Responsabili e Costruttori

Responsabili, costruttori, parole d’un certo tenore, pregne d’una connotazione positiva, alla ricerca della fiducia per sostenere l’avvocato Giuseppe Conte per il bene del paese, l’affascinante professore esordiente in questo mondo un po’ birbantello della politica italiana e che ha conquistato i nostri cuori. Non metto in dubbio che una parte di costoro abbia a cuore le sorti della nostra nazione, ma oltre a questo c’è senza meno l’aspetto che più risalta ai nostri occhi: l’umano attaccamento al potere, la volontà di non perdere lo scranno e di rischiare di tornare a fare una vita ordinaria, schiantarsi al suolo dopo aver volato alto, nella convinzione di sentirsi immortali, migliori degli altri, liberi.

Ho riflettuto a lungo sul potere, così ambito, così famelicamente desiderato da noi tutti, autentica ossessione per i più ambiziosi di noi. Chiunque comandi è invidiato, detestato e, al contempo, venerato e adulato, nella convinzione di trovarsi dinanzi a qualcuno che abbia trovato la chiave per raggiungere libertà e felicità. Invero, la condizione di costoro è tutt’altro che tale, anche perché il potere è fondamentalmente una puttana, irrequieta e sfuggente. Un giorno giace al vostro fianco e vi promette amore eterno, il giorno dopo è nel bagno di un autogrill a succhiare l’uccello del vostro migliore amico. Guardate nel vostro quotidiano, nei vostri luoghi di lavoro, quanti sarebbero disposti a fare carte false per occupare la poltrona di un ufficetto fatto da quattro poveri cristi frustrati, in guerra tra loro da vent’anni per riuscire a portare il pane a casa. Guardate al giovane Ilario, con la lingua ormai consumata dalla quantità di culi leccati, che lavora fino alle undici di sera per compiacere i suoi superiori e intanto sono mesi che gli si ammoscia il cazzo tutte le volte che sua moglie lo desidera, considerata come un impiccio alla sua scalata. Guardate al vecchio Sorriso, il suo capo, che in prossimità della pensione gli promette di cedergli il posto e, all’improvviso, comincia a dannarsi l’anima per restare inchiodato alla scrivania, smentendo la sua promessa una settimana dopo, nella consapevolezza che la fine della carriera professionale lo farà cadere nel dimenticatoio, che la pensione lo costringerà a una paga mensile ridotta e a ridimensionare il suo stile di vita, che dovrà uscire di scena e quindi sperimentare una sensazione di morte dalla quale probabilmente non riuscirà a risorgere. Quotidianamente ho a che fare con uomini di potere, continuamente massacrati dai capricci di chi è a sua volta sopra di loro, costretti a passare una vita a recitare la parte dei freddi calcolatori, dei grigioni nei loro abiti eleganti che somigliano alle uniformi dei controllori di un’azienda di trasporti. Mi piace soffermarmi a guardare i loro occhietti, in realtà intrisi di colpa per la scia di cadaveri lasciati alle spalle per conquistare la vetta e dell’acuto terrore di chi, tutto sommato, percepisce la precarietà di quella posizione e sa bene che basterebbe un colpo di vento, un soffio da parte di chi a sua volta è sopra di loro per farli precipitare a terra da un momento all’altro.

Miei cari, dovessero proporvi posizioni di responsabilità, agite controcorrente: lasciate perdere, ringraziate e rifiutate con educazione. Vi ritroverete dipendenti forse da una droga al cui confronto l’eroina è innocuo zucchero filato. Il potere vi lusingherà, vi darà un miraggio di libertà, ma in realtà finirete con il diventare inesorabilmente degli schiavi, schiavi di chi vi comanda, ma, soprattutto, schiavi di chi comandate, schiavi dei vostri schiavi. Questi ultimi sanno bene che ogni loro mancanza ricadrà su di voi e faranno il possibile, se vi odiano, per far sì che veniate bistrattati e umiliati. Oltre a questo, sono proprio gli schiavi a essere i veri detentori del potere, visto che avete assoluto bisogno di loro e della loro manodopera, concetto che Hegel saprà spiegarvi meglio di me nella sua dialettica signore-servo.

Pertanto, siate liberi, siatelo per davvero. Uscite dalle gerarchie, o, se proprio non potete, restate degli umili sottoposti e divertitevi a fare impazzire i vostri responsabili, comportandovi in maniera imprevedibile e negligente, scavalcandoli il più possibile e facendo intendere loro quanto non abbiate bisogno di loro e del loro mendicare attenzioni nei vostri riguardi.

Perché questo è fondamentalmente un uomo di potere, salvo rarissime eccezioni di chi si è messo davvero al servizio degli altri e ha avuto la saggezza di ritirarsi al momento opportuno: un misero e vigliacco re, solo come un cane, che mendica le attenzioni del suo popolo.

Terra

Violati i taciti patti non scritti,
parole ch’hanno il peso delle pietre,
votati ad esistenze alquanto tetre
di regni ormai indifesi, non più ritti.

E crollano, sugli animi già afflitti,
castelli, cui gli arcieri con faretre,
difendon, mentre suonano le cetre
ai vecchi vincitori e ai danni inflitti.

È l’ora di fermar la frenesia,
di porre fine a tutte le battaglie
per ciò che dà parvenza d’eresia:

perduta fu pertanto questa guerra,
non scorra sangue per delle anticaglie,
a lungo abbiam volato, adesso a terra!

Renzi

In questi giorni stiamo assistendo al patetico teatrino politico nel corso del quale un leader di partito con un consenso ridotto ai minimi termini, un uomo che ha ormai la stessa autorevolezza di un amministratore di un condominio a Vaprio d’Adda, minaccia una crisi di governo nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria mondiale. No, fermi tutti, non chiedo a nessuno di schierarsi a favore di questo o quel partito, non mi interessa fare un’analisi politica del fenomeno, quanto un’analisi umana del personaggio in questione.
In effetti, guardo a Matteo Renzi e ripenso alla sua gioventù, l’Ilario della politica, ormai totalmente in crisi d’astinenza da potere, successo e visibilità, in preda al suo ego ipertrofico e al suo narcisismo. Questa mezza tacca non ha in realtà nessuna idea, nessuna visione, nessun piano in mente. Il suo unico obiettivo è quello di contare qualcosa, esserci, perché è terrorizzato dall’idea di non esistere più. Guardiamolo, l’uomo che voleva cambiare l’Italia con la sua freschezza e voleva stravolgere la Costituzione Italiana nel nome di una rapidità nei processi decisionali, specchio di una frenesia giovanile che ha contagiato persino gli over sessanta, tramutandoli in una manica di patetici coglioni in ansia da prestazione e in competizione con individui aventi trent’anni in meno.

Ascolto la sua parlata toscanaccia, che appare ormai sempre più fuori luogo, che sa di stantio, di datato, di “già dato”, e penso che i personaggi come lui facciano perdere un sacco di tempo a chi ha davvero voglia di lavorare e di creare valore, di lasciare un segno con i fatti e non con un’arte oratoria priva di contenuti. Penso a come questi personaggi, che sono ovunque, non solo nella politica, non facciano altro che lottare contro i mulini al vento, opponendosi contro l’inesorabile scorrere del tempo, contro la vita stessa, che inevitabilmente te lo fa capire in mille modi che devi andare fuori dalle palle, che sei diventato una zavorra inutile, una palla al piede, insopportabile per chi ti circonda e che magari un tempo ti stimava.
Eppure, guardo a quest’uomo e alla sua faccia da cazzo moscio, immerso nel suo completo scuro, che lo fa somigliare ancora di più a un cadavere e tutto sommato giungo alla conclusione che provo per lui una pena acuta. Ripenso a questo eterno ragazzo un tempo pieno di sogni, entrato in politica per “rottamare”, per far fuori “i vecchi”, pieno di grinta, ma totalmente privo di esperienza, buon senso e saggezza. Del resto, si sa, la saggezza deriva dalla capacità di superare anche dolori profondi, che senz’altro il coglione fiorentino non ha vissuto, visto che la sua esperienza di vita più drammatica è stata probabilmente la sconfitta finale a “La Ruota della Fortuna”. In verità, siamo di fronte a un ragazzetto viziato con scarsa voglia di lavorare, un boy scout saputello che a un certo punto ha assaggiato il potere e il successo, la cosa gli è piaciuta e non vuole più mollarla.


Sapete perché lo so? Perché siamo tutti come Renzi, siamo tutti dei discolacci con una più o meno latente volontà di potenza, siamo identici a lui, siamo tutti suoi fratelli e sorelle e io non sono da meno. In alcuni contesti, ho una piccola quota di potere, la esercito e la percepisco anch’io, quell’ebbrezza, quell’illusione viscerale che ti fa andare il sangue al cervello e ti fa sentire migliore degli altri. Quando do un ordine a qualcuno e costui lo esegue mi sento un cazzo di rottinculo di Padreterno, finché non mi accorgo che il potere è una ragazzaccia isterica alla continua ricerca di nuovi partner, una battona da scoparsi a giorni alterni, talvolta in gruppo, in una bella orgia, una troia da condividere con altri infoiati come me e, a quel punto, dopo aver vissuto l’acuto dolore della perdita, credendo di essere l’unico per lei, sollevo le spalle e ci rido su, sapendo che fondamentalmente finirò a concimare la terra come tutti. Siamo tutti dei piccoli Renzi che cercano il loro posto su questo palcoscenico del cazzo, che ambiscono anche solo per un momento alle luci della ribalta, in questo circo di pagliacci chiamato vita, in cui tutti recitiamo un ruolo in commedia, nella gran parte dei casi per ottenere l’altrui compiacimento, schiavi come siamo del nostro essere bambini a vita, circondati da persone incompatibili a noi pur di non dirci soli.

Siate clementi, pertanto. Al posto di Renzi, ci comporteremmo allo stesso modo.

Buonanotte.

Corrente

Lasciam che la corrente ci trascini,
fin verso il mar, ch’ingrossa repentino,
viviam impenitenti quei destini;

seguiam la luce, l’ente, ebbri di vini,
dispersi, e amar si possa, a capo chino,
sfiniamoci, ormai spenti, amanti affini.

Che ci sorprenda il domani e ci conti,
nulla ci offenda e ci stani, siam pronti!

Fenice

Ma chi vuol esser davvero felice?
Chi sopportar vuole il vero più crudo
fuori da un gregge assopito e vindice,
rischiando tutto e mettendosi a nudo?

Quanti di noi, ed è ciò che si dice,
di vil menzogne si fan spesso scudo,
quanti, alla stregua d’antica fenice,
brucian, risorgon per già nuovo ludo?

E siam degli orsi, tuttora in letargo,
in questo freddo di verno, distanti,
mentre esperiamo d’attender che sorga

un sole tiepido. E luce ci porga,
che già vediamo, da tempo sì affranti,
che dia il consenso per prendere il largo.

La Pandemia del Pensiero Positivo

I social network sono ormai letteralmente infestati di frasi motivazionali, citazioni di Fulatino de Tal, Menganito de Cual e Juan Nadie attribuite erroneamente a Gandhi, Steve Jobs o a quel fottuto onnipresente alcolizzato di merda di Bukowski. Quest’altra orrenda pandemia ha prescritto, da troppo tempo a questa parte e ben prima dell’avvento dei social, l’obbligo di “pensare positivo” e di rimuovere ogni dolore esistenziale, imponendoci di dare un’etichetta alle emozioni e rendendoci di conseguenza incompleti e scissi, grigi, falsamente sorridenti mentre l’anima strepita e implora pietà, esigendo la libertà di piangere e di incazzarsi, strafatti come siamo di ottimismo posticcio, al servizio di una produttività portata all’estremo e di un perfezionismo maniacale che alla lunga saranno causa, nel migliore dei casi, di diarree, orticarie, gastriti e depressioni croniche.

Fermiamoci per un momento a pensare alla degenerazione dell’arte. Questa rimozione di massa del dolore ha avuto, tra le tante conseguenze, la produzione di contenuti artistici mediocri, banali e squallidi. Chi ha prodotto contenuti immortali è sempre stato caratterizzato da infanzie traumatiche e profondamente pervaso da tormenti inesprimibili e da un’inquietudine esistenziale di fondo. Pensiamo a Jim Morrison, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Chris Cornell, Janis Joplin, per citarne alcuni del mondo della musica, pensiamo a Vincent Van Gogh, volendo menzionare un pittore lacerato da uno strazio indicibile. Costoro si sono letteralmente lasciati andare, si sono assunti la responsabilità della loro autodistruzione, in certi casi dando un taglio finale netto o, in alternativa, per opera di uno stillicidio cagionato da un abuso di alcol e droghe. Bene, siamo grati a costoro e alle loro depressioni del cazzo, per la grandiosità delle loro opere e del privilegio di poterne usufruire.

Pensiamo ora a ciò che resta al giorno d’oggi, invece. Figli di papà schiavi del consumismo con una videocamera acquistata su un qualsiasi portale di e-commerce, ed eccoci circondati da robaccia da voltastomaco come Casa Surace e The Jackal. Ragazzetti che dovrebbero tornare a frequentare le scuole dell’obbligo anziché tentare una carriera nel mondo della musica ed ecco a voi Il Volo, Benji e Fede, Gio Evan del cazzo, pronti a tormentarci nel prossimo festival di Sanremo. A questo si aggiungano i fotografi della domenica con relativo account Flickr e Tumblr, reduci da inutili costosissimi corsi, muniti di ridicole reflex, in perenne competizione tra chi predilige il marchio Canon e chi il marchio Nikon, che immortalano banali tramonti e si sentono novelli Cartier-Bresson. Per non parlare, infine, dei poetastri da quattro soldi che parlano di fiore cuore amore, vanno a capo senza criterio convinti di adoperare correttamente l’enjambement, totalmente a digiuno di metrica e di figure retoriche, nel vano obiettivo, scontatissimo, di attirare fica, lemma che, in questo caso, sto adoperando come sineddoche.

Noi tutti auspichiamo che questi ultimi altro non siano che fuochi di paglia che prima o poi cadano in miseria, ma per intenderci ed essere molto chiari: questa mia invettiva finale contro i presunti poeti da social non è affatto un mio tentativo di emergere. Al contrario, ritengo le mie poesie velleitarie, eccessivamente e forzatamente barocche e criptiche e, ogni volta che le rileggo, me ne vergogno e mi faccio schifo.

Vi invito pertanto a continuare come avete sempre fatto: a non mettere nessun like ai miei versi ridicoli e, possibilmente, anche a smettere di seguire questo patetico blog, in modo che possa tornare a fare il mio lavoro di esorcista senza distrazioni e continuare a umiliare Ilario ignorandolo con i miei silenzi.

Errare

Mille battaglie, son l’urla silenti
quell’armi cui t’affidi ormai sicuro,
più non baccagli e conturbi altrimenti.

Disarmi e il fato sfidi, mai maturo,
ma lasci ch’anche il vento ti conduca,
ai carmi tuoi confidi male oscuro;

rinasci e mai lamento ti seduca,
t’affasci il firmamento, a errar t’induca.

Delprete Fiction

Delprete fece un profondo respiro e richiuse il suo laptop. Si erano ormai fatte le dieci di sera, la giornata volgeva al termine e aveva realizzato di non avere ulteriori rabbiose invettive anti-sovraniste da pubblicare sui suoi profili social. Si sentiva spento e svuotato, sua madre gli aveva telefonato un’ora prima, tempestandolo di domande invadenti e raccomandandosi sul fatto che non uscisse di casa, perché “c’era il virus”. Delprete provava sempre un gran nervoso quando interloquiva con quest’ultima, nonostante non lasciasse trapelare pubblicamente questi sentimenti disdicevoli, che non sarebbero stati utili alla sua reputazione e alla sua immagine.
Si levò dalla sedia, fece pochi passi e si accomodò sul divano letto accanto alla scrivania, dinanzi al quale vi era un tavolo con una pila di libri che non aveva mai letto e un piccolo vassoio di alluminio che conteneva qualche bomboniera mai aperta e confetti scaduti appartenenti ai numerosi matrimoni a cui aveva partecipato negli anni passati. Viveva in uno squallido monolocale, che negli ultimi tempi gli faceva mancare sempre più l’aria, ma non avendo un lavoro fisso, schiavo com’era della sua ambizione e totalmente eterocentrato e diretto dall’altrui giudizio e dalla sua popolarità sui social, non disponeva di entrate sufficienti per potersi permettere una casa più grande, se non una paghetta mensile di circa cinquecento euro che i suoi genitori gli erogavano tramite bonifico. Delprete fantasticava con frequenza, sognava a occhi aperti il giorno in cui avrebbe ottenuto il successo sperato, mediante una carriera nel mondo della politica culminata, perché no, con un seggio in parlamento. Probabilmente questa era la sua unica e reale ambizione, mancandogli totalmente la voglia di far fatica e non conoscendo fino in fondo il significato della parola lavoro.
Intanto, il suo gatto, accovacciato a sua volta sul divano, si rimise lestamente sulle zampe e osservò con attenzione i movimenti del suo padrone, finché, non appena quest’ultimo si sedette, scappò lontano da lui.

– Vieni qui, Ettore, dai su… – fece Delprete, ma il micio si era già rifugiato in bagno, dove era dislocata la sua lettiera, per sfogare i suoi bisogni fisiologici. La cosa accadeva tutte le volte che il suo proprietario cercava di avvicinarsi a lui. A quanto pare, il felino lo disprezzava profondamente. Delprete, a quella reazione del suo gatto, si sentì profondamente amareggiato e abbattuto. Il senso di abbandono e l’esclusione erano una costante nella sua vita, una sorta di fastidioso rumore di fondo. Soffriva terribilmente di una solitudine atavica, con l’aggravante che percepiva quella sensazione anche in compagnia di altre persone, non avendo in verità mai trovato un posto nel mondo, una collocazione che lo facesse sentire a suo agio. La sua vita online, la sua presenza ossessiva sui social costituivano per lui l’unico sfogo e diletto, nonostante non fosse in grado di ammettere a se stesso di esser divenuto totalmente dipendente dalle reazioni dei suoi follower, che ormai intervenivano più per abitudine che per reale stima nei suoi riguardi.

D’un tratto, dei colpi alla porta d’ingresso lo destarono da quei pensieri cupi. Delprete sobbalzò, chiedendosi stupito chi mai potesse presentarsi a casa sua a quell’ora. Un lume di speranza s’accese nei suoi occhietti non troppo svegli, dato che avrebbe finalmente avuto l’occasione di interloquire con una persona in carne e ossa, qualcuno che non appartenesse alla sua famiglia d’origine, magari una donna, perché no. Erano forse anni che non intratteneva alcun tipo di relazione con una ragazza e l’unica possibilità che aveva escogitato per sublimare nevroticamente la sua libido era tramite le parolacce utilizzate per concludere i suoi post infantili, nella convinzione che divertissero i suoi seguaci, facendolo sentire alla stregua di un autore satirico.
S’alzò dal divano color caffè, fece pochi passi sul finto parquet giallastro, che, come tanti, pronunciava “palqué” e, con una tenue speranza, indossando delle pantofole Ikea da quattro soldi, si avvicinò alla porta d’ingresso e l’aprì. Quella speme si trasdusse immediatamente in terrore, quando realizzò chi fossero i due individui sulla soglia, incredulo di ritrovarseli davanti in carne e ossa. Sentì una forte fitta allo stomaco.

– Si può? – fece con tono solenne e perentorio Matteo Salvini, guardando Delprete con aria di sfida.

– Ma…veramente…è un po’ tardi sa… – replicò Delprete, balbettando, quasi paralizzato dallo shock.

– No? – fece ancora Salvini, con tono strafottente. Indossava gli occhiali color pannolino e la sua solita camicia bianca, con le maniche rimboccate. Al suo fianco, un uomo alto e robusto, in abito istituzionale, sfoggiava una sgargiante cravatta rossa, mentre lasciava cadere le braccia dalle sue possenti spalle lungo i fianchi, guardando di sbieco il leader della Lega e reclinando leggermente il capo dalla chioma ormai ingrigita, serrando le labbra in una smorfia che suonava come una via di mezzo tra sicumera e disgusto, annuendo lievemente: era Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti d’America.

– Ma figuratevi, prego, entrate pure, siete i benvenuti a casa mia… – fece Delprete fingendo di ricomporsi, teso come una corda di violino, ma divenuto insolitamente ossequioso e servile.

– Ah, questa sarebbe una casa? Donald, occhio a non perderti qui dentro, eh! – fece l’ex ministro dell’Interno, caustico, scoppiando in una risata. Trump guardò ancora il suo complice, muto, conservando la medesima espressione e annuendo con sicumera.

I due politici fecero il loro ingresso nel minuscolo appartamento, mentre Delprete se ne stava ancora sulla soglia, raccolto nelle spalle con aria intimorita, intanto che i due leader perlustravano con minuzia quella modesta abitazione. Salvini si avvicinò alla scrivania di Delprete, mentre Trump si sedette sul divano a braccia conserte, senza proferire verbo. Il leader della Lega si accomodò alla scrivania, aprì il laptop, aspettò qualche secondo perché si riavviasse, in un’attesa silente e carica di tensione, finché lo schermo non mostrò nuovamente il web browser con il profilo Facebook di Delprete in bella vista. Diede una scorsa ai post, finché non invitò il leader repubblicano ad avvicinarsi.

– Donald, vieni qui, vieni a vedere… – fece Matteo Salvini con moderato entusiasmo. Trump si alzò con fierezza dal divano. La sua imponente e ingombrante figura si stagliava in quella casa modesta, occupando spazio. Con passo sicuro, si avvicinò alla scrivania, appropinquando il suo volto allo schermo del computer e assumendo un’aria indagatrice. – Dai un’occhiata a questo… – insistette Salvini. Era un post risalente al 4 novembre 2020, nel quale Delprete dava del verme e del vecchio clown all’ex-presidente, in risposta a un tweet nel quale “The Donald” reclamava la sua vittoria in Pennsylvania nel corso degli spogli relativi alle ultime elezioni presidenziali. Trump strinse gli occhi e, con fiero contegno, annuì. Si mise ritto sulla schiena e si voltò verso Delprete, che nel frattempo aveva preso posto su una sedia da quattro soldi posizionata accanto al divano, lo fissò negli occhi con aria severa e disse:

You are a nasty, vindictive, horrible person!

– Cosa? – fece Delprete terrorizzato, incapace com’era di capire l’inglese parlato.

A quel punto, Salvini si alzò e si avvicinò lentamente a Fabrizio, ormai totalmente in preda alla confusione e annebbiato da un terrore cagionato dal fatto che qualcosa di terribile stava per accadergli.

– Lo capisci l’inglese, fenomeno? – fece il leader della Lega con sicurezza.

– Cosa? – replicò ancora Delprete.

– Ah, no? – fece ancora Salvini, sempre più minaccioso.

– Cosa? – ormai era divenuto un disco rotto.

Trump annuì sconsolato, sospirò e diede nuovamente le spalle a Delprete, continuando a perlustrare la casa. Nel frattempo, Salvini aveva afferrato il tavolo accanto al divano e, in uno scatto di rabbia, lo rovesciò a terra, facendo cadere rovinosamente al suolo gli oggetti che vi poggiavano sopra.

– Di’ cosa un’altra volta! Di’ cosa un’altra volta, figlio di puttana! Ti sembriamo delle puttane forse?

– N…n…no, no!

– E allora perché hai cercato di fotterci? A noi non piace farci fottere da nessuno, eccetto che da Francesca e Melania, non necessariamente in quest’ordine! – urlò Salvini. A quel punto, sfogata la sua ira, fece uno dei suoi sospiri artefatti, ricomponendosi. Annuiva velatamente, guardando Delprete con un’aria di pena e commiserazione acuta, il quale era sul punto di scoppiare in lacrime, mentre si agitava freneticamente sulla sedia, tenendo entrambe le mani sopra la testa e occultando il volto tra i gomiti.

– Dì un po’, fenomeno – fece Salvini – preghi ogni tanto?

Delprete fece sbucare il suo sguardo dalle braccia, incrociando quello del Capitano. Inarcò le sopracciglia in un’espressione di dolore e paura e proferì, singhiozzando timidamente:

– S…sì…

Salvini, in quel momento, lo guardò con benevolenza, come si guarda a un fratello minore un po’ discolo, sospirò ancora e abbozzò un sorriso. – Bene! – gli rispose. A quel punto, estrasse dalla camicia il suo famoso rosario, lo baciò come sempre e disse:

– Allora pregheremo insieme, fenomeno, oggi è il tuo giorno fortunato! Dai forza, insieme a me. L’eterno riposo, dona loro Signore… lo conosci il testo, sì?
– Cosa? – Delprete si stava agitando di nuovo.
– Prega con me, avanti, fenomeno: L’eterno riposo, dona loro Signore…

Delprete, confuso, spaesato e impaurito, guardò ancora Salvini. Sapeva di non avere molta scelta e a quel punto, fece eco al leader leghista.

L’eterno riposo, dona loro Signore
…e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen!
…and Awomen! – fece Delprete convinto, ricevendo in risposta un ceffone in pieno viso, il cui suono riecheggiò in tutta la stanza. Trump si era voltato per un istante, distratto dal rumore di quello schiaffo, per poi ricominciare a perlustrare la casa, scuotendo la testa in segno di disapprovazione.

– Non fare lo spiritoso, figlio di puttana, prega come Dio comanda! – fece severo Salvini.

Delprete proseguiva con voce rotta, ormai consapevole di non avere scampo, privo di un’idea chiara in merito a ciò che l’attendeva: – L’eterno riposo, dona loro Signore…

– Donald, avvicinati pure, ci siamo quasi, tu intanto non fermarti e prega, coglione! – disse il Capitano. Trump si avvicinò e si posizionò alla destra di Delprete che continuava a recitare ciclicamente la nota orazione in onore dei cari estinti. A seguire, Salvini si liberò del suo rosario e lo appese al collo di Delprete, porgendo il crocifisso nella sua mano.

– Bacialo ora, ripetutamente! – ordinò il leader della Lega.

Delprete, ormai totalmente stremato e fiaccato nella volontà, eseguì senza opporsi. Con sguardo spento, faceva schioccare le sue labbra sull’immagine di Cristo, quest’ultimo forse caduto in una pena ancora più crudele della crocifissione. Intanto, Salvini si posizionò alla sua sinistra, si accovacciò, estrasse lo smartphone dalla tasca sinistra e lo sollevò in modo i tre cadessero nell’inquadratura, esibendo il più smagliante dei suoi sorrisi. Anche Trump si era accovacciato, sorridendo senza mostrare denti e labbra, alla sua maniera, finché il leader della Lega non scattò la foto. Si alzò in piedi e ne osservò compiaciuto il risultato, raggiunto immediatamente da Trump che avvicinò il volto allo schermo dello smartphone, poggiando amichevolmente la mano sulla spalla del Capitano.

– Niente male, vero Donald? Sembriamo davvero un terzetto affiatato, un trio di amici di vecchia data. Guarda com’è venuto bene il fenomeno, con quanta fede bacia il rosario. – Trump annuì con convinzione e stima nei riguardi del suo collega italiano.

Fu solo a quel punto che Delprete realizzò quale fosse l’idea dei due politici sovranisti, in quel bizzarro quanto insolito vertice bilaterale tra Italia e Stati Uniti d’America. Piagnucolando, strillò:

– No, no, no! Vi supplico, non fatelo! Vi scongiuro, no! Questo, no!

Salvini guardò di sbieco Delprete, sorridendogli in maniera machiavellica e, a quel punto, si accomodò nuovamente alla scrivania. Una volta seduto, si rivolse per l’ultima volta a Fabrizio, esclamando:

– Questo sì, fenomeno…

Ci mise un attimo: collegò con un cavo USB il suo smartphone al laptop e caricò la foto appena scattata su tutti i profili social di Delprete, accompagnando quell’immagine alla seguente didascalia:

Solo gli imbecilli non cambiano idea.
Annateveneaffanculo testedecazzo!
#salvini #trump #sovranismo


Gli effetti di quel post si scatenarono dopo pochi secondi. Quella foto costituiva un ignobile tradimento nei confronti di tutti coloro che lo avevano seguito fino a quel momento. I suoi seguaci commentarono inviperiti quell’imperdonabile voltafaccia del loro idolo, finché, dopo pochissimi minuti, lasciarono in massa i suoi profili, facendolo cadere immediatamente nel dimenticatoio. Delprete, per ogni follower perso, percepiva il lento e inesorabile crepitio del suo cuore spezzarsi. Ripensò agli anni d’oro, al successo ottenuto con quelle blande battaglie politiche accompagnate dalla sua ruspante semplicità pugliese, nella convinzione che un domani avrebbe potuto vivere solo di quello, ma fu in quel momento che, al contrario, la cruda realtà gli venne sbattuta in faccia impietosamente: non avrebbe mai recuperato nessun tipo di credibilità. Qualsiasi cosa avesse pubblicato successivamente, non avrebbe avuto più alcun peso. Era finito, del tutto. Non aveva altra scelta: doveva trovarsi un lavoro modesto o, in alternativa, tornare a casa dei genitori e continuare a farsi mantenere. Avrebbe optato per la seconda opzione, era troppo tardi per iniziare a lavorare sul serio. Troppo tardi per far fatica. Troppo tardi per tutto.

Trump e Salvini, compiuta la loro missione, uscirono senza salutare dallo squallido monolocale, seguiti a ruota dal gatto, il quale in quell’istante capì che avrebbe avuto senz’altro una vita migliore e più dinamica come randagio.

La porta si chiuse. E in quell’istante, Delprete toccò con mano la sua pochezza, la sua ultima solitudo. Era stato nient’altro che un becero fuoco di paglia, come ce ne sono tanti.

Cadde in ginocchio al suolo, cacciò un urlo lancinante e scoppiò in un pianto disperato.

Si era ormai fatto nulla, nulla assoluto.

Lontano

In questa traversata nel deserto,
appresi a distaccarmi dai miraggi
ed empio già salpai nel mare aperto
gettandovi bottiglie con messaggi;

fu mesto. Ormai salpata ebbi sofferto,
ma smisi di sfamarmi degli omaggi
che scempio e molti guai m’ebbero offerto,
sì preso ormai a disfarmi di quei saggi,

per esser piuma che libra nel vento
anche capace di libero arbitrio
con meno pesi su un cuore ferito.

Veleno, illeso, da spore, inasprito,
non più mendace. Sì fiero me mitrio,
qual re del fiume; non vibra un lamento.



Teoria e Pratica del Gender

Riflettevo, come uomo e padre di famiglia, sulle conquiste ottenute da noi donne con il femminismo, sulla parità di genere, sulla lotta contro il patriarcato, nello specifico nei confronti dei temibili uomini di quest’epoca, fino allo scorso anno, prima della pandemia, taciturni animali da compagnia dagli occhi spenti di donne in cerca d’intrattenimento isterico e in preda a desideri capricciosi presso notti bianche, concerti, serate, eventi, mostre. Guardo costernato quelle foto ormai risalenti a un’epoca antica, che immortalano gruppi eterogenei di uomini e donne, almeno da un punto di vista biologico, donne e “maschi di donna”, soffermandomi su questi ultimi, contriti, privi di slancio, svuotati, ammaestrati come cani da compagnia, probabilmente muniti solamente d’un minuscolo orifizio utile alla minzione, tristemente piallati lì nell’area circostante, dove non batte il sole. Non posso fare a meno di pensare a quanto tutta questa gente si sia magari frequentata anche per diversi anni senza aver avuto nessun tipo di flirt, nessun approccio, reciprocamente spaventati da quest’idea, nel timore di rovinare una “bella amicizia”, nell’attesa di una persona giusta, sognata e astratta, che tarda ad arrivare perché abbiamo dato priorità all’intelletto e a qualsiasi tipo di razionalizzazione, terrorizzati dalle pulsioni vitali dell’eros. In una parola, per usare un eufemismo, osservo quelle foto e vengo pervaso da un angosciante, soffocante e opprimente senso di morte.

Rifletto sulla liquidità di questa vita moderna, per dirla con Bauman, che ci ha dato l’illusione di poter essere dei camaleonti, capaci di tramutarci in qualsiasi cosa volessimo, rendendoci in verità degli individui privi di identità definita, cavie perfette di una spietata società dei consumi, e giungo alla conclusione che, tutto sommato, con queste mie nuove fattezze, sono davvero un gran pezzo di fica. Penso che queste mie sembianze femminee potrebbero drasticamente innalzare il numero di “like” e “followers”, questa pagina si popolerebbe in breve tempo di altri “maschi di donna”, i quali sosterebbero senz’indugio su questo inutile spazio pieno di invettive e frustrazioni contro il mondo, paradossi e penose poesie, riempiendo i miei post di reazioni e commenti lusinghieri, massaggiandosi nel mentre il campanaccio nella remota speranza di potermi un giorno incontrare per congiungersi carnalmente con me.

Rifletto su tutto questo, intanto che la pioggia ha smesso di cadere e il sole è finalmente tornato a splendere, rileggo quanto ho scritto, correggendo eventuali refusi con maniacale puntiglio e, premettendo che non ve la darò mai, non giungo a nessuna conclusione, nessuna risposta.

E va benissimo.

Così.

Buona domenica.