Lorenzo Tosa e la Festa delle Donne

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Lorenzo Tosa sedeva alla scrivania del suo studio, pensieroso. L’indomani sarebbe stato l’otto marzo, Festa delle Donne. Avrebbe pertanto dovuto pensare seriamente a qualcosa da pubblicare per le sue ammiratrici e per incrementare il numero di follower. Decise di cercare l’ispirazione facendo due passi in centro. Considerò che sarebbe stato più opportuno camminare, piuttosto che prendere i mezzi pubblici, a causa dell’emergenza Coronavirus. Sorrise, una bella passeggiata gli avrebbe fatto senz’altro bene. Era, tra l’altro, una buona occasione per provare le scarpe che gli erano state regalate da un suo seguace. La scatola con il presente giaceva ancora sulla mensola dell’ingresso, accanto al grande specchio.

Lasciò il suo studiolo e si recò nell’ingresso del suo trilocale. Prese la confezione e la rimirò, ad essa era attaccato un biglietto che recitava:

Lorenzo, amico mio, che queste scarpe possano accompagnarti in questo cammino antifascista irto di ostacoli, ti voglio bene. Rainardo Tristano Eugenio 

Ebbe un brivido nel leggere quella firma, inconsueta, ma al contempo famigliare.  Rimosse immediatamente quel pensiero inquietante, mentre una dignitosa commozione lo sopraffaceva e gli inumidiva gli occhi. Aprì la scatola, la liberò della carta protettiva e di colpo impallidì: erano un paio di Puma Storm Adrenaline, le famigerate Puma Hitler, il cui design era indubbiamente ispirato al volto del Führer. 

Lorenzo osservò a lungo quelle calzature antidemocratiche, mentre in lui si faceva strada un’attrazione-repulsione dal sapore Kantiano. Da un lato avrebbe voluto liberarsi di quei sordidi calzari, ma al contempo percepiva un’irresistibile tentazione, una voglia birichina e trasgressiva di indossarli, anche solo per un istante. Forze contrastanti lottarono a lungo nel suo animo scisso, finché il giornalista non giunse alla conclusione che fondamentalmente non c’era nulla di male nel provarle. In ogni caso non lo avrebbe saputo mai nessuno, se ne sarebbe disfatto subito.

Rimosse le scarpe intolleranti dalla scatola, si accovacciò, le infilò entrambe e le allacciò. Subito dopo, si alzò in piedi e stette per un po’ a guardarle dall’alto. Effettivamente presentavano una brutale somiglianza con il malvagio Adolf Hitler. Le fissò lungamente, sentendosi quasi ipnotizzato, da quelle scarpette nazionalsocialiste, mentre le forze oscure di poc’anzi cominciavano a solleticarlo in maniera insolente. Sembravano quasi volersi impossessare di lui. Pensieri torbidi cominciavano a punzecchiarlo. Vide il Führer parlare a masse oceaniche e osannanti, vide territori conquistati, campi di sterminio. Questi pensieri rendevano Lorenzo Tosa, oltre che inorridito, vagamente entusiasta, euforico, compiaciuto. In un attimo di lucidità, ancora ipnotizzato da quelle scarpe, un pensiero razionale fece capolino nella sua testolina. Scrollò il capo, come per svegliarsi:

– E’ meglio che le tolga immediatamente!

Distolse lo sguardo da quelle calzature totalitarie, si guardò allo specchio e cacciò un urlo di terrore: Tosa si trovava improvvisamente vestito di un’uniforme SS da Standartenführer, grigio ordesia, con tanto di pantaloni, cravatta nera su camicia bianca, mostreggiatura, cappello e foglia di quercia su entrambi i collari. Terrorizzato, si stropicciò gli occhi per poi mirarsi nuovamente. Non era un incubo, indossava ancora quella terribile divisa.

D’improvviso, qualcosa iniziò a mutare dentro di lui. Il tormento si fece più intenso: Tosa cadde a terra, cominciando a divincolarsi convulsamente e a urlare. Qualcosa di irresistibile, di torbido, sussurrava in lui, lo tentava. Sbatteva i pugni contro il pavimento:

– Basta, no, cazzo! Non fatelo! Non voglio!

Cadde infine esanime, dopo una lunga lotta estenuante. Aveva perso i sensi e rimase cinque minuti buoni al suolo, prono, con il viso incollato al parquet, mentre bava appiccicaticcia fuoriusciva dalla sua bocca. D’un tratto, riaprì gli occhi, si alzò in piedi e si riposizionò dinanzi allo specchio, ben eretto sulla schiena, con le braccia incollate al busto. Non si era mai sentito così bene, così a posto, così centrato su se stesso. Strabuzzò gli occhi, serrò le labbra, fece tre profondi respiri, raccolse tutta la sua rabbia e giunse il momento. Battè il tacco sinistro delle sue Puma Hitler contro il tacco destro e alzò il braccio destro con orgoglio e fierezza, proferendo a voce alta:

– Sieg Heil!

Si sentì sollevato, si sentì se stesso. Era lui. Proseguì, con rabbiosa enfasi:

– Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil! Sieg Heil!

Incollò ancora il braccio destro al busto. Si recò, con passo fiero da soldato, nuovamente verso il suo studio. Aveva comprato delle mimose da poter fotografare e postare sulla sua pagina Facebook. Ne prese sei steli e li dispose sul tavolo bianco, a formare una gloriosa svastica gialla. Afferrò lo smartphone con teutonica disciplina, cercò la migliore inquadratura in modo da conferire maestosità propagandistica a quel simbolo e lo fotografò. Caricò l’immagine sulla sua pagina Facebook e inserì come didascalia quanto segue:

Ich bin Standartenführer Lorenz Schert. Alles Gute zum Frauentag! Heil Hitler!

Salvò il post, l’avrebbe pubblicato il giorno dopo.

L’indomani, Festa delle Donne, i suoi fan avrebbero avuto una gradita sorpresa.

 

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