Un Re

Un Re padrone d’una folta corte
servivo ed ascoltavo ancor virgulto,
quel suo parlar mi dava gran manforte,
maestà della cui luce feci culto.

Un dì battaglia giunse ed il nemico
nell’arce entrò, con la sua acuta spada
in petto penetrò. Creduto amico,
giurai vendetta:”Ciò non più m’accada!”.

Al Re mi volsi e dimandai giustizia,
tremanti i polsi e lagrime di fuoco,
quel giorno l’ebbi persa la letizia,
e crebbi e terminò l’era del giuoco.

Il Re promise guerra e i suoi soldati
schierò ormai pronti, a risanar l’offesa,
ma giunti al campo furono fermati
dall’ordine del Re:”Lasciam l’impresa!”

Furioso chiesi al Re per qual ragione
avesse rinunziato a tant’onore,
il Re, silente, di quell’inazione
mi disse:”Scorda!”, privo di calore.

Trascorsi sono i lustri, ormai lontani,
al re non resta che un castello vuoto,
e sulla testa e sulle dure mani,
corone e anelli pesan, resta immoto.

Ed io, remoto, vecchio cortigiano,
apprendo ora ad amar le mie ferite,
quei segni restan lì, ma non invano
di dignità da tempo riacquisite.

E’ tempo di pensare al nuovo regno,
felice, mentre erigo il mio castello,
son libero, pagando un alto pegno,
ma indosso la corona ed il mantello.

2 pensieri riguardo “Un Re

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