Dino Venìti alle Urne – Parte 1

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Erano le undici di mattina di una domenica d’inverno. Era appena terminata la Santa Messa. Dino Venìti, la signora Venìti e i due gemelli, Dino Venìti I e Dino Venìti II uscirono dalla Parrocchia dei Santi Martiri Gervasio e Protasio, sorridendo e tenendosi per mano. I bambini sorridevano in maniera vagamente ostentata, secondo i dettami e le regole stabilite dal loro papà e dalla loro mamma, ai quali avevano imposto di sorridere in qualsiasi circostanza della loro vita, anche la più dolorosa, e di reprimere qualsiasi pensiero negativo, perché questo, a detta loro, era ciò che facevano i bravi bambini che andavano in paradiso e che un domani, con questo atteggiamento positivo, si sarebbero integrati in qualsiasi tipo di società. La gente, fuori dalla chiesa, osservava la famiglia Venìti con ammirazione e invidia: erano semplicemente perfetti, non c’era nessuna sbavatura, né macchia. Incrociarono la signora Manzoni con suo figlio Gaetano, coetaneo di Dino:

– Buongiorno signora Manzoni, buongiorno Gae, e buona domenica. Come state?

L’anziana signora sorrise compiaciuta: – Benissimo, grazie. E’ un piacere incontrare una famiglia come la vostra, così unita e felice. Siete un esempio e una benedizione per tutti noi e per tutta la nostra comunità. E’ raro incontrare delle brave persone come voi.

– Troppo buona, signora! Le auguro una buona giornata, arrivederci!

– Arrivederci, dottor Venìti!

Dino Venìti si allontanò con la famiglia. La signora Manzoni, una volta distanti, disse a suo figlio Gaetano, con disprezzo:

– E tu? Come mai alla tua età vivi ancora con me e non ti sei trovato una donna? Hai intenzione di mettere su famiglia, razza di fallito? Che figura ci faccio con la gente del paese, con i vicini, con le mie amiche?

Il figlio arrossì e chinò il capo mortificato. Dentro di sé, sapeva che non avrebbe mai trovato una donna in vita sua. Non ce l’avrebbe mai fatta a liberarsi di quella madre ingombrante e castrante, con la quale dormiva ancora assieme nel letto matrimoniale, dopo che era rimasta vedova. Sua madre era ormai mal digerita come un pasto natalizio quotidiano che si protrae per decadi, ma tutto sommato comoda.

– E adesso sapete dove si va? – chiese Dino Venìti ai suoi pargoli, con un entusiasmo al limite dell’euforia.

– A votare! A votare! Anche noi vogliamo votare! – risposero i due bambini in coro, pieni di vita.

– No, bambini – replicò il papà, facendosi paziente e comprensivo – sapete che non avete ancora i requisiti per esercitare questo diritto, in quanto minorenni.

– Che vuol dire requisiti? – chiesero in coro i due pargoletti.

Dino Venìti ebbe un attimo in cui si rabbuiò, durante il quale, per un breve istante, provò una cocente delusione, mista a rabbia, avendo constatato che la sua prole, sangue del suo sangue, all’età di cinque anni, ignorasse tuttavia il significato della parola requisiti. Ciò nonostante, non redarguì i suoi pargoli, come avrebbe fatto suo padre con lui, ma al contempo non fornì loro alcuna spiegazione.

– Andiamo a scuola – disse ai figli e alla consorte, ricomponendosi e recuperando la sua classe. – Rimanga un po’ con loro, signora Venìti, ho bisogno di allontanarmi per riflettere un attimo.

Sua moglie replicò lievemente piccata: – La smetti di chiamarmi signora Venìti? Siamo sposati da otto anni ormai!

– No. – replicò fermamente il marito. Sua moglie si adombrò e abbassò gli occhi. Per l’ennesima volta, suo marito le aveva spezzato il cuore. Ingoiò amaramente quel rospo, ma Dino se ne avvide subito e la redarguì severamente: – Non farti vedere rabbuiata. Vuoi che la gente pensi che siamo una famiglia litigiosa?

La moglie dipinse sul suo volto un sorriso tiratissimo, mentre le mandibole cominciavano a dolerle e dentro si sentiva morire. Avrebbe voluto urlare al mondo e piangere istericamente tutta la sua disperazione. La sera prima avevano fatto l’amore in modo totalmente meccanico. Lui era durato trenta secondi, dopo averla penetrata in posizione missionaria senza uno straccio di preliminari, per poi cadere addormentato subito dopo aver finito, dall’altro lato del letto.

– Così va meglio! – sorrise Dino, guardandola con la stessa soddisfazione con cui un pittore guarda un suo quadro finalmente ultimato.

Si avviarono a passo lento verso la scuola elementare, dove aveva sede il seggio elettorale presso cui la famiglia Venìti votava. Dino aveva preso da diverso tempo una decisione e si sentiva ringalluzzito all’idea di dare finalmente una svolta concreta alla sua vita. Dopo anni trascorsi a dare il suo voto esclusivamente a partiti e coalizioni di centro-sinistra, quell’anno, per la prima volta in vita sua, decise che era giunta l’ora di dare una possibilità a un partito politicamente schierato dalla parte opposta: avrebbe apposto la sua croce sul simbolo della Lega, dando fiducia alla coalizione guidata da Matteo Salvini. Aveva cominciato finalmente ad ammettere a se stesso che la concezione nazionalista, la difesa dei valori cristiani e l’idea di famiglia che portava avanti l’alleanza di destra era più vicina a quello in cui credeva.

Raggiunsero la scuola ed entrarono nell’edificio. Proseguirono adagio lungo il corridoio, coperto di disegni e poster realizzati dagli alunni, verso la sezione elettorale di appartenenza. Raggiunta l’aula, con ostentata galanteria, Dino lasciò votare la signora Venìti per prima. Quest’ultima, sbrigò la faccenda rapidamente e uscì dopo pochissimo tempo. Il momento tanto atteso per Dino era giunto, che nel frattempo era rimasto fuori con i gemelli ad aspettare la sua compagna di vita. Lasciò i figli a sua moglie ed entrò nella stanza.

Dino consegnò la carta di identità e la sua tessera elettorale agli scrutatori, i quali segnarono il numero del documento sull’enorme registro e apposero il relativo timbro sulla scheda. Si avvicinò quindi all’urna, dove un altro scrutatore gli consegnò le due schede, per la Camera dei Deputati e per il Senato della Repubblica, e la matita.

– Cabina numero due! – esclamò lo scrutatore, con piglio professionale. Dino Veniti girò attorno ai banchi su cui appoggiava l’urna di cartone, si approssimò al cubicolo, scostò la tenda, entrò e la richiuse alle sue spalle.

Aprì le due schede con estrema cautela e le pose delicatamente sulla mensolina all’interno. Ci pensò ancora per pochi secondi, picchiettando leggermente la matita contro la guancia destra, con aria fintamente indecisa, e alla fine fece quello che andava fatto: votò Lega, per entrambi i rami del Parlamento. – In bocca al lupo, Capitano! – pensò sorridendo.

Chiuse le due schede, si voltò per uscire, ma in quel preciso istante sobbalzò: la tenda era sparita e al suo posto c’era un’altra parete.

Rimase perplesso per trenta secondi buoni, fissando quel pannello in una muta domanda e rendendosi conto che la cabina non aveva più vie d’uscita. Si avvicinò alla parete, la tastò brevemente con aria interrogativa e vi appoggiò sopra l’orecchio destro in modo da udire che cosa stesse accadendo all’esterno: ricevette, in tutta risposta, un silenzio di tomba. Iniziò a quel punto a bussare contro il pannello con delicatezza e disse: – Mi sentite? C’è qualcuno lì fuori? E’ sparita l’uscita e sono rimasto chiuso dentro!

Dino non ricevette risposta alcuna. Ci riprovò ancora, svariate volte, ma invano. A quel punto, cominciò a preoccuparsi e sentì l’ansia in procinto di pervaderlo. Iniziò a girare su se stesso e a tirare pugni e manate sempre più forti contro tutte e quattro le pareti, mentre pronunciava, con enfasi crescente:

– C’è qualcuno lì fuori? Rispondete! Aiuto!

(Continua…)

 

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