L’Annosa Questione del Debito Pubblico Italiano

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Si parla ormai da anni della crisi economica che attanaglia il nostro paese, in particolare uno degli argomenti ricorrenti è quello relativo all’enorme debito pubblico in rapporto al nostro Prodotto Interno Lordo.
Rifletto costantemente sul problema, su come fare a liberarci di questa zavorra che non ci consente di tornare a fare investimenti e abbandonare le politiche di austerity imposte in questi anni dall’Unione Europea.
In realtà, dopo profonda meditazione, sono giunto alla conclusione che una possibile soluzione potrebbe essere la seguente: multare salatamente chiunque faccia scempio della grammatica italiana.
Su Facebook o su altri social, le nostre forze dell’ordine scoverebbero senza dubbio una sovrabbondanza di illeciti amministrativi, qualora questa proposta venisse presa seriamente in considerazione. Per citare George Carlin, probabilmente, “nel giro di una settimana, il bilancio sarebbe completamente risanato”.
A questo proposito, ne approfitto per condividere con voi un ricordo di gioventù.
Ero molto giovane. Nella mia lunga vita, mi sono cimentato in diversi sport, ottenendo risultati al limite del ridicolo: sono negatissimo per qualsiasi tipo di attività sportiva, mi limito a camminare in solitudine e ogni tanto a fare una corsetta, in barba alle minacce di Vincenzo De Luca.
Ma non divaghiamo. Per un breve periodo, ebbi l’occasione di praticare nuoto, frequentavo una piscina dalle parti della mia vecchia casa. Un bel giorno, ricordo che mi trovavo negli spogliatoi, dopo aver fatto la doccia, avendo appena concluso dieci vasche scarse e rischiato un arresto cardio-respiratorio. Mentre mi cambiavo, chiuso nel camerino, mi posi in ascolto di due uomini, che si trovavano all’esterno e, come spesso accade, stavano facendo a gara a chi ce l’avesse meno piccolo:
– Oh, ci credo che sei stato male l’altra volta, durante l’allenamento, se “strafi”…
– “Strafo”?
– Sì, voce del verbo “strafare”: io “strafo”, tu “strafi”, egli “strafa”…
Dopo aver provato un’intensa fitta al cuore, a cui fece seguito un attacco d’asma, quel giorno, decisi di abbandonare definitivamente la frequentazione di quella piscina. Da quel breve dialogo, evidente segno del destino, capii che la mia missione era un’altra.
Il nuoto non era la mia strada.
Mi iscrissi in palestra. Ma questa è un’altra storia.

Il Familismo di Casa Surace

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Molti di voi sono dell’idea che i membri del cast di Casa Surace siano fondamentalmente dei bravi ragazzi e che costituiscano un buon esempio per i più giovani. Confesso che alcune loro gag strappano sporadicamente qualche sorriso anche a me, visto che fondamentalmente gli stereotipi hanno un velato fondo di verità, non sono fatto di pietra neppure io e purtroppo sono afflitto anch’io dal grave problema di essere meridionale, per quanto stia cercando di smettere. Eppure, citando il comico americano Bill Hicks, che ai tempi si riferiva al gruppo musicale “New Kids on The Block”, da quando la mediocrità e la banalità possono considerarsi un buon esempio per i più giovani?

Facciamo insieme una breve sintesi della trama di uno dei format più amati dal web: un gruppo di studenti meridionali ultra-trentenni fuoricorso, pigri, infantili, invadenti e lazzaroni, succubi e mantenuti a suon di “pacchi da giù” dalle loro madri e nonne ingombranti e autoritarie, scontano il loro complesso di Edipo irrisolto mangiando in maniera compulsiva, mascherando la loro dabbenaggine e indolenza tramite una millantata gioia di vivere e un’esaltazione del consumismo, visto come virtù, che farebbe rivoltare nella tomba il Marco Ferreri de “La Grande Abbuffata”.

A mio avviso, occorre aggiungere una considerazione importante. Dietro a una facciata di perbenismo e di umorismo innocuo, Casa Surace trasmette, in realtà, l’inconsapevole messaggio, estremamente reazionario e pericoloso di un familismo edulcorato, accettabile, simpatico, gradevole, quando, nella realtà dei fatti, quest’ultimo fenomeno rappresenta uno dei mali peggiori che attanaglia il nostro paese. Secondo questa concezione, gli interessi della famiglia, o per meglio dire clan, o peggio ancora, setta, prevalgono a discapito di quelli del singolo individuo e della collettività, con conseguenze nefaste sul progresso e sull’economia del nostro intero paese. A conti fatti, il cast recita la parte di uomini e donne di oltre trent’anni che si comportano da adolescenti mantenuti, senza la minima intenzione di laurearsi, lavorare e, dunque, produrre reddito o, semplicemente, alzare il culo dalla sedia per andare a fare la spesa, in attesa dell’ennesimo “pacco” spedito da genitori onnipresenti e invischianti. A questo si aggiunge il fatto che i pacchi costituiscono un notevole flusso di capitali, patrimoni interi non tassati investiti in commodities, che circolano esclusivamente tra membri della stessa famiglia, su cui lo stato italiano, in questo momento più che mai bisognoso di liquidità per far fronte all’emergenza economica causata dal Coronavirus, non riesce a mettere le mani e a tramutare in entrate per il Tesoro.

Possiamo concludere pertanto che Casa Surace è tra i maggiori responsabili della crisi economica e morale che infligge la nostra bella Italia, non propone soluzioni ai problemi del paese e perpetua il circolo vizioso di una disoccupazione cercata di proposito. Si potrebbe affermare, in merito a quest’ultimo punto, che Casa Surace viola inequivocabilmente l’articolo 1 della Costituzione Italiana e per questa ragione, lo show sarà portato davanti alla Consulta quanto prima per essere abrogato.

Sono stato un po’ severo con questi ragazzacci, me ne rendo conto. Per farmi perdonare, nel blog ho inserito dei racconti a loro dedicati, che potrebbero rendere la trama del format, perché no, un pelo più frizzante.

Casa Surace e la Fuga da Milano
Casa Surace e la Violazione del Tabù
Casa Surace – L’Ultimo Pacco da Giù – Parte 1
Casa Surace – L’Ultimo Pacco da Giù – Parte 2

Buona lettura.

Dino

Stringiamoci a Corte

Una breve riflessione, in un momento difficile e nebuloso quale quello attuale, in merito alla quarantena forzata imposta dall’emergenza Covid-19.

I nostri compatrioti sono soliti confondere, cantando l’Inno di Mameli, il verso Stringiamci a Coorte con Stringiamoci a Corte.

Dopo anni, credo di averne inteso la ragione.

A pensarci bene, Stringiamoci a Corte sottolinea un po’ meglio il nostro reale spirito, la nostra tendenza alla cortigianeria.

Stringiamci a Coorte vorrebbe dire schierarsi, prendere una posizione, assumersi delle responsabilità.

Nah, meglio di no.

Stringiamoci a corte, va, che è meglio!

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Dankrad

Però usare il termine “ritardate” al giorno d’oggi vi mette sullo stesso livello di queste false femministe. Ritardato è chi soffre di ritardo mentale opportunamente diagnosticato!

Erano circa le dieci di sera. L’admin era seduto nel suo ufficio, con il monitor del computer acceso sulla pagina Facebook che amministrava anonimamente, sulla quale, in alto a sinistra, faceva capolino la grigia foto profilo di un Franco Battiato in espressione riflessiva e malinconica. Lesse il commento politicamente corretto al suo post, a nome di una certa Lorenza Toso. Fece un sospiro, scosse la testa affranto e si pizzicò il mento.

Alzò la cornetta e digitò tre cifre sul suo telefono. All’altro capo, sentì sollevare la cornetta, ma non ricevette alcuna risposta. La persona che aveva risposto alla chiamata rimase in attesa di direttive.

– Vieni de qua, nel mio ufficio. – Proferì l’admin, con il suo buffo accento latino americano.

Chiuse la conversazione e adagiò la schiena sulla poltrona, facendo un lungo respiro, mettendo le mani giunte e fissando lo sguardo nel vuoto, con fare riflessivo, restando in attesa. Passarono cinque minuti, finché non sentì bussare alla porta del suo studio.

– Vieni pure dentro, Dankrad.

La guardia svizzera Dankrad fece il suo ingresso, con il suo abito a bande blu e gialle, il basco, il colletto e i guanti bianchi, si avvicinò all’admin e gli si genuflesse davanti. L’amministratore della pagina, in tunica bianca, gli porse la mano in modo che potesse baciargli l’anello piscatorio. Dankrad eseguì il rituale, solennemente.

– Eccomi qui, Santo Padre.

Grassie per essere venutto. Te ho fato chiamare perché ho ricevuto un altro commento politicamente coretto ai miei post su una de le pagine anonime che aministro su Facebook. Che figura ce facio con i miei follower?

– Mi faccia vedere, Santità.

Dankrad avvicinò lo sguardo, chiuse gli occhi a fessura e rilesse il commento di Lorenza Toso.

– Diamo un’occhiata al suo profilo, Beatissimo Padre.

Papa Francesco avvicinò il cursore del mouse al commento incriminato e cliccò sul nome dell’autrice per accedere al suo profilo Facebook. Dankrad gli sedette accanto. Spulciarono ogni dettaglio del suo account, imprudentemente pubblico, con precisione certosina. Nella sezione In Breve, vi erano le emoticon di una corona, un gattino e un cuore rosso con sotto una scritta, interamente in maiuscolo: SONO PAZZA. Le foto profilo, le immagini di copertina e le foto in evidenza ritraevano la giovane donna in costume, di spalle, seduta in riva al mare, oppure stesa sul suo letto mentre abbracciava il suo cane. C’erano anche alcuni autoscatti che la donna era solita realizzare ponendosi dinanzi allo specchio con le labbra protese. Dankrad e il Papa diedero un’occhiata alla sua bacheca, mantenendo una solenne imperturbabilità: quella pagina era un profluvio di post ipocriti antifascisti, antinazisti, femministi, partigiani, costituzionalisti, animalisti, gay-friendly e tutto quanto facesse parte dell’universo politically correct e radical chic.

– A quanto pare, ha segnalatto una de le mie pagine anche. Sono riuscito ad accorgermene grassie a quel software che el suo colega me ha instalatto qualche giorno fa. – asserì il Santo Padre, con pacatezza. Poi aggiunse: – Ho scoperto anche un’altra cossa: no se chiama davero Lorenza Toso. Ha cambiato el nome in onore de un “giornalista” de cui è fan sfegatata -.  Il Santo Padre, nel privato assai caustico, accompagnò la parola giornalista con il gesto delle virgolette, sollevando entrambe le mani e muovendo due volte dall’alto al basso i rispettivi indici e medi.

– Santo Padre, Lei è un drago. Sarebbe stato un ottimo informatico. – rispose Dankrad con affetto. Provava un amore sincero e filiale per il suo Papa. Bergoglio gli sorrise autenticamente e gli diede un buffetto sulla guancia. Le sue guardie svizzere erano come dei figli per lui.

– Dankrad, – riprese il Vicario di Cristo, afferrando il suo smartphone e aprendo l’applicazione di Spotify – lo vedi questo? A mesanotte precissa, io infilerà le cuffie nelle mie orecchie e dovrette fare tutto en cinque minutti y dodici secondi.

– Ho compreso, Santo Padre. – rispose la guardia svizzera.

Dankrad si genuflesse e baciò nuovamente l’anello piscatorio del Pontefice. Si rialzò, si mise sull’attenti, si voltò di scatto e uscì dall’ufficio.

Mancava un minuto alla mezzanotte. Papa Bergoglio si trovava nel suo ufficio, seduto in poltrona, con gli auricolari inseriti nelle orecchie e l’applicazione di Spotify pronta alla riproduzione. Dankrad si trovava davanti alla porta d’ingresso di Lorenza Toso, accompagnato da altre cinque guardie svizzere

A mezzanotte in punto, in perfetta sincronia, il Pontefice pigiò il tasto di riproduzione sull’applicazione, nello stesso istante in cui Dankrad suonò il campanello della porta d’ingresso di Lorenza Toso. Le campane iniziarono a suonare a morto nelle orecchie del Santo Padre e in breve, ad esse si sovrappose il suono delle chitarre distorte dei fratelli Young. Il Papa si adagiò ancor più comodamente per godersi la sua Hells Bells.

Nel frattempo, Lorenza Toso aprì la porta, in canottiera e pantaloncini e si trovò dinanzi a sé le sei guardie svizzere che la fissavano con serietà imperturbabile. Lorenza Toso strabuzzò i suoi grandi occhi verdi e sobbalzò.

– De…desiderano?

Dankrad appoggiò il palmo della mano sulla porta, in modo da aprirla del tutto, facendo scansare la giovane donna ed entrò silenziosamente nel soggiorno-cucina, con passo solenne, assieme ai suoi cinque colleghi. Fu l’unico ad avvicinarsi al tablet che poggiava sul tavolo, mentre Lorenza Toso lo guardava a bocca aperta e con un’espressione di sincera preoccupazione. Dankrad prese il tablet e diede un’occhiata severa al suo contenuto. Lorenza Toso aveva appena commentato un post di Lorenzo Tosa sul monologo di Benigni a Sanremo 2020. Il commento recitava:

Benigni è stato immenso come sempre, originale nella scelta del contenuto, e direi coraggioso, poiché ha smontato le forzate interpretazioni ecclesiastiche che da sempre hanno oscurato il Cantico dei cantici. Non è stato ripetitivo, ha solo esaltato la verità che è stata nascosta per secoli cercando di coinvolgere lo spettatore nello stupore della sostanza manifesta. Dei minuti di cultura e di meraviglia che hanno arricchito il Festival. Forse non si è compresa la natura intrinseca del suo monologo.

Dankrad scosse il capo in segno di disapprovazione. Successivamente, sollevò lo sguardo dal tablet. Guardò serissimo i colleghi alle spalle di Lorenza Toso e dopo due secondi annuì impercettibilmente: era il segnale.

Uno dei suoi colleghi, con fulminea velocità, afferrò vigorosamente il volto della giovane donna con la mano destra, mentre con il braccio sinistro le strinse il petto con forza cingendo con la mano la sua spalla destra. Prima di procedere, le sussurrò un’ultima frase nell’orecchio, con tono grave:

– Dio non esiste, stronza!

Il collega ruotò entrambe le braccia con tutte le sue forze, spezzandole il collo e uccidendola all’istante.

Gli altri quattro colleghi estrassero immediatamente un sacco nero, all’interno del quale adagiarono rapidamente il cadavere. Dankrad ebbe cura di spegnere il tablet e di infilarlo nel sacco assieme alla trapassata.

Completate tutte le operazioni, le sei guardie svizzere uscirono. Fu Dankrad a spegnere le luci e a chiudere la porta dell’abitazione.

In quell’istante, erano passati esattamente cinque minuti e dodici secondi. Il Santo Padre ripose gli auricolari e proprio in quel momento squillò il telefono del suo ufficio. Il Papa alzò la cornetta e la avvicinò all’orecchio.

– Fatto – disse Dankrad, all’altro capo. Il Santo Padre chiuse la telefonata.

Fu Dankrad stesso a concludere le operazioni.

A notte fonda, scese con il sacco nero sulle spalle nelle Sacre Grotte Vaticane e si avvicinò al sepolcro bianco su cui era incisa la scritta PIVS PP XII. La guardia svizzera estrasse un telecomando dalla tasca e, dopo aver pigiato sull’unico pulsante, il coperchio della tomba cominciò a sollevarsi lentamente, cigolando, occultando il quadro della Vergine Maria con il Bambino Gesù dipinta sulla parete. Dankrad si avvicinò e affacciò il suo viso all’interno della tomba, dentro la quale giaceva un altro sacco nero.

– Ciao amore mio, come stai? – proferì Dankrad con voce rotta, guardando quel vecchio sacco nero impolverato – Sono l’unico che pensa a te. E lo sai perché? Perché io so benissimo cosa voglia dire sentirsi soli. E tu, che sei qui dagli anni ottanta, lo sai meglio di me. Ma per fortuna ci pensa Dankrad a te, amore mio. Lo sai che ti voglio bene, vero? Da oggi, avrai una nuova amica a farti compagnia. Sei contenta, amore mio?

Dankrad, con entrambe le mani, sollevò il sacco da dietro le sue spalle e lo rovesciò all’interno della tomba, lasciandolo cadere rumorosamente. Si spolverò le mani sul completo a bande gialle e blu, estrasse nuovamente il telecomando dalla tasca, pigiò sull’unico pulsante e osservò il coperchio della tomba che cominciava a scendere lentamente, cigolando, mentre lacrime salate solcavano il suo viso.

Con un colpo secco e deciso che riecheggiò all’interno delle grotte vaticane, la tomba si richiuse definitivamente.

Dankrad spense le luci, risalì in superficie, uscì dalla Basilica di San Pietro da una porta che conosceva solo lui e si avviò verso casa.

Solo. Come lo era sempre stato.

 

 

Stella Pulpo e Il Matrimonio della Compagna di Liceo

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– Ciao Stellina, come stai? Sono Catalda! E’ una vita che non ci sentiamo! Come te la passi amore? Dove ti trovi di bello?

Nell’udire quella voce stridula, con quel marcato accento tarantino, Stella Pulpo si fece di bragia e una serie di emozioni cominciarono a sovrastarla: nostalgia, angoscia, ansia, imbarazzo, vergogna, nervosismo, ma soprattutto disagio. Un disagio opprimente, profondo, che le solleticava le viscere, tipico di quando si riceve una chiamata da una persona che ti rimanda, come un’improvvisa schioppettata, a tutte le tue inadeguatezze adolescenziali.

– Ehm…ciao Catalda! Come te la passi? Sono a Milano, come sempre. E come sempre sono presa da mille cose, tra il blog, le conferenze femministe e il libro che sto ultimando. – Stella non riusciva a mascherare del tutto il suo accento tarantino, mentre interloquiva con la sua compaesana. La sua parlata sapeva pertanto di impacciato, inciampando qua e là tra vocali chiuse e aperte, coprendosi di ridicolo. Cominciò a sentire la bocca irrimediabilmente secca.

– Ah, la scrittura, la tua solita passione. Che palle, a me non ha mai interessato! Ma sei sposata? Hai figli? – proferì Catalda con voce stridula e irritante. La Pulpo si sentì ferita. Quell’affermazione dell’amica stava facendo vacillare in un’istante tutto quello in cui era convinta di credere.

Stella si era già pentita di aver dato tutti quei dettagli sulla sua vita a una persona che non lo meritava. Dentro di sé sapeva che era un prestarle il fianco. Catalda non aveva mai messo piede fuori da Taranto, non era mai stata capace di guardare al di là del suo naso, oltre la triade casa, lavoro e matrimonio. – A Taranto le donne sono involute, non conoscono la gioia dell’emancipazione! Catalda la quadrata, Catalda l’inconsapevole, Catalda la mediocre! – rimuginava tra sé e sé la Pulpo, con una punta di rancore che non avrebbe mai ammesso a se stessa.

Il disagio, come un’ombra oscura, alla stregua di un mostro maligno, dentato e minaccioso, si amplificò nella blogger femminista. Mentre ansia e dolore dovuti all’inadeguatezza cominciavano a tramutarsi in rabbia, uno stimolo alla defecazione cominciava a farsi strada attraverso le sue viscere apule. Per miracolo, riuscì a scansare quelle domande impertinenti, mentre aveva la fronte imperlata di sudore, nell’inconscio sospetto che, probabilmente, le sue scelte di vita fossero sbagliate e contrarie al volere di sua madre, la Vagina Maestra, che la Pulpo venerava come una dea e della cui presenza ingombrante non riusciva a liberarsi, oppressa com’era dai sensi di colpa e dal timore riverenziale verso la sua genitrice.

– Avrò modo di raccontarti la mia vita, ne sono successe di ogni! – replicò la blogger in maniera inquieta e competitiva, ostentando pateticamente nei confronti della sua compaesana i vantaggi del suo stile di vita diametralmente opposto, sviando il discorso e salvandosi in calcio d’angolo. – Ma dimmi, a cosa devo il motivo della tua chiamata? – Il suo tono si fece un pelo più formale, allo scopo di prendere le distanze, forse più da se stessa che da Catalda, per quanto non riusciva a nascondere del tutto un lieve tremolio della voce e lo stimolo alla defecazione incrementava la sua spinta, come un folletto birichino che la solleticava di nascosto. L’ansia e il nervosismo le causavano anche una leggera eccitazione sessuale.

– Mi sposo, Stella! Mi sposo! Roberto mi ha regalato l’anello l’altra sera! Mi ha invitata a cena al BlueBay! Aveva preparato tutto, persino la musica dal vivo. A un certo punto, si è alzato in piedi, si è messo in ginocchio davanti a me, ha tirato fuori il cofanetto, lo ha aperto e mi ha chiesto di sposarlo! Quando gli ho detto di sì, è partita la musica! Come in un film! Sono troppo felice! Se penso che l’anno scorso stavamo per lasciarci! Anche perché sua madre non mi ha mai potuto sopportare. Tempo fa, in vacanza, una sera, io e Roberto abbiamo deciso di uscire e di andare a cena fuori anziché stare a casa con lei e le sue sorelle e quindi a quel punto mi ha presa di mira. Io non la sopporto mia suocera, non ci crederai! Ma sono sicura che adesso con il matrimonio le cose cambieranno! E’ quello che succede a tutte le coppie no? A proposito, sai chi si è sposato? Non ci crederai mai! Francesco! Non l’avrei mai detto!

Stella Pulpo annuiva con un sorriso forzato, con le mascelle che le dolevano per lo sforzo. Ogni tanto, mentre ascoltava quel soliloquio, si lanciava in qualche risata finta, ormai totalmente eterodiretta e in balia della sua mai superata dipendenza all’altrui compiacimento. Lo stimolo alla defecazione e l’eccitazione sessuale dovute all’ansia e all’imbarazzo stavano cominciando a farsi insostenibili. Il suo corpo era completamente contrito in una morsa soffocante, rigido come un blocco di cemento armato. La fronte gocciolava copiosa, assieme alle sue ascelle. Un odore di cipolla cominciò a manifestarsi nel soggiorno-cucina del suo bilocale meneghino di quarantacinque metri quadrati. Perché mai stava sorridendo poi, sapendo che Catalda non riusciva a vederla attraverso il telefono? La Pulpo si strinse nelle chiappe del suo culo a tamburello, rammentando con rancore il voto basso (un cinque) ricevuto negli anni del liceo da parte dei suoi compagni di sesso maschile, ferita che ancora le bruciava e che l’aveva portata a vendicarsi aprendo il suo famigerato blog e a costruire il suo personaggio femminista. Emise un inquietante piccolo peto dalla vaga consistenza liquida, come una piccola goccia di rugiada maleodorante. Stella seppe che a breve avrebbe dovuto affrontare un’impegnativa seduta di gabinetto. Serro le piatte, larghe e mediocri natiche con vigore, onde evitare che la fiumana marrone che spingeva nelle sue viscere dilagasse.

La telefonata durò altri venti minuti abbondanti, mentre la Pulpo, mordendosi il labbro inferiore, era ormai diventata una statua tremante di colore verde, finché Catalda non concluse il suo monologo proferendo:

– La data della cerimonia è il quindici Luglio. La messa sarà alle undici di mattina, nella Basilica di San Cataldo. Poi, per le tredici, ci sposteremo tutti alla Masseria La Grande Quercia, a San Basilio. Ci sarai vero? Passerò dai tuoi a lasciar loro l’invito.

– Puttana! – pensò Stella Pulpo, ormai sul punto di esplodere – ha preso pure la sala ricevimenti a quaranta chilometri dalla Chiesa! ‘Sta stronza del cazzo!

Raggiunto il suo limite di sopportazione, la Pulpo garantì la sua presenza alla cerimonia e provvide a terminare la telefonata frettolosamente, adducendo un improvviso impegno urgente, di fatto non mentendo da un punto di vista fisiologico, ostentando gentilezza con uno sforzo ai limiti della ragione umana.

Chiusa la telefonata, Stella lanciò il telefono con furia animalesca contro la parete, mandandolo in frantumi. Si liberò immediatamente dei vestiti e delle mutande e cominciò a correre nuda verso il bagno, con un passo reso alquanto bizzarro dall’aver serrato i glutei in una morsa, onde evitare di sporcare e di farsela addosso. I suoi prosperi seni apuli ballonzolavano con periodicità matematica perfetta. Strada facendo, le scappò inevitabilmente qualche peto, mentre gocce marroni lasciavano tracce del suo cammino dal soggiorno al bagno, a guisa d’un Pollicino coprofilo.

Raggiunto il bagno, finalmente sollevò la tazza del cesso e vi appoggiò le sue natiche piatte, che si dilatarono all’istante, rivelando un peculiare ano ficamorfo dal quale proruppe inizialmente una scoreggia devastante, il cui rumore rimandava a quello di numerosi banchi da chiesa strisciati alla rinfusa sul pavimento di una cattedrale deserta. A quello scoreggione impetuoso e tremendo, fece seguito una cascata marrone di diarrea, ettolitri di merda allo stato liquido, mentre al contempo la Pulpo si sgrillettava affannata la vagina anteriore e intanto, con l’altra mano, reggeva il seno sinistro, titillando rapidamente tra indice e medio il capezzolo puntuto e gonfio di desiderio. A un tratto sgranò gli occhi, spalancò la bocca e cacciò un urlo liberatorio della durata di un minuto: la fase anale e fallica, di freudiana memoria, si fusero generando un potentissimo orgasmo, alla stregua di un Big Bang, da cui ebbe origine un universo pulsionale, sì di sollievo, ma seguito immediatamente da sensi di colpa, inadeguatezza e profonda frustrazione.

Il bagnetto cieco era ormai impregnato di un terrificante odore di merda e di fica misto a tabacco, dato che la Pulpo era solita fumare attraverso il suo organo riproduttivo per darsi piacere. Memorie olfattive di due vagine. L’olezzo rimandava ai miasmi terrificanti provenienti dall’Ilva.

Stella, sfiancata e con il fiatone, si alzò tremante e a fatica dal water, rivolse gli occhi al cielo, nuda, pallida e sudata, e pronunciò, con gli occhi gonfi di lacrime:

– Vergine Madre, aiutami tu, ti prego! Perdonami!

La Pulpo perse i sensi e svenne, ritrovandosi in posizione fetale sul pavimento del bagno, con un rigolo di escrementi che scivolava dal suo ano ficamorfo e con la vagina anteriore che sporadicamente emetteva bollicine.

 

 

Horror Vacui

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Dobbiamo riempire il nostro vuoto interiore.

Dobbiamo riempirlo di immondizia, come se fosse una discarica.

Diamo spazio pertanto al rimorso, al rancore, alla vendetta, all’odio, alla rabbia, al pettegolezzo, alla lamentela.

Dobbiamo riempire il vuoto, a qualsiasi costo. Chi lo guarda troppo a lungo, rischia la follia.

Per celebrare una vita degna, gettiamo nel vuoto palate di merda fumante, lasciamo decantare e riposare per molto tempo, mesi, anni, decenni, finché il tutto non si sarà cristallizzato, cronicizzato e infine trasformato in un bel malanno psicosomatico.

E’ questa la via per la gioia e la felicità, cara umanità, care bestie strane, errori evolutivi, virus con le scarpe, come vi definiva Bill Hicks.

 

 

La Posta di Dino – Politica

Caro Dino,
mi piacerebbe sapere per chi voti e quali sono a grandi linee le tue idee in fatto di politica.
Mirello (Celle Ligure) 

Ciao Mirello,

ti dirò con estrema onestà come la penso in merito.

Pubblicamente, sul posto di lavoro, in famiglia e tra amici, mi spaccio per democratico, vicino alle minoranze e favorevole ai diritti civili e alla parità dei sessi. Ostento pertanto una simpatia per il PD, dichiarandomi antifascista, antinazista, femminista, partigiano, costituzionalista, animalista, gay-friendly e tutto quanto faccia parte dell’universo politically correct e radical chic. Faccio tutto questo unicamente per una questione di reputazione e di apparenza, per non dare nell’occhio e non perdere mai il mio charme e il mio prestigio agli occhi degli altri.

Quando rientro a casa, però, lontano da occhi indiscreti, nella solitudine e nell’oscurità del mio studiolo, ormai in totale intimità con me stesso, do libero sfogo a quello che penso davvero: auspico da sempre, per le prossime elezioni, una vittoria schiacciante e clamorosa della Lega di Matteo Salvini su scala nazionale, con percentuali bulgare vicine all’80%. Sogno ad occhi aperti una realtà in cui lui assuma per davvero i pieni poteri, cancelli una volta per tutte la nostra Costituzione, definita “la più bella del mondo”, introduca uno stato di polizia repressivo che controlli ogni aspetto della nostra vita e ci liberi una volta per tutte da questo regime stucchevole di intellettuali vellutati convinti di essere dalla parte del giusto perché colti, instaurando un regime totalitario sovranista e autarchico che ci porti fuori dall’Unione Europea.

Oltre a questo, c’è un altro sogno che mi sento di confessarti apertamente: mi piacerebbe vivere in un paese in cui Matteo Salvini venga osannato con un dignitoso culto della personalità, a guisa di quanto si fece in URSS per l’amatissimo compagno Iosif Vissarionovič Džugašvili, per gli amici Stalin, un vero maestro delle dittature e un esempio da seguire. Sogno un’Italia in cui ogni domenica vengano organizzate parate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano, con quadri, fotografie e poster ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, pubblici e privati, e statue del leader leghista nelle principali piazze italiane.

Sono nato e cresciuto unicamente in un contesto democratico, mi piacerebbe fare l’esperienza di un regime totalitario nel mio paese, per vivere una nuova ed eccitantissima avventura. Tutto qui.

Infine, mi auguro che in Vaticano, come successore di Francesco, sopraggiunga al contempo un Papa ultraconservatore, alla stregua di Pio XII, che ridia lustro e vigore alla Chiesa Cattolica e che intervenga pesantemente nelle decisioni del governo italiano, imponendo l’abolizione dell’aborto e del divorzio e che stabilisca ex cathedra che questi ultimi atti, assieme a omosessualità, masturbazione ed eutanasia siano considerati tutti peccati mortali della stessa gravità dell’omicidio, per i quali venga negata l’assoluzione in caso di confessione, in modo da condannare all’inferno chiunque si macchi di queste colpe.

Credo di aver espresso il punto di vista del 100% degli italiani, impegnati come me a fingersi buoni, democratici e caramellosi, ma inconsapevoli di questo sogno latente nelle loro coscienze represse.

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one, cantava il vecchio John Lennon.

Mi sento meglio ad avertene parlato.

Cordialità

Dino Veniti

Dino Veniti III

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Dino Veniti Terzo.

Che classe.

Un altro Veniti in dirittura d’arrivo sul pianeta terra. Frutto del mio seme, un essere che rasenterà la perfezione, bello come il sole, ma soprattutto impeccabile e irreprensibile.

Un uomo tutto d’un pezzo sarà, questo mio pezzo di cuore. Bello, pettinato come il suo papà, elegantissimo ed educato.

Sarà mia cura plasmarlo a mia sacra immagine, sarà mio compito trasmettergli quelle doti e quei talenti che hanno contraddistinto la nostra stirpe. Noi, i Veniti, alla stregua di semidei, da generazioni abbiamo l’intento di dominare il mondo, mediante la nostra perfezione, i nostri modi educati ed eleganti, il nostro agire a guisa di cavalieri senza macchia e senza peccato. Noi siamo i Veniti, eccellenze in fatto di morale ed etica, assolutamente perfetti, nobili dal sangue blu, maestri di camaleontismo, perfettamente a nostro agio in qualsiasi contesto storico, economico, politico, sociale e religioso.

E da generazioni, chiunque si interfacci alle nostre persone, coccolato dai nostri modi affettati e carezzevoli, ormai entrato in intimità, completamente fiducioso nei nostri confronti, all’improvviso: ZAC! ZAC! ZAC! Viene fatto a fette dalla crudezza del nostro realismo.

Ordunque, papà ti aspetta, Dino Veniti III. Antropomorfo o in brandelli di endometrio sfaldato, servito su un assorbente igienico, con un contorno di spinaci.

 

 

 

 

Della droga

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Si è detto di tutto, sulla droga.

Siamo cresciuti con l’idea che la droga faccia male.

La droga pericolosa, la droga usata come via di fuga dalla noia, dal dolore, la droga come compensazione di un disagio personale, familiare, sociale.

Tutto vero, per carità, tutto giusto e sacrosanto, dobbiamo proteggere i nostri ragazzi dalla droga, per sentirci più buoni, più giusti, più membri elitari di questa bella società batuffolosa, cremosa e caramellosa.

Eppure, non dimentichiamoci di una cosa fondamentale, forse del motivo principe per cui si fa uso di sostanze stupefacenti: la droga inebria, diverte, dà tantissimo piacere e consente di farsi nuovi amici.

La droga è stupenda, il caso è chiuso.