Casa Surace – L’ultimo pacco da giù – Parte 1

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– Oh, Ricky, Ricky, Ricky! E’ arrivato finalmente. – Erano le sette di mattina di una domenica primaverile. Pasqui, con il suo marcato e ostentato accento barese, aveva appena acceso lo stereo nel soggiorno, facendo partire, a tutto volume, l’odiosa Tarantella del Ciutaglione. Spalancò la porta della stanza di Ricky, con la sua consueta invadenza, inondandola di luce, senza curarsi del fatto che il poveretto era ancora a letto e aveva dormito solo quattro ore.

– Oh, Signur…Pasqui, ma dai! Ma non vedi che sto dormendo? Sono andato a fare l’ape ieri sera con i miei colleghi e non mi sono accorto che tra un Negroni Sbagliato e un Bellini, taaac, si son fatte le tre! Dai che son stanco! Lasciami dormire, su! – replicò Ricky, con la sua vocetta milanese squillante, vagamente roca a causa di quella sveglia indesiderata e precoce.

– Oh, Ricky, ma di che cosa ti lamenti? Poi dici che noi meridionali ci alziamo tardi tutte le mattine e non c’abbiamo voglia di lavorare! – replicò l’amico con entusiasmo, magnificando la sua cantilena Pugliese. – Io quando stavo giù mi svegliavo tutte le mattine a quest’ora di domenica, visto che mia madre doveva pulire la stanza. Sai cosa diceva? La casa adda piglia‘ aria! A proposito, fammela chiamare, ché mi sono appena alzato. Chissà si preoccupa!

Pasqui si allontanò dalla stanza di Ricky per recarsi in soggiorno e telefonare all’ingombrante e onnipresente mamma Antonella, mentre Ricky, ormai seduto sul letto, con entrambe le mani poggiate sul materasso, con gli occhi cisposi e socchiusi per il sonno interrotto, ancora si interrogava sul perché sua madre parlasse con accento napoletano e il suo amico invece in barese. Sbadigliò seccato.

– Pasquà! – fece mamma Antonella con tono perentorio, dall’altro capo del telefono – E’ arrivato il pacco?

– Sì, Ma’, sta giù, mo ha citofonato il portinaio! E sì, qua stiamo a Milano, Ma’! I portinai lavorano pure di domenica! Mo dico a Ricky di darmi una mano a portarlo su! Dai non piangere, Ma’! C’ho più di trent’anni ormai, non ne vale la pena, ormai sono adulto! Sì, Ma’! L’esame ce l’ho domani! Sì, ho studiato Ma’! Stavolta lo passo! Tranquilla! Sì, sì, anche io ti voglio bene, Ma’!

La telefonata durò ancora parecchi minuti. Il tono di voce di Pasqui era estremamente alto, inconsapevole e noncurante del fatto che il suo amico Ricky fosse a poca distanza da lui, con in corpo pochissime ore di sonno. Ricky, nel frattempo, ancora in pigiama, era uscito dalla stanza, spettinato e con la stessa espressione corrucciata e assonnata. Si era appoggiato seccato alla porta della sua stanza, mentre osservava perplesso Pasqui che interloquiva appassionatamente con sua madre. La telefonata giunse finalmente al termine.

– Oh, Ricky, vestiti che scendiamo! Andiamo a prendere il pacco! Sta giù in portineria!

– Pasqui, – replicò il meneghino – ma non ti sembrano un po’ tanti questi pacchi che arrivano due volte alla settimana? Cioè, guarda un po’ qui in soggiorno, in cucina, in camera mia, non c’è praticamente più spazio per vivere in questa casa!

Pasqui si guardò attorno, con espressione inquisitoria. Le pareti della casa erano in effetti ormai completamente tappezzate di pacchi da giù. Ogni angolo utile era riempito con una scatola di cartone ricolma di vivande, vasetti con sughi, formaggi, ortaggi e verdure di ogni tipo. La casa, nel corso degli anni, aveva ridotto sensibilmente i metri quadrati calpestabili.

– Oh Ricky, già ti vedo che stai a fare la tragedia! Ché voi c’avete sempre ‘sti pregiudizi su noi del sud che ci portiamo un sacco di roba, che alla fine dueeddue sono! Dai, vestiti che scendiamo! – Pasqui gli diede una sonora pacca sulla spalla. Ricky reagì stupito al gesto dell’amico, vagamente stizzito, ed era la prima volta che gli succedeva di provare quei sentimenti, dopo anni.

– Pasqui, – replicò Ricky, ricomponendosi subito – ma anche se lo prendiamo lunedì il pacco, apriamo uno di questi, qui ormai non riusciamo più a muoverci, non si respira quasi più…

– Oh Ricky, vedi che stai sempre a fare la tragedia? Ringrazia che sta mia madre che ci fa da mangiare e non ci fa andare al supermercato tutti i giorni, poi la casa più piccola sembra pure più accogliente! E poi voi Milanesi non siete abituati ad abitare nei monolocali? Almeno così ti senti più a casa, ‘sta casa è troppo grande, così mi sento più protetto pure io almeno, no? Dai, vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

– Pasqui, vorrei solo farti presente che…

– Oh Ricky, ma non ti sei vestito ancora? Dai muoviti, che scendiamo a prendere il pacco!

Pasqui gli si avvicinò e gli diede una seconda pacca vigorosa sulla spalla, sorridendo, per poi dargli nuovamente le spalle e riprendere le comunicazioni con sua madre tramite le applicazioni di messaggistica istantanea. Ricky lo fissava con occhi persi. Cominciava a percepire una strana sensazione. Si sentiva molto angosciato, oltre a provare una lieve rabbia, sovrastata, però, in quel momento, da ansia, dolore e paura crescenti. Iniziò ad avere i brividi e a sentire freddo. Fissò il pavimento, con gli occhi spalancati, quasi esanime, senza più vitalità. A un tratto, si girò verso la parete, trascinò verso di sé uno degli innumerevoli pacchi che foderavano le pareti della casa e vi si sedette sopra. Giunse le mani fino a coprire la bocca e il naso e si chiuse in un silenzio tombale, mentre fissava con aria persa il pavimento.

– Oh Ricky? Ti sei vestito? – fece Pasqui, dandogli ancora le spalle e scrivendo compulsivamente messaggi a sua madre. Non ricevette alcuna replica.

– Oh Ricky? – ripetette Pasqui, ricevendo nuovamente un silenzio inquetante in risposta. Fu a quel punto che il barese decise di distogliere lo sguardo dal suo cellulare e di voltarsi, quando vide l’amico milanese in quelle condizioni. Seduto. Pallido. Morto dentro. Privo di qualsiasi segno di vitalità.

Pasqui lo guardò con aria stupita e perplessa, per un minuto abbondante.

– Ricky… va tutto bene? – gli chiese.

Ricky era ancora lì, seduto sul pacco, con le mani che gli coprivano il viso, eccetto gli occhi, fissi sul pavimento. Respirava lentamente, pochi respiri, lunghi e profondi. Si sentiva completamente spento. Svuotato. Pasqui rimase ancora per parecchi minuti a guardarlo, con aria costernata. Si avvicinò allo stereo e capì che era forse il caso di spegnere la musica, interrompendo l’irritante Tarantella del Ciutaglione. Si sentiva impotente, incapace di proferire parola e ignaro di cosa stesse accadendo al suo amico.

Finalmente, Ricky, dopo quel terribile silenzio, straziante e interminabile, fu in grado di parlare.

– Pasquale… – gli fece Ricky. Aveva gli occhi lucidi, le sue mani cominciarono a tremare.

– Oh, Ricky? – fece Pasqui in risposta.

– Pasquale… – fece Ricky – lo sai benissimo come mi chiamo… Piantala con questa manfrina…

– Scusami, Massimo… – rispose l’amico. Il suo tono di voce si era fatto serio, solenne. Non vi era più alcuna traccia di quel fastidioso accento pugliese.

– Non preoccuparti… – rispose Massimo, con voce rotta e gli occhi lucidi. – Pasquale, mi sento molto stanco…

– Come mai, Massimo? – Lo guardò, lì per lì, con autentica preoccupazione.

– Pasquale, non ne posso più, credimi… – i suoi occhi cominciarono a riempirsi di lacrime – Non ne posso più di questi luoghi comuni, di questi stereotipi, di queste semplificazioni ridicole, di queste suddivisioni dicotomiche e semplicistiche tra Nord e Sud, tra uomini e donne. Io sono una persona estremamente complessa, e in questi anni nessuno di voi se ne è mai reso conto e mi sento profondamente ferito dalla vostra superficialità!

Massimo cominciò a erompere in un pianto sincero, le lacrime fluivano libere dai suoi occhi, mentre singhiozzava come non gli accadeva da anni. Seguitò nello sfogo:

– Sono una persona estremamente sensibile, Pasquale, fragile come una porcellana! Sapete qualcosa di me, tu e gli altri, a parte questa pantomima del milanese, soggiogato dall’invadenza di un branco di meridionali? Vi siete mai chiesti chi si nasconde dietro questo personaggio, del quale, in tutti questi anni, sono diventato schiavo? Mi sento in gabbia, Pasquale! Questa vita è una prigione! Vi ho mai raccontato che adoro I Fratelli Karamazov di Dostoevskij? Che mi commuovo davanti alle opere di Vincent Van Gogh? Possibile che non ci sia mai spazio per parlare d’altro, in questa merda di casa? Sono anni che andiamo avanti con le stesse situazioni, le stesse gag! Lo sai cosa canta Franco Battiato? Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalla regole comuni, da questa falsa personalità. Ed è esattamente quello che mi sta succedendo! Ora, in questo momento!

Massimo piangeva. Piangeva sinceramente, mentre Pasquale lo guardava, sempre con la stessa espressione di prima, tra il preoccupato e il perplesso. Se ne stava imbambolato, con le braccia penzoloni, mentre reggeva a malapena il cellulare nella mano destra.

– Che poi – seguitò Massimo, singhiozzando amaramente – si può sapere che ci faccio qui, in mezzo a voi? Che cazzo ci faccio io in questo cesso di casa? Siete tutti meridionali! Siete amici da quando frequentavate l’asilo! Poi siete venuti qui, in massa, nella mia città, con il vostro attaccamento patologico alle vostre famiglie d’origine, dalle quali non avete mai staccato il cordone ombelicale! Io sono nato e cresciuto a Milano, cazzo! Dimmi, ti scongiuro, cosa ci faccio – iniziò a scandire le parole – nella mia città di origine,  in una casa per studenti fuori sede, tra l’altro fuori corso da oltre un lustro? Come ci sono finito qui dentro? E’ una cosa completamente fuori dal mondo! Non ricordo più come sono capitato in quest’incubo! Dove vivevo prima, porca troia? Dove sono i miei genitori? Dove sono mia moglie e mio figlio? Perché diavolo mi trovo qui dentro, in questa galera, cazzo?

Massimo portò nuovamente entrambe le mani sul volto, stavolta coprendo anche gli occhi e proseguì con il suo pianto disperato. Si sentiva perso, senza riferimenti, solo. La farsa si era ormai conclusa, la verità era emersa. Sapeva che da lì in avanti, tutto sarebbe cambiato.

Pasquale continuò a guardarlo, conservando la stessa espressione, finché non si riprese anche lui. Capì che quella rivelazione avrebbe messo fine a tutto: la popolarità, il fan club, i giri per l’Italia, gli affari, lo champagne, la cocaina, il viagra, le escort. No, Pasquale non voleva e non poteva rinunciare a tutto questo.

Si riavvicinò allo stereo, lo riaccese e la fastidiosa Tarantella del Ciutaglione ripartì.

– Oh, Ricky! – fece Pasqui, rientrando immediatamente nel personaggio, come se nulla fosse accaduto, sorridendo e riprendendo la consueta ostentata vitalità meridionale di sempre: – Vestiti che scendiamo giù a prendere il pacco!

Pasqui si voltò di nuovo, dando le spalle a Ricky, e riprese a mandare messaggi a mamma Antonella. E fu quella, per Ricky, la goccia che fece traboccare il vaso. Si sentì travolto da un violento senso di incomprensione. Ormai tradito anche dal suo vecchio amico, rialzò lo sguardo e lo osservò attentamente, con i suoi occhioni ancora lucidi a causa di tutte le lacrime versate. Adesso il dolore cominciò a tramutarsi in una rabbia crescente. Il sangue gli ribolliva. Digrignò i denti e serrò le mascelle, mentre il respiro gli si faceva più affannoso:

– Certo! – fece Ricky, trattenendo ancora per un po’ la sua furia – rimani lì fermo, mi vesto e scendiamo. Non muoverti da lì…

Ricky si alzò in piedi. Aprì il pacco sul quale era rimasto seduto fino ad allora e ne estrasse un gigantesco vasetto di ragù pippiato. Lo afferrò con entrambe le mani, si avvicinò silenziosamente e in punta di piedi all’amico Pasqui, sempre rivolto di spalle rispetto a lui, mentre continuava a scrivere in maniera convulsa messaggi alla mamma, e con tutta la forza che aveva in corpo, con tutta la rabbia e il rancore accumulato nel corso di quegli anni, glielo spaccò in testa. Il rumore di vetri infranti causato dal colpo fece fischiare le orecchie di entrambi.

– Ricky… – Pasqui si girò verso di lui, con aria stupefatta. Aveva gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, in una muta espressione di sorpresa. Un rigolo di sangue cominciò a scendergli dalla fronte, confondendosi con il ragù che ricopriva ormai interamente il suo volto.

– Vaffanculo, pezzo di merda di un terrone figlio di puttana… – fece Ricky, tra il sollevato e il compiaciuto, fissandolo negli occhi con sguardo omicida.

Pasqui sollevò gli occhi fino a far scomparire le iridi, reclinò il capo e perse i sensi, cadendo al suolo rovinosamente.

(Continua…)

 

 

Danza interrotta

Occhi e parole, dal core sorgenti,
fitte le stelle nel vento rotanti,
regalan vita agli impavidi amanti,
dando energia che trasmuta impudenti.

Pusilli passi di ballo, saltelli,
giubilo e attesa, fremente e guardinga,
nobil medenti, che l’ago s’accinga,
suturi tagli agli amici novelli.

Batton il ritmo di cuori ch’espettan
nuto di vita, di scambi e rimbalzi,
che ci s’elevino i cori, ch’innalzi
tra verso il cielo su picchi che svettan.

D’un tratto, accade fulmineo uno strappo,
s’ode l’eromper d’un mondo cantato,
pieno universo da Eros creato,
che possiedeva eleganza d’un drappo.

Danza interrotta, dolor, decezione
come una polvere amara sospesa,
fermi i saltanti, con cruda sorpresa,
si miran muti nella delusione.

Sordi parlanti, si spendono vani,
nulla da dentro più emerge ed asciutto
dalla ragione menzogne su tutto,
volgon le spalle, s’avviano lontani.

Coronavirus – Il Giorno del Contagio

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Notte fonda. Il laboratorio segreto di Codogno, in provincia di Lodi, era ormai deserto. Un’intera parete era costituita da una matrice di televisori, su cui stavano trasmettendo, in contemporanea, video di Matteo Salvini presi direttamente dai suoi profili sulle reti sociali, mentre inveiva sui soliti temi contro i clandestini e contro l’Europa.

Dinanzi a quell’alveare di schermi, legata a un lettino, giaceva una cinese leggermente in sovrappeso, altrimenti detta curvy, com’era consuetudine riferirsi a tale tipo di donna leggermente tarchiata nel gergo politicamente corretto. Questa presentava degli elettrodi connessi al cranio, mentre, ormai silente e stremata da quella maratona televisiva interminabile, guardava senza interruzione quei terribili video.

In quel momento, un gruppo di quattro individui, indossanti tute nere d’assalto e con il volto coperto da un passamontagna, si stava introducendo clandestinamente nell’edificio che ospitava il laboratorio, percorrendo furtivamente il corridoio per raggiungerlo. Uno di loro, strada facendo, coprì l’obiettivo della telecamera di video sorveglianza con un tappo, in modo da eludere i controlli.

I quattro raggiunsero finalmente la porta d’ingresso del laboratorio. Il capo del gruppo si affacciò al vetro: – Bingo! – esclamò. Appoggiò il badge contraffatto alla serratura elettronica alla sinistra della porta, facendola scattare, spinse e aprì. Entrarono nel settore.

Una volta dentro, l’organizzatore di quell’imboscata si liberò finalmente del passamontagna che ricopriva il suo volto, rivelandone la sua vera identità: era Mattia Santori, leader delle Sardine.

– Porca puttana! – proferì sdegnato. Nel mentre, il suo sguardo incrociò quello di un’altra donna cinese curvy, rinchiusa in una gabbia per sperimentazioni animali, la quale, alla presenza del giovane bolognese, cominciò a battere i pugni rabbiosamente contro il vetro, emettendo grugniti animaleschi e urla furiose.

Immediatamente, i quattro realizzarono che il laboratorio era pieno di donne cinesi curvy in gabbia, inferocite e regredite allo stato animale. Anche gli altri tre si liberarono del passamontagna: erano Stella Pulpo, la blogger terrons femminista, Massimo Gramellini, giornalista dal cuore impomatato de Il Corriere della Sera e Lorenzo Tosa, fondatore del blog Generazione Antigone, ex addetto stampa del Movimento Cinque Stelle in Liguria. I tre cominciarono a girare tra le gabbie, scattando numerose fotografie con i loro smartphone, da poter pubblicare immediatamente sui loro profili nelle reti sociali. Le cinesi imprigionate, intanto, saltavano rabbiosamente a destra e a manca, seguitando nel farfugliare suoni incomprensibili e animaleschi, con le iridi completamente rosse e iniettate di sangue.

I quattro proseguirono il loro giro all’interno del laboratorio, finché non raggiunsero la donna cinese curvy distesa sul lettino, mentre i video del leader della Lega seguitavano ad essere trasmessi ininterrottamente. Stella Pulpo si avvicinò con aria straziata. La donna era devastata da quella lunghissima visione:

– Oddio… – proferì la blogger.

– Cerca di restare calma, se vuoi farle uscire da qui! – rispose severamente Mattia Santori.

Il leader delle Sardine continuò a scattare fotografie con il suo smartphone, in modo da poter documentare il tutto. Massimo Gramellini, da lontano, senza distogliere lo sguardo, concentrato sulla serratura delle gabbie, gli fece, caustico:

– Spero almeno che Oliviero Toscani ti abbia insegnato a fare delle fotografie decenti!

Santori fulminò il giornalista del Corriere con lo sguardo.

– Ehm… scherzavo… – rispose imbarazzato Gramellini, il quale arrossì, ritornando sui suoi passi. – Queste gabbie, comunque, posso aprirle senza problemi!

– E allora comincia! – ordinò Mattia Santori, visibilmente piccato.

In quel momento, i quattro buonisti si accorsero di non essere soli in quell’immenso laboratorio. Il medico di turno quella notte, bicchiere di caffè alla mano, se ne stava in fondo allo stanzone con aria terrorizzata, mentre osservava i quattro radical chic armeggiare e cercare di manomettere le gabbie che imprigionavano le donne. Quando i quattro progressisti si accorsero di quella presenza indesiderata, il medico lasciò cadere al suolo il suo bicchiere di caffè e corse immediatamente verso il telefono in fondo all’open space, inseguito da Lorenzo Tosa e Massimo Gramellini. Il medico sollevò rapidamente la cornetta:

– Sicurezza, c’è un intrusione! Venite al settore…

Non fece in tempo a terminare la frase, che Lorenzo Tosa lo aveva raggiunto. Gli strappò la cornetta di mano e con l’altra chiuse immediatamente la telefonata. Le donne cinesi curvy continuavano a rumoreggiare nelle gabbie. Tosa prese con decisione per il bavero del camice il medico e lo trascinò lontano dal telefono. Una volta distanti, il medico, affannato e preoccupato proferì:

– Io so chi siete! So cosa pensate di fare!

– Se non vuoi guai – ordinò Mattia Santori – tieni la bocca chiusa e non muovere neanche un muscolo! – Iniziò ad avvicinarsi a una delle gabbie in cui era rinchiusa una donna cinese.

Il medico rispose angosciato:

– Quelle donne cinesi curvy sono anche lesbiche! Io vi capisco, sono d’accordo con voi! Stiamo mancando di rispetto al contempo alle donne, agli extracomunitari, alla comunità LGBT e alle persone sovrappeso! Ma purtroppo quelle donne…

– Sei un pene sapiens maschilista! – fece la Pulpo indignata.

– Dottoressa Pulpo, se magari mi lascia finire il discorso…dicevo che quelle donne… – Il medico non poté terminare la sua spiegazione, quando fu nuovamente interrotto da Lorenzo Tosa:

– Quelle povere donne. Lei non ha idea. Dell’inaudita sofferenza. Che hanno dovuto provare. Per raggiungere il nostro Paese. Tramite quelle barche malconce. Lei non sa. Cosa voglia dire. Lasciare la propria Africa. Raggiungere Lampedusa. Rimanere per chissà quanto tempo. In quei dannati centri. Di accoglienza. In quei lager. Lei non ha cuore. Fascista!

– Ehm…a dire il vero, sono cinesi… – replicò il medico, con aria perplessa – Mi permetta di dubitare fortemente in merito alle sue convinzioni sulla loro provenienza geografica…

– Silenzio! – fece Massimo Gramellini. – Si rende conto del dolore che causerà ai loro figli?

– Ehm…veramente, come facevo presente prima, dottor Gramellini, le donne in questione sarebbero lesbiche, non hanno mai, e dico mai, avuto rapporti sessuali con nessun uomo. Dicevo che quelle donne sono…

– Silenzio! – fece Mattia Santori – Le chiedo scusa, dottore, ma ero l’unico che non l’aveva ancora zittito, ed era giusto riaffermare la mia leadership in questo contesto. In realtà, in qualità di fondatore delle Sardine, non ho alcuna argomentazione da contrapporre, ma siccome noi siamo per l’integrazione, per la democrazia e per la libertà di espressione, qualsiasi cosa questo significhi, ho deciso di lasciarla parlare. Diceva dunque, quelle donne?

– Quelle donne sono infette! Sono altamente contagiose, le stiamo monitorando!

– Infette da cosa? – replicò duro Lorenzo Tosa.

– Dobbiamo prima capire per poterle curare, altrimenti…

– Sono infette da cosa? – proferì nuovamente Lorenzo Tosa, scandendo ogni parola con severità.

Il medico guardò negli occhi Lorenzo Tosa, con aria preoccupata, fece un lungo respiro e finalmente rispose, con un’unica, singola parola, che risuonò funesta nell’enorme stanza sotterranea e si abbatté come una scure sui presenti:

Coronavirus.

A Lorenzo Tosa, per un breve istante che parve eterno, gli si gelò il sangue. Abbassò gli occhi, come se, per un attimo, la diagnosi del medico avesse fatto una lieve breccia nel suo guscio narcisistico. Ciò nonostante, Tosa non si lasciò sopraffare da quel pensiero e si riprese immediatamente. Non poteva permettersi di mettere da parte quel personaggio ipocrita che si era creato con lo scopo di avere quasi centonovantamila sostenitori su Facebook. Con rabbia, esclamò:

– Ma che cazzo sta dicendo questo? Non abbiamo tempo per le cazzate! Santori, Gramellini, Pulpo, aprite le gabbie!

– Prima le signore, stronzo maschilista! – replicò isterica Stella Pulpo.

– No, no, no, non fatelo! – supplicò il medico. Tosa gli si scagliò nuovamente contro, afferrandolo per il bavero del camice e sbattendolo contro la parete:

– Senti bastardo pervertito! Noi ora portiamo via le vittime che hai torturato!

La Pulpo, nel frattempo, osservava amorevolmente una delle gabbie che teneva prigioniera la donna cinese:

– Vi faremo uscire di qui…

Il medico, braccato da Lorenzo Tosa, continuò a supplicare i quattro buonisti:

– Quelle donne sono contagiose! L’infezione ha intaccato il sangue e la saliva! Basta un morso e…

Il medico non poté terminare. Gramellini aveva già rotto il lucchetto di una delle gabbie con un’enorme tenaglia. Stella Pulpo abbasso la porta di vetro della gabbia, per consentire alla donna cinese lesbica curvy di uscire.

– Ferma! Ferma! – urlò il medico, mentre Lorenzo Tosa continuava a placcarlo, per evitare che intervenisse.

La donna cinese lesbica curvy non si fece attendere. Percorse la lunga gabbia galoppando sulle braccia e sulle gambe, ringhiando, con espressione indemoniata e le fauci spalancate. Il volto della Pulpo, dapprima sorridente e compiaciuto per quell’atto così prepotentemente femminista, si tramutò quasi istantaneamente in una maschera di terrore. Non ebbe il tempo di urlare, che la donna cinese saltò fuori con un balzo disumano dalla sua prigione, scagliandosi addosso alla Pulpo, la quale finì rovinosamente a terra. La donna infetta morse il collo della Pulpo strappandole di netto un pezzo di carne viva. La Pulpo, schifata e terrorizzata, cominciò a urlare:

– Aiuto! Toglietemela di dosso! Uomini, salvatemi!

Gramellini intervenne subito, benché dentro di sé si sentisse leggermente usato dalla collega scrittrice, giornalista senza patentino, opinionista e qualunquista con passione, colpendo con la tenaglia in pieno cranio la cinese, che stramazzò al suolo.

La Pulpo, stordita, ebbe improvvisamente un conato, si girò su se stessa e vomitò un fiotto di sangue sul pavimento. In quell’istante, cominciò ad avvertire un fortissimo dolore alla pancia, cominciando a grugnire mentre gli occhi le si coloravano di rosso. Gramellini, in piedi dinanzi a lei, la guardava con aria preoccupata, finché la Pulpo, girandosi nuovamente in posizione supina sul pavimento, non divaricò improvvisamente le gambe e con un gorgoglio animalesco emise dalla fica un geyser di sangue, ettolitri di endometrio sfaldato che ricoprirono rovinosamente il povero giornalista del Corriere.

– Cristo di un Dio! Che schifo, porca troia! Aiutatemi, cazzo! Mamma! Mamma! – urlò Gramellini piagnucolando inorridito, stordito da quella fetida cascata cremisi che lo ricopriva dalla testa ai piedi. Gramellini cominciò a dibattersi convulsamente all’interno del laboratorio, urlando e scalpitando terrorizzato, finché il contagio non colpì anche lui. I suoi occhi si fecero vermiglione, e, perduto l’uso della ragione, cominciò a emettere versi animaleschi e saltare dappertutto come una scimmia, finché non si accorse della presenza di Lorenzo Tosa. Lo puntò, ringhiando e soffiando dal naso. Tosa, terrorizzato, cominciò a scappar via, gridando, ma invano. In breve, Gramellini gli fu addosso, saltandogli sopra, facendolo stramazzare rovinosamente al suolo e bloccandolo sul pavimento. L’ormai ex giornalista del Corriere si liberò dei pantaloni e delle mutandine, poggiò i gomiti sul petto di Lorenzo Tosa, ruotò di un angolo piatto finché non fu in grado di piantare la sua fica all’altezza della bocca del fondatore di Generazione Antigone, il quale implorò rabbiosamente:

– No, ti prego, no! Vaffanculo, pezzo di merda di un buonista del cazzo! Non farl…

Non fece in tempo a finire la frase che Gramellini gli scaricò in bocca un geyser di mestruo infetto, mentre Tosa sbatteva convulsamente i palmi delle mani e i talloni sul pavimento, gorgogliando pietà con quell’ultimo barlume di dignità che gli era rimasto.

Appena Gramellini ebbe terminato, il corpo di Tosa rimase per pochi secondi esanime, con la bocca piena di sangue. Il laboratorio era ormai impregnato di un terrificante odore di fica ed endometrio. Memorie olfattive di due vagine. Di colpo, Tosa si girò, vomitò svariati fiotti di sangue sul pavimento, si voltò nuovamente di scatto, si passò l’avambraccio sulla bocca, per ripulirsela dopo quel pasto crudo e si alzò in piedi, ringhiando, assieme alla Pulpo e a Gramellini. I tre, ormai morti viventi, avevano puntato Mattia Santori e il medico, gli unici due esenti dal contagio; ancora per poco.

– Bravo, testa di cazzo! Tu e i tuoi cazzo di capelli ricci unti con il cerchietto e quella barbetta da tredicenne segaiolo. Hai visto cosa avete combinato, tu e i tuoi tre amichetti radical chic di ‘sta fava? – rimproverò il medico, ormai rassegnato. I tre zombie ringhiavano minacciosamente, in attesa di godersi il lauto pasto.

Mattia Santori cominciò a piagnucolare, con forte accento emiliano: – Socc’mel! Ma cosa ne potevo sapere io? Questo è peggio di un film horror!

– No, coglionazzo narcisista. Questa è proprio la realtà. Te lo dico io cosa accadrà adesso. Ascoltami attentamente: ora questo cosiddetto “Coronavirus” si spargerà in tutta la Lombardia, lo zoccolo duro della Lega, e il governo Conte tenterà delle misure per contrastarlo, totalmente fallimentari. Si verrà a creare un’isteria collettiva. La gente svaligerà farmacie e supermercati per procurarsi amuchina, mascherine, pasta, carne e, soprattutto, tonno in scatola. Le aziende si fermeranno. Chiuderanno università, scuole, chiese, enti pubblici e privati. Secondo te cosa farà Matteo Salvini, grandissima testa di cazzo di un ragazzino? Non si metterà a fare sciacallaggio su questa cosa? Certo che lo farà! Incolperà innanzitutto i cinesi, per poi passare genericamente agli extracomunitari, gettando tutto in un bel calderone ricco di argomentazioni solide che parlino alla pancia del paese e, udite udite, stravincerà alle prossime elezioni. E di voi, cosiddette “Sardine” – fece sarcasticamente il gesto delle virgolette – non si sentirà mai più parlare. Di voi ragazzetti fannulloni non resterà che il vago ricordo di una scoreggia in uno stadio deserto.

– Porca puttana! – piagnucolò il leader delle sardine, mentre guardava i tre zombie ringhianti e pronti a divorarlo – ma chi me l’ha fatto fare? Cosa possiamo fare dottore? La supplico, lei indossa un camice, avrà una cura senz’altro. La prego, mi dica che ha una cura!

– Cerca di morire con dignità, coglione… – fece solenne il medico, il quale, dopo aver emesso un lungo sospiro, guardava fiero all’orizzonte, consapevole della fine ormai incombente.

I tre zombie si decisero: emisero un urlo terrificante e si lanciarono contro Santori e il medico. Mattia urlava disperatamente, al contrario del medico, che mostrava la fierezza, la convinzione e la solidità di un martire. Banchettarono a lungo con i corpi dei due, finché non rimasero che ossa spolpate.

I tre zombie fuggirono dal laboratorio. La profezia del medico era in procinto di avverarsi.

Colpi di coda

L’adolescenza dà i suoi ultimi colpi di coda.

Un campanello interno suona ormai, quando ci comportiamo da adolescenti, sempre più severo, pronto a redarguirci, a ricordarci che non è più tempo, per certe cose.

La vita è severa, crudele e ci prende a sberle, anche.

Perché la vita è bellissima, quando è una vita completa, una vita di gioia e dolore, che si compenetrano poeticamente.

E a quel punto, si osservano le acque scure, in piedi sulla piattaforma, completamente nudi e ci si tuffa dentro, in quel bagno doloroso e angosciante, freddo, ci si lascia travolgere dalle onde oscure, smettendo di far girare gli ingranaggi del cervello alla ricerca di una soluzione che dia sollievo. Basta aspettare.

Sì, è sufficiente mettersi in attesa, mentre le acque agitate ci portano a fondo.

D’un tratto, il miracolo: si riemerge. E il dolore si trasforma, in gioia, in pace. Ciò che sembrava irreversibile, irrimediabile, buio, si illumina.

Il tempo si dilata, gli istanti diventano eterni.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Il giro di boa verso l’età adulta procede, non è indolore, è una rinascita, che ovviamente porta le doglie di un parto difficile. Non è ammessa anestesia epidurale, né cesareo. Si esce dalla strettoia, si passa evangelicamente dalla porta stretta, sporchi di placenta, ancora, e ancora, e ancora.

La pelle si spacca, urliamo il dolore della muta, per poi, passato il pericolo, guardarci allo specchio, sempre più belli, sempre più veri, sempre più luminosi, sempre più in pace, sempre più centrati.

Sempre più noi.

Sempre più , sempre meno io.

Sempre meno.

Sempre.

Come se avessimo ancora cent’anni da vivere.

Come se fossimo immortali.

Anche se il tempo stringe.

Anche se abbiamo i giorni contati.

Oduné

Mani s’appigliano all’anima nera,
pensiero vola a una voce ormai stanca,
quel corpo rotto, un frammento che manca,
un tempo fiera prorompere intera.

Cedo nel ventre d’un pozzo invitante,
nell’atro affondo, in attesa impaziente,
di questo cappio alla gola sì urgente,
si sciolga il nodo sul pomo estenuante.

Colpo di colpe mie incerte m’affligge,
solo una resa stroncante mi resta,
quest’oduné che s’infuria e che appesta,
ferro tagliente sul core s’infligge.

Sento lo sprito più forte, rabbioso,
d’un veneficio per nulla voluto,
ecco quell’urlo, da sempre taciuto,
sgorga ora pieno, fluente, copioso.

Questo è il volere del Lume, o mio fato,
aspro docente, ch’afferra pei piedi,
l’interra in suolo, fin quando non vedi,
finché la pace non t’abbia espugnato.

Attesa

Volgomi intiero nell’atro del lago,
donde la luna si specchia completa,
pallido globo ch’appare a compieta,
con il mio sprito mai sazio né pago.

Siedo raccolto sul madido prato,
integro odo ed osservo coll’alma.
S’in superficie apparente v’è calma,
dentro quell’acque è continuo boato.

Agile e pigra, tempesta cangiante,
d’animo equo, di speme, dolente,
muta la forma la flora impotente,
serva di Luce Assoluta imperante.

Volgomi a te, o mio Lume potente,
ch’inesorabile al fato mio guidi,
per la miseria mia tutta m’irridi,
e nel tuo braccio mi sciolgo accogliente.

 

Dino Veniti alle Urne – Parte 3

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(…Continua da qui – Parte 2)

– Tu credi di esserti salvato il culo, cambiando parrocchietta, razza di fariseo voltagabbana? Hai un’idea vaga del secolo in cui ci troviamo? Te lo dico io, nel caso te ne fossi dimenticato: nel ventunesimo! Siamo abbondantemente nel terzo millennio, cazzone! E tu credi davvero che il partito unico non verrà a conoscenza del tuo passato da progressista, da sinistro, da radical chic con questa bella spolverata di cristianesimo ostentato, tanto per avere la botte piena e la moglie ubriaca? Credi che il partito non avrà a disposizione un corposo archivio su cui, a caratteri cubitali, fa bella mostra il tuo nome e il tuo faccione rassicurante? Pensi che al suo interno non ci siano tutte le tue telefonate, le tue lettere cartacee di quando eri ragazzino, le tue conversazioni sui vecchi e nuovi sistemi di messaggistica istantanea, i tuoi post sulle reti sociali, le tue foto alle manifestazioni per la libertà di stampa e per la pace, ai concerti del primo maggio, quando da adolescente ci andavi solo per ubriacarti e fumarti quale spinello? E, dulcis in fundo, sei davvero così convinto che il partito non abbia archiviato tutte le domande che hai posto ai motori di ricerca? Sapranno tutto, persino i tuoi pensieri più reconditi, le tue paure più inconfessabili, le tue depravazioni e perversioni. Il tuo passato è incancellabile. E il nuovo governo non si fiderà mai, ti dico mai e poi mai, di una banderuola al vento come te.

Dino era paralizzato dal terrore e dal dolore. Osservò a lungo l’ometto, che aveva parlato con così tanta chiarezza e sicumera, colpendo nel segno e disarmandolo. Si sentiva nudo come un verme. A un tratto, recuperando il respiro e un pizzico di lucidità, si mise in ginocchio ed ebbe la forza di pronunciare, in maniera piagnucolosa:

– Dimmi cosa posso fare. Voglio tornare indietro. Dammi quelle schede, le annullerò, non posso permettere tutto questo. Ti scongiuro, ridammele, lascia che le strappi!

Il piccino fece un sospirone. Fissò intensamente Dino con i suoi lucenti occhietti stellati. Fu una pausa interminabile, un’eternità di sguardi reciproci e intensi. Dino aveva ancora un’espressione di speranza negli occhi. Sperava che l’omuncolo inquietante, in un modo o nell’altro, gli permettesse di cambiare le sorti del paese e della sua vita, di riavvolgere il nastro della storia e di riportarlo al punto di partenza. A quel punto, l’orrido soldo di cacio, dopo aver lungamente atteso, proferì crudamente:

– Goditi il nuovo regime, pezzo di coglione!

L’ometto scomparve nel nulla. Il pavimento ai piedi di Dino, all’interno di quel cubicolo claustrofobico, cominciò a riempirsi di crepe finché non collassò facendo precipitare il malcapitato elettore nel nulla. Venìti emise un urlo che, a mano a mano, si faceva sempre più flebile, lontano, grave.

Finalmente, Dino si sfracellò al suolo, risvegliandosi di colpo: era stato uno spasmo ipnico. D’un tratto, si trovava nella sua Volkswagen T-Cross, parcheggiata dinanzi a casa sua, con entrambe le mani sudate e tremule sul volante. Attorno a lui, era un completo deserto. Il cielo era grigio. Lungo il viale alberato, non vedeva anima viva, né un auto parcheggiata. Gli alberi erano spogli e foglie secche sui marciapiedi e in strada strisciavano in crepitii accompagnando il fischio acuto del vento invernale. A parte questo, un silenzio tombale. Le villette accanto alla sua avevano le tapparelle completamente abbassate e dalle fessure di queste non trapelava luce alcuna. Dino si accorse ben presto che qualcosa non quadrava. Mani al volante, si voltò verso il marciapiede opposto alla sua villetta, presso cui erano installati gli stendardi urbani su cui il comune era solito apporre gli avvisi, le delibere del consiglio e i necrologi. Adesso questi erano tappezzati unicamente di manifesti su cui campeggiavano slogan di questo tipo:

Prima gli Italiani
Sovranismo e Autarchia contro gli Eurocrati
Confini chiusi
Famiglia e Tradizione
La Lira Libera

In basso a destra, i manifesti erano marchiati a fuoco con l’inevitabile, ormai inamovibile, simbolo della Lega.

Fece caso a un ultimo inquietante manifesto, che svettava tra tutti. Vide il faccione rassicurante e sorridente di Matteo Salvini, alla stregua di un padre buono e protettivo. Sotto il suo volto, vi era la scritta:

Il Capitano ti Osserva, ti Ascolta e ti Pensa

Dino aprì prudentemente lo sportello dell’auto, da cui scese per immergersi nella bruma del primo pomeriggio, e lo richiuse delicatamente. Si avviò di soppiatto verso la porta d’ingresso della sua villetta a schiera, su cui qualcuno aveva scritto Salonkommunist Hier. Nel leggere, Dino fu preso da un brivido che lo scosse da capo a piedi, mentre si rendeva conto che aveva bisogno di urinare. Deglutì. Prese le chiavi dalla tasca a fatica, con la mano tremante, ma purtroppo constatò che la porta era già aperta. Alzò lo sguardo e, in cima a quest’ultima, fece caso a un paio di telecamere che se ne stavano appollaiate come degli avvoltoi, in attesa di spolpare la carcassa della sua vita privata. Aprì adagio, con crescente inquietudine, mentre le viscere gli si contorcevano. Deglutì ancora. Finalmente fu in casa, posò le chiavi sul tavolino, percorse l’ingresso a passi lenti, con aria sempre più preoccupata e si avviò verso la porta del salone, aperta per metà. Si fermò per un momento: da lì, fu in grado di intravedere l’inconfondibile volto del Capitano, che in quel momento stava facendo un discorso in diretta nazionale a reti unificate, infarcito di slogan nazionalisti contro l’Unione Europea, contro l’Euro, magnificando solennemente, modulando il tono della voce in base ai dettami impartiti da “La Bestia”, i benefici di una nazione sovranista e indipendente. Il Capitano sedeva alla sua scrivania, indossando il vistoso giaccone della Polizia di Stato, con alle spalle il tricolore.

– Amore, bambini, ci siete? Papà è tornato! – fece Dino con voce tremante. Un silenzio atroce, in risposta.

L’inquietante presentimento si rafforzò, Dino procedette verso la porta del salone, vi appoggiò la mano e la aprì del tutto. E vide.

Vide i corpi impiccati della sua signora e dei gemelli Venìti, col capo reclinato, gli occhi chiusi, lividi in volto, penzolanti dal soffitto.

Dino si accasciò in ginocchio, strizzò gli occhi con tutte le sue forze, strinse i pugni, portandoli al petto, rivolse il capo al cielo e spalancò la bocca, emettendo un urlo muto. Il dolore era così disperatamente lancinante che non fu capace di proferire alcun suono, né di versare una lacrima.

Quando li riaprì, Dino, come di sorpresa, si ritrovò nuovamente in piedi, nella cabina elettorale numero due.

Le schede giacevano lì, aperte, nessuna croce era stato apposta su nessun simbolo. Si voltò di scatto, emettendo un rapido respiro, con la fretta di chi vuole immediate rassicurazioni: alle sue spalle, c’era nuovamente la tenda.

Dino si girò nuovamente verso le due schede, lievemente affannato, con la bocca aperta per metà e gli occhi spalancati.

– Cristo Santo, che botta! – sussurrò tra sé e sé. Tirò un enorme sospiro per scrollarsi di dosso l’inquietudine e, finalmente, capì.

Alzò gli occhi al cielo, rasserenato, fece ancora un respiro profondo e li richiuse. Un sorriso si disegnò sul suo volto. Ora sapeva quello che c’era da fare.

Uscì dalla cabina, con le due schede accuratamente piegate, le inserì nell’enorme scatola di cartone, restituì la matita allo scrutatore, al quale subito dopo strinse la mano energicamente, ritirò il documento di identità, salutò educatamente la commissione elettorale e uscì dall’aula.

Sua moglie e i bambini erano lì ad aspettarlo.

– Ci hai messo solo due minuti. Sei stato comunque più lento di stanotte! – fece sua moglie, sarcastica.

– Ciao, amore mio! – rispose Dino euforico – sono così felice di rivederti! – le cinse un fianco e le diede un bacione sulle labbra.

Sua moglie, stupita da tanto ardore, rimase basita: – Ti senti bene, Dino? Non mi hai nemmeno dato del Lei stavolta.

– Ascoltami, amore mio – proseguì Dino – C’è una cosa molto importante che noi dobbiamo fare prima possibile…

– Cosa?

– Scopare.

Sua moglie in tutta risposta, gli tirò un ceffone in pieno volto.

– Ti sembra questo il modo di parlare davanti ai bambini?

Tremula Era

Tremula Era,
teso contegno,
cede all’impegno,
di star intera.

Tremule mura
le sue certezze,
sin interezze,
di ragion pura.

Tremule gote,
tonde, scarlatte,
soffici, intatte,
Ella ebbe in dote.

Tremuli occhi,
pieni di rabbia,
dune di sabbia,
le vie ch’imbocchi.

Tremula alma,
l’odio e l’amore,
strozzan un cuore,
che brama calma.

Tremula Dea,
maestà Pagana,
nutrice arcana,
d’ego si bea.

Destino

Mescendo l’acqua infocàron,
candidi neri ‘scillanti,
demoni e dei ormai danzanti,
la vita piena donàron.

Da luci ed ombre nutrito,
dall’albeggiar all’occaso,
vocan suo nome, per caso?
Giunse l’appello al convito.

Grida, di gaudio e di lutto,
l’udito ben osservante,
l’iride attenta ed udente,
vide la via verso il tutto.

Il cor espanso l’invita,
ad una quieta tempesta,
ad una pace di festa,
disse:”Che viva la Vita!”.

Dino Venìti alle Urne – Parte 2

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(…Continua da qui – Parte 1)

Dino ebbe un attacco di panico. La sua schiena era imperlata di sudore freddo, il respiro gli si fece affannoso, mentre continuava a girare su se stesso e a tirare calci e pugni sempre più frequenti alle pareti della cabina. Conosceva fin troppo bene quella sensazione. Claustrofobia. La stessa che provava da bambino quando rimaneva bloccato per ore in ascensore, a causa della negligenza di quel terrone dell’amministratore del condominio in cui viveva con i suoi genitori in Puglia.

Di colpo, mentre ruotava su se stesso sempre più vorticosamente, urlante e sudato, un soldo di cacio alto un metro e trenta, coperto da un manto blu che gli arrivava alle caviglie, con il capo coperto da un cappuccio da cui non trapelava alcun volto, ma solo due luci bianche come stelle lontane a funger da occhi, si materializzò improvvisamente nel cubicolo. Dino caddè al suolo, portò alla fronte e al petto i palmi delle mani, strisciò di culo in quei pochi centimetri di suolo disponibili, sgranò gli occhi ed emise un grido di terrore. La sua fronte era ricoperta di goccioline, come rugiada al mattino. Osservò il soldo di cacio per un minuto abbondante, con il labbro inferiore che gli tremava, gli occhi pieni di orrore e il fiatone, finché finalmente, non riuscì a proferire:

– E tu chi cazzo sei?

– Modera il linguaggio, cazzone. – rispose il soldo di cacio. La sua voce era la sovrapposizione di due suoni fanciulleschi, uno maschile e uno femminile. – Vuoi rovinarti la reputazione in questo modo? – Il soldo di cacio faceva riferimento al fatto che Dino Venìti soleva vantarsi, con i suoi amici, parenti, colleghi e con i parrocchiani del quartiere, di non aver mai pronunciato una parolaccia in vita sua. – Hai idea, cazzone, di che cazzo di casino hai appena combinato?

Dino tremava, mentre guardava il soldo di cacio, colmo di terrore: – Ti prego, non farmi del male!

– Non ne ho la minima intenzione, cazzone. Ci hai pensato benissimo da solo a farlo. E adesso ne conoscerai la ragione. – Il soldo di cacio si lanciò in una risata sguaiata da incubo, che risuonò infera all’interno della cabina senza via d’uscita, che costrinse Dino a pigiare con forza le mani su entrambe le orecchie, mentre stringeva gli occhi sperando che quell’incubo svanisse come un’allucinazione. Dino riaprì gli occhi, ma il piccoletto era ancora lì, che lo fissava intensamente nelle iridi con i suoi occhietti lucenti:

– Guardami bene in faccia, stronzetto perbenista, perché ora vedrai con molta chiarezza le conseguenze delle tue azioni. Lo sai chi hai tradito, facendo questo?

La luce dagli occhietti dell’inquietante piccoletto si fece più intensa, finché un candore non accecò completamente Dino, riempiendo il cubicolo. A un tratto, un ricordo vivissimo, tangibile, si riaffacciò alla sua mente. Ora ricordava. Sì che ricordava.

E rivide. Rivide se stesso, in quinta ginnasio. Aveva sedici anni. Capelli nero corvino, pettinati, puliti. Camicia bianca, pantaloni eleganti grigi e scarpe nere, abbinate alla capigliatura. Suo padre, l’architetto Dino Veniti Senior, era passato a prenderlo con la sua BMW 320d all’uscita da scuola. Il giovane Dino salì in auto, zaino in spalla e cominciò a raccontargli la giornata:

– Ciao Papà – lo baciò due volte sulle guancie – abbiamo avuto una discussione di politica tra compagni di classe, ma sai, io non ne capisco molto e non sono riuscito a controbattere.

Suo padre, uomo costantemente pieno di rabbia, digrignò i denti, con le labbra serrate, mentre il suo volto si faceva cremisi e cominciò a soffiare dal naso, a guisa d’un toro. Era solito sfogare sul figlio le sue frustrazioni lavorative, trattandolo con ingenerosa severità. Non era mai stato fiero di lui. Gli disse con durezza:

– Tu di politica non capisci un cazzo!

Dino, ragazzo fragile come un cristallo, si sentì profondamente mortificato da quell’affermazione. Faceva il possibile per compiacere quell’uomo rigido e severo, vecchio comunista in carriera arricchito, che non lo riteneva all’altezza della vita. Riteneva la sua eccessiva sensibilità poco consona a un uomo, poco virile, poco maschia.

– Se vuoi saperne di più, devi leggere i giornali. Non vedi me? Tutti i giorni compro La Repubblica. Leggiti le notizie di politica e di cronaca. Se poi vuoi farti un’idea chiara di come vanno le cose in Italia, devi leggere gli articoli di opinione. Chiaro? In particolare, la domenica, leggiti l’editoriale di Eugenio Scalfari. Ti aiuterà a formarti un’opinione chiara e precisa su come funziona il nostro paese.

Dino prese alla lettera l’ammonimento e la lezione del padre. Da quel giorno, cominciò a divorare notizie di politica, informandosi solo ed esclusivamente su La Repubblica, ritenuto, dal suo punto di vista, l’unico giornale in grado di avere in mano la verità dei fatti, una sorta di Vangelo della sinistra moderata. In breve, Dino si trasformò in un vero paladino dei progressisti e fece dell’antiberlusconismo la sua nuova religione, ritenendo chiunque votasse per il centro-destra malvagio e corrotto. Sentiva finalmente di essere dalla parte del giusto, dei buoni, parte di qualcosa, come suo padre, al contempo detestato e idealizzato. Finalmente aveva sufficienti argomentazioni per tenere testa ai suoi compagni di classe di orientamento politico opposto.

Il ricordo cominciò a dissolversi, in sinergia con l’intensità della luce emessa dagli occhietti del soldo di cacio.

– Papà… – sussurrò Dino, con le lacrime salate che cominciavano a sgorgare dai suoi occhi. – Che cosa ti ho fatto! Perdonami! -. Emise un rumoroso e doloroso singhiozzo, mentre un nodo lo strozzava in gola.

– E questo è solo l’inizio, cazzone piccolo-borghese – gli rispose l’ometto inquietante. – Quello che hai fatto avrà delle profonde conseguenze anche sul futuro, non solo del paese, ma anche sul tuo. Guarda un po’.

La cabina si fece di nuovo completamente bianca.

Dino vide ancora. Vide il futuro che si srotolava placidamente dinanzi ai suoi occhi neri, come un tappeto in discesa lungo un’alta scalinata.

Eccome se vide. Quante cose vide. Vide i risultati di quelle elezioni, con Mentana che annunciava la vittoria della coalizione di destra, guidata dalla Lega di Matteo Salvini e da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, per un solo voto. Un unico voto secco. Un solo, determinante, maledettissimo voto, cazzo.

Evento praticamente impossibile, mai accaduto nella storia elettorale di qualsiasi paese democratico.

– Indovina a chi appartiene, quell’unico, minuscolo voto, insignificante testa di cazzo benpensante? – fece il nanerottolo.

– Ma era esattamente quello che volevo questa volta! Dove sarebbe il problema? – piagnucolò Dino.

– Guarda, cazzone ipocrita. Guarda bene cosa succede tra poco. – disse il mostriciattolo dalla voce doppia, ridendo orribilmente.

E Dino vide ancora. Vide Matteo Salvini giurare fedeltà alla Repubblica Italiana nelle mani del Presidente. Vide il voto di fiducia al governo Salvini I passare al Senato e alla Camera per appena due voti di scarto. Vide deputati e senatori del PD e del Movimento Cinque Stelle passare dalla parte della maggioranza, per pura soggezione, timore riverenziale e totale soggezione alla sua figura carismatica e mediatica del nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri. Vide la prima grande Riforma della Costituzione, che trasformò l’Italia in una Repubblica Presidenziale, votata quasi all’unanimità dal Parlamento. Vide Matteo Salvini togliere la fiducia al suo stesso governo per tornare alle urne. Vide Salvini vincere le elezioni e diventare il primo Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale dai cittadini italiani. Vide Salvini promuovere nuove riforme della Costituzione, sfruttando bachi ed errori nella prima riforma, che l’avevano già di per sé indebolita, che aboliva pesi e contrappesi e concentrava il potere interamente nelle sue mani, i pieni poteri che da tempo bramava con ardente desiderio. Vide il parlamento Italiano procedere spedito con ulteriori modifiche alla ormai irriconoscibile carta del 1947, istituendo il ruolo di Capitano della Nazione, che fondeva i ruoli del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Repubblica in un’unica carica. Vide il nuovo regime abolire qualsiasi forma di opposizione, sindacale e partitica, prendere il controllo della stampa, delle televisioni, di internet, chiudendo giornali, programmi televisivi, siti e blog. Vide sfilate dell’Esercito Italiano in onore del Capitano. Vide quadri e fotografie di Matteo Salvini ovunque, nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro pubblici e privati. Vide titolare le maggiori piazze italiane al leader della Lega, dove al contempo venivano erette statue in sua memoria.

– Ma questo è quello che inconsciamente ho sempre sognato! – fece Dino, implorante e disperato.

– Aspetta, cazzone, aspetta – replicò il piccolo omuncolo – Non è ancora arrivata la parte migliore di questa storia. Mettiti bello comodo. – E rise ancora, quel piccolo mostro, di gusto.

E Dino, per l’ennesima volta, vide. Un nuovo tuffo nel passato, qualche mese prima. Rivide quell’ultimo pranzo di Natale, assieme ai suoi genitori, ai quali aveva annunciato che era ormai stufo dell’inconcludenza e dell’autoreferenzialità dei personaggi orbitanti nell’area del centro-sinistra e che quella volta avrebbe dato il suo voto alla coalizione di centro-destra. Rivide la rabbia addolorata di suo padre, farsi rosso in volto e cominciare a sbuffare dal naso, per la delusione e per il dolore nel vedere quell’ingrato del sangue del suo sangue ribellarsi al suo volere, prendere i suoi insegnamenti, accartocciarli e gettarli via in un cestino.

E rivide ancora suo padre. Lo vide, seduto in poltrona, il giorno in cui Salvini divenne Presidente della Repubblica Italiana. Vide suo padre addormentarsi, con la televisione accesa, mentre trasmetteva il telegiornale. Vide sua madre avvicinarsi alla poltrona per svegliarlo e andare a letto insieme. Vide sua madre rendersi conto all’improvviso che suo marito non si sarebbe più svegliato. E Dino provò una colpa improvvisa, un pugno nello stomaco, uno strappo che lacerava le sue carni. Con il suo voto, esattamente il suo di voto, aveva ucciso suo padre. Quella sarebbe stata la sua croce, la sua condanna. Per il resto della sua vita.

– Papà, no! No! No! – urlò Dino. Ormai piangeva e urlava come un disperato, profondamente pentito.

L’ometto inquietante lo osservava silenzioso, un silenzio dal sapore d’un muto giudizio. Ma il tormento non era ancora terminato. Questi pronunciò, distogliendo Dino dalle sue lacrime amare:

– Sei pronto per il gran finale?

– Che altro c’è ancora? Basta, ti scongiuro! – supplicò Dino.

(Continua…)