Oduné

Mani s’appigliano all’anima nera,
pensiero vola a una voce ormai stanca,
quel corpo rotto, un frammento che manca,
un tempo fiera prorompere intera.

Cedo nel ventre d’un pozzo invitante,
nell’atro affondo, in attesa impaziente,
di questo cappio alla gola sì urgente,
si sciolga il nodo sul pomo estenuante.

Colpo di colpe mie incerte m’affligge,
solo una resa stroncante mi resta,
quest’oduné che s’infuria e che appesta,
ferro tagliente sul core s’infligge.

Sento lo sprito più forte, rabbioso,
d’un veneficio per nulla voluto,
ecco quell’urlo, da sempre taciuto,
sgorga ora pieno, fluente, copioso.

Questo è il volere del Lume, o mio fato,
aspro docente, ch’afferra pei piedi,
l’interra in suolo, fin quando non vedi,
finché la pace non t’abbia espugnato.

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