Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Ricky sedeva nella sala da pranzo. Le luci erano spente e solo il crepuscolo fuori dalla finestra la illuminava fiocamente. Aveva preso posto su una sedia accanto all’antica cristalliera marrone, distante dal lungo tavolo ovale situato al centro della stanza. Era vestito di tutto punto: camicia bianca, completo nero e papillon. Aveva la manica sinistra sollevata. Prese un laccio emostatico e lo legò vigorosamente al braccio, stringendolo ulteriormente tenendone l’estremità con i denti e tirando forte. A quel punto, raccolse la siringa dal pavimento, ormai riempita di quel liquido vagamente giallastro. Giacevano al suolo un cucchiaino di alluminio, dentro il quale aveva scaldato la dose, l’accendino e lo spicchio di limone completamente spremuto. Osservò per qualche istante quella siringa piena:

– Tu sì che hai personalità, amore mio, sei l’unica amica che ho…- disse, guardandola con voluttà.

Esplorò con attenzione il suo braccio sinistro, alla ricerca di qualche vena ben visibile. Non si faceva spesso, riusciva a mantenere un ritmo costante di una dose alla settimana da circa un annetto, da quando aveva iniziato. Eppure, puntuale come un orologio, ogni giovedì alle ore diciannove, quella dose era divenuta strettamente necessaria, imprescindibile. Qualcosa dentro di lui gli diceva che, prima o poi, avrebbe ceduto come tutti e avrebbe aumentato il numero di pere, ma per il momento resisteva. Appoggiò l’ago sulla vena più in evidenza e lo spinse dentro. Una goccia di sangue emerse dal minuscolo forellino creato. A quel punto, fu un attimo, e pigiò sullo stantuffo. Applicò una pressione lenta e costante, in modo che l’eroina entrasse gradualmente. Ansimava lievemente, mentre il liquido entrava in circolo, finché lo stantuffo non raggiunse la fine della corsa e tutto il contenuto fu svuotato nella vena.

Eccola, la solita sensazione, anche se ormai molto più blanda. Non gli dava più il piacere della prima volta, quei mille orgasmi tutti insieme che sentiva su tutto il corpo, a cui seguiva quella irripetibile, irrinunciabile sensazione di pace assoluta. Sì, si stava ancora bene, ma non era più la stessa cosa. L’eroina era una grande amica, oltre ad essere una gran troia. Faceva il suo bravo lavoro, ti consolava finché lo riteneva opportuno, e a un certo punto decideva che il suo lavoro era finito e lentamente andava via. Al suo posto, i problemi, le ansie e le preoccupazioni di sempre tornavano prepotenti, più forti e fastidiose di prima, più intollerabili.

Ricky stette un paio d’ore, accasciato sulla sedia, a non pensare a nulla, quieto, anche se di tanto in tanto un vaghissimo e anestetizzato senso di colpa faceva capolino. Sarebbe arrivato violentissimo, finito l’effetto della droga.

Pasqui era seduto a capotavola, con le mani legate dietro la sedia, ancora rintronato per la forte botta che il suo vecchio amico gli aveva dato sulla testa. Quel vasetto di ragù, spaccato con tanta violenza sul suo cranio, lo aveva sconquassato nei sensi. Ricky, dopo averlo legato, gli aveva medicato e bendato la ferita, per poi pulirgli il volto e la testa dai residui di sangue rappreso e ragù pippiato. Gli aveva anche messo una maglietta pulita. Pasqui si stava leggermente riprendendo, rumoreggiava e mormorava, biascicando e scuotendo la testa lentamente, finché a poco a poco non riprese un minimo di conoscenza e fu in grado di emettere dei suoni intellegibili.

– Oh, Ricky…- disse con voce impastata.

Ricky si alzò a fatica dalla sedia. In piedi, portò entrambe le mani sui fianchi e inarcò la schiena, stiracchiandosi. Successivamente abbassò la manica della camicia e della giacca, sistemò il farfallino e si rimise composto.

– We, terùn! – rispose l’amico – Ti ho già detto che non stiamo recitando. Chiamami con il mio vero nome, ok?

– Scusami, Massimo…

– Così va meglio, carissimo Pasquale…- fece Massimo con solennità. Poi proseguì, mani dietro la schiena, camminando attorno al tavolo, mentre Pasqui lo guardava attonito e intristito.

– Vedi, mio caro Pasquale, sono davvero tanti, tantissimi anni che mi trovo qui recluso con voi. Non so più neppure quanto tempo sia passato, credimi. E’ una vita intera che mi trovo qui e non ho la più pallida idea di come ci sia finito, in questa setta di hippies di merda che, invece di scopare, mangiano come dei maiali. Pasquale, caro, non so che cosa mi abbiate fatto, se ho perso la memoria o cosa, ma vi faccio i complimenti: siete stati capaci di farmi dimenticare completamente la mia vita precedente, le mie origini, le mie radici. Avevo una moglie, vero? Due figli, giusto? Dove sono finiti i miei genitori, invece? Non ricordo neppure più che facce abbiano, e immagino che tu non abbia la minima intenzione di rispondermi. Vero?

Massimo si avvicinò alla finestra della sala e guardò fuori. Erano a un piano alto, questo era noto, ma fuori, nei paraggi, non c’era assolutamente nulla. Non c’era un’anima viva in giro. Solo una strada, piena di buche e, oltre, un campo di sterpaglie scosse dal vento. Accanto alla strada, maestosi e al contempo orribili si ergevano i tralicci dell’alta tensione. All’orizzonte, il sole tramontava, rendendo la sala da pranzo sempre più scura.

– Non ho neppure ben chiaro dove ci troviamo. Ma saremo davvero a Milano qui? Che cazzo di quartiere è? – proseguì Massimo, portando lo sguardo ancora verso l’orizzonte e tenendo le mani dietro la schiena.

Pasqui, legato alla sedia, lo osservava, ancora rintronato, con aria supplichevole. Ascoltò per un po’ l’amico, poi prese coraggio e parlò anche lui.

– Massimo – fece Pasqui, questa volta senza il suo fastidioso accento barese. Aveva al contrario una dizione perfetta. – Slegami, per favore! Mi fanno male i polsi…

– Slegarti? Bella questa, ma se ti sei appena accomodato. Ti ho preparato una bella sorpresa…

Massimo si avvicinò alla porta d’ingresso della sala, affianco alla quale c’era l’interruttore della luce. Vi pigiò sopra e, improvvisamente, una luce maestosa proveniente dall’antico lampadario a cristallo sul soffitto illuminò la sala. La tavola era imbandita di ogni ben di Dio: lasagne, pasta al forno, polpette, peperoni ripieni, cotolette, caciotte, mozzarelle, insaccati, pizze. C’era da sfamare l’intero quartiere. Questo spiegava perché la sala fosse impregnata di quell’intenso profumo di cibo, su cui, in particolare, prevaleva quello di ragù pippiato.

– Vedi, Pasquale – proseguì Massimo – hai presente per quanti giorni hai dormito? Tre giorni interi. Nel corso di questi lunghissimi giorni, non potendo uscire da qui, sai cosa ho fatto? Innanzitutto ti ho curato quella bella ferita che ti ho procurato sulla testa. Dopo di che mi sono messo a cucinare, esattamente come fa tua madre. Mi sono svegliato tutte le mattine alle quattro e ho praticamente cucinato tutto quello che c’era nei tuoi dannatissimi pacchi da giù. Adesso, però, se non vuoi che io ci rimanga male, dovrai mangiare tutto quanto. Sono stato chiaro?

– Massimo – fece Pasqui terrorizzato – ma sei impazzito? Non posso mangiare da solo tutta questa roba!

Massimo si avvicinò al mobile vicino alla cristalliera, sul quale poggiava un vecchio giradischi. Nel vano inferiore del mobile, vi erano diversi LP. Ne estrasse uno, poggiò il vinile sul piatto rotante, avvicinò la puntina e, dopo una trentina di secondi di lieve fruscio, il suono de La Grande Bouffè di Philippe Sarde iniziò a riecheggiare nella stanza. Successivamente, si avvicinò all’amico con estrema tranquillità, estrasse una pistola dalla tasca della giacca e gliela puntò sulla nuca:

– Pasquale, carissimo amico mio. Come dice tua madre, ti mangi tutto senza pane! – sorrise con uno sguardo che sapeva di divertito, addolorato e rassegnato.

– Massimo…- rispose Pasqui, con la voce rotta.

Massimo insistette e ribadì:

– Mangia, piccolo Pasquale, mangia. Perché se non mangi, tu non puoi morire…

(Continua…)

 

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