Un Tempo Sospeso

Un tempo ormai sospeso ci cattura;
nell’isola, individuo singolare
ti tempra, vilipeso questi giura
e ha rivoli d’un livido amorale.

Mordace ed ambizioso, congettura,
pianifica e, vindice d’affrontare,
opaco e tenebroso, non abiura,
specifica i nemici d’annientare.

Oppresso da se stesso e d’ambizione
sorride al suo dolore lacerante
per spinte di vetusti agri veneni

e spesso che ha represso, dannazione,
sé irride, anch’il colore scintillante
o tinte già più illustri, in mete oscene.

Cedi Sognando

Il gelo incede, cener nebulosa
la via del vico, quasi orba, oziando,
più non si lascia calpestar rabbiosa,
sola restando.

E i veli scendon, Vener voluttuosa,
sei mia, ti dico che mi turbi, osando;
giù ormai m’accascio, ad afferrar, viziosa,
te già ansimando.

Di tela preda, prenderti ossequiosa,
mai pia né amica, non più acerba, amando
su sta’, ma poscia a riposar, preziosa,
cedi sognando.

Novello Ardore

Novello ardore, ch’infiammi, divampo,
ai polsi le caten di cortigiani,
dettami che al parer non danno scampo;

espelle odori d’infami sfuggenti,
accolsi le promesse alquanto immani,
reclamo dell’orror di certe genti.

Le nebbie si diradino, è ormai ora
di rifuggir chi vita mi divora!



Schegge

Sospeso siedi, vegliardo canuto;
del gregge stolto, esecutor prudente,
già nell’estrario tace l’urlo muto,
sopra vivente.

E un cinguettare, sol sòno di vita,
l’aere ora riempie e i muri vitri frange;
gente dissolta che tra sé s’addita
nel mentre piange.

Ove aderire, secrete mie schegge?
Per quale tramite invenir lucente
dalla caligine cinerea legge
d’un conte assente?


Fendente

Iniquo mondo, qui in bolle distanti,
ognuno ch’ormai mira i suoi fantasmi
mutevoli e cangianti ad ogni istanti;

quale destino ci resta sperare,
immersi ormai solinghi nei miasmi
d’un claustro ch’imminente s’ha da fare?

Ché la salvezza si fa nel presente,
parando della vita ogni fendente!

Silenzio Atteso

Sul petto l’aspra lapide l’atterra
incauta contra que’ mùnera lotta
lì incontra lauto, ben nero, ormai rotta,
eretto vespro, che rapido sferra

nel buio verberi antichi e la terra
zolle disfatte l’illustra e l’adotta,
imbelle matta in quel lustro corrotta,
orgoglio imberbe, tra giunchi ella erra.

Accolga i demoni tutti, è ormai ora,
tremendi spettri che tendon agguati,
turpi rumori ch’infrangon quïete

e amori e corpi divelgon. Stogliete!
Scettro sospenda, che vengan domati,
or volga e domini, muti, in controra.

Fotogramma

Si scioglieranno quei nodi contorti,
fintanto ch’occultati permarranno
già per omessa virtù nell’esporti,
un atto di viltà che causa affanno?

Perdonerai quei subìti già torti,
ch’ancor ti paion grande e grosso danno
per fare dono d’amori e conforti
e offrirti a quanti, forse, ancor non sanno?

Ancor dall’ulcer fiera emerge fiamma,
que’ prìstini fantasmi l’accompagna
non sarà l’acque a spenger, ché ristagna,

ma lagrima ch’il viso ancor non bagna
e resta lì, in sospeso, nel diaframma,
manente per un degno fotogramma.






Nizza

L’occaso volge su Nizza, splendente,
spossato in spiaggia seggo, intanto osservo
la triade di colori, ch’un coacervo
di sogni ispira, a quel diman suadente.

Prima v’è il blu del cielo transalpino,
cinereo, da pochi astri puntellato,
nel mentre d’un aereo traversato,
con esso va la mente, al suo destino.

Dopo v’è il blu del mare scuro, nero,
che culla minatorio chi l’osserva,
spietate salse l’acque, tergiversa,
nella sua danza a riva, il suo mistero.

Infine v’è quel candido mosaico
di sassi, a cui s’alternan certi, grigi,
rimanda noi al dovere, troppo ligi,
ma è ciò che rende l’esser men prosaico.

L’occaso è giunto su Nizza, ormai fermo,
pervaso dal torpore ancora siedo,
e m’ancoro qui al suolo e ancor mi chiedo
s’è tempo di seguir col mio errar ermo.

Estate

Le rimembranze del tuo guardo perso,
quell’iridi cangianti grandi e fondi
ancor non rendon il mio cielo terso;

bramo una lagrima, che l’alma mondi,
che doni a quest’amor un altro verso,
e al cor letizia mova, che m’inondi.

Estate: fa’ ch’in pace cada, sperso,
non d’obblighi, nel mar permanga immerso.