Burattinaia

Mentre già fondo e finisco nel nero
pece di colpa, dolore e presagio,
dentro l’oscuro già fluttuo a mio agio,
un grave in cor che mi strozza ormai fero.

 Corto il respiro e le membra cascanti,
sul trono mio già s’adàgian rovesce,
pallide s’apron al cielo che mesce
grigi ed azzurri nell’alto imperanti.

 Mentre lo stato permane immutato,
per quella colpa matrigna trasmessa,
che come chioccia la trama ella intessa,
come d’un tempo Giocasta ha imperato,

 ecco improvvisa la luce divampa,
leva nell’àere, destino nell’onde
d’un mare blu che s’infrange su sponde
di terre ignote cui beltà s’accampa.

 Burattinaia, disciolta nell’acque,
torno a elezioni, ad arbitrio vitale,
seppur errante ed in lotta mortale,
per fin la voce tua d’un tratto tacque.

Dino Venìti alle Urne – Parte 1

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Erano le undici di mattina di una domenica d’inverno. Era appena terminata la Santa Messa. Dino Venìti, la signora Venìti e i due gemelli, Dino Venìti I e Dino Venìti II uscirono dalla Parrocchia dei Santi Martiri Gervasio e Protasio, sorridendo e tenendosi per mano. I bambini sorridevano in maniera vagamente ostentata, secondo i dettami e le regole stabilite dal loro papà e dalla loro mamma, ai quali avevano imposto di sorridere in qualsiasi circostanza della loro vita, anche la più dolorosa, e di reprimere qualsiasi pensiero negativo, perché questo, a detta loro, era ciò che facevano i bravi bambini che andavano in paradiso e che un domani, con questo atteggiamento positivo, si sarebbero integrati in qualsiasi tipo di società. La gente, fuori dalla chiesa, osservava la famiglia Venìti con ammirazione e invidia: erano semplicemente perfetti, non c’era nessuna sbavatura, né macchia. Incrociarono la signora Manzoni con suo figlio Gaetano, coetaneo di Dino:

– Buongiorno signora Manzoni, buongiorno Gae, e buona domenica. Come state?

L’anziana signora sorrise compiaciuta: – Benissimo, grazie. E’ un piacere incontrare una famiglia come la vostra, così unita e felice. Siete un esempio e una benedizione per tutti noi e per tutta la nostra comunità. E’ raro incontrare delle brave persone come voi.

– Troppo buona, signora! Le auguro una buona giornata, arrivederci!

– Arrivederci, dottor Venìti!

Dino Venìti si allontanò con la famiglia. La signora Manzoni, una volta distanti, disse a suo figlio Gaetano, con disprezzo:

– E tu? Come mai alla tua età vivi ancora con me e non ti sei trovato una donna? Hai intenzione di mettere su famiglia, razza di fallito? Che figura ci faccio con la gente del paese, con i vicini, con le mie amiche?

Il figlio arrossì e chinò il capo mortificato. Dentro di sé, sapeva che non avrebbe mai trovato una donna in vita sua. Non ce l’avrebbe mai fatta a liberarsi di quella madre ingombrante e castrante, con la quale dormiva ancora assieme nel letto matrimoniale, dopo che era rimasta vedova. Sua madre era ormai mal digerita come un pasto natalizio quotidiano che si protrae per decadi, ma tutto sommato comoda.

– E adesso sapete dove si va? – chiese Dino Venìti ai suoi pargoli, con un entusiasmo al limite dell’euforia.

– A votare! A votare! Anche noi vogliamo votare! – risposero i due bambini in coro, pieni di vita.

– No, bambini – replicò il papà, facendosi paziente e comprensivo – sapete che non avete ancora i requisiti per esercitare questo diritto, in quanto minorenni.

– Che vuol dire requisiti? – chiesero in coro i due pargoletti.

Dino Venìti ebbe un attimo in cui si rabbuiò, durante il quale, per un breve istante, provò una cocente delusione, mista a rabbia, avendo constatato che la sua prole, sangue del suo sangue, all’età di cinque anni, ignorasse tuttavia il significato della parola requisiti. Ciò nonostante, non redarguì i suoi pargoli, come avrebbe fatto suo padre con lui, ma al contempo non fornì loro alcuna spiegazione.

– Andiamo a scuola – disse ai figli e alla consorte, ricomponendosi e recuperando la sua classe. – Rimanga un po’ con loro, signora Venìti, ho bisogno di allontanarmi per riflettere un attimo.

Sua moglie replicò lievemente piccata: – La smetti di chiamarmi signora Venìti? Siamo sposati da otto anni ormai!

– No. – replicò fermamente il marito. Sua moglie si adombrò e abbassò gli occhi. Per l’ennesima volta, suo marito le aveva spezzato il cuore. Ingoiò amaramente quel rospo, ma Dino se ne avvide subito e la redarguì severamente: – Non farti vedere rabbuiata. Vuoi che la gente pensi che siamo una famiglia litigiosa?

La moglie dipinse sul suo volto un sorriso tiratissimo, mentre le mandibole cominciavano a dolerle e dentro si sentiva morire. Avrebbe voluto urlare al mondo e piangere istericamente tutta la sua disperazione. La sera prima avevano fatto l’amore in modo totalmente meccanico. Lui era durato trenta secondi, dopo averla penetrata in posizione missionaria senza uno straccio di preliminari, per poi cadere addormentato subito dopo aver finito, dall’altro lato del letto.

– Così va meglio! – sorrise Dino, guardandola con la stessa soddisfazione con cui un pittore guarda un suo quadro finalmente ultimato.

Si avviarono a passo lento verso la scuola elementare, dove aveva sede il seggio elettorale presso cui la famiglia Venìti votava. Dino aveva preso da diverso tempo una decisione e si sentiva ringalluzzito all’idea di dare finalmente una svolta concreta alla sua vita. Dopo anni trascorsi a dare il suo voto esclusivamente a partiti e coalizioni di centro-sinistra, quell’anno, per la prima volta in vita sua, decise che era giunta l’ora di dare una possibilità a un partito politicamente schierato dalla parte opposta: avrebbe apposto la sua croce sul simbolo della Lega, dando fiducia alla coalizione guidata da Matteo Salvini. Aveva cominciato finalmente ad ammettere a se stesso che la concezione nazionalista, la difesa dei valori cristiani e l’idea di famiglia che portava avanti l’alleanza di destra era più vicina a quello in cui credeva.

Raggiunsero la scuola ed entrarono nell’edificio. Proseguirono adagio lungo il corridoio, coperto di disegni e poster realizzati dagli alunni, verso la sezione elettorale di appartenenza. Raggiunta l’aula, con ostentata galanteria, Dino lasciò votare la signora Venìti per prima. Quest’ultima, sbrigò la faccenda rapidamente e uscì dopo pochissimo tempo. Il momento tanto atteso per Dino era giunto, che nel frattempo era rimasto fuori con i gemelli ad aspettare la sua compagna di vita. Lasciò i figli a sua moglie ed entrò nella stanza.

Dino consegnò la carta di identità e la sua tessera elettorale agli scrutatori, i quali segnarono il numero del documento sull’enorme registro e apposero il relativo timbro sulla scheda. Si avvicinò quindi all’urna, dove un altro scrutatore gli consegnò le due schede, per la Camera dei Deputati e per il Senato della Repubblica, e la matita.

– Cabina numero due! – esclamò lo scrutatore, con piglio professionale. Dino Veniti girò attorno ai banchi su cui appoggiava l’urna di cartone, si approssimò al cubicolo, scostò la tenda, entrò e la richiuse alle sue spalle.

Aprì le due schede con estrema cautela e le pose delicatamente sulla mensolina all’interno. Ci pensò ancora per pochi secondi, picchiettando leggermente la matita contro la guancia destra, con aria fintamente indecisa, e alla fine fece quello che andava fatto: votò Lega, per entrambi i rami del Parlamento. – In bocca al lupo, Capitano! – pensò sorridendo.

Chiuse le due schede, si voltò per uscire, ma in quel preciso istante sobbalzò: la tenda era sparita e al suo posto c’era un’altra parete.

Rimase perplesso per trenta secondi buoni, fissando quel pannello in una muta domanda e rendendosi conto che la cabina non aveva più vie d’uscita. Si avvicinò alla parete, la tastò brevemente con aria interrogativa e vi appoggiò sopra l’orecchio destro in modo da udire che cosa stesse accadendo all’esterno: ricevette, in tutta risposta, un silenzio di tomba. Iniziò a quel punto a bussare contro il pannello con delicatezza e disse: – Mi sentite? C’è qualcuno lì fuori? E’ sparita l’uscita e sono rimasto chiuso dentro!

Dino non ricevette risposta alcuna. Ci riprovò ancora, svariate volte, ma invano. A quel punto, cominciò a preoccuparsi e sentì l’ansia in procinto di pervaderlo. Iniziò a girare su se stesso e a tirare pugni e manate sempre più forti contro tutte e quattro le pareti, mentre pronunciava, con enfasi crescente:

– C’è qualcuno lì fuori? Rispondete! Aiuto!

(Continua…)

 

Dankrad

Però usare il termine “ritardate” al giorno d’oggi vi mette sullo stesso livello di queste false femministe. Ritardato è chi soffre di ritardo mentale opportunamente diagnosticato!

Erano circa le dieci di sera. L’admin era seduto nel suo ufficio, con il monitor del computer acceso sulla pagina Facebook che amministrava anonimamente, sulla quale, in alto a sinistra, faceva capolino la grigia foto profilo di un Franco Battiato in espressione riflessiva e malinconica. Lesse il commento politicamente corretto al suo post, a nome di una certa Lorenza Toso. Fece un sospiro, scosse la testa affranto e si pizzicò il mento.

Alzò la cornetta e digitò tre cifre sul suo telefono. All’altro capo, sentì sollevare la cornetta, ma non ricevette alcuna risposta. La persona che aveva risposto alla chiamata rimase in attesa di direttive.

– Vieni de qua, nel mio ufficio. – Proferì l’admin, con il suo buffo accento latino americano.

Chiuse la conversazione e adagiò la schiena sulla poltrona, facendo un lungo respiro, mettendo le mani giunte e fissando lo sguardo nel vuoto, con fare riflessivo, restando in attesa. Passarono cinque minuti, finché non sentì bussare alla porta del suo studio.

– Vieni pure dentro, Dankrad.

La guardia svizzera Dankrad fece il suo ingresso, con il suo abito a bande blu e gialle, il basco, il colletto e i guanti bianchi, si avvicinò all’admin e gli si genuflesse davanti. L’amministratore della pagina, in tunica bianca, gli porse la mano in modo che potesse baciargli l’anello piscatorio. Dankrad eseguì il rituale, solennemente.

– Eccomi qui, Santo Padre.

Grassie per essere venutto. Te ho fato chiamare perché ho ricevuto un altro commento politicamente coretto ai miei post su una de le pagine anonime che aministro su Facebook. Che figura ce facio con i miei follower?

– Mi faccia vedere, Santità.

Dankrad avvicinò lo sguardo, chiuse gli occhi a fessura e rilesse il commento di Lorenza Toso.

– Diamo un’occhiata al suo profilo, Beatissimo Padre.

Papa Francesco avvicinò il cursore del mouse al commento incriminato e cliccò sul nome dell’autrice per accedere al suo profilo Facebook. Dankrad gli sedette accanto. Spulciarono ogni dettaglio del suo account, imprudentemente pubblico, con precisione certosina. Nella sezione In Breve, vi erano le emoticon di una corona, un gattino e un cuore rosso con sotto una scritta, interamente in maiuscolo: SONO PAZZA. Le foto profilo, le immagini di copertina e le foto in evidenza ritraevano la giovane donna in costume, di spalle, seduta in riva al mare, oppure stesa sul suo letto mentre abbracciava il suo cane. C’erano anche alcuni autoscatti che la donna era solita realizzare ponendosi dinanzi allo specchio con le labbra protese. Dankrad e il Papa diedero un’occhiata alla sua bacheca, mantenendo una solenne imperturbabilità: quella pagina era un profluvio di post ipocriti antifascisti, antinazisti, femministi, partigiani, costituzionalisti, animalisti, gay-friendly e tutto quanto facesse parte dell’universo politically correct e radical chic.

– A quanto pare, ha segnalatto una de le mie pagine anche. Sono riuscito ad accorgermene grassie a quel software che el suo colega me ha instalatto qualche giorno fa. – asserì il Santo Padre, con pacatezza. Poi aggiunse: – Ho scoperto anche un’altra cossa: no se chiama davero Lorenza Toso. Ha cambiato el nome in onore de un “giornalista” de cui è fan sfegatata -.  Il Santo Padre, nel privato assai caustico, accompagnò la parola giornalista con il gesto delle virgolette, sollevando entrambe le mani e muovendo due volte dall’alto al basso i rispettivi indici e medi.

– Santo Padre, Lei è un drago. Sarebbe stato un ottimo informatico. – rispose Dankrad con affetto. Provava un amore sincero e filiale per il suo Papa. Bergoglio gli sorrise autenticamente e gli diede un buffetto sulla guancia. Le sue guardie svizzere erano come dei figli per lui.

– Dankrad, – riprese il Vicario di Cristo, afferrando il suo smartphone e aprendo l’applicazione di Spotify – lo vedi questo? A mesanotte precissa, io infilerà le cuffie nelle mie orecchie e dovrette fare tutto en cinque minutti y dodici secondi.

– Ho compreso, Santo Padre. – rispose la guardia svizzera.

Dankrad si genuflesse e baciò nuovamente l’anello piscatorio del Pontefice. Si rialzò, si mise sull’attenti, si voltò di scatto e uscì dall’ufficio.

Mancava un minuto alla mezzanotte. Papa Bergoglio si trovava nel suo ufficio, seduto in poltrona, con gli auricolari inseriti nelle orecchie e l’applicazione di Spotify pronta alla riproduzione. Dankrad si trovava davanti alla porta d’ingresso di Lorenza Toso, accompagnato da altre cinque guardie svizzere

A mezzanotte in punto, in perfetta sincronia, il Pontefice pigiò il tasto di riproduzione sull’applicazione, nello stesso istante in cui Dankrad suonò il campanello della porta d’ingresso di Lorenza Toso. Le campane iniziarono a suonare a morto nelle orecchie del Santo Padre e in breve, ad esse si sovrappose il suono delle chitarre distorte dei fratelli Young. Il Papa si adagiò ancor più comodamente per godersi la sua Hells Bells.

Nel frattempo, Lorenza Toso aprì la porta, in canottiera e pantaloncini e si trovò dinanzi a sé le sei guardie svizzere che la fissavano con serietà imperturbabile. Lorenza Toso strabuzzò i suoi grandi occhi verdi e sobbalzò.

– De…desiderano?

Dankrad appoggiò il palmo della mano sulla porta, in modo da aprirla del tutto, facendo scansare la giovane donna ed entrò silenziosamente nel soggiorno-cucina, con passo solenne, assieme ai suoi cinque colleghi. Fu l’unico ad avvicinarsi al tablet che poggiava sul tavolo, mentre Lorenza Toso lo guardava a bocca aperta e con un’espressione di sincera preoccupazione. Dankrad prese il tablet e diede un’occhiata severa al suo contenuto. Lorenza Toso aveva appena commentato un post di Lorenzo Tosa sul monologo di Benigni a Sanremo 2020. Il commento recitava:

Benigni è stato immenso come sempre, originale nella scelta del contenuto, e direi coraggioso, poiché ha smontato le forzate interpretazioni ecclesiastiche che da sempre hanno oscurato il Cantico dei cantici. Non è stato ripetitivo, ha solo esaltato la verità che è stata nascosta per secoli cercando di coinvolgere lo spettatore nello stupore della sostanza manifesta. Dei minuti di cultura e di meraviglia che hanno arricchito il Festival. Forse non si è compresa la natura intrinseca del suo monologo.

Dankrad scosse il capo in segno di disapprovazione. Successivamente, sollevò lo sguardo dal tablet. Guardò serissimo i colleghi alle spalle di Lorenza Toso e dopo due secondi annuì impercettibilmente: era il segnale.

Uno dei suoi colleghi, con fulminea velocità, afferrò vigorosamente il volto della giovane donna con la mano destra, mentre con il braccio sinistro le strinse il petto con forza cingendo con la mano la sua spalla destra. Prima di procedere, le sussurrò un’ultima frase nell’orecchio, con tono grave:

– Dio non esiste, stronza!

Il collega ruotò entrambe le braccia con tutte le sue forze, spezzandole il collo e uccidendola all’istante.

Gli altri quattro colleghi estrassero immediatamente un sacco nero, all’interno del quale adagiarono rapidamente il cadavere. Dankrad ebbe cura di spegnere il tablet e di infilarlo nel sacco assieme alla trapassata.

Completate tutte le operazioni, le sei guardie svizzere uscirono. Fu Dankrad a spegnere le luci e a chiudere la porta dell’abitazione.

In quell’istante, erano passati esattamente cinque minuti e dodici secondi. Il Santo Padre ripose gli auricolari e proprio in quel momento squillò il telefono del suo ufficio. Il Papa alzò la cornetta e la avvicinò all’orecchio.

– Fatto – disse Dankrad, all’altro capo. Il Santo Padre chiuse la telefonata.

Fu Dankrad stesso a concludere le operazioni.

A notte fonda, scese con il sacco nero sulle spalle nelle Sacre Grotte Vaticane e si avvicinò al sepolcro bianco su cui era incisa la scritta PIVS PP XII. La guardia svizzera estrasse un telecomando dalla tasca e, dopo aver pigiato sull’unico pulsante, il coperchio della tomba cominciò a sollevarsi lentamente, cigolando, occultando il quadro della Vergine Maria con il Bambino Gesù dipinta sulla parete. Dankrad si avvicinò e affacciò il suo viso all’interno della tomba, dentro la quale giaceva un altro sacco nero.

– Ciao amore mio, come stai? – proferì Dankrad con voce rotta, guardando quel vecchio sacco nero impolverato – Sono l’unico che pensa a te. E lo sai perché? Perché io so benissimo cosa voglia dire sentirsi soli. E tu, che sei qui dagli anni ottanta, lo sai meglio di me. Ma per fortuna ci pensa Dankrad a te, amore mio. Lo sai che ti voglio bene, vero? Da oggi, avrai una nuova amica a farti compagnia. Sei contenta, amore mio?

Dankrad, con entrambe le mani, sollevò il sacco da dietro le sue spalle e lo rovesciò all’interno della tomba, lasciandolo cadere rumorosamente. Si spolverò le mani sul completo a bande gialle e blu, estrasse nuovamente il telecomando dalla tasca, pigiò sull’unico pulsante e osservò il coperchio della tomba che cominciava a scendere lentamente, cigolando, mentre lacrime salate solcavano il suo viso.

Con un colpo secco e deciso che riecheggiò all’interno delle grotte vaticane, la tomba si richiuse definitivamente.

Dankrad spense le luci, risalì in superficie, uscì dalla Basilica di San Pietro da una porta che conosceva solo lui e si avviò verso casa.

Solo. Come lo era sempre stato.

 

 

Ilario

– Ho appena donato venti euro per Wikipedia!

Ilario, giovane informatico, era seduto alla sua scrivania, come di consueto, mentre digitava freneticamente codice C++. Si sentiva euforico ed entusiasta. Era solito esserlo, amava condividere e ostentare con i suoi colleghi la sua produttività, la sua propositività, il suo ottimismo e la sua volontà di “fare squadra”, mostrandosi costantemente disponibile e servile verso i suoi superiori. Aveva compiuto da poco trent’anni. Cattolico praticante, di bell’aspetto, era sposato con una donna bellissima, secondo però canoni estetici basati sul sentire comune e non sul suo. A volte faceva fatica a fare l’amore con lei, ma ciò nonostante, avevano concepito un bimbo che adesso aveva due anni. Ilario non voleva dare peso alle ombre della sua esistenza: sentiva di avere una vita perfetta e questo lo faceva sentire onnipotente. Nella convinzione di avere il mondo in mano e una protezione speciale da parte del Signore, era sicuro che il suo stile di vita lo avrebbe portato lontano.

Il primo giorno di lavoro, in ufficio, pesando attentamente le parole e ostentando una fine diplomazia, dichiarò di non essersi mai arrabbiato in vita sua e di essere stato sempre politicamente corretto nei confronti degli altri, in particolar modo in ambito professionale. Seguiva alla lettera e in maniera didattica il Vangelo, accompagnando al contempo le sacre scritture a manuali di miglioramento personale, che divorava con voracità cannibalesca. Rientrato a casa, soleva chiudersi per ore in bagno, dove preparava una collezione di discorsi da fare in ufficio, in modo da fare bella figura con i suoi colleghi, inerenti a tematiche professionali, economiche, politiche e sociali, senza naturalmente prendere una posizione chiara in merito. Era solito registrare questi discorsi sul suo smartphone, per poi riascoltarli in modo da modulare il tono di voce affinché risultasse il più persuasivo e convincente possibile. Oltre a ciò, pronunciava i suoi monologhi dinanzi allo specchio, in modo da perfezionare al contempo la gestualità delle mani e la postura. Sua moglie, cristianamente, sopportava l’idea di avere un giovane marito preso esclusivamente dal lavoro. Era un buon partito, in fin dei conti, e anche un bell’uomo, ma lei cominciava a sentirsi malinconica e spenta, trascurata.

Dino era il suo vicino di postazione. Disilluso, disincantato, realista, era in ogni caso il collega più stimato del suo dipartimento. Un colpo e un centro era la sua filosofia: lavorava nella giusta misura e soprattutto, si occupava unicamente di quello che lo interessava davvero. Con questo spirito, era riuscito a portare all’azienda pochi, ma interessanti progetti e anche un po’ di fatturato, nonostante il suo apparente distacco nei confronti delle cose. Questo atteggiamento aveva dato una sincera credibilità agli occhi dei suoi superiori, che gli davano piena fiducia e incarichi prestigiosi.

Dino aveva capito immediatamente chi era Ilario, fin dal primo giorno in cui gli aveva stretto la mano. Dal suo arrivo in ufficio, non aveva fatto altro che studiarlo e osservarlo mentre recitava la sua parte. Aveva immediatamente captato la sua irritante tendenza a non prendere mai nessuna posizione precisa e a cercare di dare ragione a chiunque, vittima com’era della sua stessa ambizione e della sua dipendenza dal compiacimento altrui.

Un po’ con fare malizioso, un po’ per dargli una svegliata, in risposta all’entusiasmo del giovane collega relativo alla sua donazione, proferì poche e semplici parole, con tono autenticamente solenne:

– Credo che Wikipedia non possa essere considerata attendibile come fonte d’informazione.

Ilario percepì quella frase come una scudisciata sul ventre, come una scarica elettrica che all’improvviso, lo fece vacillare. Senti le carni strapparsi dalle ossa. Si girò e squadrò Dino con occhi indemoniati e pieni di odio, reclinando la testa e incrociando le braccia, cercando di darsi autorevolezza in base a quanto appreso dai manuali di auto-miglioramento, ma risultando agli occhi di Dino semplicemente miserabile e ridicolo. Dino si divertiva a farlo cadere in contraddizione, ma al contempo provava una certa tenerezza nei suoi confronti.

– In che senso? – Proferì Ilario. Lo diceva spesso, in tono irritato, quando si sentiva colto in castagna. Pronunciava quelle tre parole socchiudendo gli occhi con fare fintamente investigativo e con aria vagamente minacciosa. Lo faceva nella speranza di mettere in soggezione l’interlocutore, sperando di avere la meglio nella discussione. Ilario non concepiva la possibilità di un dialogo costruttivo, doveva averla vinta sempre e comunque. Non poteva permettersi che qualcuno avesse la meglio su di lui. Questo faceva vacillare le sue certezze, la sua immagine perfetta, il suo essere un soldato di Cristo. Non tollerava che qualcuno potesse contraddirlo, portando con fierezza quella variante al femminile del nome Ilaria, che gli dava un tocco così dandy. Non poteva deludere inoltre le aspettative di sua madre, verso la quale aveva un complesso di Edipo irrisolto che, in alcune circostanze, si tramutava in una vaga fantasia sessuale nei confronti di quest’ultima. L’immagine di lei che lavava i piatti ogni tanto ancora lo eccitava, ma Ilario reprimeva con durezza questo pensiero, ingoiandolo come un rospo amaro.

– Dico che mi sembra assurdo che un’enciclopedia online venga riempita da utenti anonimi i cui inserimenti vengono valutati da altri utenti a loro volta anonimi in base a non si sa bene quali competenze. Chi c’è dietro gli articoli di filosofia? Di letteratura? Di psicologia? Di matematica? Di fisica? Persone competenti del settore o gli stessi che votano sulla piattaforma Rousseau del Movimento 5 Stelle?

A quelle parole, Ilario impallidì e cominciò a farfugliare. Sapeva che stava per andare in corto circuito. Provò un lieve senso di vertigine e una leggera nausea. Dino dentro di sé gongolava: aveva fatto centro anche stavolta, lo aveva smascherato. Si sentiva però un po’ in colpa per aver umiliato il suo giovane collega.

– Ma è gratuita!

– Siamo d’accordo, la considero anche io una grande invenzione. Dico solo che quello che c’è scritto va preso cum grano salis e che non la userei mai per fare una ricerca scientifica o per scrivere un articolo su Primo Levi.

Dino amava infarcire i suoi discorsi con dei latinismi. Gli piaceva ostentare la sua cultura da Liceo Classico, sapendo che Ilario aveva frequentato l’ITIS. Non lo faceva per sentirsi superiore o migliore di Ilario. Lo faceva per farlo sentire inferiore, un po’ per divertimento, un po’ per insegnargli la realtà, che Dino conosceva ormai piuttosto bene.

– Come tutte le cose, del resto! – replicò Ilario con una frase stereotipata e qualunquista, della quale non era convinto minimamente e che aveva sentito chissà dove. Si espresse con voce tremante, mentre gli occhi gli si fecero lucidi, pieni di rabbia e dolore. Chissà, quella frase, da dove proveniva davvero: se da lui, da sua madre, da suo padre, da sua sorella, dal suo confessore e padre spirituale Don Egidio. Dentro di sé, Ilario provava sentimenti ambivalenti per Dino. Da un lato lo considerava una sorta di mentore, un fratello maggiore irraggiungibile, che seduceva con il suo disincanto e la sua aria malinconia, il più delle volte usata strategicamente al solo scopo di evitare rotture di scatole. D’altro canto, Ilario odiava profondamente Dino, verso il quale, senza esserne del tutto consapevole, provava una grande invidia, che gli causava spesso notti insonni. Questo non lo avrebbe mai riconosciuto pienamente: Ilario non era in grado di ammettere a sé stesso di provare rabbia e odio per qualcuno, imprigionato com’era nelle fitte maglie di un Cattolicesimo anni cinquanta di stampo meridionale e intimorito com’era dall’idea di finire all’inferno.

Dino chiuse la conversazione. Era un tipo pragmatico che non amava sprecare energie in discussioni inutili e si rimise a lavorare.

Anche Ilario si rimise a lavorare, ingoiando il suo violento e silente rancore e rivolgendosi a un altro collega con il consueto finto ottimismo frutto di interpretazioni sbagliate dei testi sacri e di anni e anni di letture di manuali tossici.

Ma quella rabbia lo logorava come un tarlo, e si faceva, giorno dopo giorno, sempre più insistente.

Anche quella notte, Ilario non chiuse occhio.

Il giorno dopo, la recita sarebbe cominciata di nuovo.

 

Antiche ferite

D’alma sfregiata contrita ed inerme,
apre il suo cuore, traversa l’ignoto,
di vita sua presso un viso ch’è immoto,
si spoglia ‘gnuda, alla stregua d’un verme.

D’alma graffiata d’antiche ferite,
conta, tirata a diritta e a mancina,
de’ numi estranei che oscuran, bambina,
ori del mondo suo interno, pepite.

D’alma d’amor per poeti, poetessa,
narra passione profonda, incantata,
d’autori cerca risposte, spossata,
verbi che dentro le restino impressa

D’alma pentita d’aversi concessa,
poscia si cinge ad un volto maschile,
chissà, per colpa, per giuoco un po’ vile,
brama il potere per gioia repressa.

D’alma ch’è ricca di umbre e di luci,
ebbi l’onore d’un mondo esplorare,
torno al veliero, si possa salpare,
t’ascolto, Padre, che tutto conduci.

Stella Pulpo e Il Matrimonio della Compagna di Liceo

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– Ciao Stellina, come stai? Sono Catalda! E’ una vita che non ci sentiamo! Come te la passi amore? Dove ti trovi di bello?

Nell’udire quella voce stridula, con quel marcato accento tarantino, Stella Pulpo si fece di bragia e una serie di emozioni cominciarono a sovrastarla: nostalgia, angoscia, ansia, imbarazzo, vergogna, nervosismo, ma soprattutto disagio. Un disagio opprimente, profondo, che le solleticava le viscere, tipico di quando si riceve una chiamata da una persona che ti rimanda, come un’improvvisa schioppettata, a tutte le tue inadeguatezze adolescenziali.

– Ehm…ciao Catalda! Come te la passi? Sono a Milano, come sempre. E come sempre sono presa da mille cose, tra il blog, le conferenze femministe e il libro che sto ultimando. – Stella non riusciva a mascherare del tutto il suo accento tarantino, mentre interloquiva con la sua compaesana. La sua parlata sapeva pertanto di impacciato, inciampando qua e là tra vocali chiuse e aperte, coprendosi di ridicolo. Cominciò a sentire la bocca irrimediabilmente secca.

– Ah, la scrittura, la tua solita passione. Che palle, a me non ha mai interessato! Ma sei sposata? Hai figli? – proferì Catalda con voce stridula e irritante. La Pulpo si sentì ferita. Quell’affermazione dell’amica stava facendo vacillare in un’istante tutto quello in cui era convinta di credere.

Stella si era già pentita di aver dato tutti quei dettagli sulla sua vita a una persona che non lo meritava. Dentro di sé sapeva che era un prestarle il fianco. Catalda non aveva mai messo piede fuori da Taranto, non era mai stata capace di guardare al di là del suo naso, oltre la triade casa, lavoro e matrimonio. – A Taranto le donne sono involute, non conoscono la gioia dell’emancipazione! Catalda la quadrata, Catalda l’inconsapevole, Catalda la mediocre! – rimuginava tra sé e sé la Pulpo, con una punta di rancore che non avrebbe mai ammesso a se stessa.

Il disagio, come un’ombra oscura, alla stregua di un mostro maligno, dentato e minaccioso, si amplificò nella blogger femminista. Mentre ansia e dolore dovuti all’inadeguatezza cominciavano a tramutarsi in rabbia, uno stimolo alla defecazione cominciava a farsi strada attraverso le sue viscere apule. Per miracolo, riuscì a scansare quelle domande impertinenti, mentre aveva la fronte imperlata di sudore, nell’inconscio sospetto che, probabilmente, le sue scelte di vita fossero sbagliate e contrarie al volere di sua madre, la Vagina Maestra, che la Pulpo venerava come una dea e della cui presenza ingombrante non riusciva a liberarsi, oppressa com’era dai sensi di colpa e dal timore riverenziale verso la sua genitrice.

– Avrò modo di raccontarti la mia vita, ne sono successe di ogni! – replicò la blogger in maniera inquieta e competitiva, ostentando pateticamente nei confronti della sua compaesana i vantaggi del suo stile di vita diametralmente opposto, sviando il discorso e salvandosi in calcio d’angolo. – Ma dimmi, a cosa devo il motivo della tua chiamata? – Il suo tono si fece un pelo più formale, allo scopo di prendere le distanze, forse più da se stessa che da Catalda, per quanto non riusciva a nascondere del tutto un lieve tremolio della voce e lo stimolo alla defecazione incrementava la sua spinta, come un folletto birichino che la solleticava di nascosto. L’ansia e il nervosismo le causavano anche una leggera eccitazione sessuale.

– Mi sposo, Stella! Mi sposo! Roberto mi ha regalato l’anello l’altra sera! Mi ha invitata a cena al BlueBay! Aveva preparato tutto, persino la musica dal vivo. A un certo punto, si è alzato in piedi, si è messo in ginocchio davanti a me, ha tirato fuori il cofanetto, lo ha aperto e mi ha chiesto di sposarlo! Quando gli ho detto di sì, è partita la musica! Come in un film! Sono troppo felice! Se penso che l’anno scorso stavamo per lasciarci! Anche perché sua madre non mi ha mai potuto sopportare. Tempo fa, in vacanza, una sera, io e Roberto abbiamo deciso di uscire e di andare a cena fuori anziché stare a casa con lei e le sue sorelle e quindi a quel punto mi ha presa di mira. Io non la sopporto mia suocera, non ci crederai! Ma sono sicura che adesso con il matrimonio le cose cambieranno! E’ quello che succede a tutte le coppie no? A proposito, sai chi si è sposato? Non ci crederai mai! Francesco! Non l’avrei mai detto!

Stella Pulpo annuiva con un sorriso forzato, con le mascelle che le dolevano per lo sforzo. Ogni tanto, mentre ascoltava quel soliloquio, si lanciava in qualche risata finta, ormai totalmente eterodiretta e in balia della sua mai superata dipendenza all’altrui compiacimento. Lo stimolo alla defecazione e l’eccitazione sessuale dovute all’ansia e all’imbarazzo stavano cominciando a farsi insostenibili. Il suo corpo era completamente contrito in una morsa soffocante, rigido come un blocco di cemento armato. La fronte gocciolava copiosa, assieme alle sue ascelle. Un odore di cipolla cominciò a manifestarsi nel soggiorno-cucina del suo bilocale meneghino di quarantacinque metri quadrati. Perché mai stava sorridendo poi, sapendo che Catalda non riusciva a vederla attraverso il telefono? La Pulpo si strinse nelle chiappe del suo culo a tamburello, rammentando con rancore il voto basso (un cinque) ricevuto negli anni del liceo da parte dei suoi compagni di sesso maschile, ferita che ancora le bruciava e che l’aveva portata a vendicarsi aprendo il suo famigerato blog e a costruire il suo personaggio femminista. Emise un inquietante piccolo peto dalla vaga consistenza liquida, come una piccola goccia di rugiada maleodorante. Stella seppe che a breve avrebbe dovuto affrontare un’impegnativa seduta di gabinetto. Serro le piatte, larghe e mediocri natiche con vigore, onde evitare che la fiumana marrone che spingeva nelle sue viscere dilagasse.

La telefonata durò altri venti minuti abbondanti, mentre la Pulpo, mordendosi il labbro inferiore, era ormai diventata una statua tremante di colore verde, finché Catalda non concluse il suo monologo proferendo:

– La data della cerimonia è il quindici Luglio. La messa sarà alle undici di mattina, nella Basilica di San Cataldo. Poi, per le tredici, ci sposteremo tutti alla Masseria La Grande Quercia, a San Basilio. Ci sarai vero? Passerò dai tuoi a lasciar loro l’invito.

– Puttana! – pensò Stella Pulpo, ormai sul punto di esplodere – ha preso pure la sala ricevimenti a quaranta chilometri dalla Chiesa! ‘Sta stronza del cazzo!

Raggiunto il suo limite di sopportazione, la Pulpo garantì la sua presenza alla cerimonia e provvide a terminare la telefonata frettolosamente, adducendo un improvviso impegno urgente, di fatto non mentendo da un punto di vista fisiologico, ostentando gentilezza con uno sforzo ai limiti della ragione umana.

Chiusa la telefonata, Stella lanciò il telefono con furia animalesca contro la parete, mandandolo in frantumi. Si liberò immediatamente dei vestiti e delle mutande e cominciò a correre nuda verso il bagno, con un passo reso alquanto bizzarro dall’aver serrato i glutei in una morsa, onde evitare di sporcare e di farsela addosso. I suoi prosperi seni apuli ballonzolavano con periodicità matematica perfetta. Strada facendo, le scappò inevitabilmente qualche peto, mentre gocce marroni lasciavano tracce del suo cammino dal soggiorno al bagno, a guisa d’un Pollicino coprofilo.

Raggiunto il bagno, finalmente sollevò la tazza del cesso e vi appoggiò le sue natiche piatte, che si dilatarono all’istante, rivelando un peculiare ano ficamorfo dal quale proruppe inizialmente una scoreggia devastante, il cui rumore rimandava a quello di numerosi banchi da chiesa strisciati alla rinfusa sul pavimento di una cattedrale deserta. A quello scoreggione impetuoso e tremendo, fece seguito una cascata marrone di diarrea, ettolitri di merda allo stato liquido, mentre al contempo la Pulpo si sgrillettava affannata la vagina anteriore e intanto, con l’altra mano, reggeva il seno sinistro, titillando rapidamente tra indice e medio il capezzolo puntuto e gonfio di desiderio. A un tratto sgranò gli occhi, spalancò la bocca e cacciò un urlo liberatorio della durata di un minuto: la fase anale e fallica, di freudiana memoria, si fusero generando un potentissimo orgasmo, alla stregua di un Big Bang, da cui ebbe origine un universo pulsionale, sì di sollievo, ma seguito immediatamente da sensi di colpa, inadeguatezza e profonda frustrazione.

Il bagnetto cieco era ormai impregnato di un terrificante odore di merda e di fica misto a tabacco, dato che la Pulpo era solita fumare attraverso il suo organo riproduttivo per darsi piacere. Memorie olfattive di due vagine. L’olezzo rimandava ai miasmi terrificanti provenienti dall’Ilva.

Stella, sfiancata e con il fiatone, si alzò tremante e a fatica dal water, rivolse gli occhi al cielo, nuda, pallida e sudata, e pronunciò, con gli occhi gonfi di lacrime:

– Vergine Madre, aiutami tu, ti prego! Perdonami!

La Pulpo perse i sensi e svenne, ritrovandosi in posizione fetale sul pavimento del bagno, con un rigolo di escrementi che scivolava dal suo ano ficamorfo e con la vagina anteriore che sporadicamente emetteva bollicine.

 

 

Messaggio nella Bottiglia

Scrivo, perché mi piace.

Scrivo, perché ho delle idee.

Scrivo, perché sento di avere qualcosa da dire.

Scrivo, perché, lo riconosco, mi sento davvero molto solo a volte.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia segnale utile che prima o poi emerga da tanto rumore gaussiano.

Scrivo, perché ciò che scrivo sia un messaggio nella bottiglia, che viaggia nell’oceano dei nostri tempi dispersivi.

Scrivo, perché questo messaggio nella bottiglia, prima o poi raggiunga la riva della Terra Promessa.

 

 

La Posta di Dino – Ricominciare alla grande

Caro Dino,

mi chiamo R., ho 35 anni. La mia vita fa schifo. I miei mi trattano ancora come un ragazzino, mi sono sposato con una donna scontenta che non si concede mai sessualmente e mi fa sentire un fallito, i miei amici sono una manica di patetici superficiali, i miei colleghi mi assillano con le loro frustrazioni lavorative, il mio capo mi tratta come uno stagista di primo pelo. Avrei una gran voglia di mandare tutti al diavolo. Non sopporto più nessuno. Persino quando cammino, ho l’impressione che gli sconosciuti vogliano approfittarsi di me. Aiutami.

R.

Caro R.,

se pensi che persone che non conosci possano avercela con te, ti dirò l’esatto opposto di quello che ti direbbe chiunque: non è un impressione, la gente ti odia davvero. Tu non piaci a nessuno. Anche a me non piaci. E lo sai perché? Perché sei una vittima degli eventi e ti crogioli masochisticamente nel tuo vittimismo da quattro soldi, per scelte tra l’altro che hai fatto tu, perché sei fondamentalmente un pigro del cazzo, un mollusco e un pecorone, per usare degli eufemismi.

Ti darò comunque un metodo infallibile per uscire da questa situazione. Inizia a uscire di casa e mentre cammini, in solitudine, ferma la gente che incontri per strada, fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue:

Io sono il Messia.

Fallo costantemente e con convinzione, mi raccomando, tutte le volte che incontri qualcuno. Ferma la gente di proposito, unicamente per pronunciare questa frase.

Successivamente, inizia a farlo anche in famiglia, tra amici, al lavoro, insomma, in tutti i tuoi abituali contesti.

Tua moglie ti assilla di richieste assurde, non è mai contenta di te e si nega sessualmente? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia. Il tuo migliore amico ti sta raccontando nuovamente che si è lasciato per l’ennesima volta con la sua compagna e si è rimesso insieme dopo averti garantito che avrebbe dato definitivamente un taglio netto? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia. In ufficio, i colleghi si lamentano con te degli stipendi troppo bassi, della qualità del caffè delle macchinette? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia. Il tuo capo ti riempie di lavori ripetitivi, alienanti, che umiliano la tua professionalità e in tutto questo ti riempie anche di insulti? Fai un bel respiro e, con occhi spalancati, proferisci solennemente quanto segue: Io sono il Messia.

Per fartela breve, d’ora in avanti, a chiunque voglia interloquire con te, dopo aver fatto un bel respiro, con occhi spalancati, solennemente, non dovrai rispondere altro che questo:

Io sono il Messia.

Nel giro di una settimana, vedrai che ti lasceranno tutti in pace. Anche a casa dal lavoro. Se avrai ancora una casa ovviamente, visto che tua moglie sicuramente ti lascerà e se la terrà e tu, alla veneranda età di trentacinque anni, dovrai di nuovo tornare a casa dei tuoi genitori, anche se sicuramente e con buona ragione non avranno nessuna voglia di ospitarti.

Sorridi comunque, perché potrebbe essere una buona occasione per ripartire da zero. Qualcuno potrebbe prenderti sul serio, iniziare a seguirti e tu potresti provare a minacciare uno scisma all’interno della Chiesa Cattolica, se non addirittura, se l’ambizione non ti manca, tentare di fondare una nuova religione.

In bocca al lupo.

Dino Veniti

La Posta di Dino – Una scomoda rivelazione

Ciao Dino,

mi chiamo M., ho venticinque anni e vengo da Bema, un paese di pochissime anime in provincia di Sondrio.
Vado dritto al sodo, senza spiegarti i retroscena, per non annoiarti: ho scoperto da poco che mia madre e mio padre sono fratelli.
La vita è stata generosa nei miei confronti, al punto che sono perfettamente sano e non ho nessun tipo di malformazione. Ciò nonostante, la notizia mi ha scosso profondamente, ora non so più chi sono e ho bisogno del tuo aiuto. Puoi darmi una risposta?

Sei tuo cugino.