Tosa Shining – Parte 1

L’hanno ammazzata. È morta così, l’ennesima vittima di femminicidio in Italia. Anche quest’anno non c’è nulla – ma davvero nulla – da festeggiare. Solo continuare a combattere.

Tosa smise di digitare sulla tastiera del suo computer. Rilesse la conclusione di quell’ennesimo articolo impregnato di retorica zuccherosa, ma che tanto seguito gli aveva garantito nel corso degli anni. La formula utilizzata era efficace come il miele per catturare le mosche. Rilesse quelle righe, arricchite come di consueto da una punteggiatura pedante e da frasi secche e concise, eppure qualcosa andava storto quel giorno. Non era intimamente convinto di quanto aveva scritto, pervaso com’era ormai da settimane da un indecifrabile senso di inquietudine, un peso sullo stomaco del quale non riusciva a liberarsi. Distolse lo sguardo dal monitor del computer, provò a fare un respiro profondo, mentre poggiava i gomiti alla scrivania e chinava il suo volto tra le mani, cercando di recuperare quella lucidità che gli mancava da troppo tempo. Sentiva la mente annebbiata, una sensazione mai provata prima. Un miscuglio di vago dolore e rabbia lo tormentava, pur non essendo in grado di comprenderne l’origine. Nonostante tutto, quel pasticcio di sentimenti che lo solleticava non aveva avuto peso sulla resa della sua pagina Facebook. Ormai pubblicava articoli senza pensare minimamente ai contenuti, in una sorta di automatismo autoindotto, alla stregua d’un burocrate che svolge quotidianamente mansioni ripetitive e alienanti. Quella formula giornalistica era ormai talmente collaudata che non faceva neppure più caso a quanto redigeva. In fin dei conti, era un lavoro semplice: bastava prendere la notizia del giorno, edulcorarla di retorica buonista, ridurre al minimo il numero di proposizioni subordinate, operando con la stessa solerzia con cui un giardiniere si dedica alla potatura, e il gioco era fatto. Non occorreva inserire contenuti personali, sentiti, autentici, sapeva bene cosa dare in pasto al suo pubblico, usando il medesimo piglio che un addestratore cinofilo suole adoperare con i suoi cani. Eppure, dubbi e angosce lo laceravano ormai da tempo. Da quando aveva assunto la direzione di Nextquotidiano, aveva deciso di trasferirsi in una villetta sperduta sull’appennino ligure assieme alla sua famiglia. Lo aveva fatto per ritrovare una concentrazione che gli mancava ormai da molto tempo, profittando anche del fatto che la pandemia lo costringeva al lavoro da remoto. Nonostante ciò, aveva iniziato a maturare la vaga sensazione di sentirsi invischiato in una vita che forse non gli apparteneva. Era sposato da diversi anni ormai, ma, in verità, a volte lo sfiorava il pensiero che quel matrimonio assomigliasse sempre di più una gabbia. Le attenzioni di sua moglie, tra l’altro, piuttosto servile e compiacente nei suoi riguardi, cominciavano a irritarlo.

Con lo scopo di distrarsi da quell’inquietudine interiore, Lorenzo Tosa decise di programmare un altro articolo. Aveva già in mente il tema da trattare, un bel trafiletto di condanna al fascismo, prendendo spunto da una notizia relativa a un funerale “nero” avvenuto a Roma. Iniziò a digitare freneticamente sulla tastiera, le parole fluivano in automatico, finché non fu interrotto da un rumore di passi che riecheggiò nel suo grande studio. Sua moglie, Wendy Tosa, era appena entrata nella stanza, gli si avvicinò e, quasi a coglierlo di sorpresa, si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla guancia, in una sorta di tenero attacco alle spalle.

– Ciao tesoro, come sta andando? – fece la sua consorte, smielata.

Lorenzo Tosa fece un sospiro, quasi seccato, poi replicò: – Bene…

– Fatto un gran lavoro oggi? – proseguì Wendy Tosa.

Tosa fece un altro sospiro, questa volta visibilmente seccato, e rispose: – Certo…

– Ehi – riprese sua moglie, con fare stucchevole e sciocco – alla televisione dicono che nevicherà!

Tosa si sentiva sempre più irritato dalla banalità di quelle affermazioni, dall’incapacità che aveva sua moglie di non riuscire a stare sola per un momento e dalla sua dipendenza affettiva nei suoi riguardi. Questa volta sbuffò, ormai innervosito da quella conversazione inutile: – E io che cosa dovrei farci? Wendy?

– Oh andiamo, tesoro! – sorrise stupidamente Wendy – Come sei scontroso oggi!

– Ti prego. Non sono affatto scontroso. Irritabile. Nervoso. Inavvicinabile. Suscettibile. È solo che vorrei finire
il mio lavoro. Portare a termine i miei impegni. Le mie consegne. Per soddisfare i miei lettori. Il mio pubblico. Il mio fan club. I miei sostenitori. Affezionati seguaci. Follower. – esclamò rauco, abbozzando un sorriso carico di tensione e indicando malamente lo schermo del computer.

– Ok – sorrise incurante Wendy, poi proseguì: – non ti darò fastidio. Torno tra poco con un paio di sandwich, che ne dici? Così magari mi fai leggere qualcosa!

Tosa fece un profondo respiro, l’atteggiamento compiacente di sua moglie stava cominciando a innervosirlo seriamente. Strinse le labbra, la fissò intensamente negli occhi e disse: – Wendy. Forse è bene che tu lo sappia. Che lo comprenda. Che ne sia consapevole. Conscia. Che metabolizzi il concetto. La questione. In ogni suo aspetto. Dettaglio. Peculiarità. E ora, per colpa tua, mi tocca usare una proposizione in più. Subordinata. Quando vieni da queste parti e mi interrompi, mi fai perdere la concentrazione! – fece Tosa, dandosi una manata sulla fronte, con lo scopo di ribadire il concetto, cercando di contenere una rabbia sempre più crescente che gli faceva ribollire il sangue nelle vene, poi riprese: – Mi distrai! Mi distogli! Mi deconcentri! Mi svii! Capisci? Intendi? Comprendi? Metabolizzi? Assorbi? Digerisci il concetto? – A quel punto, sentì che era il momento di utilizzare nuovamente una subordinata, era già la seconda della giornata: – Mi ci vuole un casino di tempo prima che io riesca a ritrovare il filo! La concentrazione! Sono chiaro? Limpido? Cristallino? Lapalissiano? – Ormai fuori di sé, Tosa diede un pugno sulla scrivania, incredulo egli stesso di quella reazione. Era la prima volta che faceva una scenata simile davanti alla sua consorte, un alterco che non si addiceva a un paladino dei diritti, del femminismo, dell’antirazzismo, dell’antifascismo e, più in generale, del politicamente corretto come lui. Neppure lui era consapevole di quanto gli stava accadendo, quella partaccia lo faceva sentire al contempo sollevato e in colpa, ma sapeva di non aver concluso ancora quell’inconsueta geremiade.

Nel frattempo, Wendy lo fissava, tra lo sbalordita e l’inquieta, mentre sentiva il suo cuore spezzarsi. Non avrebbe mai immaginato che le sue gentilezze avrebbero potuto scatenare quella reazione totalmente scomposta da parte di suo marito. Si limitò a proferire, con voce rotta: – Sì…

– Bene – proseguì Tosa, ormai incontenibile e con una voglia malsana di infierire sullo stato d’animo già provato di sua moglie – mettiamo una regola nuova. Una norma. Una legge. Un dettame. Un principio. Un precetto. Una direttiva. E ora mi costringi a usare un altro periodo. Quando io sono qua e mi senti battere sulla tastiera – Tosa fissò sua moglie con un sorriso inquietante, picchiando con forza gli indici sui tasti in modo che il rumore risultasse familiare a sua moglie per le volte successive – o non mi senti battere a macchina, qualsiasi cazzo tu mi senti fare qui, quando mi trovo qui vuol dire sempre che sto lavorando! Allora fammi il santo piacere di non venire! Di non recarti qui! Di non presentarti! Di non fare la tua comparsa! Di non farti trovare! Tu che ne dici? Ci riesci a farlo?

Wendy Tosa, sempre più perplessa, addolorata e inquieta, fissò suo marito e si limitò ancora una volta a rispondere con un semplice monosillabo: – Sì…

– Brava! – ribadì Tosa, con voce roca – Allora vedi di iniziare! Da adesso. Da ora. Da subito. Da questo istante. Da questo momento. Immediatamente. Levati dai coglioni!

Wendy guardò suo marito, corrucciata. Stentava a riconoscere l’uomo che aveva sposato. Quel paladino dell’antifascismo in quel momento le parve esattamente uguale ai presunti nemici contro cui combatteva. Una lacrima salata iniziò a solcarle la guancia, facendole bruciare la pelle del viso, finché, dopo aver sospirato profondamente, obbedì all’ordine del suo compagno di vita: – Ok…

Wendy si girò e lasciò lo studio in lacrime. Mentre si allontanava, Lorenzo Tosa la osservava con uno sguardo severo e pieno di odio, finché non scomparve completamente dalla sua visuale. A quel punto, il direttore di Nextquotidiano fece un lungo respiro e, solo dopo aver buttato fuori tutta l’aria immagazzinata nei polmoni, riprese a scrivere.

(Continua…)

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