Ode alla Mediocrità

Mi rendo conto che gli aggiornamenti del blog divengono sempre più sporadici. Forse questa avventura ha fatto il suo tempo, forse Dino ha raggiunto gli scopi che si era prefissato, forse ha cercato solo compagnia, è stato un rimedio come un altro alla solitudine esistenziale che ci accompagna, anche se ci circondiamo di gente inutile con la quale intrattenerci senza fondamentalmente creare nessun tipo di rapporto autentico, presi come siamo dalla nostra continua tensione al miglioramento, alla crescita personale e all’accrescimento delle nostre capacità di leadership, no? Com’è che dite voi? “No pain, no gain”, “Ciò che non uccide fortifica”, “Il Boss è impersonale, il Leader è empatico”, mentre citate Butkowski e Carl Gustav Jung, senza sapere chi siano e non avendo mai letto e inteso nessuno dei loro libri, fondamentalmente perché non avete capito voi stessi, non sapete assolutamente nulla di chi siate voi stessi in realtà, mentre a guisa di pecorelle smarrite vi lasciate imboccare dagli stereotipi patetici delle reti sociali e dei media, guidati unicamente dal senso di colpa, dall’ansia e dalla paura, senza fermarvi mai a riflettere, senza osservare realmente cosa vogliano dirvi queste emozioni. Sto parlando con voi, voi madri di figli che non avete mai desiderato, voi rampanti giovani in carriera che si ritrovano responsabili di area sottopagati per poter raccontare ai vostri genitori che ce l’avete fatta senza sapere che l’avete presa sonoramente nel culo. Forse altro non desideravate che divenire semplici panettieri, impiegati comunali, scrittori, poeti, pittori, musicisti. Invece no, eccovi lì, buoni cristiani di facciata, buoni progressisti dalla parte delle minoranze, buoni lavoratori, padri e madri di famiglia, nella vostra gabbietta dorata, mentre vi lamentate di una quotidianità noiosa solo perché, fondamentalmente, vi è mancato il coraggio di fare alcune scelte.

Guardo a tutto questo con invidia, in realtà. Io stessa bramo una vita normale, mentre sono lacerato dai rimorsi e dalla mia costante irrequietezza, dalla colpa dei continui abbandoni e tradimenti, dei dolori che ho causato, della scia di cadaveri che ho lasciato alle mie spalle, mentre penso che non avrei dovuto lasciare l’università per darmi alla libera professione, mentre rifletto sul fatto che forse avrei dovuto essere una pecora e campare tranquillo, sposarmi, sfornare un paio di pargoli, ingrassare sul divano e diventare un cicciobombo sedentario e scoreggione, incassando e somatizzando le lamentele di una moglie altrettanto grassa, con i capelli unti e sessualmente frustrata.

Oggi mi guardo allo specchio e finalmente vedo lo sguardo di un fallito, un miserabile perdente senza una laurea, senza una famiglia, senza neppure un gatto scroccone ad accoglierlo quando rientra a casa, un vagabondo senza meta, ramingo per il mondo, incapace di portare a compimento i propri obiettivi, incapace finanche di tenere in piedi uno stupido blog, ormai trascurato e divenuto alla stregua d’una vecchia capanna abbandonata, piena di topi, polvere e ragnatele.

È un bene che non abbia conosciuto personalmente nessuno di voi e che nessuno di voi sia venuto in contatto con me. Vi siete risparmiati l’orrore del mio sguardo spento e ambiguo, del mio volto mutevole ed ermafrodito. Vi siete risparmiati un trauma.

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