Culi e Alda Merini

La clausura forzata ha ancor di più amplificato la scissione tra virtuale e reale. Ormai è quasi un anno e mezzo che mi trovo rinchiusa nel mio monolocale, in un ambiente totalmente asettico e disinfettato, a prova di germi, batteri, virus, esseri umani. L’odore dell’altro da sé è ormai una remota rimembranza, neppur ricordo cosa voglia dire sfiorare la pelle e la mano di qualcuno e, tutto sommato, sono convinta di aver raggiunto il mio equilibrio, la mia serenità, il mio centro di gravità permanente, non ho più interesse nel relazionarmi con i cosiddetti “umani”, non sento più nulla, nessun tipo di pulsione. Del resto, che importanza potrà mai avere tutto ciò, quando si ha una connessione internet a tenerti compagnia, quando posso emozionarmi e riempire il mio cuore con le notizie frivole, gay-friendly, femministe e animaliste di Repubblica e del Corriere.

Mentre nuoto in questo mare magnum basato su una combinazione di zeri e uni, mi capita di passare dalle parti di Instagram, ove incappo sovente in procaci fanciulle come la sottoscritta, che accompagnano i loro autoscatti piccantini a citazioni colte, generalmente di Alda Merini, poetessa prediletta di codeste muse e giunoniche filosofe delle reti sociali. Mi manda in sollucchero il modo in cui costoro adoprano la loro profondità d’animo e la loro beltà sui social per infiammare i maschi di donna, marinai in questo oceano di informazioni, di seni e di glutei tonici e letterati, che conducono la loro barca con una sola mano, avendo l’altra impegnata in smanacciate effettuate con meticolosa dedizione, messe in atto con la maniacale accuratezza di chi vuole trascorrere ore alla ricerca dell’immagine perfetta prima di rilasciare la propria tensione, la propria libido, per poi sentirsi inutile e deluso dinanzi a quell’effimero piacere. Osservo questi maschi di donna, queste donne con il pene incapaci di sublimare la propria libido in visioni più alte e più costruttive, che si sperticano in commenti sulle foto di cui sopra fatti di complimenti, dal più becero al più affettato. Mi è capitato di leggere, sotto la foto di un paio di pere esibite con una certa sfacciataggine e prepotenza, il seguente commento di uno di questi piacioni: “una foto che sa di miele, paprika e abbracci”. Cristo Santo, fatti una sega e muto, razza di ipocrita, sepolcro imbiancato da chissà cosa!

Bene, mi sento di chiarire le idee a questi seduttori da quattro soldi e morti di fica: queste donne non ve la daranno nemmeno tra un milione di anni, foste anche gli ultimi rimasti sulla terra, stanno solo esercitando potere su di voi perché sono insicure esattamente quanto voi e hanno una patologica necessità di sapersi apprezzate da qualcuno, oltre ad avere un rapporto malato e di identificazione con la loro madre, ossia sono uguali alla loro madre o ne sono l’esatto opposto, poco importa, le estremità tendono spesso, molto spesso, a coincidere, purtroppo e per fortuna.

In ogni caso, faccio un appello anche a noi donne, noi donne forti, madri, eroine del ventunesimo secolo, multitasking, dolci, fragili, ma anche determinate, rialzatesi dopo essere cadute, sorelle in un mondo ormai pronto ad accogliere il nostro contributo, dopo millenni di patriarcato che ci ha schiacciate sotto il crudele giogo delle nostre madri. A mio modesto avviso, queste foto in costume, questi seni appena accennati, questi culetti sodi sono divenuti banali, è necessario passare a un livello successivo. Vi è ormai troppa scelta e un tale eccesso rischia di divenire un mare aperto che farà perdere di vista ai nostri pesciolini la loro destinazione, la terra promessa d’un gelido orgasmo in solitaria che non arriverà mai, in attesa di quella foto, in attesa de La Foto, in attesa del Godot della masturbazione perfetta.

Alziamo la posta, sorelle, alziamo l’asticella, soprattutto alziamo ancora di più la loro asticella: la mia proposta è quella di armarci di una macchina fotografica reflex, attrezzata con un dignitoso obiettivo, magari un 50 mm fisso, portare l’ISO a un valore pari a 100, in modo da minimizzare il rumore sale e pepe e realizzare un dettagliatissimo e minuzioso scatto della nostra fica da sbattere su ogni tipo di rete sociale. Quando parlo di scatto dettagliato e minuzioso intendo incrementare la chiarezza dell’immagine in modo che l’umidità della nostra pesciacchiella si possa quasi assaporare, toccare con mano, sotto forma di gocce sui nostri bei labbroni rossoni, a guisa di rugiada su un prato in una mattina d’estate. A questo, accompagniamo il tutto magari con un passo del Vangelo o, che ne so, dell’Eneide, dell’Iliade, qualsiasi cosa, pur di piantarla di menzionare costantemente quella rotta in culo della Merini o quello stronzo alcolizzato e tabagista di Bukowski, sperando di aver scritto correttamente il suo nome di famiglia.

Se siete dalla mia parte, se decidete di aderire a questa iniziativa, mandatemi pure il vostro portfolio, sarò ben lieta di darvi suggerimenti in merito.

Quest’oggi ho esagerato, togliete il like e segnalate pure questo blog. Ci vediamo al più presto nella vita reale.

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