Notti d’un Tiepido Maggio

Sei ormai lontana, un antico miraggio
benché bruciammo assieme di passione
d’amor ch’avea il sapor di una missione
in quelle notti d’un tiepido Maggio.

E venne giugno ed ancora tuo ostaggio,
mi giunge rimembranza, una visione:
dovetti, per librarmi d’oppressione,
in lacrime riprendere il mio viaggio.

Dove sarai, mio impossibile amore?
Non nuoci più, somigli ad un tramonto
cui raggi neppur scaldano la pelle.

Con gli occhi ormai di sbiadito colore,
ben presto a un nuovo tuffo sarò pronto
nel mar d’un nuovo sguardo, come stelle.

Terra

Violati i taciti patti non scritti,
parole ch’hanno il peso delle pietre,
votati ad esistenze alquanto tetre
di regni ormai indifesi, non più ritti.

E crollano, sugli animi già afflitti,
castelli, cui gli arcieri con faretre,
difendon, mentre suonano le cetre
ai vecchi vincitori e ai danni inflitti.

È l’ora di fermar la frenesia,
di porre fine a tutte le battaglie
per ciò che dà parvenza d’eresia:

perduta fu pertanto questa guerra,
non scorra sangue per delle anticaglie,
a lungo abbiam volato, adesso a terra!

Corrente

Lasciam che la corrente ci trascini,
fin verso il mar, ch’ingrossa repentino,
viviam impenitenti quei destini;

seguiam la luce, l’ente, ebbri di vini,
dispersi, e amar si possa, a capo chino,
sfiniamoci, ormai spenti, amanti affini.

Che ci sorprenda il domani e ci conti,
nulla ci offenda e ci stani, siam pronti!

Fenice

Ma chi vuol esser davvero felice?
Chi sopportar vuole il vero più crudo
fuori da un gregge assopito e vindice,
rischiando tutto e mettendosi a nudo?

Quanti di noi, ed è ciò che si dice,
di vil menzogne si fan spesso scudo,
quanti, alla stregua d’antica fenice,
brucian, risorgon per già nuovo ludo?

E siam degli orsi, tuttora in letargo,
in questo freddo di verno, distanti,
mentre esperiamo d’attender che sorga

un sole tiepido. E luce ci porga,
che già vediamo, da tempo sì affranti,
che dia il consenso per prendere il largo.

Errare

Mille battaglie, son l’urla silenti
quell’armi cui t’affidi ormai sicuro,
più non baccagli e conturbi altrimenti.

Disarmi e il fato sfidi, mai maturo,
ma lasci ch’anche il vento ti conduca,
ai carmi tuoi confidi male oscuro;

rinasci e mai lamento ti seduca,
t’affasci il firmamento, a errar t’induca.

Lontano

In questa traversata nel deserto,
appresi a distaccarmi dai miraggi
ed empio già salpai nel mare aperto
gettandovi bottiglie con messaggi;

fu mesto. Ormai salpata ebbi sofferto,
ma smisi di sfamarmi degli omaggi
che scempio e molti guai m’ebbero offerto,
sì preso ormai a disfarmi di quei saggi,

per esser piuma che libra nel vento
anche capace di libero arbitrio
con meno pesi su un cuore ferito.

Veleno, illeso, da spore, inasprito,
non più mendace. Sì fiero me mitrio,
qual re del fiume; non vibra un lamento.



Pace

Desisti, ché il tuo animo è sereno,
quest’oggi niente calici d’olivi
magnanimo ch’offristi di veleno.

Ascolta quel sussurro viscerale,
miraggi ben vindici seppellivi,
azzurro ciel, la volta è più vitale.

Se pensi a cento lidi, al chiostro invito:
ti guidi il vento e i sensi al nostro sito!

Principio

Un’alba s’erge da colli di grano,
al suon delle campane s’apron porte,
scialba deterge noi, soli, lontano.

Gli dei, per nulla umani, son vitali
di buon c’è ch’alle tane stiamo assorte,
da rei ci cullan mani di vestali.

Intero libro che s’ha da riempire,
in equilibrio col nostro patire.

Fine

Tramonti che dipingon cieli arancio,
portali gravi e lenti van serrando,
i conti ormai si pongono a bilancio.

Signori, un tempo dei, si fan mortali,
rivali ignavi, a stento ormai pugnando,
livori in campo, rei, giammai regali.

Resta una pagina sola ancor bianca,
mesta, non argina e vola al cor, stanca.

E Tacque e Valse

E val la pena di fermarsi a volte,
per un fratello che cerca sollievo
dal suo dolore improvviso coevo
a un male collettivo cui siam colte,

anime piene, può darsi risolte,
dal lor fardello sovente in rilievo
per un amore reciso, e tacevo
a un tale assai invasivo vie sepolte.

A quanto pare non tutto è perduto,
quando le fiamme divampan è ora
di spengerle con fiumi d’acque salse;

il pianto amaro dà un frutto cresciuto,
spandonsi gemme che vita divora:
“Aspergimi di lume!”. E tacque e valse.