Il Lato Oscuro di Andrea Scanzi – Parte 1

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Aveva appena terminato la diretta Facebook, nel suo studio, la parete alle sue spalle tappezzata delle foto in bianco e nero dei suoi idoli musicali, tra i quali spiccavano Knopfler, Bowie, Gaetano. In mezzo ai suoi musicisti preferiti, faceva capolino il logo de Il Fatto Quotidiano.

Scanzi aveva utilizzato la solita scaletta: introduzione con un brano di suo gradimento, preceduto, come spesso accadeva in quelle circostanze, da un velato riferimento al fatto di aver consumato un rapporto sessuale con la sua compagna. A ciò, aveva fatto seguito la consueta degustazione di vino, per poi partire con i soliti attacchi nei confronti di Matteo Salvini e Matteo Renzi. Oltre a questo, il giornalista aveva avuto modo di utilizzare la diretta per sfogarsi con i suoi fan, ribadendo con veemenza di essere alto un metro e ottantotto centimetri, dato che, secondo il parere di alcuni, “in televisione sembrava più basso”.

Andrea chiuse il suo Apple e spense la telecamera. Era molto stanco e affaticato, lo percepiva concretamente. Su consiglio del suo analista, ormai dichiarava apertamente parte delle sue fragilità anche nel corso delle sue dirette. Era a conoscenza, anche se non del tutto, del fatto di essere un narcisista patologico e insicuro, ma questa consapevolezza non era sufficiente, e neppure la sua strategica autoironia reggeva più, né poteva costituire in qualche modo un balsamo per le sue antiche ferite d’infanzia. Quel manto di perfezione era diventato un fardello, un peso, così come quel milione e mezzo di follower, verso i quali era tenuto quasi per obbligo a ostentare una sicumera che in realtà non gli apparteneva. Per lui, il consenso era ormai divenuto peggio dell’eroina, una droga della quale non poteva più fare a meno: era divenuto dipendente dai suoi fan. A volte immaginava con terrore che cosa sarebbe accaduto se avesse perso il fondamento della sua autostima di cartapesta, chissà se avrebbe retto un giorno, il duro colpo dell’abbandono, qualora fosse avvenuto. Fondamentalmente, quel suo ego ipertrofico e quell’iperattività erano correlate da un desiderio di rivalsa e dal terrore di invecchiare. Aveva ormai quarantasei anni. Lo spauracchio dei cinquanta non era così lontano e, quando qualcosa, nel suo inconscio pieno di buchi neri, ogni tanto glielo ricordava, scacciava con rapidità quel pensiero. Aveva paura, terrore, di vedersi vecchio, stanco, dimenticato e, peggio ancora, negli ultimi tempi era terrorizzato dalla paura di morire. Quel giorno si sentiva di cristallo, sarebbe bastato un piccolo stimolo a frantumarlo in mille pezzi e a scatenargli una crisi di pianto.

Si alzò e uscì dal suo studio, affranto, cupo, pesante. In quel momento, il suo cellulare squillò. Aveva scelto come suoneria “Another Brick in The Wall”.

– Dovrò decidermi a cambiare questa suoneria di merda prima o poi, detesto questi cazzi di Pink Floyd! – pensò tra sé e sé. Diede un’occhiata allo schermo, era Matteo Salvini. Rispose.

– Senatore buonasera, come sta? – fece Scanzi caustico, scacciando via temporaneamente le nebbie mortifere che lo fagocitavano e ricomponendosi, parlando con tono strafottente e ostentando la consueta sicumera.

– Carissimo Andrea! – rispose Salvini – Ho appena visto la tua diretta su Facebook e, come al solito, non me le hai mandate a dire neppure questa volta, vero? Eh! Eh! Eh!

– Caro Matteo, non occorre che ti ricordi tutte le volte l’accordo che abbiamo fatto, dato che ne sei ampiamente a conoscenza. Io mi auguro sempre, con il cuore te lo dico, credimi, che tu non la prenda mai e poi mai sul personale. Purtroppo non abbiamo altra possibilità che recitare questa parte, dato che siamo entrambi preoccupati di mantenere il supporto e il consenso dei nostri reciproci sostenitori.

– Senza dubbio, Andrea, senza dubbio! Ti pare che me la sia presa? Non dare ascolto alle voci di corridoio o, peggio, alle chiacchiere di Giorgetti, che mi dipingono come permaloso e vendicativo. Puoi attaccarmi come e quanto ti pare. E’ anche grazie a te che riesco a mantenermi sopra il 25% dei voti, questo almeno secondo gli ultimi sondaggi. Lo sappiamo entrambi, amico mio: ogni eroe ha bisogno della sua nemesi, è così che funziona il mondo della politica e le sue narrazioni. E mi sembra di capire che, negli ultimi tempi, anche il giornalismo si sia adeguato a questo andazzo.

– Matteo, sei un vero amico e ti invito a fare altrettanto con me. Se occorre, attaccami, dammi addosso. Ok? Per me è fondamentale restare sopra il milione e mezzo di follower! Ne va della mia reputazione e di quella del giornale per cui lavoro. A proposito, prima che me ne dimentichi: sabato sera, tu e Francesca siete miei ospiti a cena, va bene? Tra l’altro, ieri mi ha chiamato Denis, avrò modo di raccontarti con calma quello che ci siamo detti. Ti faccio la solita raccomandazione: sabato, quando arrivi qui, cerca di entrare dal cancello posteriore del condominio, ok? Qui è un attimo che ci becca qualche giornalista e il gioco finisce. Un giornalista vero, voglio dire.

– Molto volentieri, Andrea caro. Ho ritrovato un vecchio vinile che sicuramente ti piacerà. Te lo porto e mi darai la tua opinione, va bene?

– Benone, amico mio! Sono proprio curioso di sapere di che si tratta! A presto!

– Ciao Andre! Un abbraccio!

Scanzi chiuse la telefonata ed emise un sospirone, sollevato. Gli tornò il solito nodo in gola e quella sensazione di cupa depressione fece nuovamente capolino e riprese a fargli compagnia. Entrò nella stretta cucina del suo trilocale, accese la luce e aprì la dispensa, dalla quale estrasse un sacchetto di plastica contenente della polvere bianca. Prese un cucchiaio da minestra, ne raccolse una montagnetta e la depositò successivamente su un tagliere per salumi. A quel punto, tirò fuori dal portafogli la sua carta di credito, con la quale divise la montagnetta in un certo numero di righe, e una banconota da cinquanta euro. Arrotolò la banconota, la inserì nella narice destra, tappandosi la sinistra con l’indice , si chinò lungo il tavolo, e a quel punto, fece un tiro energico. Non appena la coca entrò nel naso, ebbe uno scatto fulmineo all’indietro, sniffò ripetutamente per quattro volte e si portò subito la mano sull’occhio destro, presso cui avvertiva, come di consueto quando si faceva, una fitta intensa.

– Cristo, che botta! – fece Scanzi.

Si sentì meglio, la sensazione di vuoto che provava poc’anzi si dileguò vagamente, per far posto alla consueta spenta euforia. Non gli dava più lo stesso effetto delle prime volte. Ormai si faceva solo per sentirsi in uno stato d’animo leggermente normale.

Intanto, dalla camera da letto, la voce della sua compagna lo richiamava:

– Amore? Vieni a letto? E’ tardi.

(Continua…)

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