DPCM e Italia a Colori

Sono davvero contenta del fatto che, in continuità con il governo precedente, l’utilizzo dei DPCM prosegua. Spero divenga consuetudine, prassi consolidata, augurandomi che questo e i prossimi esecutivi possano adoprarla con lo scopo di rendere più efficiente la macchina dello stato, possibilmente non passando più per il parlamento in modo da poterlo finalmente esautorare e magari chiuderlo una volta per tutte, essendo il potere legislativo un’inutile zavorra sulla rapidità dei processi decisionali. Come si permette questo cosiddetto “parlamento” di mettere il becco sulle decisioni dell’esecutivo? D’altro canto, l’esecutivo esegue, il legislativo cosa fa? Legisla? Vogliamo davvero fidarci di un potere che “legisla”, che adopra quindi termini dal significato oscuro come scusa bella e buona per non lavorare, per non passare ai fatti?

Permettetemi di fare un grande augurio agli amici e alle amichesse sarde per aver conseguito il successo di esser divenuti finalmente zona bianca, in questa mappa di colori dal sapore arlecchinesco che da tempo riveste il nostro maestoso stivale, alla quale però andrebbe a mio avviso aggiunta anche una gradazione tendente al nero, con lo scopo di evitare che si dia adito ad accuse di razzismo nei confronti del governo più glorioso, cremoso e prestigioso della storia della Repubblica, ajò!

All’Amico Valerio

È sabato sera, ho ordinato la mia patetica pizza d’asporto, annaffiando il tutto con una generosa birra rossa, ormai l’unico svago che mi concedo in questi tempi di clausura, ove persino lavorare di domenica costituisce un diversivo, uno svago, avendo quantomeno una buona scusa per chiedere un ricarico del cinquanta percento sulle mie fatture. Giunge il momento di concedersi momenti di pigrizia, quegli attimi in cui rifletti su quanto siano diventati squallidi i fine settimana, mentre ti perdi nel tuo smartphone e dai una pigra ripassata alla lista di contatti di Whatsapp, un po’ come Verdone in cerca di un compagno per una gita in Polonia a Ferragosto.

Sono in contatto con pochissime persone ormai, pochi, ma buoni, ciò nonostante la mia rubrica è invero affollata di gente che un tempo, sia per lunghi periodi che per pochi istanti, ha fatto parte della mia vita. In questa esplorazione, in questo nostalgico tuffo nel passato, mi soffermo sulle immagini del profilo di taluni e le vedo cambiare periodicamente, a volte con cadenza quindicinale, a volte con cadenza mensile, e questo mi consente di avere un blando resoconto delle loro vite. In tutto questo, mi cade l’occhio sul profilo di Valerio, un mio vecchio amico del periodo universitario e post-universitario. Con velata nostalgia, lo ricordo a quei tempi spensierato, tutto sommato un buon diavolo, un gregario al quale andava bene tutto. – Valerio, ti va di andare a bere una birra venerdì sera? – Ma sì, perché no! – Valerio, ti va di fare bungee jumping sabato? –  Ma sì, perché no! – Valerio, possiamo fare una grigliata a casa tua domenica? – Ma sì, perché no! – Valerio, posso provarci con tua sorella? – Ma sì, perché no!


Mi manca tanto, Valerio, che ambiva a fare l’operaio per avere la medesima attitudine in ambito lavorativo, a non avere responsabilità e a far sì che fossero gli altri a decidere per lui e, per una sorta di dantesco contrappasso, si è ritrovato invece responsabile di reparto, con un contratto tramite agenzia interinale rinnovato ogni tre mesi a forse mille euro netti al mese. Già mi vedo la scena, il suo titolare gli chiede: – Valerio, te la senti di fare il responsabile di reparto? – Ma sì, perché no!


Eppure, lo ricordo come un tipo giocoso e fedele come un maltese. Ricordo bene che non si è mai impegnato più di tanto per cercare una partner, i suoi svaghi principali erano la playstation, ballare, bere e di tanto in tanto, fare una capatina in territorio elvetico per pagare delle piacenti signorine dell’Europa dell’Est con lo scopo di scaricare la sua irrequieta libido senza il rischio di contrarre malattie veneree, in una sorta di basilare sfogo delle sue pulsioni più animalesche, nel nome di un edonismo un gradino sotto il regno animale. Questa sua eterna routine è andata avanti per diversi anni, in un ciclo che sembrava dovesse durare in eterno, finché, nello stupore generale, non è stato rimorchiato su Facebook da una giovane e piacente fanciulla in cerca di marito. Ricordo ancora le sue incertezze, la sua titubanza, l’acuto terrore provato nel momento in cui una donna ha mostrato per lui un sincero interesse. Ricordo che ai tempi abbiamo spinto perché ci uscisse insieme, affinché avesse finalmente una relazione seria, affinché, in qualche modo, si elevasse, crescesse, maturasse, finché, vinto il suo timore, il terrore acuto di mostrarsi nudo come un verme e nella sua limitatezza dinanzi a un “altro da sé”, non ha ceduto. Lentamente, è stato risucchiato anche lui nel vortice delle responsabilità, della necessità di essere un buon partner e, gradualmente, dopo aver cancellato con un colpo di spugna il suo passato e le sue dipendenze, non ha dato più notizie di lui, finché entrambi non sono convolati a nozze. Già mi vedo la scena, la sua fidanzata gli chiede: – Valerio, te la senti di sposarci? – Ma sì, perché no!

Quest’oggi osservo la sua foto profilo, in cui Valerio ha in grembo un neonato e lo vedo sorridere con le mandibole contratte, un sorriso obliquo e falso che trasuda paura, orrore, disperazione, la voglia di fuggir via da quella gabbia dorata, la voglia di ritornare ai suoi amati videogiochi, alle sue danze scalmanate sulle note di Gigi D’Agostino, alle sue sbronze a base di Negroni Sbagliato, alle mignotte di Lugano.

Ma non puoi Valerio, non puoi più, indietro non si torna. E hai scelto tu, tutte le volte, con tuoi reiterati e incoscienti “Ma sì, perché no!”

Ma sì, perché no, per citare Dylan Dog, questo è l’orrore, signore e signori, l’orrore, Mio Dio…

Questa è per te, Valerio: I still believe in your eyes / I just don’t care what you have done in your life

Rialzarmi

Son certi incontri ch’ uniscon destini
e come fiume che scorre fluisce
danza di man, si discorre e s’ambisce
a gettar ponti, a tornare bambini;

s’alzino i calici colmi di vini,
ché per il lume anche il buio perisce,
benché alle volte l’amor ci ferisce
e non fa sconti anche agli animi affini.

Si sa, si naviga spesso da soli,
ma benvenuti, compagni di viaggio,
s’anche per poco vogliate guidarmi

verso gli ambiti, remoti assai, moli,
ché sempre meno mi sento un ostaggio
e, pur cadendo, or so come rialzarmi.

Rider

Costringere le aziende di food delivery ad assumere sessantamila rider costituisce un vero atto antidemocratico nei confronti di imprese che hanno senz’altro portato una ventata d’innovazione e d’aria fresca nel mondo asfittico dell’imprenditoria italiana, ingessato da sindacati che dettano legge e che, a furia di reclamare diritti, hanno reso i nostri lavoratori, primaria risorsa e strumento imprescindibile per l’incremento del nostro PIL in termini di imposte da pagare e consumi, pigri e demotivati.

Credo che sia giunto il momento di dire la verità e di schierarci una volta per tutte dalla parte degli imprenditori. È noto, difatti, che costoro fanno “impresa”, un termine che racchiude in sé un significato dal sapore titanico, dunque tutti noi siamo tenuti senza meno a fare il tifo per questi eroi, a stare dalla parte di questi visionari hungry e foolish, protagonisti delle loro vite, fautori e artefici del proprio destino che ogni giorno rischiano il tutto e per tutto per vivere una vita fatta di avventure scalmanate e pugnando intrepidi contro acerrimi nemici quali l’Agenzia delle Entrate, il cui acronimo è, guarda caso, “AdE”, un nome che già di per sé, da un punto di vista mitologico e simbolico, include qualcosa di infero, di oscuro. Al contrario, smettiamola di far finta di stare dalla parte dei cosiddetti “dipendenti” con il solo scopo di sentirci più buoni e nella speranza di scoparci qualche operaia femminista dai seni prosperi. Bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: il “dipendente” è sicuramente un individuo affetto da una patologia di carattere psicologico, una “dipendenza”, il nome stesso trasuda assuefazione e attaccamento insano, una sorta d’infante che richiede accudimento all’impresa, vista al contempo come un surrogato genitoriale. È ora di finirla, con questi “dipendenti”, è bene che diano una volta per tutte le dimissioni anche loro e aprano una bella partita IVA in regime forfettario, in modo che possano lasciare un segno anche loro, con le loro ditte individuali dal fatturato annuo pari a quindicimila euro.

Con questo post, mi preme stare dalla parte di tutti quei rider vittime di questo atto liberticida da parte della procura di Milano. Mi riferisco, nello specifico, soprattutto a quelle categorie di stimati professionisti (commercialisti e affini) che hanno deciso di lasciar perdere la sicurezza e la stabilità inforcando una bella bicicletta vintage per pedalare verso la libertà, una libertà fatta di sudate quotidiane nel traffico meneghino, a respirare a pieni polmoni aria pulita, intanto che uno zaino colmo di pasti da consegnare scalda le loro spalle, le spalle larghe di uomini e donne vere che non hanno paura delle sfide, del precariato, che sanno che ogni giorno dovranno affrontare un’avventura diversa, godendosi il viaggio e non la destinazione. Come si permettono, codesti magistrati, di togliere la libertà a questi appassionati di ciclismo, per costringerli a un’assunzione a tempo indeterminato che invero si tramuterà in una gabbia dorata che toglierà loro qualsiasi possibilità di vivere una vita piena e un lavoro che consenta loro anche di praticare del sano sport?

In ogni caso, la mia solidarietà va, anche e soprattutto, alle aziende di food delivery, alle quali voglio dire quanto segue: nel nome della squallida pizza a domicilio del sabato sera, ormai unico divertimento rimasto a un vecchio rottinculo come me, sappiate che quest’oggi avete trovato nel sottoscritto un nuovo fedele alleato, un amico sincero che vi supporterà in questo momento estremamente difficile per voi.

Se avete bisogno, io ci sono.

Piena

Abbiam davvero paura d’amare,
forte è il timor di deporre le armi,
dalle armature riuscirci a spogliare;

ce ne stiam vigili come gendarmi,
ché quel poter non si riesce a disfare
ché siamo fragili, altro che marmi!

Eppur rischiamo, ne vale la pena
seguir richiamo di vita più piena.



Un Anno di Pandemia

È passato ormai un anno dall’esplosione della pandemia, da quando il Covid-19 è entrato a far parte delle nostre vite come un inconsueto animale domestico, alla stregua di un micetto occultato dietro la tenda del soggiorno che, d’improvviso, tende un agguato al proprio padrone tirandogli un’allegra zampata con cui ci vuol ricordare la sua dispettosa presenza. Sono state molteplici le conseguenze sulla nostra cultura e sull’informazione: alla già stucchevole retorica basata sul leccare il culo alle cosiddette “minoranze”, perpetuata dai nostri giornalisti “maschi di donna” castrati, si sono aggiunte le videoconferenze di Veltroni, Jovanotti, Recalcati, quest’ultimo psicanalista dal dolcevita nero che pronuncia “Lacan” alla francese, autoproclamandosi esperto del suddetto mentre strizza l’occhietto ai progressisti, tanto che sovente mi chiedo se costui qualche volta sia presente in studio e se abbia davvero dei pazienti. Vogliamo poi aggiungere il narcisismo ridicolo e collettivo di un paese che si sente eroico e grande per essersi serrato in casa in pigiama? Mi sovvengono i nostri nonni, che forse un’autentica sofferenza esistenziale l’hanno conosciuta, avendo molti di loro toccato con mano cosa voglia dire rischiare seriamente la vita, e mi auguro davvero che voi, coglioni patetici menestrelli da balcone del cazzo, improvvisati pasticceri e panificatori da Instagram, finiate prima o poi al fronte: sarà uno spettacolo vedervi cagare addosso terrorizzati, dopo vent’anni passati a farvi le seghe sui social network.

Al solito lo dirò con fare birbantello e provocatorio, rovesciando completamente la narrazione di regime, che ci vuole tutti omologati e accondiscendenti, nel nome di un bene imposto dall’alto: dobbiamo prendere atto che questa situazione ha portato solo ed esclusivamente dei vantaggi. Pensiamo alla possibilità di lavorare comodamente da casa, consentendoci di non condividere l’alitosi e le ascelle terrificanti dei colleghi negli open space, magari partecipando a riunioni di lavoro online ostentando autorevolezza e professionalità seduti sul cesso, sorridendo sornioni all’idea che i colleghi dall’altra parte non sospetteranno mai che siamo in pigiama e stiamo cagando con la porta aperta. Pensiamo al fatto che avremo fatto sì e no due o tre pieni di benzina, all’aver speso molti meno soldi: tutto questo smentisce in maniera lapalissiana quanto i soliti frignoni e gufi sono soliti affermare in merito al fatto che la pandemia ha devastato la nostra economia. È l’esatto contrario: abbiamo risparmiato un sacco di denaro. È dunque cosa buona e giusta che molti esercizi commerciali abbiano chiuso e molte aziende abbiano avviato le procedure di cassa integrazione nei confronti dei loro dipendenti. Come vi permettete di risparmiare? È giusto che a fronte di tali cospicui capitali non spesi le vostre entrate si riducano. Vergonatevi, lazzaroni! Dovete tornare a spendere e a sperperar danaro, soprattutto perché è arrivato il cashback di Stato e la lotteria degli scontrini: al governo servono entrate, al governo serve IVA da incassare. Chissà, magari un giorno, qualcuno di voi potrebbe diventare anche milionario.

Lo so, molti di voi contesteranno il fatto che hanno dovuto sopportare la convivenza forzata con partner e prole, ma per quello basta non sposare qualcuno che non si ama per accontentare mamma e papà e per dar loro dei nipoti. Ciò nonostante, possiamo sicuramente gioire in merito al fatto che abbiamo avuto la possibilità di evitare per lungo tempo i nostri parenti e di saltare innumerevoli pranzi e cene in famiglia, incluse le feste comandate. Dopo un anno, immagino che voi ragazzacci quarantenni ci abbiate fatto l’abitudine a stare lontani dai vostri genitori e suoceri, dunque c’è speranza che questo virus un po’ impertinente sia riuscito a dare un colpetto al becero familismo amorale che perseguita il nostro devastato paese.

Ora perdonatemi, la donna che non amo e che non mi ama mi sta urlando dietro perché a suo avviso passo troppo tempo al computer e poco con dei figli che fondamentalmente detesto.

Buonanotte ❤

Nostalgia

Ti prende a volte il ricordo lontano
d’un tempo d’ingannevole letizia,
compagni il cui passaggio non fu vano;

e pungi, o nostalgia, con gran dovizia
fantasmi che non tendon la lor mano,
dissolta sempre più è quell’amicizia.

E ci son nuovi fratelli al mio fianco,
d’eriger muri mi sento un po’ stanco.



La Vita di Andrea (Il Giallo è il colore del…)

Erano ormai le sette di sera e Andrea Scanzi si era presentato a quell’appuntamento tanto atteso in largo anticipo. Sedeva da ormai più di mezz’ora, visibilmente teso, mentre picchiettava nervosamente le dita delle mani sul tavolo rettangolare adiacente alla vetrata del bar. Il suo sguardo cadeva continuamente all’esterno, sulla strada, mentre se ne stava lì, in attesa spasmodica. Erano passati ormai tre anni dall’ultima volta che si erano visti e mancavano ormai davvero pochi istanti al momento in cui avrebbe potuto finalmente riabbracciarlo e guardarlo ancora una volta negli occhi.

La porta di vetro del bar si aprì, facendo suonare il cicalino e Andrea percepì il suo cuore saltargli in gola: era finalmente arrivato, puntuale come lo era sempre stato. Alessandro Di Battista fece il suo ingresso in quel locale arredato in maniera estremamente minimalista e in chiave moderna, caratterizzato da un’illuminazione soffusa e tra l’altro poco affollato a quell’ora. Adocchiato il giornalista, Ale gli sorrise e si avviò verso di lui. Andrea, fremente come un gran fuoco, si levò dalla poltrona, attese che Alessandro si avvicinasse, posò le sue mani sulle sue spalle possenti e gli diede due baci sulle guance. Subito dopo, lo abbracciò, con la delicatezza di una nutrice. Voleva ricordarsi di quel calore e del profumo che un tempo erano in grado di darsi a vicenda. Scanzi si sciolse a un tratto da quell’abbraccio ricambiato con una certa riluttanza da parte di Dibba. I due si guardarono nuovamente negli occhi, si sorrisero forse entrambi un po’ imbarazzati e si accomodarono finalmente l’uno di fronte all’altro.

– È passato tantissimo tempo, Ale…come stai? – fece Andrea, guardando profondamente negli occhi Dibba, mentre il cuore gli scoppiava in petto.
– Bene, Andrea, ti ringrazio. Tu come stai? Come te la passi? – fece Alessandro, in maniera vagamente formale.
– Sto bene, Ale, sto bene, grazie. Bevi un po’ di vino? Ho chiamato tua madre per chiederle quale fosse il tuo rosso preferito e ne ho ordinato un calice. Ne vuoi uno anche tu?
– Ti ringrazio Andrea, sto bene così, prenderò solo un caffè. – replicò con leggero distacco Alessandro.
– Va bene, non c’è problema Ale! – Scanzi a quel punto si rivolse al cameriere:- Chiedo scusa, può portarci un espresso per favore? Grazie mille.

Dopo aver ordinato il caffè, Scanzi si voltò nuovamente verso Di Battista, sorridendogli ancora, con il cuore al contempo pieno di paura e di speranza.
– Ale, ci tenevo davvero a farti i complimenti per come stanno andando le tue cose, per tutti i successi che hai ottenuto. Ho visto che di recente hai scritto anche un libro che sta ottenendo delle ottime recensioni!
– Ti riferisci a Mia madre non ha votato per me? Ti confermo che sta vendendo un sacco di copie!
– Era quello che volevi, no? Lo compro appena mi libero da tutti questi impegni!
– Ma va, Andrea, scherzi? Te lo regalo!
– Te lo compro, Ale, te lo compro! Ci tengo tantissimo!
– Va bene, come vuoi Andrea… – rise Di Battista, mentre arrossiva lusingato e un filo imbarazzato. – E le tue cose? Lì, a Il Fatto Quotidiano? Come vanno?
– Bene dai, Ale. A dire il vero, ho smesso di scrivere di politica e sono passato una volta per tutte alla critica musicale. Di recente, ho anche aperto una rubrica di vini, non so se hai saputo. Sai, personalmente, dopo tanti anni, dopo aver seguito il Movimento Cinque Stelle con così tante speranze, sono arrivato alla conclusione che forse era meglio virare su quello che mi piace veramente… – Scanzi non era intimamente convinto di quest’ultima affermazione, il tenue spezzarsi della sua voce durante il suo discorso, che assomigliava piuttosto a una giustificazione non richiesta, tradiva invero un acuto e profondo senso di delusione.
– Sono contento Andrea, sono molto contento per te… – Ale abbassò gli occhi e si accarezzò la nuca, provando un vago imbarazzo misto a senso di colpa. Era abbastanza consapevole che, in buona parte, la scelta di abbandonare la politica da parte di Scanzi dipendeva anche da lui.
– E tu, Alessandro? Come ti dicevo, è da parecchio che non seguo la politica, sai com’è… Sei sempre nel…?
– Nel PD? Sì… – replicò Di Battista, vagamente inquieto.
Scanzi annuì e deglutì nello stesso istante, adombrandosi per un momento. Quella conferma da parte di Dibba sapeva di sale gettato su una ferita profonda. Fece uno sforzo per ricomporsi immediatamente e riprese a sorridere:
– Ah…bene…sono contento. E come ti trovi? Ho visto che Michela Murgia ti stima molto e ti segue come un’ombra ormai. Mi vengono in mente i bei tempi andati, quando ero io a farti le pulci…Eh! Eh! Eh! – disse ridendo con un filo di amarezza Scanzi.
– Sì, è così…- replicò imbarazzato il deputato del Partito Democratico.
– Non ho più trovato un partito e un progetto in cui credere, sai Ale? Ho seguito con scarso interesse poco tempo fa una lista per le elezioni comunali ad Arezzo, ma niente di serio. Non riesco ad affezionarmi più a quel mondo…
Di Battista replicò distrattamente: – La vita del politico non è mai facile, i giornalisti ti fanno sentire un giorno come il salvatore della patria e l’altro come un delinquente. I rapporti tra i due universi non sono mai facili, ti capisco bene.

Dibba abbassò nuovamente gli occhi. Quella conversazione lo stava mettendo seriamente a disagio. Era ormai passata una vita, davvero troppo tempo dal loro ultimo incontro. Gli tornarono in mente le urla, le sfuriate, le lacrime versate, la rabbia delle ultime discussioni al telefono e quel ricordo non elaborato gli faceva tuttora provare una profonda vergogna. Percepiva il disagio del tempo che scorre e il senso di vuoto di quella conversazione, cagionato dalla tipica mancanza di argomenti tra due persone ormai in viaggio su due rette parallele, completamente distanti in termini di vedute, di ideali. – Come si cambia, Santo Dio…- pensava Dibba affranto. Scanzi intanto alternava ripetutamente il suo sguardo verso l’ex-parlamentare del Movimento Cinque Stelle e verso il tavolo: sapeva di dovergli fare una domanda ben precisa, era ben conscio che aveva una necessità impellente di avere una risposta chiara, quella risposta chiara. La risposta. Doveva fare un ultimo disperato tentativo, rischiare il tutto e per tutto, nonostante provasse un’angoscia terribile in quel momento. Nonostante ciò, ebbe finalmente il coraggio di chiedere:

– Ale… con la Murgia… da quel punto di vista… come va?

Alessandro trasalì, pensò a che razza di risposta dare a quella domanda imbarazzante per dieci secondi buoni, dieci secondi che sembravano un’eternità. Si percepiva, in quel bar scarsamente popolato, una tensione che si tagliava con un coltello. Ormai avevano entrambi l’impressione di trovarsi in una bolla, due anime perse e lontane in un vasto deserto.

– Mah…ecco…vedi…ehm…
Scanzi lo guardava, con l’aria di chi sta per giocarsi il tutto e per tutto, ancora appeso a un filo di speranza, una speranza che se tradita, lo avrebbe gettato nella disperazione e nel dolore più cupo. Dibba riprese:
– Non lo so Andrea…non lo so…
Poi aggiunse:
– Non è come con te, Andrea…

Scanzi fece un profondo sospiro, seppe dentro di lui che era quello il momento giusto, il momento in cui avrebbe dovuto assumersi il rischio più alto. Abbassò ancora gli occhi verso il tavolo, finché non prese nuovamente coraggio e disse, guardando finalmente negli occhi l’ex parlamentare del Movimento Cinque Stelle:
– Mi manchi…
Di Battista sospirò, sentì il cuore fermarsi per un eterno istante, un cuore che si riempì rapidamente di paura e forse di amore nostalgico, mentre guardava basito il giornalista de Il Fatto Quotidiano.
Scanzi proseguì:
– Mi manca toccarci, respirarci, abbracciarci…Ale, davvero non penso ad altri che a te, non mi interessa nessuno, sei tu la cosa più importante per me…
Gli occhi del deputato del PD cominciarono a inumidirsi, mentre deglutiva, commosso e terrorizzato com’era.
– Ma, soprattutto, Ale, mi manca questo…
Andrea prese delicatamente la mano di Dibba, la strinse dolcemente nella sua, iniziando a massaggiargli le dita. Successivamente, avvicinò la mano di Ale alle sue labbra e cominciò a baciargli lentamente le nocche. Quei baci si fecero gradualmente sempre più intensi, finché non prese a succhiargli e a leccargli l’intera mano. Di Battista iniziò a sospirare, mentre percepiva crescere d’intensità la sua eccitazione.
– Non posso credere che non ti manchi tutto questo, Ale…- fece Scanzi al suo vecchio amico, con fare disperatamente voluttuoso.
Dibba era ormai sul punto sia di piangere che di saltare addosso al giornalista, dilaniato dalla voglia di possederlo, ma al contempo cercando una via di fuga che gli consentisse di liberarsi da quella tentazione irresistibile, da quel torbido e proibito connubio tra il potere legislativo e il potere dei media.

– Ti prego Andrea, basta…- fece Dibba, con voce tremante.

Fu a quel punto che Scanzi, improvvisamente, strinse con forza la mano di Dibba e la portò rapidamente sul suo pene ormai turgido.
– Tocca! – fece Andrea, infilandogli repentinamente la sua sapiente lingua in bocca, una decina di centimetri di striscia vellutata, che ancora sapeva di sfintere d’istrione ligure e di professori e avvocati pugliesi.
Le loro lingue cominciarono a duettare in un sordido valzer, in una sorta di turpe patto tosco-laziale. La voglia di possedersi si faceva sempre più crescente per entrambi, mentre bramosi si afferravano i volti, ansimando a guisa di bestie e mischiando i loro sudori, le loro salive e le loro lacrime, incuranti della gente, seppur poca, che popolava quel locale dal piglio così lounge.

All’improvviso, Alessandro si ritrasse di colpo da quei furiosi preliminari, coprendosi il volto con entrambe le mani e poggiando i gomiti sul tavolo. Gli occhi gli si riempirono ulteriormente di lacrime.

– Basta Andrea, basta ti prego…- fece Dibba, cominciando a singhiozzare.

Scanzi trasalì. Fissava il suo amico con aria triste e delusa. Si ricompose e si riavvicinò lentamente a lui, portando le sue mani sulla nuca dell’ex pentastellato, con fare tenero e consolatorio. Dibba si asciugò malamente qualche lacrima con le dita, mise le mani giunte all’altezza del petto e, tendo gli occhi bassi e arrossati, sussurrò con voce rotta:

– Non posso, Andrea, non posso…

Scanzi deglutì, intanto che un paio di lacrime salate scendevano dai suoi occhi e gli rigavano le scarne guance.

– Non vuoi vedermi più, Ale? – disse Andrea straziato, sul punto di scoppiare in lacrime.
– Ma no, Andrea, non è questo…- fece Dibba, estraendo un fazzoletto, tenendo ancora lo sguardo basso e asciugandosi le lacrime.
– Non mi ami più… – insistette il giornalista.
Dibba guardò finalmente negli occhi il giornalista de Il Fatto Quotidiano, con aria tenera e addolorata. Scosse il capo, confermando il sospetto di Scanzi.
– Sei sicuro? – fece ancora Andrea, legato ad un ultimo disperato appiglio di speranza.
Dibba annuì, visibilmente commosso e addolorato.
– Sono in un altro partito adesso, Andrea, lo sai…sono diventato un moderato. I tempi del Movimento sono ormai finiti da tantissimo tempo…
Scanzi lo guardava con il cuore pieno di dolore. Ormai sapeva che era arrivato il momento ingoiare l’amara medicina della verità.
– Ma proverò sempre per te un’infinità tenerezza, Andrea… sarà così per tutta la vita, credimi… – concluse Alessandro, per poi erompere in un pianto sincero.
Scanzi annuì e scoppiò in un singhiozzo di dolore, con il volto ormai completamente colmo di lacrime, mentre un rigolo di muco, partendo dalla narice destra, pendeva disgustosamente dal suo naso, rimbalzando sulle sue labbra. Afferrò il bicchiere di vino e ne prese un sorso generoso, nella speranza che quel rosso anestetizzasse il tremendo dolore dell’abbandono e della fine che stava provando in quel momento.
– Scusami, Ale… è più forte di me… – gli scappò una risata isterica e addolorata. – Piango sempre… mi conosci, no?
– Ti conosco, ti conosco Andrea – sorrise affettuosamente Dibba, guardandolo con dolcezza, ancora visibilmente provato da quel momento intenso. – Non fai altro che frignare, porca troia!
Scanzi rise, seppur per un istante, seppur soffrisse per la consapevolezza ormai raggiunta che quella storia era ormai finita.
– Vai pure se devi andare, Ale… – gli fece Scanzi, ormai rassegnato.
– Sì, come no…- replicò Alessandro ridendo, quasi incredulo all’idea che il giornalista avesse finalmente accettato la situazione.
– No, davvero, Ale…te lo giuro… non ti disturberò più…scusami…- fece ancora Andrea.
Dibba fece un profondo sospiro, asciugandosi le ultime lacrime, poi sorrise ancora:
– Non mi disturbi Andrea, stai tranquillo…ora vado davvero…
Si alzarono entrambi, si scambiarono nuovamente due baci sulle guance e si lasciarono andare a un ultimo commiato, un ultimo abbraccio, una stretta finale, per godere di quegli ultimi rimanenti sprazzi di calore, di un amore ormai terminato, duro e bellissimo, fatto di progetti, di sogni, di speranze ormai dissipate e riposte in un cassetto che puzzava di Democrazia Cristiana. Era l’ultimo soffio d’una burrasca, che si era gradualmente convertita in un venticello estivo, per poi spegnersi inesorabilmente e tramutarsi in aria stantia, grigia. Era un treno ormai giunto inesorabilmente al capolinea. Ambedue con il cuore in frammenti, entrambi in lacrime, si strinsero per l’ultima volta con forza.

Dibba si sciolse finalmente dall’abbraccio e si avviò verso l’uscita. Si girò per l’ultima volta, guardò Andrea negli occhi e gli sorrise. Si voltò ancora e proseguì verso la porta del bar, la aprì, la attraversò e la richiuse alle sue spalle, stavolta senza voltarsi indietro, dirigendosi in strada, verso casa. Probabilmente avrebbe cenato con Michela Murgia, quella sera.

Andrea lo seguì con lo sguardo, finché non svanì definitivamente dal suo campo visivo, si sistemò i capelli alla meglio, scombinati da quell’incontro turbolento, sedette nuovamente al tavolo e portò entrambe le mani sul viso, scoppiando in un ultimo, amarissimo, pianto liberatorio.

Lasciami Esser Felice

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.


Stretti, in quel piccolo letto
col capo sulla mia spalla
e le sue braccia al mio petto,
non son di certo farfalla,
ma un bruco e il cuore mi balla.
E intanto suona la sveglia,
dopo una notte di veglia,
triste, d’un tratto mi dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

Muti, sereni, in cammino
per vecchi borghi sperduti
posti che san di confino,
di sentimenti taciuti,
d’ozio annegato nel vino.
Son pochi intensi momenti
che, pur lontani, presenti
si fan sentir quando dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

E penso a quel che m’ha dato,
penso all’affetto che resta,
che mai sarà più scordato,
benché la fine fu mesta
di quell’amor poco amato.
Con il mio sguardo remoto
verso un futuro assai ignoto,
ricordo lei che mi dice:

Lasciami esser felice
per altri venti minuti
restiam distesi, svenuti,
non son bugiarda né attrice.

San Valentino

Nel giorno di San Valentino, vedo molti amori finire. Uno tra questi è quello tra Andrea Scanzi e il Movimento Cinque Stelle. La rockstar del giornalismo italiano mette già le mani avanti, mettendo più volte nero su bianco di avere unicamente a cuore un “campo progressista”, non mostrando interesse d’alcun tipo in merito al destino di qualsivoglia movimento o partito. Scanzi assomiglia a un partner appena lasciato, che ostenta disinteresse e freddezza, un po’ come una mia vecchia conoscenza che, appena mollato dalla donna, passava il tempo tra una festa e l’altra a ubriacarsi e a urlare, ostentando una gioia di facciata, “Sono single! Sono single!” per poi finire in pista da ballo, sulle note di “On The Floor ft. Pitbull” di Jennifer Lopez, a muovere il suo misero corpo flaccidamente, con lo sguardo fisso nel vuoto, lacerato dalla solitudine e dall’umiliazione di essere stato scaricato, e ricordo che, mentre danzavo anch’io ridicolmente, mi divertivo a fissarlo con un sorriso circospetto e cinico, finché il soggetto in questione, accortosi del mio sguardo insolente, negava ogni dolore, lo ingoiava come un’amara medicina e tornava a fingere di sorridere e di scatenarsi sulle note di quella vergognosa cover della Lambada.

Ecco, Scanzi sta provando la medesima sensazione, i più sensibili e acuti osservatori di voi potranno toccare con mano lo strazio che prova dentro per un progetto antisistema del quale si è sempre fatto sostenitore e portavoce, mentre al contrario il Movimento si è ormai fatto potere, un potere che non tollera vuoti, non sopporta assolutamente l’horror vacui, una pars destruens che si fa ora per forza di cose pars construens e di conseguenza si contanima, s’inquina, subisce il contagio da parte degli stessi nemici un tempo combattuti, il contagio della casta, tramutandosi inesorabilmente, a sua volta, in casta.

Il becero pragmatismo, anche a costo di compiere qualche marachella e qualche peccatuccio, soverchia l’idealismo e la voglia di imporre una propria astratta visione, è la natura, è il potere, è la vita.

Nessun problema per Lorenzotosa invece, che mostra una certa coerenza nel suo mettersi in ginocchio di fronte a figure che trasudano buone maniere, prestigio, senso delle istituzioni, incarnando nel suo gracile corpicino valori che sono un ibrido tra quelli di Bruno Vespa e quelli del Corriere della Sera.

Da parte mia, il nuovo governo faccia un po’ quello che vuole, purché si inventi altre detrazioni o deduzioni IRPEF, mi eccita sempre come una scolaretta abbattere il mio misero imponibile e ricevere il rimborso di Luglio.

Concludo augurando a voi, patetiche coppie che puntano alla durata e non alla qualità del rapporto, un buon San Valentino, sapendo che non vi amate più da tempo, ma non avete il fegato di mollarvi perché non volete deludere i vostri genitori.