Rientri Prenatalizi

Abbiamo sognato, anche solo per un attimo, abbiamo desiderato un domani migliore per il nostro paese, abbiamo sperato che il virus fosse venuto non a metter pace, ma spada, venuto a separare evangelicamente il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera, alla stregua d’un nuovo Messia, un Cristo al quadrato, un figlio, un nipote di Dio, ma va bene anche un cugino di secondo grado, un invisibile e malandrino redentore venuto a crear scompiglio per mettere finalmente fine all’aberrante familismo amorale che governa questo paese devastato da usi e costumi dal sapore oscurantista, nel quale piccoli clan, i cui membri sono legati da invisibili patti generati da spinte endogamiche al limite dell’incestuoso, pensano unicamente a coltivare il proprio orticello. Abbiamo sperato, ma non c’è stato verso: eccovi qui, salire su treni stracolmi con una settimana d’anticipo prima della chiusura natalizia, ammassati come acciughe, sudati e puzzolenti, carichi di biancheria da far lavare e stirare, biglietti che costano quanto un mese d’affitto per un trilocale in Corso Sempione a Milano, per tornare dai vostri cari, mossi dai sottili fili della colpa con i quali le vostre madri e i vostri padri continuano a tenervi sotto scacco, a gettare ulteriore benzina sul fuoco dei vostri matrimoni precari e a tarparvi le ali, uccidendo i vostri sogni e desideri e causandovi continuo dolore. Eccovi, schiavi, perpetuatori di una mediocrità tramandata di generazione in generazione, sempre più rassegnati a un destino disegnato dal giudizio e dall’invidia altrui, in una stabilità rassicurante per tutti, ingabbiati in tiepidi affetti che mascherano rancori latenti e in una vita banale e monotona, come tante. Eccovi qui, Casa Surace come modello di vita.

E adesso scusatemi, sono appena rientrato a casa dei miei dopo dieci ore di treno e mi chiamano per cena. Buona serata.

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