Rider

Costringere le aziende di food delivery ad assumere sessantamila rider costituisce un vero atto antidemocratico nei confronti di imprese che hanno senz’altro portato una ventata d’innovazione e d’aria fresca nel mondo asfittico dell’imprenditoria italiana, ingessato da sindacati che dettano legge e che, a furia di reclamare diritti, hanno reso i nostri lavoratori, primaria risorsa e strumento imprescindibile per l’incremento del nostro PIL in termini di imposte da pagare e consumi, pigri e demotivati.

Credo che sia giunto il momento di dire la verità e di schierarci una volta per tutte dalla parte degli imprenditori. È noto, difatti, che costoro fanno “impresa”, un termine che racchiude in sé un significato dal sapore titanico, dunque tutti noi siamo tenuti senza meno a fare il tifo per questi eroi, a stare dalla parte di questi visionari hungry e foolish, protagonisti delle loro vite, fautori e artefici del proprio destino che ogni giorno rischiano il tutto e per tutto per vivere una vita fatta di avventure scalmanate e pugnando intrepidi contro acerrimi nemici quali l’Agenzia delle Entrate, il cui acronimo è, guarda caso, “AdE”, un nome che già di per sé, da un punto di vista mitologico e simbolico, include qualcosa di infero, di oscuro. Al contrario, smettiamola di far finta di stare dalla parte dei cosiddetti “dipendenti” con il solo scopo di sentirci più buoni e nella speranza di scoparci qualche operaia femminista dai seni prosperi. Bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: il “dipendente” è sicuramente un individuo affetto da una patologia di carattere psicologico, una “dipendenza”, il nome stesso trasuda assuefazione e attaccamento insano, una sorta d’infante che richiede accudimento all’impresa, vista al contempo come un surrogato genitoriale. È ora di finirla, con questi “dipendenti”, è bene che diano una volta per tutte le dimissioni anche loro e aprano una bella partita IVA in regime forfettario, in modo che possano lasciare un segno anche loro, con le loro ditte individuali dal fatturato annuo pari a quindicimila euro.

Con questo post, mi preme stare dalla parte di tutti quei rider vittime di questo atto liberticida da parte della procura di Milano. Mi riferisco, nello specifico, soprattutto a quelle categorie di stimati professionisti (commercialisti e affini) che hanno deciso di lasciar perdere la sicurezza e la stabilità inforcando una bella bicicletta vintage per pedalare verso la libertà, una libertà fatta di sudate quotidiane nel traffico meneghino, a respirare a pieni polmoni aria pulita, intanto che uno zaino colmo di pasti da consegnare scalda le loro spalle, le spalle larghe di uomini e donne vere che non hanno paura delle sfide, del precariato, che sanno che ogni giorno dovranno affrontare un’avventura diversa, godendosi il viaggio e non la destinazione. Come si permettono, codesti magistrati, di togliere la libertà a questi appassionati di ciclismo, per costringerli a un’assunzione a tempo indeterminato che invero si tramuterà in una gabbia dorata che toglierà loro qualsiasi possibilità di vivere una vita piena e un lavoro che consenta loro anche di praticare del sano sport?

In ogni caso, la mia solidarietà va, anche e soprattutto, alle aziende di food delivery, alle quali voglio dire quanto segue: nel nome della squallida pizza a domicilio del sabato sera, ormai unico divertimento rimasto a un vecchio rottinculo come me, sappiate che quest’oggi avete trovato nel sottoscritto un nuovo fedele alleato, un amico sincero che vi supporterà in questo momento estremamente difficile per voi.

Se avete bisogno, io ci sono.

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