiplicazione, otteniamo dunque, nell’arco di un anno solare, un flusso di capitali in nero pari a 837 milioni di Euro.

Si ritiene necessaria, di conseguenza, l’applicazione di una seria proposta di legge che contrasti questo fenomeno, consistente nei seguenti punti:

  • Introduzione del reato di familismo
  • Serio monitoraggio da parte della guardia di Finanza di questo flusso di capitali, con arresto immediato di genitori, nonni e zii che elargiscono denaro in nero ai propri figli e nipoti, con pene fino a vent’anni di carcere e multe fino a un milione di Euro.
  • Una tassazione secca del 60% sui capitali recuperati.

In questo modo, lo Stato Italiano riceverebbe, solamente dalla Regione Puglia, delle entrate annuali pari a 502 milioni di Euro oltre ai capitali recuperati dalle ammende alle famiglie.

Se questo sistema venisse applicato a tutte le regioni meridionali, magari aggiungendo una tassazione sui pacchi da giù di cui parla in maniera reazionaria Casa Surace, ovviamente mediante opportuna revisione costituzionale che favorisca una politica economica di stampo federale, le entrate annuali incrementerebbero a dismisura, e il denaro ottenuto servirebbe a ridurre il debito pubblico italiano e potrebbe essere riutilizzato per gli investimenti in ricerca, sanità, istruzione, per una definitiva e salutare modernizzazione del nostro paese, perché ritorni tra i grandi, tra le eccellenze europee e mondiali e, perché no, per la fondazione di un nuovo impero italico, i cui confini si estendano dal mediterraneo fino al nord Europa.

Amen.

Rinnegare la Puglia – Il Pugliese nostalgico a Milano

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Tempo fa, dopo un lungo periodo di solitudine e di fine settimana passati nel mio monolocale milanese, mi trovai nuovamente coinvolto in alcune uscite con un gruppo di conoscenti. Ci tengo a sottolineare che si trattava di semplici conoscenti, dato che, come ho già fatto presente in altri post, per me è un vanto non avere amici. Rifuggo volontariamente i rapporti fatti di comprensione, empatia, solidarietà, affetto e amore, perché costituiscono un ostacolo alla produttività, all’efficienza e alla mia volontà di potenza di stampo nietzschiano. Tipicamente, mi approccio alla gente con il piglio dello scienziato. Osservo le persone con l’occhio acuto e critico del ricercatore. Di fatto, gli uomini e le donne costituiscono per me più delle cavie sulle quali fare introspettivi esperimenti di carattere psicologico e sociale. Del resto, volendo dare una personale interpretazione al pensiero di Yuval Noah HarariHomo Sapiens altri non è che il cugino stupido del Pan Paniscus.

Ma non divaghiamo. Ricordo che tali conoscenti che frequentavo erano prevalentemente trentenni ancora convinti di essere alle scuole superiori. Ricordo che persino alle superiori avevo la sensazione di uscire con dei diciottenni convinti di essere ancora alle superiori. I trentenni in questione provenivano purtroppo tutti dalla regione Puglia.

Ora, ho già fatto presente altrove che sono un ex-Pugliese. Come ho già menzionato in altre occasioni, provo imbarazzo quando mi trovo circondato dai miei ex compaesani. Nello specifico, la tipologia con la quale mi sento più a disagio è proprio quella del pugliese emigrato al Nord. Da poche settimane o pochi mesi o pochi anni o pochi decenni non ha importanza. Il campione, inteso sia in senso scientifico che sarcastico, presenta generalmente alcune caratteristiche cristallizzate e dunque irremovibili.

Innanzitutto, il soggetto presenta un profondo complesso di Edipo irrisolto. Generalmente, la sua sofferenza è dovuta al non poter mangiare riso, patate e cozze cucinato da sua madre. Di solito, spende migliaia di euro all’anno del marito di quest’ultima per tornare in Puglia una volta ogni due settimane, allo scopo di farsi lavare e stirare i vestiti, non essendo in grado di far funzionare la lavatrice. Di solito, quando rientra al Nord, si sente solo e si piange addosso perché Milano fa schifo e la gente è fredda e pensa solo a lavorare.

Generalmente, quando si trasferisce a Milano, non volendo far pagare ai suoi genitori degli affitti alti, dato che questi ultimi continuano a mantenerlo per tenerlo al guinzaglio e continuare a sentirsi indispensabili, i primi tempi va a vivere da un parente, magari dalla sorella o da uno zio che magari è anche in pessimi rapporti con i suoi genitori. Nonostante questo, la famiglia resta per lui sempre al primo posto come il luogo fatato dell’amore incondizionato, perpetuando l’eredità di dolore che genitori e figli continuano a passarsi da millenni, di generazione in generazione.

Provenendo da un paesino di poche anime, non essendo in grado di tollerare la solitudine e la dispersività del capoluogo lombardo, si pone come obiettivo principale quello di ricostruire in maniera nevrotica la vita che faceva al sud. Nello specifico, cerca di mettere su un gruppo di finti amici costituito da una ventina di persone, naturalmente tutti meridionali, cercando di coinvolgerli sei sere su sette in uscite ed eventi che non interessano neppure a lui. Crede di amare incondizionatamente tutti loro, quando in realtà soffre di dipendenza affettiva. Infatti mette il muso e diventa passivo-aggressivo nel momento in cui qualcuno di questi decide di dargli buca una sera o di fargli notare che i suoi comportamenti sono un attimino troppo invadenti. Oltre a ciò, dal suo punto di vista, tutti coloro di cui si circonda sono obbligati a patire la sua stessa nostalgia. In caso contrario, accusa con ferocia chi non lo fa di aver rinnegato le sue radici, qualsiasi cosa voglia dire questa frase. 

Concludo la descrizione, menzionando uno degli aspetti più rilevanti del campione in questione: la presunzione con cui esalta il cibo pugliese, disprezzando con sarcasmo la cotoletta e il risotto allo zafferano, come se friselle, panzerotti, mozzarelle e burratine possano in qualche modo competere con i prelibati piatti tipici di noi milanesi. Si lamenta inoltre di come i prezzi dei prodotti pugliesi a Milano siano troppo elevati, non tenendo conto in alcun modo del fatto che i costi più elevati includono il prezzo per il trasporto, gli affitti più elevati dei negozi e supermercati Milanesi, le percentuali che spettano a un distributore e altri aspetti complessi di carattere economico, dimostrando pertanto in merito una profonda ignoranza.

Rinnovo quanto già affermato a proposito del progetto politico occulto di Stella Pulpo: chi fa della nostalgia di casa uno strumento propagandistico spacciandolo per letteratura o intrattenimento, come il blog Memorie di Una Vagina o Casa Surace, favorisce una spinta endogamica involutiva, alla base delle ideologie reazionarie e fasciste.

E’ dovere di tutti noi pertanto, rinnegare con civiltà, ma con fermezza, le nostre radici e le nostre origini, per muoverci verso uno stile di vita realmente progressista e positivista, orientato esclusivamente al lavoro, allo scopo di salvaguardare la nostra democrazia.

L’amore per principio, l’ordine per fondamento, il progresso per fine. (August Comte)

Rinnegare la Puglia – Stella Pulpo

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Quest’oggi, nella rubrica Rinnegare la Puglia, vi parlerò di Stella Pulpo, una scrittrice e blogger tarantina, che negli ultimi tempi sta avendo un certo successo e consenso, grazie al suo blog Memorie di Una Vagina . Il suo blog, ormai molto conosciuto, tratta diverse tematiche, tra le quali femminismo, sessualità, politica e società. La sua scrittura profonda e graffiante, unita a un carattere sensibile e al contempo frizzantino le hanno procurato moltissime ammiratrici e ammiratori, ma al contempo anche tanti nemici. Tra questi ultimi, vi sono uomini che non condividono le sue opinioni femministe, alcuni che le augurano di morire grassa e donne che la accusano, nelle sue storie su Instagram, di camuffare il suo accento pugliese. In merito a quest’ultimo punto, da ex-pugliese, ovviamente condivido in pieno la scelta consapevole di Stella di mascherare il più possibile la sua cadenza. Lo so con certezza assoluta che lo fa volutamente. E’ la stessa scelta che ha fatto il sottoscritto, per cui sono contento che anche lei provi la mia stessa vergogna per le sue origini. Inoltre, essendo ormai Stella un personaggio pubblico di un certo spessore intellettuale, ma soprattutto vivendo ormai da tanti anni a Milano, è giusto che non involgarisca la sua immagine parlando nella maniera sguaiata tipica dei pugliesi, in modo da integrarsi nei salotti buoni del meneghino.

Purtroppo, se da un lato la nostra Stella mostra un incredibile impegno e dedizione nel cercare di guarire dai suoi difetti di pronuncia, non si può dire altrettanto dei contenuti del suo blog.

Non mi riferisco alle sue battaglie femministe, che, lo rivelo qui in esclusiva, sono un chiaro specchietto per le allodole.

Il suo blog ha in realtà un progetto politico ben chiaro e molto pericoloso, costituendo principalmente un gigantesco manifesto nostalgico della Puglia. In un post recente, Stella scrive quanto segue:

[…] la suggestione irriducibile delle radici, quella specie di malcelato orgoglio del tipo: io questa terra ce l’ho nel sangue, e altre menate retoriche di questo tipo. Il Gargano selvaggio mi resterà nel cuore, con le sue strade di merda e i suoi panorami meravigliosi.

Insieme ad esso conservo gelosamente le chiacchiere con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Gli sfoghi, i chiarimenti e le risate. I panzerotti fritti, i nodini di mozzarella, le friselle, le cozze al gratin, le turtarelle, gli arrosticini e le bombette che rappresentano ancora una valida ragione per restare carnivori. I bagni al tramonto. Gli spritz con le chiappe ancora umide. Le cene in terrazza. Le partite a carte. Le passeggiate. I Moscow Mule creativi. I fuochi d’artificio. Le torte di mia mamma e il capocollo locale. Le dormite al fresco e i libri letti in piscina. La fuga a Taranto, in litoranea, per raggiungere gli amici del nord al sud, e rivedere quello che ho sempre considerato “il mio mare”. L’azzurro, le dune, il traffico, i parcheggiatori. Le buche nell’asfalto, le rotatorie e fai-attenzione-all’autovelox. E poi la serata al Valentino, e le confidenze tutte condensate in poche ore, che ci siamo rivisti mò e poi chissà quando. Il rientro. L’alba che sorge sulla Valle d’Itria in tutta la sua maestosa bellezza. L’umido della notte che sponza i teli stesi ad asciugare. E ancora la fatica di spiegarsi anche quando è difficile trovare le parole, le confessioni, la complicità di chi è cresciuto insieme, i cazziatoni che fanno bene e i consigli, e poi i saluti, i buoni propositi per l’autunno, le promesse, e la solita domanda: quando ci rivediamo?

Presto. Qualunque cosa “presto” significhi.

Signore e signori, da questo e altri post emerge con chiarezza uno degli obiettivi principali del blog Memorie di Una Vagina:  l’esaltazione del mito del passato, che, come noto, è sempre stato il nocciolo duro del pensiero reazionario, populista e dei regimi nazifascisti.

C’è però un aspetto ancora più inquietante, per un ex-pugliese e neo-milanese come il sottoscritto, che emerge in maniera lapalissiana in quest’altro post. La nostra reazionaria mascherata da progressista prende di mira, con l’acredine tipica dell’elettore grillino meridionale, l’ArcelorMittal, già Italsider e Ilva, affermando quanto segue:

Nel corso del tempo, la città e la cittadinanza si sono trasformate in un accessorio della fabbrica, un agglomerato umano che vive e muore in funzione della produzione dell’acciaio. La mia città è come un inventario disgraziato di uomini, e donne, e bambini, da sacrificare sull’altare del Capitale. Immolati in nome di Madre Economia. Fine della storia. 

E’ incomprensibile come la Pulpo, da milanese acquisita, non riesca a capire come in realtà l’ArcelorMittal ha garantito in tutti questi anni occupazione e benessere alla sua città. Grazie all’ex-Ilva, potremmo, da pionieri, definire Taranto come La Milano delle Puglie.

Sempre nel medesimo post, ecco una seconda pericolosa generalizzazione, in merito alla definizione che la Pulpo dà dell’imprenditore:

[…] uno che per definizione pone come primo (e spesso unico) obiettivo il profitto. Non il benessere del territorio. Non la sicurezza dei lavoratori. Non la salute dei cittadini. Solo e soltanto il profitto incondizionato, in una repubblica fondata su connivenze e mazzette

Affermazioni vergognose con le quali si intende gettare fango su coloro che, mossi dalla passione, si prendono dei rischi per dare benessere economico e occupazione al nostro paese. Nello specifico, con quale coraggio la nostra scrittrice si permette di screditare il Gruppo Riva che, vogliamo ricordarlo, nel siderurgico è primo in Italia e quarto in Europa? Un gruppo mosso dalla fiamma ardente per il lavoro, fondamento dell’Articolo 1 della nostra bellissima Costituzione. Potremmo aggiungere che quanto afferma Stella Pulpo è palesemente incostituzionale e per questa ragione, il suo post sarà portato alla Consulta quanto prima per essere abrogato.

Il profitto è cosa nobile, forse è tutto quello che abbiamo come esseri umani, e lei stessa dovrebbe averlo imparato bene, vivendo a Milano come il sottoscritto. Se la gente si ammala, la colpa è unicamente e solo dei tarantini. E la ragione è la seguente: come si permettono gli abitanti del quartiere Tamburi e i dipendenti dell’ex-Ilva di respirare? Possibile che in tutti questi anni non abbiano imparato a trattenere il fiato? Si può sapere perché i meridionali sentano questa necessità impellente di fare altro mentre sono al lavoro? Non c’è niente da fare. Anziché ringraziare chi dà loro un’occupazione, consentendo di mantenere le loro famiglie, tipicamente numerose con figli, genitori e suoceri a carico, pretendono anche l’aria pulita e l’ossigeno. Questo è davvero troppo.

In ogni caso, dal post emerge il secondo punto del progetto politico che si propone il blog Memorie di Una Vagina: rafforzare l’assistenzialismo di stato, sulla falsa riga di quanto già fatto dal governo Conte 1. L’obiettivo è chiaro: puntare alla chiusura definitiva di ArcelorMittal, in modo che i tarantini smettano di lavorare in massa e vivano di reddito di cittadinanza.

Possiamo concludere, senza ombra di dubbio, che Stella Pulpo, oltre a essere una spia pugliese infiltrata nel meneghino, oltre a non essere una femminista, è una Nazifascista a Cinque Stelle.

Heil, Pulpo!

Rinnegare la Puglia – L’opinione di Briatore

Italia_Senza_Puglia_FB.jpgAnni fa, condivisi pienamente ed espressi massima solidarietà nei confronti di Flavio Briatore, dopo le affermazioni che fece a Otranto in merito allo stato delle infrastrutture atte alla sostenibilità del turismo in Puglia.

Motivo meglio le motivazioni che, da ex-pugliese, mi portarono a sostenere le opinioni del noto imprenditore piemontese. Innanzitutto, Briatore è uomo ricco e come tale merita rispetto. Figlio di insegnanti elementari, è la storia eroica di un uomo nato povero, che con la buona volontà, il duro lavoro e una ferrea autodisciplina ha preso in mano le redini del suo destino, diventando un imprenditore di successo.

Le accuse che il Briatore fece nei confronti del territorio pugliese furono sacrosante: la Puglia, ad oggi, non è minimamente attrezzata per accogliere i ricchi. D’altro canto, lui conosce questi ultimi molto bene e credo sia doveroso da parte di tutti tacere quando una persona del suo calibro esprime una sacrosanta verità. Quale Berlusconi dormirebbe in un Bed and Breakfast? Quale Marchionne avrebbe mangiato in una scrausa e anonima trattoria, magari a gestione familiare, un piatto di orecchiette con le cime di rape?

Intendiamoci: i soldi chi li porta? I Luca Cordero di Montezemolo o gli Après La Classe?

L’indignazione dei Pugliesi a fronte delle affermazioni del Flavio nazionale furono il classico esempio di chi vuol difendere lo status quo ed è contrario al progresso e al benessere, unica ragione e unico compito che spetta all’uomo in questa vita: migliorare la propria condizione ed evolversi tramite il denaro e il potere.

E’ ora di finirla con questa Puglia dei rancorosi. Ormai non si perde nessuna occasione per ricordare questi benedetti ulivi, il profumo del mare, il panino con il polipo, la birra Peroni, la burrata e le mozzarelle. Non se ne può davvero più di questa inutile e retrograda nostalgia per la “propria terra”. Basta con questa valorizzazione del territorio, anticamera dell’ozio, dell’assenteismo sui luoghi di lavoro e del reddito di cittadinanza.

Signori miei, non stiamo dimenticando forse che il paese è in crisi e serve portare progresso e modernità?
Ben venga dunque, una salutare colata di cemento, a seppellire definitivamente il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, le spiagge salentine, il Gargano, Ostuni, Alberobello e le Grotte di Castellana. Ora più che mai, bisogna favorire lo sviluppo di SPA, Hotel a 5 stelle, ristoranti di lusso e resort.

Allora sì, e non me ne voglia Caparezza, al secolo Michele Salvemini, che potremo tutti davvero “ballare in Puglia”. Al Twiga.

 

 

Rinnegare la Puglia

Italia_Senza_Puglia.jpgSono pugliese se non ricordo male. Da ormai ben sedici anni vivo a Milano.

Capitale della moda, motore dell’Italia, nel meneghino ho trovato il mio autentico sé, la piena realizzazione della mia persona. Tra cemento, traffico, inquinamento e dodici ore giornaliere in ufficio, fine settimana compresi, ho finalmente raggiunto l’alienazione e l’isolamento dai miei simili che tanto auspicavo.

Ritengo i pugliesi gretti, chiusi mentalmente, invadenti e invidiosi. Non è uno stereotipo, lo sono tutti, ed è scientificamente dimostrato. Sono ingenui, inconsapevoli di loro stessi e profondamente permalosi. Nei loro ragionamenti danno ancora priorità a un valore obsoleto e amorale quale la famiglia, la setta per eccelenza, all’interno della quale si perpetuano le peggiori violenze psicologiche. Non capiranno mai l’arida felicità del denaro e del potere, che eleva sugli altri e dà la possibilità di liberarsi da affetti che costituiscono unicamente un ostacolo alla volontà di potenza insita in ogni individuo.

Io no. Io non sono come loro. Io ho capito. Ho visto.

Non nascondo che, sovente, provo vergogna nel manifestare le mie reali radici. Sono ormai diversi anni che il mio eloquio è abilmente mascherato da una meravigliosa cadenza milanese, condita anche dalle consuete espressioni tipiche del giovane meneghino medio (“Figa”, “Ci sto dentro”, “Bella zio”, “Che sbatti”). Inoltre, ho solo colleghi e conoscenti settentrionali (fortunatamente non ho amici) e, se mi capita di incrociare qualche compaesano a Milano, generalmente fingo di non vederlo e cambio strada. Aggiungo anche che induco chiunque a mantenere una certa riservatezza sulle mie reali origini, invitandolo, qualora interpellato sulla questione, a dichiarare che sono in realtà milanese da svariate generazioni. Lo faccio per una questione di reputazione e di dignità personale.

Trovo insopportabile la vanagloria con cui i pugliesi considerano il loro cibo il migliore d’Italia, il loro preferire un piatto di orecchiette con le cime di rape, magari cucinato dalla mamma verso la quale nutrono fino alla morte un legame psicologicamente incestuoso, a un panino al prosciutto mangiato davanti al pc mentre si sta lavorando.

Per queste e altre ragioni, la Puglia è tra le maggiori responsabili dei problemi del nostro paese. La sua mentalità familistica ha avuto un impatto fortemente negativo sulla produttività italiana ed è una delle cause principali della crisi economica degli ultimi anni.

Dichiaro aperta la rubrica Rinnegare la Puglia.