Dino Veniti III

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Dino Veniti Terzo.

Che classe.

Un altro Veniti in dirittura d’arrivo sul pianeta terra. Frutto del mio seme, un essere che rasenterà la perfezione, bello come il sole, ma soprattutto impeccabile e irreprensibile.

Un uomo tutto d’un pezzo sarà, questo mio pezzo di cuore. Bello, pettinato come il suo papà, elegantissimo ed educato.

Sarà mia cura plasmarlo a mia sacra immagine, sarà mio compito trasmettergli quelle doti e quei talenti che hanno contraddistinto la nostra stirpe. Noi, i Veniti, alla stregua di semidei, da generazioni abbiamo l’intento di dominare il mondo, mediante la nostra perfezione, i nostri modi educati ed eleganti, il nostro agire a guisa di cavalieri senza macchia e senza peccato. Noi siamo i Veniti, eccellenze in fatto di morale ed etica, assolutamente perfetti, nobili dal sangue blu, maestri di camaleontismo, perfettamente a nostro agio in qualsiasi contesto storico, economico, politico, sociale e religioso.

E da generazioni, chiunque si interfacci alle nostre persone, coccolato dai nostri modi affettati e carezzevoli, ormai entrato in intimità, completamente fiducioso nei nostri confronti, all’improvviso: ZAC! ZAC! ZAC! Viene fatto a fette dalla crudezza del nostro realismo.

Ordunque, papà ti aspetta, Dino Veniti III. Antropomorfo o in brandelli di endometrio sfaldato, servito su un assorbente igienico, con un contorno di spinaci.

 

 

 

 

Della droga

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Si è detto di tutto, sulla droga.

Siamo cresciuti con l’idea che la droga faccia male.

La droga pericolosa, la droga usata come via di fuga dalla noia, dal dolore, la droga come compensazione di un disagio personale, familiare, sociale.

Tutto vero, per carità, tutto giusto e sacrosanto, dobbiamo proteggere i nostri ragazzi dalla droga, per sentirci più buoni, più giusti, più membri elitari di questa bella società batuffolosa, cremosa e caramellosa.

Eppure, non dimentichiamoci di una cosa fondamentale, forse del motivo principe per cui si fa uso di sostanze stupefacenti: la droga inebria, diverte, dà tantissimo piacere e consente di farsi nuovi amici.

La droga è stupenda, il caso è chiuso.

 

2020 – L’Uomo Nuovo della Società Liquida

Auguro a voi tutti, per questo 2020, a grandi e piccini, di inseguire unicamente i vostri successi scolastici, sportivi, professionali, e a questo scopo di passare sopra chiunque, familiari, partner, amici e colleghi, di essere ambiziosi in maniera ossessiva e di competere il più possibile, in maniera anche sleale, spingendo unicamente sulla rabbia e sulla volontà di potenza, dimenticando gli altri sentimenti, in particolare l’empatia e la compassione verso il prossimo.

Siate camaleontici, molteplici e irripetibili, confondete le acque, fingetevi amici di chiunque e poi, quando è il momento, colpite alle spalle, agite, scalate i vertici, prendetevi quello che vi spetta.

Ricordate che i deboli sono in realtà invidiosi della vostra determinazione e che utilizzano la loro fragilità per farvi sentire in colpa e distrarvi dai vostri reali obiettivi. Ignorateli, come si permettono di ostacolarvi?

Siate leader e individualisti, tutti. Gonfiate i vostri ego, fateli diventare ipertrofici, esaltate i vostri narcisismi fino a procurarvi un orgasmo spontaneo. Lottate per il potere, di qualsiasi natura esso sia, percepitene l’euforia e combattete per non rinunciare a quella sensazione di onnipotenza, scannatevi tra voi, fate in modo che nessuno si senta migliore di voi, al contrario, siate voi migliori di tutti gli altri, tutti quanti, tutti quanti voi.

Siate degli Dei, scalate le gerarchie Celesti, sostituitevi al Creatore, anzi, provate a fargli le scarpe e rovesciarlo, a proporre una nuova idea di Universo.

Andate avanti così, generazione liquida, fluttuanti nello spazio aperto, privi di confini, superate qualsiasi vostro limite umano, sempre e comunque, non accontentatevi mai, mai e poi mai. Siate costantemente in tensione verso il miglioramento, costantemente in ansia, ventiquattro ore al giorno.

Dopo di che svegliatevi, guardatevi allo specchio e accettatevi per quello che siete: una manica di schiavi incapaci di dirsi la verità.

Ciò nonostante, vi amo comunque.

Perché questo sono anch’io.

Rinnegare la Puglia – Si avvicina il Santo Natale

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Il Santo Natale è alle porte.

Si entra in sala. La tavola, ricoperta di tovaglie rosse su cui sono disegnate ghirlande, è imbandita di ogni ben di Dio. Il nucleo familiare si riunisce finalmente. Tre, in certi casi quattro, generazioni di piccolo-borghesi sedute attorno al tavolo. La generazione più giovane viaggia ormai tra i trenta e i quarant’anni, la generazione degli eterni adolescenti, degli eterni figli, guardata con disprezzo dalle precedenti, gli eroi, coloro che hanno fatto grande questo paese, pragmatici, duri, puri, bacchettoni, moralisti, polarizzati, dicotomici, giudicanti, morti dentro, noiosi.

L’odore dei formaggi e degli insaccati, del vino rosso, del timballo, del roast beef, dell’insalata, dei finocchi, della frutta fresca e secca, dei dolci, dello spumante, del limoncello e dell’amaro, insomma, di tutto il cibo che, servito in questo santo giorno sarebbe in grado di sfamare l’intera Repubblica Democratica del Congo, ha un unico scopo, quello di coprire l’odore pestilenziale dell’incesto psicologico, la puzza dell’invadenza, dei consigli non richiesti e delle domande inopportune e fuori luogo, causate da un sostanziale handicap emotivo che è alla base della totale incapacità di amare degli esseri umani.

Eccola, zia Antonina, che non vede l’ora che ti trovi una fidanzata da poter presentare a tutta la setta, a tutto il clan contorto nel rancore degli obblighi e delle norme non rispettate, degli inviti non ricevuti, delle eredità inique, succube delle spinte endogamiche causate dalla paura del diverso, dell’ignoto, del confronto. Zia Antonina, esatto. La stessa zia Antonina che porta avanti un matrimonio disastroso con un marito capriccioso e tiranno, che non ha mai avuto il coraggio di lasciare perché vittima della colpa e del giudizio degli altri, dell’incapacità di perseguire una vita propria e di far fruttare i propri talenti. La stessa zia Antonina che è talmente abituata all’odore di merda da non farci più caso e che ti invita in ogni caso ad immergerti, in quel bagno caldo fumante al cui olezzo pestilenziale non fa più caso. La stessa zia Antonina che vomita il suo rancore, la sua disperazione e la propria frustrazione sui propri figli, adducendo pretese da questi ultimi, caricandoli di un peso insostenibile e facendosi figlia della sua stessa prole, zia Antonina che non è mai cresciuta, zia Antonina che non è mai diventata adulta e pretende di dare lezioni di vita, zia Antonina che sta provando nuovamente a lasciare suo marito, ma non ne ha parlato con tuo padre che si è offeso perché in famiglia si condivide tutto. Sono alberi cresciuti male, alberi cresciuti storti, convinti di essere querce maestose. Non sanno quello che dicono, non sanno quello che fanno, non sanno chi sono.

La cena è terminata e il giorno seguente causerà inevitabilmente delle scariche di diarrea, nella migliore delle ipotesi, o, nel caso peggiore, una bella vomitata. Si è mangiato troppo, non si è abituati a farlo per tutto l’anno, ma è Natale. Si deve, bisogna, occorre farlo, cazzo. E’ il momento dei regali ora, ovviamente. Fiumi di soldi buttati nel cesso, tredicesime scialacquate, oggetti e capi d’abbigliamento che non verranno mai usati e mai indossati, doni che servono a coprire la colpa di essere stati totalmente inadeguati, che servono a sciacquarsi la coscienza, che servono a colmare un abisso, un vuoto invischiante e mortifero che non si ha il coraggio di guardare in faccia, che servono a rendere il proprio ego ancora più ipertrofico e a manifestare il proprio potere. Il regalo costoso, il regalo grande, il regalone, il guinzaglio, la catena, il potere che abbiamo su di te, o figlio, o nostro figlio, figlio della crisi economica, incapace di stare al mondo, fragile, sensibile, depresso, malato, che hai ancora bisogno di mamma e papà.

Eppure.

Qualcuno di recente mi ha detto di guardare a tutto questo con compassione, con dolcezza, con indulgenza. Loro non sanno, ma ti amano comunque. Non hanno idea di cosa tu abbia bisogno. Perché non ti riconoscono più, perché sei cambiato e non sanno più come prenderti, non sanno di cosa parlare, non sanno come parlarti, perché fondamentalmente sei difficile da interpretare, sei complesso, sei ambiguo, sei un ossimoro vivente.

E allora ci provo, faccio uno sforzo, sovrumano, ma lo faccio, a guardare questa tavolata di minchioni con un sorriso, senza abbassare troppo la guardia, mantenendo i confini sani che ho giustamente posto, ma guardando a tutto questo con affetto. Sono umani, fallibili, limitati, narcisisti, peccatori, vigliacchi, miserabili, imbecilli.

Imbecilli. Come te.

E per quest’anno, ho deciso, mi tiro fuori. Alla larga dal consumismo, alla larga dai miei fantasmi, alla larga dai miei carcerieri, ormai immaginari, ormai ininfluenti. Ce ne stiamo a meditare, al caldo, al chiuso, a leggere, a pensare, a rigenerarci, a tornare all’essenziale, a pregare a modo nostro, per noi e per chi soffre.

Ci proviamo, almeno, a imparare ad amare davvero, e, per dirla alla Erich Fromm, a farla diventare una vera e propria arte?

 

Giocasta

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Sono qui che ti osservo, Fica Totale.

Sei buia, enorme, minacciosa, invischiante, dentata, invitante.

I tuoi umori sono fetidi e velenosi, emetti miasmi, demoniache zaffate di zolfo, odore di uova marce.

Sei un buco nero, la tua gravità risucchia tutto e non lascia scampo, spaghettifica falli, cervelli, cuori, anime.

Ti guardo Giocasta, con rabbia stavolta, mentre sei legata nuda mani e piedi a quel tavolo di legno, mentre afferro una motosega, te la infilo tra le gambe e spingo. Inizio proprio da lì, da quella cazzo di Fica Totale dentata, fino a farteli saltare, quei denti gialli e cariati, fino ad aprirti il ventre, il petto, la gola, a tagliarti quella faccia da politicastra da quattro soldi, fino a dividerti in due parti uguali, mentre il sangue schizza dappertutto, sul mio volto, sui miei abiti, e la mia rabbia esplode in un urlo liberatorio, mentre guardo i tuoi resti con i miei occhi spiritati e iniettati di odio, sentendomi ebbro ed euforico, mentre mi godo il sapore metallico sulla lingua e sulle labbra.

Falsa e ipocrita puttana, merdosa burattinaia, crepa per adesso.

E adesso mi libero dai fili che mi tengono legato a te e corro a tuffarmi nel fiume, a ripulirmi del tuo sangue e a nuotare nudo, seguendo la corrente, verso la vita vera.

Ogni tanto farai ritorno, lo so, dovrò farmi trovare vigile.

Fica Totale, Puttana Globale, Madre Mortale.

Dario

Dario.jpgVorrei dedicare poche righe di condanna a un gioco che evoca una delle pagine più oscure della storia del ventesimo secolo.

L’uomo in foto si chiama Dario. Il suo volto, come potete osservare, è paralizzato in una smorfia di stupore e dolore. Si evince in maniera lapalissiana che è sveglio e cosciente. Ciò nonostante, viene sottoposto a torture e operazioni chirurgiche senza alcuna anestesia. All’interno del suo corpo, vengono inseriti ed estratti oggetti aventi le forme più svariate. Tutto ciò viene fatto nel nome di un puro piacere sadico e per sperimentazioni sull’uomo che rimandano ai crudeli esperimenti medici svolti dal dottor Josef Mengele, l’Angelo della Morte, nel campo di concentramento di Auschwitz.

Per questo Natale, invito chiunque, allo scopo di salvaguardare i valori repubblicani e antifascisti della nostra Costituzione, a non regalare L’Allegro Chirurgo ai propri figli.

Rinnegare la Puglia – Lotta all’Evasione

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Sono tempi duri per il nostro paese, tempi di crisi economica profonda. Il debito pubblico italiano rispetto al PIL ha raggiunto nel 2018 un valore pari al 134.8%. Sono in epoche come queste che i governi italiani hanno il sacrosanto dovere di occuparsi di questa palla al piede che non ci consente di effettuare investimenti e, di conseguenza, modernizzare il nostro Bel Paese.

Naturalmente, il modo più efficace per favorire la ripresa non può che essere quello di una seria lotta all’evasione fiscale.

Ancora una volta, in qualità di ex-Pugliese e di ex-meridionale, sento la necessità di redarguire e rieducare gli abitanti della mia ex-regione di provenienza, in quanto, come già menzionato altrove, essi sono tra i maggiori responsabili del declino economico della nostra amata patria. Per fortuna, il germe sano della produttività ed efficienza meneghina mi ha ormai contagiato, si è infilato sottopelle fino a modificarmi geneticamente. Il mio DNA è ormai lombardo, persino i miei lineamenti si sono modificati, rendendoli più morbidi, più soavi, con gli occhi che cominciano a diventare azzurri e i capelli che si schiariscono, tendendo verso il biondo, rispetto ai tratti neanderthaliani che mi contraddistinguevano quando ero un giovane del sud. Anche il mio accento è ormai definitivamente nordico, anzi, comincia persino a manifestare una gradevolissima sfumatura teutonica, con cenni aspri e forti, molto simili al tedesco parlato nella Germania degli ultimi anni trenta.

Ma non divaghiamo. Il governo Conte Bis ha proposto una serie di misure nella sua manovra finanziaria, attualmente in corso di negoziazione in Parlamento con i partiti che compongono la coalizione. La manovra, come molti sapranno, prevede una mini-stangata su banche e assicurazioni, materie plastiche, zuccheri, varie ed eventuali, per un ammontare stimato pari a 5,5 miliardi di Euro, secondo una previsione de Il Sole 24 Ore del 5 novembre 2019.

Naturalmente, il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, nonostante l’eleganza di cui è maestro, a prescindere dallo charme e dalla raffinatezza dei suoi modi garbati, a dispetto del suo sguardo ammaliante e della sua chioma ben pettinata e corvina e dagli abiti di classe con cui si accompagna, qualità grazie alle quali ha sedotto leader di partito italiani, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e anche primi ministri e capi di stato Europei e Mondiali, si rivela in realtà un gran furbo e opportunista.

Innanzitutto, vogliamo ricordare che purtroppo, nonostante l’indiscutibile fascino, Giuseppe Conte soffre di una grave disfunzione dalla quale non è ancora guarito: è di Volturara Appula, un comune di circa quattrocento anime in provincia di Foggia.

Provenendo da un contesto piccolo della regione Puglia, il presidente del consiglio finge di non ricordare uno dei fenomeni più gravi che affliggono questi minuscoli centri: stiamo parlando di un enorme flusso di capitali in nero non dichiarati allo stato Italiano, che favoriscono il familismo di cui purtroppo la Puglia è gravemente colpevole assieme a tutto il sud.

Nello specifico, si tratta dei regali di compleanno, matrimonio, Natale e festività varie che parenti quali zii, nonni e genitori erogano a nipoti e figli, generalmente sotto forma di denaro contante.

Facciamo un rapido conto: al 31 Dicembre 2018, il numero di giovani pugliesi dai 18 ai 34 anni che vivono ancora in famiglia risulta pari a 558 mila (dato ISTAT). Annualmente, tra paghette settimanali, compleanni, festività, matrimoni e ricorrenze varie, possiamo stimare che ciascuno di questi giovani riceva dalla sua famiglia una media annuale di 1500 Euro in contanti, pertanto non dichiarati al fisco. Facendo una rapida moltiplicazione, otteniamo dunque, nell’arco di un anno solare, un flusso di capitali in nero pari a 837 milioni di Euro.

Si ritiene necessaria, di conseguenza, l’applicazione di una seria proposta di legge che contrasti questo fenomeno, consistente nei seguenti punti:

  • Introduzione del reato di familismo
  • Serio monitoraggio da parte della guardia di Finanza di questo flusso di capitali, con arresto immediato di genitori, nonni e zii che elargiscono denaro in nero ai propri figli e nipoti, con pene fino a vent’anni di carcere e multe fino a un milione di Euro.
  • Una tassazione secca del 60% sui capitali recuperati.

In questo modo, lo Stato Italiano riceverebbe, solamente dalla Regione Puglia, delle entrate annuali pari a 502 milioni di Euro oltre ai capitali recuperati dalle ammende alle famiglie.

Se questo sistema venisse applicato a tutte le regioni meridionali, magari aggiungendo una tassazione sui pacchi da giù di cui parla in maniera reazionaria Casa Surace, ovviamente mediante opportuna revisione costituzionale che favorisca una politica economica di stampo federale, le entrate annuali incrementerebbero a dismisura, e il denaro ottenuto servirebbe a ridurre il debito pubblico italiano e potrebbe essere riutilizzato per gli investimenti in ricerca, sanità, istruzione, per una definitiva e salutare modernizzazione del nostro paese, perché ritorni tra i grandi, tra le eccellenze europee e mondiali e, perché no, per la fondazione di un nuovo impero italico, i cui confini si estendano dal mediterraneo fino al nord Europa.

Amen.

Memorie Olfattive di Due Vagine

Stella_Max.jpg– Si accomodi pure! – esclamò Massimo Gramellini, sorridendo alla sua maniera e mantenendo la porta come un gentiluomo d’altri tempi. Stella Pulpo lo guardò, attraverso i suoi occhiali da sole, nonostante fossero le undici di sera. Sorrise sorniona e procedette all’interno dell’attico del giornalista del Corriere con passo da sfilata.

Era stata una bella serata. Avevano cenato alla Terrazza Aperol, in Piazza Duomo. Stella Pulpo, nel corso della cena, aveva fatto presente a Gramellini che, probabilmente, i tempi erano maturi perché la piazza venisse ribattezzata come Piazza Di Donna. Gramellini aveva elegantemente replicato, con il suo fare morigerato tipico del giornalista prudente che non vuole cacciarsi nei guai, che Duomo si scriveva senza apostrofo. Stella Pulpo si sentì ferita da quella osservazione e, in cuor suo, pensò che anche lui, tutto sommato, era il tipico pene sapiens maschilista. Gramellini, nel corso della cena, aveva mantenuto costantemente la sua solita espressione facciale.

Stella si tolse l’impermeabile e si accomodò sul divano, nell’immenso soggiorno. Gramellini si recò presso la cucina a vista per preparare due Negroni Sbagliati: spumante, Vermut, Campari, due fette d’arancia e ghiaccio ed eccoli pronti. Prese in mano i due bicchieri Old Fashioned, tornò al divano e ne porse uno alla Pulpo. Si sedette accanto a lei.

–  La birra Raffo non ce l’avevo. – scherzò il Gramellini, sorridendo nello stesso solito modo in cui aveva sorriso per tutta la serata.

– Due cocktail impeccabili, dottore, conosce alla perfezione la ricetta. Osservo tra l’altro che lei legge il mio blog. – rispose la Pulpo, accendendosi una sigaretta e sorseggiando il suo drink.

– Mi piace il suo modo di scrivere. Lei ha un grande talento. Inoltre, adoro sentirmi in colpa per il semplice fatto di essere nato uomo. Le confesso che la cosa mi procura un’eccitazione sessuale masochistica. Certo che lei fuma parecchio, dottoressa. Non le farà male?

– Mi manca la mia Taranto e mi sento in colpa a stare qui, lontana dagli arrosti di carne, dagli amici di sempre, dal sole, dalla birra Raffo, dall’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dai vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, da mia zia che mi ingozza di burratine, dallo spirito che resta giù quando vai su, dai saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. Per espiare tutto questo, non potendo respirare l’aria inquinata dovuta all’ex-Ilva, compenso fumando accanitamente. Lo faccio per solidarietà nei confronti della mia città e dei miei concittadini.

Gramellini aveva gli occhi lucidi, commosso dall’armonia poetica, nostalgica e reazionaria con cui la Pulpo, citando a memoria uno dei suoi post, parlava delle sue radici. Si sentì per un momento destabilizzato: quel monologo rischiava di far crollare le sue finte certezze di radical chic, per far venire a galla la sua vera identità di conservatore, che, nel suo intimo, voleva semplicemente avere una famiglia tradizionale.

– Mi manca la mia mamma, dottoressa Pulpo. – Gramellini le afferrò la mano e la guardò intensamente negli occhi, mentre una lacrima scorreva sul suo faccione rotondo e sporadicamente barbuto. L’espressione del viso era immutata anche in questa circostanza.

– Anche a me manca la Vagina Maestra – rispose la Pulpo. Ricambiò lo sguardo lacrimevole del Gramellini. Nel frattempo, lei aveva tolto gli occhiali da sole. – A proposito – sussurrò, avvicinando le sue labbra a quelle di Massimo – adoro il modo in cui lei, nelle sue rubriche, cita a sproposito Carl Gustav Jung. Tra l’altro, chi sarebbe?

Si baciarono. Dapprima delicatamente, sulle labbra. In breve, le loro lingue si intrecciarono per diventare un vortice di mulinelli. La blogger terrons pseudo-femminista e il soffice scrittore posato e prudente del Corriere cominciarono a unirsi carnalmente, forse come preludio di un nuovo progetto editoriale che parlasse alle viscere delle donne sofferenti, allo scopo di speculare sul loro dolore e turlupinarle, indossando la placida maschera dei progressisti emancipati. Gramellini liberò la Pulpo dalla camicia verde militare che indossava, facendo emergere e respirare con prepotenza i suoi vulcanici seni appuli. La Pulpo non indossava reggiseni. Era una scelta ideologica. I suoi capezzoli erano già puntuti e gonfi di desiderio. Nel frattempo, quest’ultima, ansimante e vogliosa, si era fiondata sull’elegante pantalone grigio del Gramellini e in un batter d’occhio glieli aveva sfilati, ma in quel momento, notò qualcosa di insolito e si fermò.

Santiddio Gramellini! Lei indossa mutandine da donna! – esclamò Stella, ancora ansimante e con la fronte vagamente imperlata di sudore.

La Pulpo osservò meglio. Non solo il giornalista indossava mutandine da donna, ma un altro dettaglio ancora più inquietante emergeva osservando con più attenzione. Notò che la zona del pube era completamente piatta.

– Le tolga pure, dottoressa Pulpo. Senza paura. Mi sembra giusto dirle tutto, se lo merita. – esclamò il Gramellini.

Stella Pulpo sfilò con reticenza e con uno sguardo tra l’interrogativo e lo schifato le mutande del giornalista. E quanto aveva presagito e sospettato divenne improvvisamente realtà: Massimo Gramellini aveva tra le gambe una meravigliosa quanto artistica fica. Una vagina perfetta. Grandi labbra, piccole labbra, clitoride. Una fetta di prosciutto crudo perfettamente piegata. Un odore acre, ma piacevole, emergeva dalla sua vulva.

– Quando è successo? – chiese Stella turbata. Provava perplessità, stupore, confusione ed eccitazione.

– E’ stato un processo graduale, a partire da quando ho iniziato a scrivere Il Caffè, sul Corriere. Ho notato che ogni mattina mi svegliavo e il mio pene diventava sempre più piccolo. Finché un giorno non ha raggiunto le dimensioni di un clitoride. Più avanti, la pelle che lo circondava ha cambiato forma, fino ad assumere i connotati di un’autentica vagina. Ho consultato un ginecologo e, per fortuna, mi ha tranquillizzato: il mio nuovo organo funziona perfettamente. Ho imparato a masturbarmi e a godere come una donna, con i giocattoli che tra l’altro lei sponsorizza sul suo profilo Instagram. Lei mi ha fatto scoprire un mondo completamente nuovo, dottoressa. Le sono debitore.

– Non pensavo di aver avuto un ruolo così fondamentale nella sua vita. Mi emoziona dicendo questo. – Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Massimo Gramellini era stato il primo prototipo umano a confermare la teoria del gender: era andato mentalmente e fisicamente oltre il concetto di genere maschile e femminile.

– Sto pensando di cambiare il mio nome in Maximum Gramellina.

– Anch’io sto pensando di cambiare il mio nome in Stella Pulpa.

– Si accomodi, dottoressa. Assaggi pure e non faccia complimenti. Non vorrà mica che Il Caffè di domani abbia come titolo Le Non-Leccatrici?

– Arguto, il mio bel radical chic neutro…

Stella Pulpo si fiondò immediatamente sulla fica di Gramellina , lavorando di lingua in maniera certosina e abbeverandosi dei suoi umori come una bestia assetata. Gramellina iniziò a godere, dapprima ansimando come un umano, per poi iniziare ad emettere versi scimmieschi. Ben presto, i due si trovarono intrecciati, dapprima in un sessantanove, per poi passare tutta la notte a sforbiciare e a procurarsi orgasmi multipli, emettendo urla e farfugliando come una coppia di bonobo.

Passarono tutta la notte accoppiandosi selvaggiamente, finché ormai esausti e stravolti dagli innumerevoli orgasmi, non si placarono e non si resero conto che era già mattina.

– Devo tornare a casa! – esclamò allarmata la Pulpo, – La mia agrodolce metà sarà preoccupata!

L’appartamento era impregnato di odor di fica in maniera impressionante, memorie olfattive di due vagine.

Stella si alzò dal divano e si rivestì, mentre Gramellina la osservava disteso, con sguardo da innamorato. A un certo punto si levò anch’egli, indossò le sue mutandine da donna e una vestaglia e la accompagnò alla porta. La aprì e le disse:

– Fai uno squillo quando arrivi…

E Stella rispose:

– Fai bei sogni…

Si diederò un bacio a stampo. Poi lei uscì.

 

 

 

 

Rinnegare la Puglia – Il Pugliese nostalgico a Milano

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Tempo fa, dopo un lungo periodo di solitudine e di fine settimana passati nel mio monolocale milanese, mi trovai nuovamente coinvolto in alcune uscite con un gruppo di conoscenti. Ci tengo a sottolineare che si trattava di semplici conoscenti, dato che, come ho già fatto presente in altri post, per me è un vanto non avere amici. Rifuggo volontariamente i rapporti fatti di comprensione, empatia, solidarietà, affetto e amore, perché costituiscono un ostacolo alla produttività, all’efficienza e alla mia volontà di potenza di stampo nietzschiano. Tipicamente, mi approccio alla gente con il piglio dello scienziato. Osservo le persone con l’occhio acuto e critico del ricercatore. Di fatto, gli uomini e le donne costituiscono per me più delle cavie sulle quali fare introspettivi esperimenti di carattere psicologico e sociale. Del resto, volendo dare una personale interpretazione al pensiero di Yuval Noah HarariHomo Sapiens altri non è che il cugino stupido del Pan Paniscus.

Ma non divaghiamo. Ricordo che tali conoscenti che frequentavo erano prevalentemente trentenni ancora convinti di essere alle scuole superiori. Ricordo che persino alle superiori avevo la sensazione di uscire con dei diciottenni convinti di essere ancora alle superiori. I trentenni in questione provenivano purtroppo tutti dalla regione Puglia.

Ora, ho già fatto presente altrove che sono un ex-Pugliese. Come ho già menzionato in altre occasioni, provo imbarazzo quando mi trovo circondato dai miei ex compaesani. Nello specifico, la tipologia con la quale mi sento più a disagio è proprio quella del pugliese emigrato al Nord. Da poche settimane o pochi mesi o pochi anni o pochi decenni non ha importanza. Il campione, inteso sia in senso scientifico che sarcastico, presenta generalmente alcune caratteristiche cristallizzate e dunque irremovibili.

Innanzitutto, il soggetto presenta un profondo complesso di Edipo irrisolto. Generalmente, la sua sofferenza è dovuta al non poter mangiare riso, patate e cozze cucinato da sua madre. Di solito, spende migliaia di euro all’anno del marito di quest’ultima per tornare in Puglia una volta ogni due settimane, allo scopo di farsi lavare e stirare i vestiti, non essendo in grado di far funzionare la lavatrice. Di solito, quando rientra al Nord, si sente solo e si piange addosso perché Milano fa schifo e la gente è fredda e pensa solo a lavorare.

Generalmente, quando si trasferisce a Milano, non volendo far pagare ai suoi genitori degli affitti alti, dato che questi ultimi continuano a mantenerlo per tenerlo al guinzaglio e continuare a sentirsi indispensabili, i primi tempi va a vivere da un parente, magari dalla sorella o da uno zio che magari è anche in pessimi rapporti con i suoi genitori. Nonostante questo, la famiglia resta per lui sempre al primo posto come il luogo fatato dell’amore incondizionato, perpetuando l’eredità di dolore che genitori e figli continuano a passarsi da millenni, di generazione in generazione.

Provenendo da un paesino di poche anime, non essendo in grado di tollerare la solitudine e la dispersività del capoluogo lombardo, si pone come obiettivo principale quello di ricostruire in maniera nevrotica la vita che faceva al sud. Nello specifico, cerca di mettere su un gruppo di finti amici costituito da una ventina di persone, naturalmente tutti meridionali, cercando di coinvolgerli sei sere su sette in uscite ed eventi che non interessano neppure a lui. Crede di amare incondizionatamente tutti loro, quando in realtà soffre di dipendenza affettiva. Infatti mette il muso e diventa passivo-aggressivo nel momento in cui qualcuno di questi decide di dargli buca una sera o di fargli notare che i suoi comportamenti sono un attimino troppo invadenti. Oltre a ciò, dal suo punto di vista, tutti coloro di cui si circonda sono obbligati a patire la sua stessa nostalgia. In caso contrario, accusa con ferocia chi non lo fa di aver rinnegato le sue radici, qualsiasi cosa voglia dire questa frase. 

Concludo la descrizione, menzionando uno degli aspetti più rilevanti del campione in questione: la presunzione con cui esalta il cibo pugliese, disprezzando con sarcasmo la cotoletta e il risotto allo zafferano, come se friselle, panzerotti, mozzarelle e burratine possano in qualche modo competere con i prelibati piatti tipici di noi milanesi. Si lamenta inoltre di come i prezzi dei prodotti pugliesi a Milano siano troppo elevati, non tenendo conto in alcun modo del fatto che i costi più elevati includono il prezzo per il trasporto, gli affitti più elevati dei negozi e supermercati Milanesi, le percentuali che spettano a un distributore e altri aspetti complessi di carattere economico, dimostrando pertanto in merito una profonda ignoranza.

Rinnovo quanto già affermato a proposito del progetto politico occulto di Stella Pulpo: chi fa della nostalgia di casa uno strumento propagandistico spacciandolo per letteratura o intrattenimento, come il blog Memorie di Una Vagina o Casa Surace, favorisce una spinta endogamica involutiva, alla base delle ideologie reazionarie e fasciste.

E’ dovere di tutti noi pertanto, rinnegare con civiltà, ma con fermezza, le nostre radici e le nostre origini, per muoverci verso uno stile di vita realmente progressista e positivista, orientato esclusivamente al lavoro, allo scopo di salvaguardare la nostra democrazia.

L’amore per principio, l’ordine per fondamento, il progresso per fine. (August Comte)