Armamentario

È sera, il sonno tarda ad arrivare,
le spalle dolgon per le corde strette
attorno a chi matasse vuol sbrogliare.

Come fuggir da queste sorde sette,
di ciechi adepti facil d’ammaestrare,
quando si è soli con le schiene erette?

Mare in tempesta, la riva è distante,
contro quell’onde ed il vento contrario,
soltanto puoi arricchir l’armamentario
e pazientare, nel tempo restante.

Si Scende Giù nell’Ade

Si scende giù nell’Ade, ormai ribolle
la lava delle verità sommerse,
ch’emergon con sanguigna furia folle.

E splende, ormai t’invade, delle perse
battaglie quel ricordo, verso un colle
sognato; restan ceneri già asperse.

E preghi e speri, ora agisci, fanciulla,
fuggi da quel ch’or ti fotte, or ti culla!

Emissario

E quanto soli siamo nella scelta
di viver nel rimpianto o nel rimorso
e pur gridando: “O Dio, vieni in soccorso!”
Lui tace, tace a te, pianta divelta.

Eppur si sa ch’il fiume porta a un delta
ed altro non puoi far, seguir il corso;
se pensi che sia questo il tuo percorso,
non perder tempo, seguilo, alla svelta!

E c’è ch’invece si muove al contrario,
s’annebbia ed ogni giorno lentamente
purtroppo muor, sommerso dal dolore.

Dolor per troppo dare, quanto amore
gettato verso chi è rimasto assente,
dal lago non s’emana l’emissario.


Assente

Che resta d’un amor non consumato,
di tempi miei, tuoi spazi, non connessi
e frutto d’un coraggio ch’è mancato?

Rimangon desideri non espressi,
parole e il lungo abbraccio che mi hai dato
quel dì che sei partita, entrambi oppressi;

oppressi da un addio che fu pungente,
nelle canzoni rivive il tuo sguardo
che mi donasti con tanto riguardo
e non accetto ch’ormai tu sia assente.

Per Dove?

Per dove fare dunque adesso rotta,
ché siam in alto mar, nella tempesta,
e stanchi ancor non siam di questa lotta?

Il tempo ancor non giunge della festa,
far sì ch’il mare nero non c’inghiotta,
remare controvento ci s’appresta.

E presto il cielo ancor sarà sereno,
bramiamo un lungo sonno e si rinasca,
o noi di questa ciurma che, fuggiasca,
si suol di questa vita far il pieno.


Via

Di pianger, respirar, non lo nascondi,
d’elaborar il lutto degli addii,
momento non v’è e l’attenzione svii
da questa triste colpa sugli sfondi

di gente come voi, voi migrabondi,
delitti che comunque non espii;
chissà se mai pagar quei falsi pii
dovran, or che ti lanci in nuovi mondi.

E il viaggio è troppo lungo e non hai casa
e migri, senz’appigli e senza patria,
lasciandoti alle spalle le radici;

d’erbacce e parassiti adesso è invasa
di decade dimora: dunque espatria!
Che d’aria tu ti riempia le narici!

Tresca

I muri crollano e s’apre il confine,
perché la vita è fuori dai castelli,
teatro già di lotte clandestine.

È tempo di guardar oltre gli orpelli,
di quelle rose rosse restan spine,
lasciamo che comàndin gli zimbelli.

E l’aria che respiri è già più fresca,
di mandorle e lavanda vien l’odore,
adesso placa pure il tuo furore,
per quando via sarai da quella tresca.

Chiudi Gli Occhi

Le foglie mosse, tacite, dal vento,
ch’osservi mentre ondeggiano soavi,
già mandan via lontano certi ignavi
e placano il dolor del tradimento.

E non ti riconosci, quasi a stento,
nei tempi ormai lontani, quando urlavi
e immerso con il fango te ne stavi,
e tutto quell’ardore pare spento.

Eppure quella fiamma ancora brucia,
ci s’alza ancora in piedi, pur feriti
da mani che t’abbassan sui ginocchi.

Che il tempo certi graffi ormai ricucia
e scuoti le tue vesti dai detriti,
e ignuda t’addormenti; chiudi gli occhi.

Ruggiti

Tramonti che s’alternano a ruggiti
che vengon da leoni chiusi in gabbia,
che per congiure caddero, traditi;

e lenti si sprofonda nella sabbia,
e s’odon di neonati già i vagiti,
proviene dai primordi quella rabbia.

Sol si può agire, aspettare, sperare
e continuar questa vita ad amare!

Ebbrezza

E non vi è più paura dell’ignoto,
d’aprire e oltrepassare quella porta,
e reggi il peso, o tu pieno di vuoto;

piuttosto hai da temer la vita morta,
fuggire chi vietarti d’ogni moto
del cuor vuol, anch’ergendosi a tua scorta.

E già si manifesta la bellezza
di vita e ti travolge la sua ebbrezza.