Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 1

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– Oh, Ricky, Ricky, Ricky! E’ arrivato finalmente. – Erano le sette di mattina di una domenica primaverile. Pasqui, con il suo marcato e ostentato accento barese, aveva appena acceso lo stereo nel soggiorno, facendo partire, a tutto volume, l’odiosa Tarantella del Ciutaglione. Spalancò la porta della stanza di Ricky, con la sua consueta invadenza, inondandola di luce, senza curarsi del fatto che il poveretto era ancora a letto e aveva dormito solo quattro ore.

– Oh, Signur…Pasqui, ma dai! Ma non vedi che sto dormendo? Sono andato a fare l’ape ieri sera con i miei colleghi e non mi sono accorto che tra un Negroni Sbagliato e un Bellini, taaac, si son fatte le tre! Dai che son stanco! Lasciami dormire, su! – replicò Ricky, con la sua vocetta milanese squillante, vagamente roca a causa di quella sveglia indesiderata e precoce.

– Oh, Ricky, ma di che cosa ti lamenti? Poi dici che noi meridionali ci alziamo tardi tutte le mattine e non c’abbiamo voglia di lavorare! – replicò l’amico con entusiasmo, magnificando la sua cantilena Pugliese. – Io quando stavo giù mi svegliavo tutte le mattine a quest’ora di domenica, visto che mia madre doveva pulire la stanza. Sai cosa diceva? La casa adda piglia‘ aria! A proposito, fammela chiamare, ché mi sono appena alzato. Chissà si preoccupa!

Pasqui si allontanò dalla stanza di Ricky per recarsi in soggiorno e telefonare all’ingombrante e onnipresente mamma Antonella, mentre Ricky, ormai seduto sul letto, con entrambe le mani poggiate sul materasso, con gli occhi cisposi e socchiusi per il sonno interrotto, ancora si interrogava sul perché sua madre parlasse con accento napoletano e il suo amico invece in barese. Sbadigliò seccato.

– Pasquà! – fece mamma Antonella con tono perentorio, dall’altro capo del telefono – E’ arrivato il pacco?

– Sì, Ma’, sta giù, mo ha citofonato il portinaio! E sì, qua stiamo a Milano, Ma’! I portinai lavorano pure di domenica! Mo dico a Ricky di darmi una mano a portarlo su! Dai non piangere, Ma’! C’ho più di trent’anni ormai, non ne vale la pena, ormai sono adulto! Sì, Ma’! L’esame ce l’ho domani! Sì, ho studiato Ma’! Stavolta lo passo! Tranquilla! Sì, sì, anche io ti voglio bene, Ma’!

La telefonata durò ancora parecchi minuti. Il tono di voce di Pasqui era estremamente alto, inconsapevole e noncurante del fatto che il suo amico Ricky fosse a poca distanza da lui, con in corpo pochissime ore di sonno. Ricky, nel frattempo, ancora in pigiama, era uscito dalla stanza, spettinato e con la stessa espressione corrucciata e assonnata. Si era appoggiato seccato alla porta della sua stanza, mentre osservava perplesso Pasqui che interloquiva appassionatamente con sua madre. La telefonata giunse finalmente al termine.

– Oh, Ricky, vestiti che scendiamo! Andiamo a prendere il pacco! Sta giù in portineria!

– Pasqui, – replicò il meneghino – ma non ti sembrano un po’ tanti questi pacchi che arrivano due volte alla settimana? Cioè, guarda un po’ qui in soggiorno, in cucina, in camera mia, non c’è praticamente più spazio per vivere in questa casa!

Pasqui si guardò attorno, con espressione inquisitoria. Le pareti della casa erano in effetti ormai completamente tappezzate di pacchi da giù. Ogni angolo utile era riempito con una scatola di cartone ricolma di vivande, vasetti con sughi, formaggi, ortaggi e verdure di ogni tipo. La casa, nel corso degli anni, aveva ridotto sensibilmente i metri quadrati calpestabili.

– Oh Ricky, già ti vedo che stai a fare la tragedia! Ché voi c’avete sempre ‘sti pregiudizi su noi del sud che ci portiamo un sacco di roba, che alla fine dueeddue sono! Dai, vestiti che scendiamo! – Pasqui gli diede una sonora pacca sulla spalla. Ricky reagì stupito al gesto dell’amico, vagamente stizzito, ed era la prima volta che gli succedeva di provare quei sentimenti, dopo anni.

– Pasqui, – replicò Ricky, ricomponendosi subito – ma anche se lo prendiamo lunedì il pacco, apriamo uno di questi, qui ormai non riusciamo più a muoverci, non si respira quasi più…

– Oh Ricky, vedi che stai sempre a fare la tragedia? Ringrazia che sta mia madre che ci fa da mangiare e non ci fa andare al supermercato tutti i giorni, poi la casa più piccola sembra pure più accogliente! E poi voi Milanesi non siete abituati ad abitare nei monolocali? Almeno così ti senti più a casa, ‘sta casa è troppo grande, così mi sento più protetto pure io almeno, no? Dai, vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

– Pasqui, vorrei solo farti presente che…

– Oh Ricky, ma non ti sei vestito ancora? Dai muoviti, che scendiamo a prendere il pacco!

Pasqui gli si avvicinò e gli diede una seconda pacca vigorosa sulla spalla, sorridendo, per poi dargli nuovamente le spalle e riprendere le comunicazioni con sua madre tramite le applicazioni di messaggistica istantanea. Ricky lo fissava con occhi persi. Cominciava a percepire una strana sensazione. Si sentiva molto angosciato, oltre a provare una lieve rabbia, sovrastata, però, in quel momento, da ansia, dolore e paura crescenti. Iniziò ad avere i brividi e a sentire freddo. Fissò il pavimento, con gli occhi spalancati, quasi esanime, senza più vitalità. A un tratto, si girò verso la parete, trascinò verso di sé uno degli innumerevoli pacchi che foderavano le pareti della casa e vi si sedette sopra. Giunse le mani fino a coprire la bocca e il naso e si chiuse in un silenzio tombale, mentre fissava con aria persa il pavimento.

– Oh Ricky? Ti sei vestito? – fece Pasqui, dandogli ancora le spalle e scrivendo compulsivamente messaggi a sua madre. Non ricevette alcuna replica.

– Oh Ricky? – ripetette Pasqui, ricevendo nuovamente un silenzio inquetante in risposta. Fu a quel punto che il barese decise di distogliere lo sguardo dal suo cellulare e di voltarsi, quando vide l’amico milanese in quelle condizioni. Seduto. Pallido. Morto dentro. Privo di qualsiasi segno di vitalità.

Pasqui lo guardò con aria stupita e perplessa, per un minuto abbondante.

– Ricky… va tutto bene? – gli chiese.

Ricky era ancora lì, seduto sul pacco, con le mani che gli coprivano il viso, eccetto gli occhi, fissi sul pavimento. Respirava lentamente, pochi respiri, lunghi e profondi. Si sentiva completamente spento. Svuotato. Pasqui rimase ancora per parecchi minuti a guardarlo, con aria costernata. Si avvicinò allo stereo e capì che era forse il caso di spegnere la musica, interrompendo l’irritante Tarantella del Ciutaglione. Si sentiva impotente, incapace di proferire parola e ignaro di cosa stesse accadendo al suo amico.

Finalmente, Ricky, dopo quel terribile silenzio, straziante e interminabile, fu in grado di parlare.

– Pasquale… – gli fece Ricky. Aveva gli occhi lucidi, le sue mani cominciarono a tremare.

– Oh, Ricky? – fece Pasqui in risposta.

– Pasquale… – fece Ricky – lo sai benissimo come mi chiamo… Piantala con questa manfrina…

– Scusami, Massimo… – rispose l’amico. Il suo tono di voce si era fatto serio, solenne. Non vi era più alcuna traccia di quel fastidioso accento pugliese.

– Non preoccuparti… – rispose Massimo, con voce rotta e gli occhi lucidi. – Pasquale, mi sento molto stanco…

– Come mai, Massimo? – Lo guardò, lì per lì, con autentica preoccupazione.

– Pasquale, non ne posso più, credimi… – i suoi occhi cominciarono a riempirsi di lacrime – Non ne posso più di questi luoghi comuni, di questi stereotipi, di queste semplificazioni ridicole, di queste suddivisioni dicotomiche e semplicistiche tra Nord e Sud, tra uomini e donne. Io sono una persona estremamente complessa, e in questi anni nessuno di voi se ne è mai reso conto e mi sento profondamente ferito dalla vostra superficialità!

Massimo cominciò a erompere in un pianto sincero, le lacrime fluivano libere dai suoi occhi, mentre singhiozzava come non gli accadeva da anni. Seguitò nello sfogo:

– Sono una persona estremamente sensibile, Pasquale, fragile come una porcellana! Sapete qualcosa di me, tu e gli altri, a parte questa pantomima del milanese, soggiogato dall’invadenza di un branco di meridionali? Vi siete mai chiesti chi si nasconde dietro questo personaggio, del quale, in tutti questi anni, sono diventato schiavo? Mi sento in gabbia, Pasquale! Questa vita è una prigione! Vi ho mai raccontato che adoro I Fratelli Karamazov di Dostoevskij? Che mi commuovo davanti alle opere di Vincent Van Gogh? Possibile che non ci sia mai spazio per parlare d’altro, in questa merda di casa? Sono anni che andiamo avanti con le stesse situazioni, le stesse gag! Lo sai cosa canta Franco Battiato? Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalla regole comuni, da questa falsa personalità. Ed è esattamente quello che mi sta succedendo! Ora, in questo momento!

Massimo piangeva. Piangeva sinceramente, mentre Pasquale lo guardava, sempre con la stessa espressione di prima, tra il preoccupato e il perplesso. Se ne stava imbambolato, con le braccia penzoloni, mentre reggeva a malapena il cellulare nella mano destra.

– Che poi – seguitò Massimo, singhiozzando amaramente – si può sapere che ci faccio qui, in mezzo a voi? Che cazzo ci faccio io in questo cesso di casa? Siete tutti meridionali! Siete amici da quando frequentavate l’asilo! Poi siete venuti qui, in massa, nella mia città, con il vostro attaccamento patologico alle vostre famiglie d’origine, dalle quali non avete mai staccato il cordone ombelicale! Io sono nato e cresciuto a Milano, cazzo! Dimmi, ti scongiuro, cosa ci faccio – iniziò a scandire le parole – nella mia città di origine,  in una casa per studenti fuori sede, tra l’altro fuori corso da oltre un lustro? Come ci sono finito qui dentro? E’ una cosa completamente fuori dal mondo! Non ricordo più come sono capitato in quest’incubo! Dove vivevo prima, porca troia? Dove sono i miei genitori? Dove sono mia moglie e mio figlio? Perché diavolo mi trovo qui dentro, in questa galera, cazzo?

Massimo portò nuovamente entrambe le mani sul volto, stavolta coprendo anche gli occhi e proseguì con il suo pianto disperato. Si sentiva perso, senza riferimenti, solo. La farsa si era ormai conclusa, la verità era emersa. Sapeva che da lì in avanti, tutto sarebbe cambiato.

Pasquale continuò a guardarlo, conservando la stessa espressione, finché non si riprese anche lui. Capì che quella rivelazione avrebbe messo fine a tutto: la popolarità, il fan club, i giri per l’Italia, gli affari, lo champagne, la cocaina, il viagra, le escort. No, Pasquale non voleva e non poteva rinunciare a tutto questo.

Si riavvicinò allo stereo, lo riaccese e la fastidiosa Tarantella del Ciutaglione ripartì.

– Oh, Ricky! – fece Pasqui, rientrando immediatamente nel personaggio, come se nulla fosse accaduto, sorridendo e riprendendo la consueta ostentata vitalità meridionale di sempre: – Vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

Pasqui si voltò di nuovo, dando le spalle a Ricky, e riprese a mandare messaggi a mamma Antonella. E fu quella, per Ricky, la goccia che fece traboccare il vaso. Si sentì travolto da un violento senso di incomprensione. Ormai tradito anche dal suo vecchio amico, rialzò lo sguardo e lo osservò attentamente, con i suoi occhioni ancora lucidi a causa di tutte le lacrime versate. Adesso il dolore cominciò a tramutarsi in una rabbia crescente. Il sangue gli ribolliva. Digrignò i denti e serrò le mascelle, mentre il respiro gli si faceva più affannoso:

– Certo! – fece Ricky, trattenendo ancora per un po’ la sua furia – rimani lì fermo, mi vesto e scendiamo. Non muoverti da lì…

Ricky si alzò in piedi. Aprì il pacco sul quale era rimasto seduto fino ad allora e ne estrasse un gigantesco vasetto di ragù pippiato. Lo afferrò con entrambe le mani, si avvicinò silenziosamente e in punta di piedi all’amico Pasqui, sempre rivolto di spalle rispetto a lui, mentre continuava a scrivere in maniera convulsa messaggi alla mamma, e con tutta la forza che aveva in corpo, con tutta la rabbia e il rancore accumulato nel corso di quegli anni, glielo spaccò in testa. Il rumore di vetri infranti causato dal colpo fece fischiare le orecchie di entrambi.

– Ricky… – Pasqui si girò verso di lui, con aria stupefatta. Aveva gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, in una muta espressione di sorpresa. Un rigolo di sangue cominciò a scendergli dalla fronte, confondendosi con il ragù che ricopriva ormai interamente il suo volto.

– Vaffanculo, pezzo di merda di un terrone figlio di puttana… – fece Ricky, tra il sollevato e il compiaciuto, fissandolo negli occhi con sguardo omicida.

Pasqui sollevò gli occhi fino a far scomparire le iridi, reclinò il capo e perse i sensi, cadendo al suolo rovinosamente.

(Continua…)

 

 

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