All’Amico Valerio

È sabato sera, ho ordinato la mia patetica pizza d’asporto, annaffiando il tutto con una generosa birra rossa, ormai l’unico svago che mi concedo in questi tempi di clausura, ove persino lavorare di domenica costituisce un diversivo, uno svago, avendo quantomeno una buona scusa per chiedere un ricarico del cinquanta percento sulle mie fatture. Giunge il momento di concedersi momenti di pigrizia, quegli attimi in cui rifletti su quanto siano diventati squallidi i fine settimana, mentre ti perdi nel tuo smartphone e dai una pigra ripassata alla lista di contatti di Whatsapp, un po’ come Verdone in cerca di un compagno per una gita in Polonia a Ferragosto.

Sono in contatto con pochissime persone ormai, pochi, ma buoni, ciò nonostante la mia rubrica è invero affollata di gente che un tempo, sia per lunghi periodi che per pochi istanti, ha fatto parte della mia vita. In questa esplorazione, in questo nostalgico tuffo nel passato, mi soffermo sulle immagini del profilo di taluni e le vedo cambiare periodicamente, a volte con cadenza quindicinale, a volte con cadenza mensile, e questo mi consente di avere un blando resoconto delle loro vite. In tutto questo, mi cade l’occhio sul profilo di Valerio, un mio vecchio amico del periodo universitario e post-universitario. Con velata nostalgia, lo ricordo a quei tempi spensierato, tutto sommato un buon diavolo, un gregario al quale andava bene tutto. – Valerio, ti va di andare a bere una birra venerdì sera? – Ma sì, perché no! – Valerio, ti va di fare bungee jumping sabato? –  Ma sì, perché no! – Valerio, possiamo fare una grigliata a casa tua domenica? – Ma sì, perché no! – Valerio, posso provarci con tua sorella? – Ma sì, perché no!


Mi manca tanto, Valerio, che ambiva a fare l’operaio per avere la medesima attitudine in ambito lavorativo, a non avere responsabilità e a far sì che fossero gli altri a decidere per lui e, per una sorta di dantesco contrappasso, si è ritrovato invece responsabile di reparto, con un contratto tramite agenzia interinale rinnovato ogni tre mesi a forse mille euro netti al mese. Già mi vedo la scena, il suo titolare gli chiede: – Valerio, te la senti di fare il responsabile di reparto? – Ma sì, perché no!


Eppure, lo ricordo come un tipo giocoso e fedele come un maltese. Ricordo bene che non si è mai impegnato più di tanto per cercare una partner, i suoi svaghi principali erano la playstation, ballare, bere e di tanto in tanto, fare una capatina in territorio elvetico per pagare delle piacenti signorine dell’Europa dell’Est con lo scopo di scaricare la sua irrequieta libido senza il rischio di contrarre malattie veneree, in una sorta di basilare sfogo delle sue pulsioni più animalesche, nel nome di un edonismo un gradino sotto il regno animale. Questa sua eterna routine è andata avanti per diversi anni, in un ciclo che sembrava dovesse durare in eterno, finché, nello stupore generale, non è stato rimorchiato su Facebook da una giovane e piacente fanciulla in cerca di marito. Ricordo ancora le sue incertezze, la sua titubanza, l’acuto terrore provato nel momento in cui una donna ha mostrato per lui un sincero interesse. Ricordo che ai tempi abbiamo spinto perché ci uscisse insieme, affinché avesse finalmente una relazione seria, affinché, in qualche modo, si elevasse, crescesse, maturasse, finché, vinto il suo timore, il terrore acuto di mostrarsi nudo come un verme e nella sua limitatezza dinanzi a un “altro da sé”, non ha ceduto. Lentamente, è stato risucchiato anche lui nel vortice delle responsabilità, della necessità di essere un buon partner e, gradualmente, dopo aver cancellato con un colpo di spugna il suo passato e le sue dipendenze, non ha dato più notizie di lui, finché entrambi non sono convolati a nozze. Già mi vedo la scena, la sua fidanzata gli chiede: – Valerio, te la senti di sposarci? – Ma sì, perché no!

Quest’oggi osservo la sua foto profilo, in cui Valerio ha in grembo un neonato e lo vedo sorridere con le mandibole contratte, un sorriso obliquo e falso che trasuda paura, orrore, disperazione, la voglia di fuggir via da quella gabbia dorata, la voglia di ritornare ai suoi amati videogiochi, alle sue danze scalmanate sulle note di Gigi D’Agostino, alle sue sbronze a base di Negroni Sbagliato, alle mignotte di Lugano.

Ma non puoi Valerio, non puoi più, indietro non si torna. E hai scelto tu, tutte le volte, con tuoi reiterati e incoscienti “Ma sì, perché no!”

Ma sì, perché no, per citare Dylan Dog, questo è l’orrore, signore e signori, l’orrore, Mio Dio…

Questa è per te, Valerio: I still believe in your eyes / I just don’t care what you have done in your life

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