Delprete Fiction

Delprete fece un profondo respiro e richiuse il suo laptop. Si erano ormai fatte le dieci di sera, la giornata volgeva al termine e aveva realizzato di non avere ulteriori rabbiose invettive anti-sovraniste da pubblicare sui suoi profili social. Si sentiva spento e svuotato, sua madre gli aveva telefonato un’ora prima, tempestandolo di domande invadenti e raccomandandosi sul fatto che non uscisse di casa, perché “c’era il virus”. Delprete provava sempre un gran nervoso quando interloquiva con quest’ultima, nonostante non lasciasse trapelare pubblicamente questi sentimenti disdicevoli, che non sarebbero stati utili alla sua reputazione e alla sua immagine.
Si levò dalla sedia, fece pochi passi e si accomodò sul divano letto accanto alla scrivania, dinanzi al quale vi era un tavolo con una pila di libri che non aveva mai letto e un piccolo vassoio di alluminio che conteneva qualche bomboniera mai aperta e confetti scaduti appartenenti ai numerosi matrimoni a cui aveva partecipato negli anni passati. Viveva in uno squallido monolocale, che negli ultimi tempi gli faceva mancare sempre più l’aria, ma non avendo un lavoro fisso, schiavo com’era della sua ambizione e totalmente eterocentrato e diretto dall’altrui giudizio e dalla sua popolarità sui social, non disponeva di entrate sufficienti per potersi permettere una casa più grande, se non una paghetta mensile di circa cinquecento euro che i suoi genitori gli erogavano tramite bonifico. Delprete fantasticava con frequenza, sognava a occhi aperti il giorno in cui avrebbe ottenuto il successo sperato, mediante una carriera nel mondo della politica culminata, perché no, con un seggio in parlamento. Probabilmente questa era la sua unica e reale ambizione, mancandogli totalmente la voglia di far fatica e non conoscendo fino in fondo il significato della parola lavoro.
Intanto, il suo gatto, accovacciato a sua volta sul divano, si rimise lestamente sulle zampe e osservò con attenzione i movimenti del suo padrone, finché, non appena quest’ultimo si sedette, scappò lontano da lui.

– Vieni qui, Ettore, dai su… – fece Delprete, ma il micio si era già rifugiato in bagno, dove era dislocata la sua lettiera, per sfogare i suoi bisogni fisiologici. La cosa accadeva tutte le volte che il suo proprietario cercava di avvicinarsi a lui. A quanto pare, il felino lo disprezzava profondamente. Delprete, a quella reazione del suo gatto, si sentì profondamente amareggiato e abbattuto. Il senso di abbandono e l’esclusione erano una costante nella sua vita, una sorta di fastidioso rumore di fondo. Soffriva terribilmente di una solitudine atavica, con l’aggravante che percepiva quella sensazione anche in compagnia di altre persone, non avendo in verità mai trovato un posto nel mondo, una collocazione che lo facesse sentire a suo agio. La sua vita online, la sua presenza ossessiva sui social costituivano per lui l’unico sfogo e diletto, nonostante non fosse in grado di ammettere a se stesso di esser divenuto totalmente dipendente dalle reazioni dei suoi follower, che ormai intervenivano più per abitudine che per reale stima nei suoi riguardi.

D’un tratto, dei colpi alla porta d’ingresso lo destarono da quei pensieri cupi. Delprete sobbalzò, chiedendosi stupito chi mai potesse presentarsi a casa sua a quell’ora. Un lume di speranza s’accese nei suoi occhietti non troppo svegli, dato che avrebbe finalmente avuto l’occasione di interloquire con una persona in carne e ossa, qualcuno che non appartenesse alla sua famiglia d’origine, magari una donna, perché no. Erano forse anni che non intratteneva alcun tipo di relazione con una ragazza e l’unica possibilità che aveva escogitato per sublimare nevroticamente la sua libido era tramite le parolacce utilizzate per concludere i suoi post infantili, nella convinzione che divertissero i suoi seguaci, facendolo sentire alla stregua di un autore satirico.
S’alzò dal divano color caffè, fece pochi passi sul finto parquet giallastro, che, come tanti, pronunciava “palqué” e, con una tenue speranza, indossando delle pantofole Ikea da quattro soldi, si avvicinò alla porta d’ingresso e l’aprì. Quella speme si trasdusse immediatamente in terrore, quando realizzò chi fossero i due individui sulla soglia, incredulo di ritrovarseli davanti in carne e ossa. Sentì una forte fitta allo stomaco.

– Si può? – fece con tono solenne e perentorio Matteo Salvini, guardando Delprete con aria di sfida.

– Ma…veramente…è un po’ tardi sa… – replicò Delprete, balbettando, quasi paralizzato dallo shock.

– No? – fece ancora Salvini, con tono strafottente. Indossava gli occhiali color pannolino e la sua solita camicia bianca, con le maniche rimboccate. Al suo fianco, un uomo alto e robusto, in abito istituzionale, sfoggiava una sgargiante cravatta rossa, mentre lasciava cadere le braccia dalle sue possenti spalle lungo i fianchi, guardando di sbieco il leader della Lega e reclinando leggermente il capo dalla chioma ormai ingrigita, serrando le labbra in una smorfia che suonava come una via di mezzo tra sicumera e disgusto, annuendo lievemente: era Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America.

– Ma figuratevi, prego, entrate pure, siete i benvenuti a casa mia… – fece Delprete fingendo di ricomporsi, teso come una corda di violino, ma divenuto insolitamente ossequioso e servile.

– Ah, questa sarebbe una casa? Donald, occhio a non perderti qui dentro, eh! – fece l’ex ministro dell’Interno, caustico, scoppiando in una risata. Trump guardò ancora il suo complice, muto, conservando la medesima espressione e annuendo con sicumera.

I due politici fecero il loro ingresso nel minuscolo appartamento, mentre Delprete se ne stava ancora sulla soglia, raccolto nelle spalle con aria intimorita, intanto che i due leader perlustravano con minuzia quella modesta abitazione. Salvini si avvicinò alla scrivania di Delprete, mentre Trump si sedette sul divano a braccia conserte, senza proferire verbo. Il leader della Lega si accomodò alla scrivania, aprì il laptop, aspettò qualche secondo perché si riavviasse, in un’attesa silente e carica di tensione, finché lo schermo non mostrò nuovamente il web browser con il profilo Facebook di Delprete in bella vista. Diede una scorsa ai post, finché non invitò il leader repubblicano ad avvicinarsi.

– Donald, vieni qui, vieni a vedere… – fece Matteo Salvini con moderato entusiasmo. Trump si alzò con fierezza dal divano. La sua imponente e ingombrante figura si stagliava in quella casa modesta, occupando spazio. Con passo sicuro, si avvicinò alla scrivania, appropinquando il suo volto allo schermo del computer e assumendo un’aria indagatrice. – Dai un’occhiata a questo… – insistette Salvini. Era un post risalente al 4 novembre 2020, nel quale Delprete dava del verme e del vecchio clown all’ex-presidente, in risposta a un tweet nel quale “The Donald” reclamava la sua vittoria in Pennsylvania nel corso degli spogli relativi alle ultime elezioni presidenziali. Trump strinse gli occhi e, con fiero contegno, annuì. Si mise ritto sulla schiena e si voltò verso Delprete, che nel frattempo aveva preso posto su una sedia da quattro soldi posizionata accanto al divano, lo fissò negli occhi con aria severa e disse:

You are a nasty, vindictive, horrible person!

– Cosa? – fece Delprete terrorizzato, incapace com’era di capire l’inglese parlato.

A quel punto, Salvini si alzò e si avvicinò lentamente a Fabrizio, ormai totalmente in preda alla confusione e annebbiato da un terrore cagionato dal fatto che qualcosa di terribile stava per accadergli.

– Lo capisci l’inglese, fenomeno? – fece il leader della Lega con sicurezza.

– Cosa? – replicò ancora Delprete.

– Ah, no? – fece ancora Salvini, sempre più minaccioso.

– Cosa? – ormai era divenuto un disco rotto.

Trump annuì sconsolato, sospirò e diede nuovamente le spalle a Delprete, continuando a perlustrare la casa. Nel frattempo, Salvini aveva afferrato il tavolo accanto al divano e, in uno scatto di rabbia, lo rovesciò a terra, facendo cadere rovinosamente al suolo gli oggetti che vi poggiavano sopra.

– Di’ cosa un’altra volta! Di’ cosa un’altra volta, figlio di puttana! Ti sembriamo delle puttane forse?

– N…n…no, no!

– E allora perché hai cercato di fotterci? A noi non piace farci fottere da nessuno, eccetto che da Francesca e Melania, non necessariamente in quest’ordine! – urlò Salvini. A quel punto, sfogata la sua ira, fece uno dei suoi sospiri artefatti, ricomponendosi. Annuiva velatamente, guardando Delprete con un’aria di pena e commiserazione acuta, il quale era sul punto di scoppiare in lacrime, mentre si agitava freneticamente sulla sedia, tenendo entrambe le mani sopra la testa e occultando il volto tra i gomiti.

– Dì un po’, fenomeno – fece Salvini – preghi ogni tanto?

Delprete fece sbucare il suo sguardo dalle braccia, incrociando quello del Capitano. Inarcò le sopracciglia in un’espressione di dolore e paura e proferì, singhiozzando timidamente:

– S…sì…

Salvini, in quel momento, lo guardò con benevolenza, come si guarda a un fratello minore un po’ discolo, sospirò ancora e abbozzò un sorriso. – Bene! – gli rispose. A quel punto, estrasse dalla camicia il suo famoso rosario, lo baciò come sempre e disse:

– Allora pregheremo insieme, fenomeno, oggi è il tuo giorno fortunato! Dai forza, insieme a me. L’eterno riposo, dona loro Signore… lo conosci il testo, sì?
– Cosa? – Delprete si stava agitando di nuovo.
– Prega con me, avanti, fenomeno: L’eterno riposo, dona loro Signore…

Delprete, confuso, spaesato e impaurito, guardò ancora Salvini. Sapeva di non avere molta scelta e a quel punto, fece eco al leader leghista.

L’eterno riposo, dona loro Signore
…e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen!
…and Awomen! – fece Delprete convinto, ricevendo in risposta un ceffone in pieno viso, il cui suono riecheggiò in tutta la stanza. Trump si era voltato per un istante, distratto dal rumore di quello schiaffo, per poi ricominciare a perlustrare la casa, scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

– Non fare lo spiritoso, figlio di puttana, prega come Dio comanda! – fece severo Salvini.

Delprete proseguiva con voce rotta, ormai consapevole di non avere scampo, privo di un’idea chiara in merito a ciò che l’attendeva: – L’eterno riposo, dona loro Signore…

– Donald, avvicinati pure, ci siamo quasi, tu intanto non fermarti e prega, coglione! – disse il Capitano. Trump si avvicinò e si posizionò alla destra di Delprete che continuava a recitare ciclicamente la nota orazione in onore dei cari estinti. A seguire, Salvini si liberò del suo rosario e lo appese al collo di Delprete, porgendo il crocifisso nella sua mano.

– Bacialo ora, ripetutamente! – ordinò il leader della Lega.

Delprete, ormai totalmente stremato e fiaccato nella volontà, eseguì senza opporsi. Con sguardo spento, faceva schioccare le sue labbra sull’immagine di Cristo, quest’ultimo forse caduto in una pena ancora più crudele della crocifissione. Intanto, Salvini si posizionò alla sua sinistra, si accovacciò, estrasse lo smartphone dalla tasca sinistra e lo sollevò in modo i tre cadessero nell’inquadratura, esibendo il più smagliante dei suoi sorrisi. Anche Trump si era accovacciato, sorridendo senza mostrare denti e labbra, alla sua maniera, finché il leader della Lega non scattò la foto. Si alzò in piedi e ne osservò compiaciuto il risultato, raggiunto immediatamente da Trump che avvicinò il volto allo schermo dello smartphone, poggiando amichevolmente la mano sulla spalla del Capitano.

– Niente male, vero Donald? Sembriamo davvero un terzetto affiatato, un trio di amici di vecchia data. Guarda com’è venuto bene il fenomeno, con quanta fede bacia il rosario. – Trump annuì con convinzione e stima nei riguardi del suo collega italiano.

Fu solo a quel punto che Delprete realizzò quale fosse l’idea dei due politici sovranisti, in quel bizzarro quanto insolito vertice bilaterale tra Italia e Stati Uniti d’America. Piagnucolando, strillò:

– No, no, no! Vi supplico, non fatelo! Vi scongiuro, no! Questo, no!

Salvini guardò di sbieco Delprete, sorridendogli in maniera machiavellica e, a quel punto, si accomodò nuovamente alla scrivania. Una volta seduto, si rivolse per l’ultima volta a Fabrizio, esclamando:

– Questo sì, fenomeno…

Ci mise un attimo: collegò con un cavo USB il suo smartphone al laptop e caricò la foto appena scattata su tutti i profili social di Delprete, accompagnando quell’immagine alla seguente didascalia:

Solo gli imbecilli non cambiano idea.
Annateveneaffanculo testedecazzo!
#salvini #trump #sovranismo


Gli effetti di quel post si scatenarono dopo pochi secondi. Quella foto costituiva un ignobile tradimento nei confronti di tutti coloro che lo avevano seguito fino a quel momento. I suoi seguaci commentarono inviperiti quell’imperdonabile voltafaccia del loro idolo, finché, dopo pochissimi minuti, lasciarono in massa i suoi profili, facendolo cadere immediatamente nel dimenticatoio. Delprete, per ogni follower perso, percepiva il lento e inesorabile crepitio del suo cuore spezzarsi. Ripensò agli anni d’oro, al successo ottenuto con quelle blande battaglie politiche accompagnate dalla sua ruspante semplicità pugliese, nella convinzione che un domani avrebbe potuto vivere solo di quello, ma fu in quel momento che, al contrario, la cruda realtà gli venne sbattuta in faccia impietosamente: non avrebbe mai recuperato nessun tipo di credibilità. Qualsiasi cosa avesse pubblicato successivamente, non avrebbe avuto più alcun peso. Era finito, del tutto. Non aveva altra scelta: doveva trovarsi un lavoro modesto o, in alternativa, tornare a casa dei genitori e continuare a farsi mantenere. Avrebbe optato per la seconda opzione, era troppo tardi per iniziare a lavorare sul serio. Troppo tardi per far fatica. Troppo tardi per tutto.

Trump e Salvini, compiuta la loro missione, uscirono senza salutare dallo squallido monolocale, seguiti a ruota dal gatto, il quale in quell’istante capì che avrebbe avuto senz’altro una vita migliore e più dinamica come randagio.

La porta si chiuse. E in quell’istante, Delprete toccò con mano la sua pochezza, la sua ultima solitudo. Era stato nient’altro che un becero fuoco di paglia, come ce ne sono tanti.

Cadde in ginocchio al suolo, cacciò un urlo lancinante e scoppiò in un pianto disperato.

Si era ormai fatto nulla, nulla assoluto.

Lontano

In questa traversata nel deserto,
appresi a distaccarmi dai miraggi
ed empio già salpai nel mare aperto
gettandovi bottiglie con messaggi;

fu mesto. Ormai salpata ebbi sofferto,
ma smisi di sfamarmi degli omaggi
che scempio e molti guai m’ebbero offerto,
sì preso ormai a disfarmi di quei saggi,

per esser piuma che libra nel vento
anche capace di libero arbitrio
con meno pesi su un cuore ferito.

Veleno, illeso, da spore, inasprito,
non più mendace. Sì fiero me mitrio,
qual re del fiume; non vibra un lamento.



Teoria e Pratica del Gender

Riflettevo, come uomo e padre di famiglia, sulle conquiste ottenute da noi donne con il femminismo, sulla parità di genere, sulla lotta contro il patriarcato, nello specifico nei confronti dei temibili uomini di quest’epoca, fino allo scorso anno, prima della pandemia, taciturni animali da compagnia dagli occhi spenti di donne in cerca d’intrattenimento isterico e in preda a desideri capricciosi presso notti bianche, concerti, serate, eventi, mostre. Guardo costernato quelle foto ormai risalenti a un’epoca antica, che immortalano gruppi eterogenei di uomini e donne, almeno da un punto di vista biologico, donne e “maschi di donna”, soffermandomi su questi ultimi, contriti, privi di slancio, svuotati, ammaestrati come cani da compagnia, probabilmente muniti solamente d’un minuscolo orifizio utile alla minzione, tristemente piallati lì nell’area circostante, dove non batte il sole. Non posso fare a meno di pensare a quanto tutta questa gente si sia magari frequentata anche per diversi anni senza aver avuto nessun tipo di flirt, nessun approccio, reciprocamente spaventati da quest’idea, nel timore di rovinare una “bella amicizia”, nell’attesa di una persona giusta, sognata e astratta, che tarda ad arrivare perché abbiamo dato priorità all’intelletto e a qualsiasi tipo di razionalizzazione, terrorizzati dalle pulsioni vitali dell’eros. In una parola, per usare un eufemismo, osservo quelle foto e vengo pervaso da un angosciante, soffocante e opprimente senso di morte.

Rifletto sulla liquidità di questa vita moderna, per dirla con Bauman, che ci ha dato l’illusione di poter essere dei camaleonti, capaci di tramutarci in qualsiasi cosa volessimo, rendendoci in verità degli individui privi di identità definita, cavie perfette di una spietata società dei consumi, e giungo alla conclusione che, tutto sommato, con queste mie nuove fattezze, sono davvero un gran pezzo di fica. Penso che queste mie sembianze femminee potrebbero drasticamente innalzare il numero di “like” e “followers”, questa pagina si popolerebbe in breve tempo di altri “maschi di donna”, i quali sosterebbero senz’indugio su questo inutile spazio pieno di invettive e frustrazioni contro il mondo, paradossi e penose poesie, riempiendo i miei post di reazioni e commenti lusinghieri, massaggiandosi nel mentre il campanaccio nella remota speranza di potermi un giorno incontrare per congiungersi carnalmente con me.

Rifletto su tutto questo, intanto che la pioggia ha smesso di cadere e il sole è finalmente tornato a splendere, rileggo quanto ho scritto, correggendo eventuali refusi con maniacale puntiglio e, premettendo che non ve la darò mai, non giungo a nessuna conclusione, nessuna risposta.

E va benissimo.

Così.

Buona domenica.

Pace

Desisti, ché il tuo animo è sereno,
quest’oggi niente calici d’olivi
magnanimo ch’offristi di veleno.

Ascolta quel sussurro viscerale,
miraggi ben vindici seppellivi,
azzurro ciel, la volta è più vitale.

Se pensi a cento lidi, al chiostro invito:
ti guidi il vento e i sensi al nostro sito!

Principio

Un’alba s’erge da colli di grano,
al suon delle campane s’apron porte,
scialba deterge noi, soli, lontano.

Gli dei, per nulla umani, son vitali
di buon c’è ch’alle tane stiamo assorte,
da rei ci cullan mani di vestali.

Intero libro che s’ha da riempire,
in equilibrio col nostro patire.

Bilancio di Fine Anno

Tempo di bilanci, l’anno si chiude e si sente il bisogno di un resoconto, di una lista di cose accadute in questo 2020, giudicato dai più “annus horribilis”. Abbiamo questa necessità di ripetere a noi stessi quanto la pandemia ci abbia migliorati, illudendoci che abbia avuto luogo una palingenesi collettiva, quando al contrario, a mio modesto avviso, questo evento ha tirato fuori in buona parte dei casi il lato peggiore e mediocre di tutti noi, tra delazioni e scontri ideologici persino in un contesto drammatico come questo. Dobbiamo metterlo però nero su bianco qui sulle reti sociali, quanto abbiamo rivalutato l’essenziale, quanto abbiamo tenuto duro chiudendoci in casa come dei vigliacchi, con lo scopo di ricevere l’accondiscendenza dei nostri “amici”, ostentando quell’insana voglia di succhiarci vicendevolmente i nostri minuscoli uccelletti e i nostri grilletti secchi e rugosi, ostentando una profondità che, neppure osservata con troppa attenzione, è invero intrisa di banalità e di ovvietà. Lo so bene, la sento anch’io, la sentite voi, la sentiamo tutti, magari solo per un istante, quell’energia che ci ricarica, desideri e sogni che potrebbero realizzarsi, progetti, idee, visioni, missioni, voglia di cambiare noi stessi, voglia di cambiare gli altri, voglia di cambiare il mondo, ma a quel punto ci penserà nostra moglie, nostro marito, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri suoceri a farci rimettere i piedi per terra, a seguire esclusivamente il senso del dovere e il senso di colpa, a rientrare nei ranghi, rinchiusi nella gabbia di una serenità di facciata e di una vita da schiavi, tiepida, molle, piena di rimpianti e di rancori verso chi ci ama, nostri padroni e servi a loro volta d’altri padroni servi a loro volta d’altri padroni, in un circolo vizioso generazionale senza via d’uscita.Per la gran parte di noi, si sappia: una volta giunta la fatidica mezzanotte, non cambierà assolutamente nulla, a prescindere dal contesto, a prescindere da pandemie, virus, carestie, guerre, vaccini, arcobaleni, Gramellini, Lorenzotosa, Delprete, Avvocathy e “odio che ci costa”. Resteremo vincolati alle nostre coazioni a ripetere, sintomo patognomonico perfetto di un’esistenza piena di menzogne e totalmente soverchiata dall’altrui volere.

Sappiatelo: la speranza di una vita felice, piena e soddisfacente c’è, a prescindere da ciò che ci accade intorno. Le vie d’uscita ci sono, ma costano fatica e siamo troppo pigri per metterci davvero in gioco. Non divorzieremo neppure quest’anno, non compreremo quella casa al mare che ci piace tanto, non cambieremo lavoro neppure nel 2021. Pazienza.

Domani, se erro, sarà il 32 dicembre 2020.

Trentadue. Dicembre. Duemilaventi.

Buona serata.

Fine

Tramonti che dipingon cieli arancio,
portali gravi e lenti van serrando,
i conti ormai si pongono a bilancio.

Signori, un tempo dei, si fan mortali,
rivali ignavi, a stento ormai pugnando,
livori in campo, rei, giammai regali.

Resta una pagina sola ancor bianca,
mesta, non argina e vola al cor, stanca.

Vaccino Anti-Covid

Molto bene, è una giornata storica, il vaccino anti-covid è finalmente giunto nel Belpaese e le prime dosi sono state somministrate. La collettività gioisce dinanzi a questa notizia, nutrendo la speranza che in circa sei mesi si possa tornare alla vita d’un tempo.

Eppure, parliamoci chiaro, siamo davvero sicuri che questa sia una buona notizia? Pensateci seriamente: tra pochi mesi si tornerà a condividere l’ufficio con gente che abbiamo sempre detestato, le mascherine verranno meno e torneremo a sentire l’alito fetido dei nostri colleghi. Ilario, il toccaccione di trent’anni appena compiuti che vuole cambiare il mondo, magari assunto da poco, si presenterà dandoci una pacca sulla schiena e massaggiandocela, chiamandoci con il nome di battesimo o, peggio, con il nostro diminuitivo, come se ci conoscesse da una vita, con lo scopo di elemosinare la nostra simpatia prima di sferrare l’inevitabile coltellata alla schiena. Le strade torneranno a essere trafficate, saremo costretti nuovamente a uscire il sabato sera alla ricerca di parcheggio e di un posto libero in pizzeria e il prossimo Natale lo passeremo nuovamente con genitori, suoceri e parenti, non più in videochiamata, per cui saremo costretti a rispondere de visu a tutte le domande imbarazzanti dei nostri vecchi rottinculo.
Cari lettori e care lettrici, diciamoci la verità: ma quanto cazzo siamo stati da Dio in questa situazione?

Buon vaccino, una volta immuni, sapete qual è la prima cosa che dovete fare. A buon intenditor…

Casa Surace – Le Ali Tarpate della Schiavitù

Era stata una giornata durissima. Tra clienti arroganti, maleducati, litigiosi, dalla scarsa igiene personale, incapaci di rispettare la fila, quel turno di otto ore alle casse del supermercato Lidl di Largo Balestra sembrava essere durato in eterno. Al solito, gli dolevano le mani e la schiena per aver passato tutto il tempo seduto a spostare merce e a battere scontrini. Non ultimo, un cliente era entrato esattamente cinque minuti prima della chiusura e aveva ritardato la fine del turno di venti minuti. Pasqui uscì dal supermercato alle dieci e trenta di sera, con ancora indosso la divisa e, con passo lento e rassegnato, si avviò verso casa. Sapeva che avrebbe dovuto affrontare circa tre quarti d’ora di cammino per raggiungere il monolocale in affitto in Via Gola, presso cui viveva ormai da cinque anni. Non poteva permettersi l’abbonamento per i mezzi pubblici, così come non riusciva a far fronte alle spese dell’affitto da solo, alle quali badava come sempre mamma Antonella, ormai ottantenne e con molti acciacchi, ma comunque ancora capace di comandarlo a bacchetta. Pasqui era totalmente invischiato nella sua ormai ventennale dipendenza da cocaina, oltre a essere consumato da un grave alcolismo e dalla frequentazione di escort, queste ultime ormai non più di lusso per problemi di budget, ragion per cui sfogava le sue pulsioni sessuali con donne in età avanzata, in rapporti squallidi della durata di circa trenta secondi. I tempi d’oro di Casa Surace erano ormai finiti, il format aveva chiuso da un paio di lustri e lui era stato cacciato via dal cast poco prima, a causa di rancori e conflitti mai risolti con il suo vecchio amico Massimo, in arte Ricky, il quale aveva tagliato ogni tipo di comunicazione con lui. Dalle notizie che gli erano giunte per vie traverse, quest’ultimo aveva trovato lavoro come impiegato presso il comune di Vimodrone, grazie alla raccomandazione di uno zio maresciallo. Del resto del cast, invece, non aveva che pochissime notizie. Le donne, Fernanda e Sara, erano tornate a Sala Consilina e avevano messo su famiglia, sposandosi con degli impiegati comunali, buoni partiti secondo la mentalità del posto, andando a vivere a due passi dalle loro madri. I sogni di libertà, le loro ambizioni, la loro speranza di poter sfondare nel mondo del cinema, utilizzando Casa Surace e il web come trampolino di lancio, erano stati uccisi dai loro sensi di colpa nei confronti dei genitori che si inventavano malesseri e malanni d’ogni tipo per ricattarle, oltre che da un richiamo atavico al dovere di procreare per compiacimento nei confronti del senso comune. Erano cadute anche loro nella rete di un matrimonio grigio e spento, accompagnato dall’obbligo dei pranzi domenicali con i parenti. La loro bellezza e freschezza di un tempo erano ormai divenute un’antica rimembranza e avevano lasciato il posto a delle donne sfiorite, sempre più canute, ingrassate e somiglianti alle loro anziane e ingombranti madri. I soci fondatori di Casa Surace, infine, erano letteralmente scomparsi nel nulla dopo che la società, a un passo dalla bancarotta, era stata ceduta a una multinazionale cinese per quattro soldi.

Pasqui camminava e rimuginava su tutto questo, pensava a quei ricordi un tempo felici, fissando lo sguardo nel vuoto, il cuore gonfio di malinconia. I suoi capelli e i baffi erano ormai divenuti grigi, i denti ingialliti a causa del fumo, rughe profonde solcavano la sua fronte e il contorno dei suoi occhi, mentre il ventre s’era fatto pingue. Non era sicuramente ciò che si suole definire un figurino ai tempi, ma il rallentamento del metabolismo dovuto all’età, l’abuso di alcol e droghe e la vita sedentaria lo avevano ormai reso completamente obeso.

Finalmente raggiunse casa. Erano quasi le undici e mezza, ci aveva messo praticamente un’ora per raggiungere il suo domicilio. Aveva il fiatone ed era completamente sudato. Infilò la chiave nel pesante portone d’ingresso del condominio, lo aprì ed entrò nel cortile. Fece pochi passi verso la porta di casa, preceduta da due gradini che percorse con passo affaticato. A quel punto inserì la chiave nella toppa, diede due giri, la spinse ed entrò. Aveva preso un monolocale al piano rialzato, venti metri quadrati con bagno cieco, una sola finestra nel soggiorno/notte che dava sul locale rifiuti. Quel tugurio era malamente ammobiliato con dell’arredamento vetusto da quattro soldi. Vi era, inoltre, un odore insopportabile di chiuso e di cipolla. Pasqui aprì la finestra per far arieggiare quell’unica stanza, memore degli insegnamenti di mamma Antonella, ormai metabolizzati, in merito al fatto che la casa adda piglià aria, per quanto fosse praticamente inutile effettuare un’operazione del genere in quel buco, che sarebbe rimasto comunque fetido, anche se fosse rimasto per anni con porta e finestra aperta.

Si avvicinò alla parete attrezzata di fronte al divano letto, su cui poggiava un vecchio televisore non funzionante lasciato dal proprietario del monolocale. Accanto, c’era una fotografia. Si chinò e la raccolse: era una vecchia immagine di repertorio, con immortalati tutti i suoi vecchi amici, il cast di Casa Surace al completo, vent’anni prima, sorridenti e felici, pieni di sogni e di belle speranze. Erano tutti ancora lì, i soci fondatori, Ricky, Fernanda, Sara, mamma Antonella. C’era persino nonna Rosetta in quella foto, scomparsa ormai da tre anni, in concomitanza con la cacciata di Pasqui dal cast, alla quale non aveva avuto il coraggio di fare un ultimo saluto, a causa di una profonda vergogna e per senso di colpa. Guardò quella foto e la nostalgia e i rimpianti che provò suonarono come una coltellata in piena gola. Lacrime salate cominciarono a sgorgare copiose dai suoi occhi, bruciando sulle sue gote raggrinzite, e realizzò quanto si sentisse solo e disperato. Comprese di aver investito tutte le sue energie e la sua vita in quel format con l’idea che non avrebbe mai smesso di piacere al pubblico e che sarebbe durato in eterno, quando in verità, con il passare degli anni, era divenuto noioso e ripetitivo, lentamente rimpiazzato da nuovi ingressi nel mondo delle webserie, che, per quanto apparentemente innovative, erano a loro modo inesorabilmente stereotipate e mainstream. Loro, al contrario, non erano stati capaci di adattarsi ai tempi. A un certo punto avevano cominciato a sentirsi stanchi, a perdere flessibilità, a non esser capaci di adattarsi alle esigenze del loro pubblico. Venute a mancare le energie di un tempo, avevano cominciato a vivere di rendita sui guadagni passati e a sperperarli, a utilizzare la società come una vacca da mungere, finché quest’ultima non si era completamente rinsecchita e si erano trovati improvvisamente senza un centesimo, ridotti sul lastrico, pieni di debiti e costretti a liquidare la società.
Pasqui posò nuovamente la fotografia sulla parete attrezzata e in quel momento ebbe un’amara illuminazione: non c’era più scampo, non c’era più nulla da fare. Sapeva di essere finito in disgrazia, non era stato in grado di cadere in piedi come gli altri. Da celebre attore era divenuto uno squallido commesso di un supermercato, tormentato da dipendenze d’ogni tipo e mantenuto ancora da una madre anziana, nonostante fosse sulla soglia dei cinquant’anni. In quel momento, toccò con mano la sua viva e cocente disperazione, la sua concreta e inesorabile miseria. Rimase dieci minuti buoni a fissare il pavimento, il sale delle sue lacrime ancora pizzicava sul suo volto. Si sentiva ormai svuotato, comparsa di un’esistenza priva di senso, senza prospettive e progetti, completamente annichilito. A un tratto, decise: avrebbe scritto una missiva, rivolta a qualcuno dei suoi vecchi compagni d’avventura di gioventù. L’avrebbe spedita probabilmente a Ricky, l’unico di cui conosceva l’indirizzo email, l’unica persona con cui, in quegli anni, aveva costruito un autentico legame, purtroppo reciso dopo che, ai tempi, questi aveva scoperto la sua relazione clandestina con la sua prima moglie Fernanda, anche lei estromessa dal cast e ripudiata.

Pasqui mise mano al suo vetusto smartphone, si avvicinò al tavolo da pranzo, si accomodò e cominciò a digitare:

Mio caro Ricky, è incredibile come procedano lentamente le cose qui dentro. Ricordo che una volta, quando eravamo ragazzi, vi era più frenesia, ma ora tutto tace. Sembra che all’improvviso il mondo non abbia più fretta. Dopo diciotto mesi di reddito di cittadinanza, i navigator mi hanno trovato un monolocale in zona Giambellino e un lavoro. Sono commesso in un supermercato. È un lavoro duro. Io faccio del mio meglio, ma le mani, la schiena e il culo mi dolgono in continuazione. Al direttore non sono molto simpatico. Qualche volta dopo il lavoro vado nel parco e do da mangiare agli uccelli. A volte penso che potresti venire lì, così, per farmi un saluto, ma non ti ho mai visto. Spero che dovunque ti trovi tu stia bene e ti si sia fatto nuovi amici.
Ho qualche problema a prendere sonno la notte. Faccio spesso dei brutti sogni in cui cado nel vuoto, mi sveglio spaventato e a volte mi ci vuole un po’ per ricordarmi dove sono. Magari dovrei comprarmi una pistola e rapinare il supermercato, così mi manderebbero in galera, dove almeno avrei vitto e alloggio gratis e non sarei costretto a lavorare e a continuare a farmi mantenere da una madre anziana e prepotente. Potrei sparare al direttore, già che ci sono, tanto per andare sul sicuro, ma credo di essere troppo vecchio ormai per fesserie del genere. Non mi piace qui, mi sono stancato di avere paura in continuazione. Così ho deciso di andarmene. Non credo che se la prenderà nessuno. A che serve, un terrone mantenuto come me.


Concluse la lettera e la inviò. A quel punto, posò lo smartphone, si alzò, si recò in bagno e fece una lunga doccia, terminata la quale, aprì l’armadio e recuperò il suo miglior vestito, un vecchio abito risalente a un matrimonio tenutosi una ventina d’anni prima. L’abito gli stava ancora bene, nonostante i chili presi, d’altro canto lo aveva acquistato di qualche taglia più abbondante, seguendo i consigli della sua onnipresente madre, la quale soleva ripetergli come un mantra: “Ti starà bene quando diventerai più grande”. A quel punto, si recò verso l’angolo cottura, aprì la dispensa e recuperò il suo vecchio coltellino svizzero e una robusta cima, al cui capo era già stato preparato un perfetto nodo scorsoio. Prese una sedia, la portò al centro della stanza e vi salì sopra, legò l’altro capo della cima a una delle travi del soffitto, stringendo con forza e con il coltellino incise nella trave la scritta Pasqui è stato qui. A quel punto, infilò la testa nel cappio, ormai pronto a lasciar cadere la sedia sotto i suoi piedi e a salutare quella vita infame, quando a un tratto udì una musica familiare, una melodia che per anni aveva accompagnato la sua lunga adolescenza spensierata: La Tarantella del Ciutaglione. Era in realtà la suoneria del suo vecchio smartphone, una videochiamata di mamma Antonella. Pasqui alzò gli occhi al cielo, ma non ebbe la forza di proseguire in quell’insano gesto senza prima fare un ultimo saluto a sua madre.

– Uè Ma’! Tutto a posto! Sono appena tornato a casa! Volevo dirti che non ce la faccio più e volevo…
– Uè Pasquà! Che stai a fare sulla sedia con quella corda al collo? Scendi chissà ti fai male!
– Ma’, ascoltami un attimo! Veramente volevo dirti che non ne posso più e sto per farla fi…
– Pasquà! Senti a me! Vedi che ti ho ricaricato la Postepay, così paghi l’affitto di ‘sto mese! Domani ti arriva un altro pacco di vasetti. Se non stai a casa, dì ai vicini tuoi di fartelo trovare davanti alla porta quando torni! Vabbuò?
– Ma’, sinceramente io sto per…
– Pasquà! Ricordati di chiamare zia Pina, che oggi compie ottantasei anni! Ti sei ricordato di aprire la finestra quando sei arrivato? A casa adda piglià aria!
-Ma’, se mi fai dire una cosa…
-Pasquà, prima di addormentarti mandami un messaggio, vabbuò?
– Ma’…
– Ciao Pasquà, ci sentiamo più tardi!

Mamma Antonella chiuse la chiamata. Pasqui, basito, in piedi sulla sedia, con il cappio attorno al collo, fissava lo smartphone, mentre una rabbia feroce e disumana, dovuta a un violento senso di incomprensione che lo coglieva tutte le volte che interloquiva con sua madre, cominciava a montare dal profondo delle sue viscere, finché non esplose in un urlo disumano:

– Ascoltami, vecchia puttana di merda, cazzo!!! Mi devi ascoltare quando parlo! Chiaro, puttana schifosa? Sono un adulto ormai! Sono adulto, troia di merda! Non puoi trattarmi come un bambino! Vai a farti fottere, troia, troia, troia, puttana, puttana, puttana!!!

A quel punto, digrignando i denti e soffiando come un toro dalle narici, prese il suo smartphone e lo scagliò con furia omicida contro la parete, accompagnando il suo ultimo viaggio con un urlo bestiale e doloroso, finché non si schiantò fragorosamente contro il muro andando in frantumi. Quando vide il suo vecchio smartphone andare in pezzi, fu immediatamente colto da un terribile pentimento, dato che quella sera non sarebbe stato in grado di dare la buonanotte a sua madre, che si sarebbe preoccupata e non avrebbe chiuso occhio per causa sua. Si liberò del cappio, saltò dalla sedia e, pieno d’angoscia, raccolse i pezzi del telefono uno per uno, cercando inutilmente di rimetterli assieme con lo scopo vano di poterlo fare funzionare di nuovo, mentre ricominciò a piangere come un disperato, sapendo che non aveva denaro a sufficienza per acquistarne uno nuovo.

L’indomani, la sua giornata sarebbe ricominciata esattamente uguale alle precedenti e a tutte le altre. I suoi giorni sarebbero stati tutti uguali per tutta la sua vita, senza possibilità di salvezza, né di redenzione.

Fino al giorno in cui avrebbe esalato, non per sua scelta, l’ultimo respiro.


Deliri Prenatalizi

Il Santo Natale è ormai alle porte. Abbiamo ormai fatto una bella scorpacciata di retorica insopportabile relativa all’atipicità di queste festività, un Natale fatto di famiglie lontane, di figli ultratrentenni separati dai genitori a causa di questo crudele nemico invisibile che ha gettato tanto scompiglio nelle nostre vite, ormai da un anno a questa parte. Detto sinceramente, questa narrazione appare alquanto forzata e superficiale. È noto, difatti, che la gran parte di noi passerà la cena della Vigilia e il pranzo di Natale in videochiamata, per cui come al solito non perderemo occasione per lamentarci di quanto i nostri parenti siano degli impiccioni, anche se la cruda realtà è che siamo noi stessi a dar loro il consenso di intrufolarsi nelle vostre vite, incapaci di mettere dei sani limiti, a caccia della loro compiacenza e di una loro benedizione che non giungerà mai, alla stregua di pargoletti che hanno imparato da poco a camminare e vogliono mostrare ai cosiddetti adulti quanto sono bravi. Riesco a visualizzare bene le scene ridicole di domani: avrete preparato la vostra penosa pasta al salmone, magari con un’aggiunta di aneto e pepe, con delle belle tartine al tartufo, il tutto accompagnato dallo spumantino del discount, impiatterete il tutto sentendovi dei novelli Carlo Cracco e bombarderete di foto orribili i gruppi Whatsapp che avete messo su con i vostri familiari, nella speranza che vi dicano quanto siete carucci, ciccini e morbidini, ma facendo dipendere inesorabilmente la vostra autostima dal loro giudizio e non da un sano rispetto per voi stessi. Debbo dire che l’avanzamento tecnologico ha al contrario azzerato le distanze, per cui non è di fatto più possibile sparire del tutto, non farsi più trovare, darsi alla macchia. Si è rintracciabili in ogni momento, ma la grande amarezza risiede nel fatto che in fin dei conti siamo noi stessi complici di ciò. Pensiamo, solo per un istante, all’atto d’iscrizione a qualsiasi social network. La rete sociale in questione ci domanda se, con l’iscrizione e cliccando su ok, accettiamo di perdere una volta per tutte la nostra privacy e di conseguenza dignità. E noi neppure le leggiamo, quelle condizioni, e, inesorabilmente, diamo il consenso, pigiamo inesorabilmente sul tasto ok e andiamo avanti, mostriamo i nostri cazzi e le nostre fiche a chiunque, ci esponiamo continuamente, perché la parola d’ordine dei nostri tempi è trasparenza. Non bisogna nascondere più nulla, vietato occultare, vietato essere introversi, vietato avere momenti di solitudine, momenti per sé stessi, fuori dalle luci della ribalta. Di fatto, lo siamo diventati, trasparenti, praticamente invisibili, alla stregua di fantasmi di passaggio, ma che, inesorabilmente, non lasciano alcun segno.

Vorrei concludere al solito con un’opinione moderata e un punto di vista che senza meno condividerete: in base a quanto detto sopra, è giusto provare una certa invidia nei confronti di quella fortunatissima generazione che ha avuto il privilegio di combattere al fronte nel corso del secondo conflitto mondiale, per il semplice fatto che hanno avuto l’opportunità di sparire per anni e non far pervenire a parenti e affini nessuna notizia in merito al loro stato di salute. D’altro canto, se a questa pandemia deve far seguito un’altra catastrofe collettiva, ben venga una guerra. Il virus ci ha costretti in casa, ci ha resi sedentari e pigri. Un conflitto di proporzioni bibliche quanto meno ci costringerebbe a fuggire sotto fiumi di bombe, consentendoci anche di fare della sana attività all’aria aperta e rendendo lo scenario più dinamico e divertente.

Non voglio mancare di rispetto a chi ha perso la vita in circostanze di questo tipo, sia chiaro, d’altro canto anche io ho perso mio nonno al fronte.

E aveva appena compiuto tre anni. Tre anni.