Canale Anale

Questa è bellissima. Qualche tempo fa, su Amazon, compare un libro, un saggio, un agile volume dal titolo inequivocabile: “Perché Salvini merita fiducia, rispetto e ammirazione.”Un titolo talmente accattivante per orde di leghisti, che in breve il libro scala le classifiche. A molti non sembra vero: un saggio, all’apparenza serissimo, di un noto politologo internazionale, il grande Alex Green, che finalmente attribuisce al “capitano” i meriti che giornaloni e intellettuali italiani brutti e cattivi non gli hanno mai voluto riconoscere.Solo che, quando il libro arriva a casa, non appena lo aprono, si ritrovano davanti 110 pagine interamente bianche: un quaderno per gli appunti, insomma. D’altronde l’autore era stato onesto nella descrizione: “Questo libro” aveva scritto, “è pieno di pagine vuote. Nonostante anni di ricerche, non abbiamo potuto trovare niente da dire su questo argomento.”Solo che richiedeva uno sforzo troppo grande per il leghista semplice: leggere.Genio assoluto.

Lorenzo Tosa aveva appena concluso il suo ultimo post, con la consueta retorica stucchevole, ma tanto efficace nel catturare consensi e fare proseliti sulla base d’un sentimentalismo spicciolo e d’un’opposizione cieca e manichea nei confronti di Matteo Salvini. Si era ormai fatta sera e aveva pertanto programmato la pubblicazione del post alle ore diciassette del giorno successivo, cercando di sfruttare il traffico d’utenti, normalmente intenso a quell’ora, con lo scopo di ottenere maggiori reazioni e consensi. A dire il vero, si sentiva anche piuttosto stanco e non aveva voglia di passare tempo ulteriore su Facebook, oltre che di rispondere ai vari oppositori che normalmente pullulavano sulla bacheca della sua pagina e ne mettevano in evidenza le sue contraddizioni. A questo proposito, gli tornò alla mente lo scambio avuto con una donna di bella presenza che, nel giorno del suo compleanno, gli aveva fatto presente in un commento che portava malissimo i suoi anni. – Puttana! – disse fuori dai denti Tosa, ripensando a quella fanciulla verso cui, pur facendo finta di nulla, fondamentalmente provava un intenso desiderio sessuale, per quanto sapeva benissimo che non sarebbe mai stata sua, considerando quanto fosse distante dalle sue idee politiche. Tosa, nella vita reale, pensava cose che non avrebbe mai scritto in uno dei suoi post caramellosi. Era in realtà profondamente misantropo, per quanto egli stesso fosse inconsapevole di ciò. Da tipo estroverso qual era, in senso junghiano, non era uso a scrutare i moti del suo inconscio. Tosa era definibile come un individuo costituito da puro intelletto. Tutto quanto apparteneva alla sua interiorità e al suo corpo, era per lui trascurabile e privo di utilità.

– Sono molto stanco. Quest’oggi è stata una giornata difficile. Una giornata molto difficile. Penso che mi recherò in soggiorno. Sì. A rilassarmi. Con qualche video. Su Youtube. – Tosa si era imposto di pensare esattamente nello stesso modo perentorio in cui scriveva, evitando il più possibile l’utilizzo delle subordinate, in modo da autoconferirsi una ferrea disciplina e rendere il più naturale ed efficace possibile lo stile dei suoi scritti.

Entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Toto, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale. L’immagine in anteprima era inconfondibile: in primo piano, vi erano una serie di rughette, ben delineate, le quali convergevano verso un foro angusto e scuro, dal quale trapelava un’inquietante peluria vagamente sudaticcia.

– È il primissimo piano. Di un ano. Un buco. Di culo. – pensò Tosa, osservando quell’immagine con un’aria tra il perplesso e il guardingo, scandendo i pensieri e, al solito, evitando come la peste le subordinate.

Incuriosito e leggermente divertito, Lorenzo cedette alla curiosità e decise di avviare quel video, alquanto inusuale per una piattaforma che faceva della censura ai contenuti volgari uno dei suoi capisaldi.

Il video iniziò a riprodursi, aveva una durata di un’ora. Tosa attivò la modalità schermo intero e si distese comodamente sul divano. Quell’ano lo fissava silente, bruno come la pece, mentre i minuti trascorrevano e nulla accadeva. Tosa pensò che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto e decise che era giunto il momento di interromperlo per passare ad altri contenuti, quando all’improvvisò, dallo schermo s’udì una voce che lo fece trasalire:

– Tu, avviscinati

Tosa sobbalzò. – Cristo. Santo! – proferì angosciato.

– Non imprechi, per cortesia, è alquanto disdiscevole! – Quel parlare strascicato e paternalista gli rimembrò improvvisamente un timbro vocale noto, familiare.

– Con chi ho il piacere? Di parlare? – scandì Tosa in maniera perentoria, benché la voce gli tremasse vagamente a causa dell’inquietudine.

– Sono l’ano del Presidente del Consiglio dei Ministri.

– Presidente! Conte! – Tosa era straziato dall’emozione, non riusciva a credere di essere in contatto con il suo politico preferito.

Disciamo che lei è un po’ duro di comprendonio, caro Tosa. Le ho detto che sono l’ano del presidente del consiglio, non il presidente del consiglio!

– Ma lei ha la stessa identica voce del suo legittimo proprietario!

– Forse perché non fa molta differenza tra quello che esce dalla sua bocca e quello che esce da qui! – rispose l’orifizio della quarta carica dello stato, caustico. A quell’affermazione sarcastica, fece seguito una risata divertita.

– Non dica così. Considero il suo proprietario il più grande politico che il nostro paese abbia mai avuto. Uno statista. Un gigante tra i nani. L’unico in grado di tirarci fuori da questa tragedia. Questa pandemia. Che tante vittime a mietuto. Finora.

– Tosa, cortesemente, tutta questa punteggiatura mi sta fascendo venire il mal di testa, dovrebbe, se mi consente, utilizzare maggiormente le subordinate. A questo proposito, disciamo che ho avuto modo di dare una sbirsciata alla sua pagina Facebook. Vedo che la seguono in tanti, taluni con molto affetto, altri invesce proprio non la tollerano. Devo dire che di recente i suoi contenuti sono particolarmente lusinghieri nei miei riguardi, per quanto tempo fa Ella mi aveva additato come un burattino nelle mani di Di Maio e Salvini. Come aveva definito in un suo post Guy Verhofstadt, che mi definì in tal guisa durante un dibattito al Parlamento Europeo? “Gigantesco”, giusto?

– Presidente, non faccia così, mi spiace che se la sia presa. Mi rincresce. Ma in quei tempi, quei tempi bui, lei era alleato con un politico. Tra i più pericolosi. Della storia della nostra repubblica. Salvini. Matteo Salvini.

– Guardi Tosa, posso capire che quell’alleanza alquanto insolita abbia generato delle ambiguità sulla mia persona, ma le posso garantire che quel post, sinsceramente, mi ha stupito. Lei offende se fa così!

– Mi dispiace. Presidente, mi permetta di dirle che…

– Guardi, la interrompo subito. Non occorre che si scusi. Sappia che, accedendo a questo canale Youtube, ha avuto in realtà la possibilità di farsi perdonare. Le posso solo dire, con molta chiarezza, che in questo momento stiamo fascendo la storia.

Tosa ebbe la pelle d’oca nell’udire quelle parole. Non avrebbe mai creduto che una parte del presidente del consiglio in persona, seppur tra le più turpi, avrebbe potuto proferire quello slogan efficace nei suoi riguardi. Spalancò gli occhi e uno stupido sorriso gli si stampò in volto. Altri moti inconsci fecero capolino nel suo animo, ma anche in quella circostanza, decise di ignorarli, per automatismo nevrotico.

– Cosa posso fare, Presidente?

– Tosa, guardi, le posso solo dire che anche in questo caso, non agirò con il favore delle tenebre. Questo ano la sta guardando dritto in faccia. La invito pertanto ad avviscinarsi allo schermo.

Tosa eseguì, senza farsi troppe domande. Si sollevò dal divano, si stiracchiò e, a quel punto, fece qualche passo verso lo schermo della sua smart tv.

– Ancora più viscino… – proferì il buco del culo dell’avvocato del popolo.

Tosa poggiò entrambe le mani sui fianchi e si piegò di novanta gradi, avvicinando il suo volto a pochi centimetri dallo schermo. E fu a quel punto che avvenne l’impensabile: le chiappe del primo ministro italiano emersero crudamente dallo schermo. Erano autentiche, tangibili e palpabili, due autentiche focacce di carne che circondavano inesorabilmente quell’orifizio loquace dal piglio istituzionale.

– Può lambirle, dottor Tosa. Guardi, disciamo che le si sta palesando dinanzi una grande occasione.

Tosa deglutì. Era lacerato da stati d’animo contrastanti: da un lato si sentiva preda d’un intenso desiderio di stampo masochistico, dall’altro provava un vago disgusto per quell’ano peloso dal quale trapelava un leggero odore di cloaca. Si sentiva al contempo vivo e morto, a guisa d’un servile gatto di Schrödinger. Fissò ancora a lungo il buchino del professore, prima di prendere una decisione.

– Non sia timido Tosa, lei ha l’opportunità, finalmente, di passare dalle parole ai fatti! – insistette persuasivo l’ano di Giuseppi.

Fu quella la frase che convinse una volta per tutte Tosa, il quale inspirò profondamente e fece quello che andava fatto: estrasse la sua sapiente linguetta e, con fare certosino, iniziò a leccare quel foro minuto in tutte le sue parti anatomiche visibili. Poggiò entrambe le braccia, aggrappandosi tenacemente con le mani, su quelle terga prorompenti, che al contempo, a seguito dei colpi inflitti dal giornalista, iniziarono a vibrare. Tosa mise da parte ogni perplessità, era ormai totalmente coinvolto in quel pasto e, completamente in balia della sua eccitazione, afferrò con maggiore intensità le chiappone catodiche del presidente del consiglio, mentre seguitava a sguinzagliare freneticamente la sua lingua su quell’ano impertinente. D’un tratto, avvinghiato a quei glutei alla stregua d’un koala, affondò finalmente con vigore la sua lingua penetrandolo, mentre mani, braccia e volto affondavano sempre di più in quel gigantesco deretano. Tosa era ormai in balia del piacere, si sentiva del tutto posseduto da quel mostruoso culone, al punto che fu ormai troppo tardi, quando si rese conto di esserne ormai invischiato e di non essere più in grado di venirne fuori. La sua lingua era ormai totalmente risucchiata da quel buco nero, mentre braccia e gambe affondavano totalmente nelle carni del sederone di Conte, che aveva assunto una consistenza gelatinosa e appiccicaticcia.

– Bene, Tosa, adesso chi è comanda? Chi è il burattino? Rispondi, figlio di puttana! – fece con sadica soddisfazione il culacchione vischioso del presidente del consiglio.

– Mmm…’a pre’o…mi ‘ibe’i…non e’pi’o!!! – farfugliò Tosa, ormai non più in grado di proferire alcuna parola che fosse intellegibile.

– Caro Tosa, si prepari ora: sta per arrivare il gran finale, la ciliegina sulla torta.

– MMM…’o, ‘o, ‘o, ‘a ‘ego!!! – rispose convulsamente Tosa.

– E invece sì, caro Lorenzo, sta per arrivare quanto il mio proprietario aveva promesso tempo fa, subito dopo la chiusura degli esercizi commerciali: la potenza di fuoco.

Il fondoschiena iniziò a vibrare con maggiore intensità, al punto che le scosse si diffusero in tutto il soggiorno, provocando delle crepe nel soffitto. Tosa sapeva a cosa stava andando incontro e fu dunque quello il momento in cui vide istantaneamente la sua vita passargli davanti. Rivide suo padre, assente e preso dal lavoro, brusco e privo di attenzioni nei suoi riguardi, che tanto dolore gli aveva causato da bambino. Provò nuovamente le pene della trascuratezza e della mancanza di una figura maschile forte che si prendesse cura di lui. Rivide la sofferenza e il dolore di sua madre, la quale riversava su suo figlio tutta la frustrazione causata da un marito inesistente e, per certi versi, brutale, inondandolo di lamentele tossiche che gli avevano fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, al limite dell’alienazione parentale, e lo avevano trasformato in un femminista sfegatato. In quell’istante, Tosa realizzò che le sue incapacità con le donne, dovute a una compiacenza atavica e inconcludente nei riguardi del gentil sesso, erano state causate proprio da sua madre, verso la quale provò improvvisamente un violento rancore. Realizzò, in quell’eterno istante, che il femminismo di facciata e progressista che utilizzava per i suo post allo zucchero, derivava originariamente dall’inganno che sua madre aveva perpetrato nei suoi riguardi, da un complesso di Edipo irrisolto, ragion per cui non aveva ancora perso la verginità alla veneranda età di trentasette anni. Ebbe il tempo di formulare un ultimo pensiero, un ultimo saluto alla donna che gli aveva donato la vita, prima di andare incontro al suo destino:

– Vai a farti fottere, vecchia puttana!

Fu in quel preciso istante che le vibrazioni e le scosse si interrupperò di colpo. L’ano del presidente del consiglio si schiuse a guisa d’un gelsomino a primavera e, dopo un microsecondo, un battito d’ali d’una farfalla, un istante quasi eterno, emise uno scoreggione rumoroso e devastante, che causò la caduta di alcuni calcinacci nel soggiorno, a cui fece seguito una violenta fiumana di diarrea che scaraventò Tosa contro la parete, mentre quei potentissimi getti di merda lo sommergevano fino a coprirlo totalmente, a renderlo completamente indistinguibile dalle feci, per quanto non si trattasse di una differenza particolarmente marcata. In tutto il soggiorno, la pioggia di merda rumoreggiava come una grandinata di milioni di rospi. Tosa gorgogliava frasi incomprensibili, mentre sbatteva ripetutamente i palmi delle mani e i talloni contro il muro, alla ricerca di un disperato appiglio per liberarsi da quella punizione umiliante, mentre quel geyser di materia fecale allo stato liquido lo teneva violentemente incollato alla parete, non lasciandogli scampo alcuno.

Quella doccia scura durò circa una mezz’ora, fino a quando l’ultimo fiotto colpì in pieno il volto di Tosa, il quale, finalmente, ricadde svenuto al suolo, completamente ricoperto di cacca fumante.

Fu quello il momento in cui quel video paradossale si concluse. Cinque secondi dopo, sarebbe andata in onda l’ennesima diretta del Presidente del Consiglio, nella quale avrebbe annunciato il contenuto dell’ennesimo, confuso DPCM a tutela della salute dei cittadini per la gestione della pandemia da Covid-19.

Nel frattempo, in casa Scanzi, il buon Andrea entrò in soggiorno, si adagiò sul divano e accese la smart TV, collegandosi immediatamente a Youtube. Non sapeva esattamente cosa guardare, probabilmente si sarebbe sparato un bel live dei Pink Floyd, fino a quando non avrebbe preso sonno. Rimase per un po’ a fissare lo schermo del suo moderno televisore, dubbioso sul da farsi, finché nella home page di Youtube, tra i video consigliati, la sua attenzione non cadde sull’anteprima di un curioso filmato realizzato da un certo Canale Anale.

Dove Si Va Adesso?

Dov’è che condurrai quest’intervallo,
or che la solitudine accompagni?
Vuoi dir che coglierai noi tutti in fallo
e grave l’egritudine ristagni?

Sicché ci ridurrai com’un vassallo,
io ch’ero d’abitudine a guadagni?
Vuol dir ci renderai come cristallo,
a ignava inettitudine compagni?

Adesso alle latebra sol m’affido
di cui soltanto son conoscitore
e fuor di me ch’accada ciò ch’accada.

Sia il cor giammai l’invada e che non cada,
se lui, frattanto, è il sol esplicatore
oppresso d’eco ch’è ebra, ma ti sfido!

Depressione Ostentata

Volevo approfittarne per ringraziare un affezionato lettore, il quale mi ha parlato con molta passione degli Alice In Chains e mi ha permesso di conoscere e approfondire questo gruppo. Mi ha colpito in particolare la versione “unplugged” di questo brano, “Down In A Hole”. In questa performance dal vivo, il cantante Layne Staley, fisicamente e psicologicamente logorato, tira davvero fuori tutta la vita che gli era rimasta, nonostante fosse totalmente in balia di una purtroppo irreversibile depressione e di una tossicodipendenza da eroina. Staley è finito “in un buco”, per l’appunto, e non è stato capace di uscirne.

Ecco, prendo spunto da questa autentica opera d’arte che renderà la buonanima di Layne immortale, perché ultimamente mi fa sorridere una certa ostentazione di malessere sui social, tramite la quale si cerca di mercanteggiare la propria dignità personale per elemosinare un briciolo d’affetto. Sembra quasi che essere ansiosi, depressi, “borderline”, sia divenuto un vezzo, una peculiarità di cui andar fieri in modo da sentirsi più affascinanti e più interessanti. Purtroppo, tocca darvi una delusione anche questa volta: siete banali, noiosi, prevedibili e, soprattutto, per nulla interessanti e attraenti. Oltre a ciò, mi sento di aggiungere una postilla: se foste davvero depressi, e, perché no, anche eroinomani, i social network dovrebbero essere un vero e proprio museo online, una sorta di virtuale accademia delle belle arti, con contenuti ricchi di fotografie, pitture, musica e letteratura di altissimo livello. Insomma, da un punto di vista artistico questi anni dovrebbero teoricamente costituire un nuovo Rinascimento, che tra l’altro sarebbe in linea con un papato per certi versi velatamente simile a quello di Alessandro VI, visto che anche a Bergoglio, in fin dei conti, piace la fica, visti gli ultimi apprezzamenti fatti su Instagram a una procace modella brasiliana. Invece, al solito la triste e mesta realtà: siete in grado di produrre solo post scontati, il più delle volte sgrammaticati, a cui si accompagnano fotografie di merda con i vostri patetici primi piani in cui ostentate profondità e nel frattempo vi date all’accattonaggio affettivo, per un presunto amore che mamma e papà non vi hanno dato quando eravate bambini.

Caso mai è il contrario, dal mio punto di vista, i vostri genitori non vi hanno dato sufficienti cinghiate sul culo.

Buon ascolto.

E Finché Vivo

È un canto seducente d’usignolo,
d’altrui debilità e cupidità,
intanto, è già esauriente e spicca il volo.

Diffido dello sponsio autoritario,
di cui, in prosperità, fatto viltà,
è infido ed il responso è ben precario.

Miei demoni, mia vita, o grande Divo,
egemoni, m’affido; e finché vivo.




La pandemia della crescita personale

Ma quanto è tossica questa peste nera della crescita personale? Gente che fino a un giorno fa non sapeva allacciarsi le scarpe, improvvisamente scopre di poter diventare qualcuno leggendo qualche manuale di automiglioramento, a mio modesto avviso classificabile nella categoria degli “hot dog della letteratura” o “junk books”. D’altro canto, questa è tutta robaccia importata dagli Stati Uniti, che ci sta trasformando in ibridi inquietanti, degni di un film di Cronenberg: da un lato ci sentiamo ambiziosi e onnipotenti come gli americani, d’altro canto siamo lacerati da un atavico senso di colpa di matrice catto-comunista, portandoci a un dissidio interiore che ottiene come unico risultato quello di apparire in verità dei patetici buffoni, manipolabili dal vero potere, che ci lascia fare, ci lascia sentire “leader di noi stessi”, sapendo che in questa ridicola mascherata, altro non siamo che marionette che si sporcano le mani al posto di chi comanda il vapore.

Mi sento di dirvi le cose come stanno, al solito con il mio fare un po’ monello e birbante: l’unico miglioramento personale è il peggioramento personale. Prendiamo atto di quanto facciamo in realtà schifo, cerchiamo di conoscere a fondo le nostre miserie, le nostre menzogne verso noi stessi innanzitutto e poi verso gli altri, le nostre pulsioni primitive, finiamola di venderci per ciò che non siamo.

Anche perché, sappiatelo, traspare tutto. Più fingete di essere qualcuno, più chi vi circonda vi guarderà con un’aria di pena acuta nei vostri riguardi e, nel caso migliore, alzerà gli occhi al cielo e starà alla larga da voi.

Promesse

Promesse di potere seduttrici,
malcelano posticce libertà,
promesse di sirene ammaliatrici
trapelan da maestri d’omertà;

repressi i lor voleri, meretrici,
non svelano gli impicci, in sicurtà
repressi gli ori e averi, schernitrici,
già belano, senz’estro, in povertà.

E son terribili giorni di lotta,
e scontri senza sconto contro l’ombra
che veggo e che progetto fuor di me,

ma seggo da reietto, e dunque, ahimé
m’incontro e poscia affronto quanto ingombra.
Mi sento orribile, torno alla grotta…

Ilario e il lavoro di squadra

Come sempre, era stata una durissima giornata per Ilario. Il giovane informatico trentenne, ormai esausto, spense finalmente il computer. Era ormai da mesi che lavorava da casa, a causa delle restrizioni imposte dal governo per effetto della pandemia da Covid-19. L’effetto della cocaina sniffata ore prima stava ormai scemando. Anche stavolta, aveva lavorato fino alle undici di sera, al solito carico di progetti e di scadenze da rispettare, ai quali non era stato in grado di dir di no, nella convinzione ingenua, al solito accompagnata da un entusiasmo di facciata derivante da un’educazione cattolica fatta di oratori e ritiri spirituali, che a una mole maggiore di lavoro avrebbe coinciso finalmente il riconoscimento che gli spettava, che i suoi sacrifici avrebbero ottenuto l’amore e l’apprezzamento dei suoi responsabili e colleghi. Erano ormai passati mesi dall’ultima volta in cui aveva fatto l’amore con sua moglie. In quell’ultima squallida circostanza, ci era riuscito grazie a un aiuto farmacologico di colore azzurro. Lui era durato quindici secondi, lei era rimasta nuovamente incinta. Martina, così si chiamava la sua sposa, bella e dolcissima, sopportava la situazione cristianamente e pazientemente. In fin dei conti, era fortunata a stare con un bravo ragazzo, con un buon partito, almeno questo si ripeteva prendendosi in giro, nonostante le assenze del marito la stessero facendo sfiorire, invecchiare precocemente e ingrassare.

Le ragioni dell’impotenza di Ilario erano svariate: oltre all’enorme quantità di ore di lavoro e all’abuso di cocaina, il problema principale era costituito dal suo collega più anziano e mentore, Dino, verso il quale provava al solito sentimenti ambivalenti e inaccettabili. Dino era divenuto da poco suo responsabile in un importante progetto, il cui obiettivo era quello di occuparsi della manutenzione di un database che raccoglieva i dati sui consumi dei clienti di un grosso fornitore di energia elettrica. La cosa turbava Ilario parecchio, in quanto Dino era uno stronzo, oltre che una presenza ingombrante e misteriosa: da un lato era un animale da palcoscenico che si esibiva con naturalezza e sfrontatezza, dall’altro una persona estremamente riservata e, almeno apparentemente, fragile. Ilario, al contrario, soleva esibire un esibizionismo posticcio, fatto di compiacenza fasulla, patetico ottimismo da pubblicità, pacche sulle spalle e sorrisi di convenienza, tutte mosse malamente studiate a tavolino che malcelavano l’intenzione di sferrare la fatidica coltellata alla schiena al malcapitato di turno, a guisa d’un giovane e ambizioso Renzi. Sarebbe stato disposto a tutto pur di emergere. A dire il vero, generalmente questa patetica buffonata si concludeva sempre con il collega vittima designata che lo coglieva in castagna, facendogli puntualmente fare la figura del miserabile, del meschino e della spia. Era stato suo padre, palazzinaro toscano, a insegnargli a non guardare in faccia a nessuno pur di emergere e innalzarsi sugli altri, alla stregua d’un ecomostro abusivo eretto su una spiaggia.

In ogni caso, recentemente Ilario si stava rendendo vagamente conto di come, forse, gli insegnamenti paterni cominciassero a stridere e a entrare in contrasto con la sua religiosità ossessiva, fatta di penitenze e confessioni superficiali presso il suo padre spirituale don Egidio, che, inconsapevolmente, gli servivano a sciacquarsi, con scarsa efficacia, una coscienza sporchissima che non riusciva a mettere bene a fuoco. Non era ben consapevole di se stesso e neppure di quali fossero in realtà i suoi veri peccati. Sapeva solamente che ogni carognata lo faceva sentire prepotentemente impuro e lacerato. Ciò nonostante, ignorava e trascurava questi suoi sentimenti, a suo avviso inaccettabili, anestetizzandoli con la cocaina e con un quantitativo disumano di lavoro.

Dino, anch’egli carogna, paranoico e gran figlio di puttana, seppur in modo diverso, lo aveva perfettamente inquadrato. Da fine conoscitore dell’animo umano percepiva ormai in maniera quasi telepatica le sue contraddizioni e giocava d’anticipo per evitare di farsi cogliere in castagna. Ilario aveva preso l’abitudine di rivolgersi a Dino alla stregua di consigliere, usando talvolta un piglio autorevole artificioso, preso da chissà quale manuale di automiglioramento. In realtà, Dino sapeva benissimo che tutti i consigli che Ilario gli dava in ambito lavorativo non erano affatto disinteressati. Ilario voleva solo ingraziarselo per ottenere coinvolgimento, in modo da poterlo accoltellare alla schiena alla prima occasione, solendo sovente appellarsi a un famigerato spirito di squadra, secondo il quale tutte le informazioni dovevano essere condivise con il team. Ilario usava inglesismi con lo scopo di darsi un tono. Invero, egli aveva come unico scopo quello di impossessarsi furbescamente di preziose informazioni aziendali, con l’unico obiettivo di poterle utilizzare una volta fuori da quel lavoro da incubo e poter finalmente realizzare il suo sogno recondito: fondare una start up tecnologica tutta sua, in modo da poter sbattere in faccia a suo padre il fatto di essere migliore di lui. Dino aveva intuito tutto questo e, sovente, ripensando alla banalità degli obiettivi di Ilario, per quanto quest’ultimo fosse convinto d’essere un furbo di tre cotte, soleva sghignazzare di soppiatto alle sue spalle.
Un giorno, Ilario, deciso a guadagnare posizione e visibilità nei confronti di Dino, sognando e illudendosi ancora una volta di poter diventare il suo braccio destro, decise di inviargli un messaggio nella chat aziendale.

– Buongiornissimo Dino! Tutto bene? Sai dirmi se la minuta della riunione è stata inviata?

Dino lesse quell’orrido buongiornissimo, alzò gli occhi al cielo e scosse la testa, aveva già capito che Ilario stava provando a combinarne una delle sue.

– Ciao Ilario, no. Mi sono limitato a mandarla ai responsabili. – A quel punto, restò in attesa della risposta, divertito.

– Ah ok, ascolta Dino, se posso permettermi di darti un suggerimento…quando ci sono delle riunioni, puoi mandare la minuta a tutta la squadra? In questo modo, siamo tutti allineati.

Dino rimase per un minuto buono a osservare quel messaggio penoso, dal quale trasudava un’ambigua solidarietà verso gli altri colleghi. Era chiaro che l’idea di Ilario era quella di mettersi in mostra, come al solito. Riusciva quasi a vederlo, Ilario, mentre si gongolava dall’altra parte dello schermo, nella patetica convinzione di aver colto nel segno e di essere stato persuasivo. Dino, a quel punto, sorrise diabolicamente, fece un bel respiro e inviò la sua risposta:

– No. Purtroppo devo tener conto di questioni di carattere organizzativo con il responsabile tecnico.

Ilario percepì quel no come una scudisciata sulla schiena. Una scarica elettrica lo pervase dalla testa ai piedi, mentre provava tangibilmente la sensazione che una lama lo stesse penetrando nel costato. Ebbe la solita dolorosa percezione, raccontata chissà quante volte al suo psicanalista, migliaia di euro gettati in inutili sedute, che le carni gli si stessero staccando dalle ossa. Provava il terribile dolore del rifiuto e dell’abbandono, della mancata accettazione, a guisa di migliaia di punture di spillo sulla sua pelle sottile.

– Come preferisci… – rispose a malapena il giovane informatico, mentre il rancore e l’ira iniziavano a farsi strada. Ingoiò come sempre quelle inaccettabili emozioni come un amarissimo rospo. Ebbe all’improvviso la necessità impellente di farsi un altro tiro di coca, per evitare di sentirsi totalmente sopraffatto da quei fantasmi che lo tormentavano. Per un istante, gli si palesò dinanzi il ricordo di suo padre, quando, ancora bambino, lo metteva in competizione con suo fratello nei tornei di tennis, quel padre assente, imprenditore famelico e vorace, una sorta di Crono, divoratore dei suoi stessi figli e della loro personalità, che al contempo non aveva mai insegnato loro il senso del limite e il saper accettare un rifiuto e gli aveva imposto di rimuovere qualsiasi tipo di sentimento nei confronti di chiunque, pur di far carriera. Provò per un istante una rabbia atroce che gli scuoteva le membra, che quasi rasentava una volontà patricida. Le mani gli tremavano e gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Fu a quel punto che decise di correre in bagno, dove aprì l’antina dell’armadietto, da cui estrasse un sacchetto pieno di polvere bianca, forse la sua unica vera amica. Così, ne versò una manciata sul lavandino, prese una banconota da dieci euro arrotolata e fece quello che doveva fare.

Si sentì un po’ meglio, quelle orribili sensazioni si erano attenuate.

Ma anche quella sera, lui e sua moglie non avrebbero fatto l’amore. E i suoi figli si sarebbero addormentati senza la sua buonanotte.

Il giorno dopo, tutto sarebbe ricominciato come sempre.

Silente Amica

Ormai soltanto t’amo nel ricordo
remoto de’ tuoi bei virenti occhi
immersi al timoroso sguardo sordo

di me, già scendon lagrime al pensiero
di quella primavera; ormai s’imbocchi
il corso ch’al futur rivolge. E spero.

Mia isola, seppure con fatica,
respiri ormai con me, silente amica.



Reazioni Impulsive

Ogni tanto mi soffermo a pensare a quanto siano patetici i nostri comportamenti, in particolar modo le reazioni impulsive, causate in risposta ad azioni altrui che agiscono come una manciata di sale su chissà quali antiche e vetuste ferite. Mi riferisco, a titolo d’esempio, ai ridicoli rapporti di coppia in cui la maggior parte di noi è coinvolta, in cui entrambi assomigliano più ai soci di una srl che a due persone che si amano, ma nell’ambito del quale ognuno reclama e si aspetta dall’altro qualcosa che non può dare perché è fondamentalmente un miserabile come noi, che abbiamo scelto per non morire soli e verso il quale scateniamo l’inferno per un nonnulla perché non ci ama come piace a noi. Mi riferisco, a titolo d’esempio, all’Ilario di turno, giovane rampante ambizioso cocainomane drogato di lavoro impotente figlio di papà e novello Steve Jobs pronto a cambiare il mondo, finché non fraintende le azioni dei colleghi e va a piangere dal capo perché si sente escluso, l’Ilario che è nostro vicino di scrivania, l’Ilario che è dentro di noi.
Quali traumi si celeranno dietro la nostra impulsività e il nostro essere dei totali e inutili coglioni immaturi? Quali genitori di merda abbiamo avuto e saremo a nostra volta, perpetuando la ridicola mediocrità e l’egoismo del mondo?
La specie umana non ha scampo proprio per questo motivo, sappiatelo. Se avrete la fortuna di trovare delle eccezioni, sappiate tenervele strette e non datele mai per scontato.
E soprattutto, basta dare la colpa a mamma e papà, cominciamo a muovere tutti un po’ il culo.

Un Tempo Sospeso

Un tempo ormai sospeso ci cattura;
nell’isola, individuo singolare
ti tempra, vilipeso questi giura
e ha rivoli d’un livido amorale.

Mordace ed ambizioso, congettura,
pianifica e, vindice d’affrontare,
opaco e tenebroso, non abiura,
specifica i nemici d’annientare.

Oppresso da se stesso e d’ambizione
sorride al suo dolore lacerante
per spinte di vetusti agri veneni

e spesso che ha represso, dannazione,
sé irride, anch’il colore scintillante
o tinte già più illustri, in mete oscene.