Casa Surace e la Violazione del Tabù

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Pasqui e Fernanda giacevano nel letto matrimoniale in ferro battuto, entrambi completamente nudi. Avevano appena finito di fare l’amore. Pasqui, con le mani maschiamente dietro la testa, se ne stava steso supino, virilmente soddisfatto, con il volto baffuto in un’espressione appagata e fiera, mentre Fernanda, bellissima, gli accarezzava il petto villoso, mai depilato, e la pancia prominente, causata dai pasti luculliani a cui si sottoponeva quotidianamente grazie agli innumerevoli pacchi da giù ricevuti in dono dai suoi genitori. Di tanto in tanto, Fernanda faceva camminare la mano sinistra usando il dito indice e medio alla stregua di due delicate gambette, su e giù lungo il tronco abbronzato del suo amante. Lo sguardo di Fernanda era in quel momento molto dolce, e al contempo malinconico e perso nel vuoto. Si era temporaneamente ammutolita, dopo l’amore, nonostante l’enfasi e la passione intensa che aveva contraddistinto quell’atto, che aveva avuto un sapore così insolito, così proibito.

A un tratto, Fernanda emise un profondo respiro, e disse:

– Pasqui…

– Oh Fernà, che c’hai? – rispose Pasquale, immediatamente stizzito, tipico della sua scarsa tolleranza alla frustrazione. Notò subito che c’era qualcosa che non andava in lei.

– Abbiamo fatto bene secondo te a scappare da Milano e a tornare qui a Sala Consilina? Non lo so, mi sento in colpa…e se dovessi contagiare i miei famigliari? – rispose Fernanda, con forte accento barese.

– Oh Fernà, so’ due giorni che vai avanti con ‘sta storia! E certo che abbiamo fatto bene! Mica ci abbiamo i sintomi. Poi ‘sto virus al massimo è un’influenza, mena! Ogni volta ti devi stare a fare di ‘sti problemi! Dai, rilassati mo, che cosa! – replicò irritato Pasqui, con la sua altrettanto marcata cadenza pugliese.

Fernanda si sentì ancora più malinconica, qualcosa nella sua coscienza la logorava, sapeva che c’era qualcosa di profondamente sbagliato. Le parole del suo amante non l’avevano fatta sentire meglio.

– Oh Fernà, ti dico pure un’altra cosa! – proseguì Pasqui – Mo c’abbiamo pure l’opportunità di starcene un poco per i fatti nostri! Ricky se ne è rimasto là a Milano, in mezzo agli appestati! Finalmente c’abbiamo la possibilità di non dover stare a nascondere pure agli altri questa nostra relazione! Dovresti essere contenta, no? Mo ce ne stiamo tranquilli qua dentro e non usciamo da qua! Per fortuna i miei genitori c’hanno due case, questa ce la teniamo tutta per noi!

Fernanda si sentì leggermente più sollevata, per quanto il tarlo del senso di colpa e dell’angoscia non smetteva di tormentarla.

– Pasqui, mi spiace per Ricky, sto male per questo…stiamo insieme da tanto tempo, ed è anche il tuo migliore amico. E’ solo questo, credimi. Se si venisse a sapere, finirebbe tutto, tutto quanto! Tutto quello che avete costruito in tutti questi anni!

Pasqui si sentì improvvisamente turbato, le parole di Fernanda avevano fatto centro. Erano anni ormai che il loro format andava avanti con grande successo e, per tutto quel tempo, Pasqui aveva dovuto a tutti i costi mostrare all’Italia intera il volto del bravo ragazzo, idolo delle mamme e delle nonne. Nessuno sapeva che buona parte dei suoi guadagni venivano spesi in Svizzera, tra Pazzallo e Lugano, in escort, gioco d’azzardo, superalcolici e, negli ultimi tempi, cocaina. Nessuno, in tutto lo stivale, era a conoscenza di quei suoi lati oscuri. Un’angoscia di fondo solleticava Pasqui nello spirito. Quelle verità dovevano restare ben celate. Ma c’era un’altra domanda di fondo, che Pasqui avrebbe sempre voluto fare a Fernanda, una domanda innocente, che però in qualche modo non aveva mai e poi mai osato fare. In quell’istante, però, sentiva fortemente che, per stemperare la sua ansia e il suo tormento, quel chiarimento era divenuto doveroso, necessario.

– Oh, Fernà… – fece Pasqui, con aria tesa, dopo un lungo sospiro.

– Dimmi, amò…- rispose Fernanda, con la stessa aria malinconica di poc’anzi.

– Ma perché io e te ci abbiamo lo stesso accento, quando siamo tutti e due campani in realtà? – si decise finalmente a chiedere, dopo anni che quel tarlo lo logorava.

D’improvviso, entrambi si ammutolirono: una musica proveniva da qualche parte non ben definita. Si levarono e si misero immediatamente a sedere sul letto, perplessi e angosciati, guardando ossessivamente a destra e a manca, come a voler indovinare l’origine di quella melodia.

– Oh, Fernà! – fece Pasqui, preoccupato – Hai sentito pure tu? Che cos’è?

– Pasqui…- rispose Fernanda con aria terrorizzata e annuendo freneticamente – sai benissimo di cosa si tratta…E’ la Tarantella del Ciutaglione!

Quella musica fastidiosa e irritante si faceva gradualmente sempre più alta, sempre più vicina. Pasqui e Fernanda si tenevano per mano, terrorizzati, guardando verso la porta della camera da letto, finché quest’ultima non si aprì di colpo, mostrando una sagoma femminile ingombrante e voluminosa sulla soglia.

– Uè, Pasquà! Alzati, ché devo fare le pulizie! La casa adda piglia’ aria! – proferì autoritaria e perentoria quella figura di donna. Era mamma Antonella, chioccia come sempre, che ordinò al figlio di lasciare immediatamente la stanza per procedere con le consuete e maniacali pulizie quotidiane.

– Mamma! – dissero Pasquale e Fernanda, in coro. Fu quello l’orribile e tremendo istante in cui entrambi realizzarono tutto, la terribile e catastrofica verità. Si guardarono negli occhi, spalancati e ricolmi di orrore, per un lungo, interminabile, momento, finché entrambi, nel medesimo istante, ritirarono le mani che si stavano amabilmente tenendo poco prima.

– No, no, no! Cristo, no! Cazzo! Non può essere! – gridò Pasqui. Urlò tutta la sua rabbia e la sua disperazione più atavica e nera, cercando di liberarsi dal torbido dolore che provava in quel frangente. Era troppo. Troppo lancinante, troppo soffocante. Saltò fuori dal letto e corse fuori dalla stanza completamente nudo. Intanto, Fernanda iniziò a strillare e a piangere, mentre dentro sentiva un corpo estraneo, una sensazione scura di morte lacerarle le budella. Strillava, erano strilli acuti, come quelli di un vitellino in procinto di essere macellato, come un cane bastonato sulle zampe. Ogni strillo, una bastonata. Ogni lacrima che versava la faceva sentire dissanguata.

Pasqui scansò la madre, che, totalmente indifferente alla cosa, era ancora lì sulla soglia della porta della camera da letto, in attesa di compiere i suoi doveri domestici. Una volta che il figlio fu fuori dalla stanza, mamma Antonella accese l’aspirapolvere, avviando le operazioni di pulizia.

– Uè, Pasquà! ‘Ndo vai? Vestiti, che pigli freddo! – fece mamma Antonella, totalmente impermeabile a quanto stava accadendo in quell’istante.

Pasquale proseguì la sua corsa forsennata e disperata nel corridoio, finché non raggiunse finalmente la cucina.

Prese un coltellaccio, lo scaldò sulla fiamma blu del fornello, di un azzurro che rimandava ai poetici cieli primaverili ormai remoti dei primi entusiastici giorni di Casa Surace e, una volta che la lama fu ben rovente, si cavò gli occhi.

 

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