Cosa resta di un amore

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Al cinema, i tuoi occhi nei miei, il tuo sorriso, nelle luci soffuse della sala.
Una passeggiata in silenzio, in un piccolo paese di provincia sconosciuto, abbandonato e deserto.
Un viaggio in treno, mentre ti chiudi nei tuoi silenzi riflessivi, mentre le mie braccia ti cingono da dietro e posi le tue mani sulle mie.
Una chiacchierata al bar, mentre beviamo Coca-Cola Zero.
La prima volta che abbiamo dormito insieme, avevo paura, il tuo sguardo mi trasmetteva forza e mi rassicurava, mentre indossavi una maglietta color salmone.
Godere e venire insieme, al mattino, appena svegli.
Il tuo abbraccio e la tua frase:- Lasciami essere felice per altri venti minuti.
Quando hai perso le staffe per le mie provocazioni e mi hai chiamato “pezzo di coglione”.
Poche foto di te, poche ma buone.
Un’unica foto di noi due insieme.
La tua accettazione dei miei limiti.
La tua assenza di giudizio, il tuo sguardo benevolo, quando ti ho raccontato della mia notte dell’anima.
La tua autoironia, la tua simpatia.
Il tuo farmi sentire unico, speciale, diverso, intelligente.

Tutto questo è parte di me ora.

Grazie.

La Posta di Dino

Quest’oggi, inauguro una nuova rubrica: La Posta di Dino .

Siamo tutti afflitti e portatori di un grande dolore interiore, una ferita emotiva che non abbiamo il coraggio di ascoltare e di guardare in faccia. E’ per questo che mentiamo a noi stessi e agli altri. E’ questa la ragione per cui le nostre intere esistenze spesso sono una gigantesca menzogna e appartengono ad altri.

Scrivetemi e portatemi pure le vostre paturnie, le vostre preoccupazioni, le vostre ansie, le vostre difficoltà relazionali. Vi risponderò rispettando la vostra privacy e con lo stile di questo blog: profondo, attento, sensibile e al contempo dissacrante, cinico, provocatore.

Nella speranza di strapparvi una risata e una riflessione.

Scrivete a: dinoveniti@gmail.com .

Stella Pulpo

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Quest’oggi vi parlerò di Stella Pulpo, una scrittrice e blogger tarantina, che negli ultimi tempi sta avendo un certo successo e consenso, grazie al suo blog Memorie di Una Vagina . Il suo blog, ormai molto conosciuto, tratta diverse tematiche, tra le quali femminismo, sessualità, politica e società. La sua scrittura profonda e graffiante, unita a un carattere sensibile e al contempo frizzantino le hanno procurato moltissime ammiratrici e ammiratori, ma al contempo anche tanti nemici. Tra questi ultimi, vi sono uomini che non condividono le sue opinioni femministe, alcuni che le augurano di morire grassa e donne che la accusano, nelle sue storie su Instagram, di camuffare il suo accento pugliese. In merito a quest’ultimo punto, da ex-pugliese, ovviamente condivido in pieno la scelta consapevole di Stella di mascherare il più possibile la sua cadenza. Lo so con certezza assoluta che lo fa volutamente. E’ la stessa scelta che ha fatto il sottoscritto, per cui sono contento che anche lei provi la mia stessa vergogna per le sue origini. Inoltre, essendo ormai Stella un personaggio pubblico di un certo spessore intellettuale, ma soprattutto vivendo ormai da tanti anni a Milano, è giusto che non involgarisca la sua immagine parlando nella maniera sguaiata tipica dei pugliesi, in modo da integrarsi nei salotti buoni del meneghino.

Purtroppo, se da un lato la nostra Stella mostra un incredibile impegno e dedizione nel cercare di guarire dai suoi difetti di pronuncia, non si può dire altrettanto dei contenuti del suo blog.

Non mi riferisco alle sue battaglie femministe, che, lo rivelo qui in esclusiva, sono un chiaro specchietto per le allodole.

Il suo blog ha in realtà un progetto politico ben chiaro e molto pericoloso, costituendo principalmente un gigantesco manifesto nostalgico della Puglia. In un post recente, Stella scrive quanto segue:

[…] la suggestione irriducibile delle radici, quella specie di malcelato orgoglio del tipo: io questa terra ce l’ho nel sangue, e altre menate retoriche di questo tipo. Il Gargano selvaggio mi resterà nel cuore, con le sue strade di merda e i suoi panorami meravigliosi.

Insieme ad esso conservo gelosamente le chiacchiere con i miei genitori, con i miei zii e con i miei cugini. Gli sfoghi, i chiarimenti e le risate. I panzerotti fritti, i nodini di mozzarella, le friselle, le cozze al gratin, le turtarelle, gli arrosticini e le bombette che rappresentano ancora una valida ragione per restare carnivori. I bagni al tramonto. Gli spritz con le chiappe ancora umide. Le cene in terrazza. Le partite a carte. Le passeggiate. I Moscow Mule creativi. I fuochi d’artificio. Le torte di mia mamma e il capocollo locale. Le dormite al fresco e i libri letti in piscina. La fuga a Taranto, in litoranea, per raggiungere gli amici del nord al sud, e rivedere quello che ho sempre considerato “il mio mare”. L’azzurro, le dune, il traffico, i parcheggiatori. Le buche nell’asfalto, le rotatorie e fai-attenzione-all’autovelox. E poi la serata al Valentino, e le confidenze tutte condensate in poche ore, che ci siamo rivisti mò e poi chissà quando. Il rientro. L’alba che sorge sulla Valle d’Itria in tutta la sua maestosa bellezza. L’umido della notte che sponza i teli stesi ad asciugare. E ancora la fatica di spiegarsi anche quando è difficile trovare le parole, le confessioni, la complicità di chi è cresciuto insieme, i cazziatoni che fanno bene e i consigli, e poi i saluti, i buoni propositi per l’autunno, le promesse, e la solita domanda: quando ci rivediamo?

Presto. Qualunque cosa “presto” significhi.

Signore e signori, da questo e altri post emerge con chiarezza uno degli obiettivi principali del blog Memorie di Una Vagina:  l’esaltazione del mito del passato, che, come noto, è sempre stato il nocciolo duro del pensiero reazionario, populista e dei regimi nazifascisti.

C’è però un aspetto ancora più inquietante, per un ex-pugliese e neo-milanese come il sottoscritto, che emerge in maniera lapalissiana in quest’altro post. La nostra reazionaria mascherata da progressista prende di mira, con l’acredine tipica dell’elettore grillino meridionale, l’ArcelorMittal, già Italsider e Ilva, affermando quanto segue:

Nel corso del tempo, la città e la cittadinanza si sono trasformate in un accessorio della fabbrica, un agglomerato umano che vive e muore in funzione della produzione dell’acciaio. La mia città è come un inventario disgraziato di uomini, e donne, e bambini, da sacrificare sull’altare del Capitale. Immolati in nome di Madre Economia. Fine della storia. 

E’ incomprensibile come la Pulpo, da milanese acquisita, non riesca a capire come in realtà l’ArcelorMittal ha garantito in tutti questi anni occupazione e benessere alla sua città. Grazie all’ex-Ilva, potremmo, da pionieri, definire Taranto come La Milano delle Puglie.

Sempre nel medesimo post, ecco una seconda pericolosa generalizzazione, in merito alla definizione che la Pulpo dà dell’imprenditore:

[…] uno che per definizione pone come primo (e spesso unico) obiettivo il profitto. Non il benessere del territorio. Non la sicurezza dei lavoratori. Non la salute dei cittadini. Solo e soltanto il profitto incondizionato, in una repubblica fondata su connivenze e mazzette

Affermazioni vergognose con le quali si intende gettare fango su coloro che, mossi dalla passione, si prendono dei rischi per dare benessere economico e occupazione al nostro paese. Nello specifico, con quale coraggio la nostra scrittrice si permette di screditare il Gruppo Riva che, vogliamo ricordarlo, nel siderurgico è primo in Italia e quarto in Europa? Un gruppo mosso dalla fiamma ardente per il lavoro, fondamento dell’Articolo 1 della nostra bellissima Costituzione. Potremmo aggiungere che quanto afferma Stella Pulpo è palesemente incostituzionale e per questa ragione, il suo post sarà portato alla Consulta quanto prima per essere abrogato.

Il profitto è cosa nobile, forse è tutto quello che abbiamo come esseri umani, e lei stessa dovrebbe averlo imparato bene, vivendo a Milano come il sottoscritto. Se la gente si ammala, la colpa è unicamente e solo dei tarantini. E la ragione è la seguente: come si permettono gli abitanti del quartiere Tamburi e i dipendenti dell’ex-Ilva di respirare? Possibile che in tutti questi anni non abbiano imparato a trattenere il fiato? Si può sapere perché i meridionali sentano questa necessità impellente di fare altro mentre sono al lavoro? Non c’è niente da fare. Anziché ringraziare chi dà loro un’occupazione, consentendo di mantenere le loro famiglie, tipicamente numerose con figli, genitori e suoceri a carico, pretendono anche l’aria pulita e l’ossigeno. Questo è davvero troppo.

In ogni caso, dal post emerge il secondo punto del progetto politico che si propone il blog Memorie di Una Vagina: rafforzare l’assistenzialismo di stato, sulla falsa riga di quanto già fatto dal governo Conte 1. L’obiettivo è chiaro: puntare alla chiusura definitiva di ArcelorMittal, in modo che i tarantini smettano di lavorare in massa e vivano di reddito di cittadinanza.

Possiamo concludere, senza ombra di dubbio, che Stella Pulpo, oltre a essere una spia pugliese infiltrata nel meneghino, oltre a non essere una femminista, è una Nazifascista a Cinque Stelle.

Heil, Pulpo!

Preghiera del Dolore

pray.jpgCome si affronta il dolore? Può un uomo permettersi di soffrire? Come si fa quando ormai da mesi si ha questa stretta al basso ventre, che si dilata come una macchia di nebbia, che osservo e attendo che si trasformi in un nodo alla gola, che non sempre si rompe in un pianto liberatorio? Cos’è questo dolore? Chi è stato? Chi è che mi ha fatto così male?

E’ successo quella sera, a Palma di Maiorca. Buio totale. Il nero assoluto. Il Cristo di inferno. Rabbia, dolore, disperazione, pensieri suicidi. Ma perché, Cristo Santo? Che cosa mi ha terrorizzato così tanto? Che cosa mi terrorizza ancora? Cos’è che mi fa così tanta paura, cazzo? Non riesco a venirne a capo. E in questo momento, provo ansia e dolore. Che cosa la sta originando? Perché non si dirada, questa gran puttana di nebbia? Eppure sono fiducioso, ce la farò. Con l’aiuto di Dio e di Zeta.

Signore Dio Onnipotente, Re del Cielo, per intercessione di Gesù Cristo tuo figlio e della Vergine Maria, mi vuoi dire che cazzo devo fare per liberarmi di questo dolore atroce? Dammi un cazzo di segno. Mi stai facendo veramente incazzare ora. Amen, cazzo. Amen! Non è una bestemmia questa, fidati. E’ una cazzo di preghiera. Ti scongiuro ascoltami, aiutami. Ho bisogno di te, Signore! Ho bisogno di te, porca troia! Ascoltami Papà, cazzo!

Beh, grazie Signore. Come vedi non sono un ingrato. Avevo scritto quei versi dieci minuti fa. Mi sento un po’ sollevato. Ma non è abbastanza. Voglio essere libero, una volta per tutte, dalla paura. Dalla paura di amare. Dalla paura del dolore.

Va un po’ meglio, ma ancora non è sufficiente. Piango, ma ce n’è ancora. Ci sono degli arretrati da smaltire. Mi devo riabituare. Non è così scontato. Lascerò che accada. Adesso ho di nuovo un groppo in gola e ansia. Ma questa volta non farò finta di niente. Guarderò in faccia il mio dolore. Ed è già tanto che mi sto abituando un po’ alla volta a farlo. Ma è difficile.

Pigrizia, spossatezza, stanchezza. Va bene. E’ così che va. Accettiamolo. Non possiamo essere sempre a mille. Può succedere di essere stanchi. Non siamo super uomini. Accettiamolo. Non possiamo essere sempre a mille.

Amen.

Lettera a un vecchio amico

Quando per la prima volta ho sentito dire da qualche parte, forse in una canzone di Ligabue, che le persone vanno e vengono, non ci avevo dato molto peso. L’ho sempre considerata una stupida frase fatta. Avevo forse quindici o sedici anni. L’adolescenza vissuta in pieno sembra infinita. Quel periodo sembra eterno e immutabile. Ti fa sentire immortale. Il nostro gruppo di amici è stato così unito negli anni delle superiori che certe cose si fa finta di non vederle. Si ignorano emozioni e antipatie, pur di stare insieme. Si ignora il sospetto che quei tempi possano prima o poi finire.

Caro Riccardo, se non ricordo male, l’ultima volta che ci siamo visti correva l’anno 2005. Era estate. C’era una festa nella casa in campagna di qualcuno. E bevevi birra. Tu che al liceo non hai mai toccato un goccio di alcol. Credo che quella sera ci siamo salutati a malapena. Sono passati quattordici anni.

Avevamo costruito un bel rapporto, negli anni delle superiori. Eravamo coetanei, in due classi diverse, con molti professori in comune. Ti ricordi la tua Fiat Punto verde? Prendere la patente è stata una delle più grandi conquiste al compimento dei nostri diciotto anni. Io, invece, avevo una Ford Ka in quel periodo. Ti ricordi? Sono stato il primo a prendere la patente e sei stato uno dei primi a salire su quel catorcio.

Volevo ringraziarti per avermi fatto conoscere Antonello Venditti in quel periodo. E’ un po’ che non lo ascolto, ma credo di aver capito cosa ci univa a quei tempi: una sorta di malinconia di fondo e una profonda sensibilità.

Terminato il liceo, abbiamo preso strade diverse. La stessa facoltà, ma tu sei rimasto nella nostra città. Io sono andato via. E purtroppo, quando si è così uniti e ci si vuole così bene, ho ormai capito che questo vuol dire tradirsi a vicenda. Ed è così che, tra le altre cose, il dolore dell’addio si è trasformato nel germe dell’invidia. I tuoi esami non andavano bene quanto i miei, e, quando ci siamo rivisti, hai attribuito la cosa al fatto che io avessi scelto l’università in una sede in cui lo stesso corso di laurea era più facile del tuo. In tutta risposta, ti ho detto che accampavi scuse, perché non eri all’altezza di quella facoltà. Da allora i nostri rapporti si sono incrinati e, vivendo ormai lontani, non è stato più possibile recuperare.

Poi mi è arrivato un messaggio, tre anni e mezzo fa:

– Dino, scusa se faccio l’uccello del malaugurio: purtroppo Riccardo è morto.

Non sapevo che fossi ammalato. Credimi e perdonami, eri completamente caduto nell’oblio per me. All’improvviso, sei tornato con violenza nei miei ricordi.

E ho pianto tanto per te. E se sei lassù penso che tu lo sappia e mi abbia visto.

E piango anche adesso che ti scrivo queste righe. Piango per quella giovinezza che volge al termine. Piango perché mi mancano le sigarette che abbiamo fumato insieme. Piango perché la vita mi ha portato lontano e continua a farlo. Piango perché la affronto da solo e per orgoglio non chiedo l’aiuto di nessuno, ma va bene così. Perché non voglio pesare sugli altri. Perché voglio fare esperienza. Perché mi piace l’avventura. Perché ancora non riesco a vedere l’amore degli altri come qualcosa di completamente disinteressato. Perché faccio fatica a fidarmi. Perché tutto sommato sono contento della mia vita, ma come dicevo oggi a Piero, il fatto di aver scelto di viverla a modo mio, mi porterà sempre a farmi sentire in colpa nei confronti degli altri.

Arrivederci amico mio. Sono contento di non averti dimenticato. Sono contento di trovare ancora il bello della nostra amicizia, nonostante gli screzi. Sono contento che tu mi abbia lasciato qualcosa di te.

Mi sarebbe piaciuto rivederti e fumare ancora una sigaretta assieme a te.

E magari, perché no, finalmente berci anche una birra sopra.

Un addio

Seduto in poltrona,
ti fan ben sperare:
“Bisogna sedare,
su! Mal non cagiona!”.

Deliziano bene,
ti illudono, rìdon,
“Rilassa!”, ti dìcon,
“Non porterà pene!”.

Poi aprono e scrùtan,
iniettano e attèndon,
pazienza non pèrdon,
oh, quanto mi ùrtan!

Ed eccoli entrati,
con l’aria e col ferro,
le palpebre serro,
rumori vetrati.

Ed eccolo via,
le cremisi gambe,
che danzano sambe,
non più cosa mia.

Su un pezzo di cuore
sì candida tuona,
la bella corona.
Addio, vostro onore!

Sfigo Ricky – Capitolo 1 – L’alitosi

L’alitosi di Ricky ha origini controverse.

Si pensava che uno dei problemi che più attanagliano il genere umano e i rapporti sociali non gli appartenesse. Ma anche in questo caso ci si sbagliava.

Un giorno, terminate le lezioni e il pranzo in mensa, Ricky si trovò assieme ad altri  compagni di corso in una delle numerose sale studio dell’ateneo. Per chi non le avesse bene in mente, trattavasi di una di quelle sale studio in cui vige un tesissimo quanto religioso silenzio, popolate da altri sfigo studenti, tipicamente vestiti con maglioni a quadrettoni e jeans di tre taglie più larghe, magari già calvi alla veneranda età di vent’anni. Quel pomeriggio, mentre il nostro Ricky si accingeva a studiare con uno dei suoi tre amici, pare che la distanza che separava il suo cavo orale dal naso del malcapitato compagno a cui stava spiegando alcuni concetti di matematica discreta si sia ridotta notevolmente. Il compagno, che preferisce mantenere l’anonimato, dopo qualche minuto di stoica sopportazione, si racconta sia sbottato e abbia proferito quanto segue:

–  Ricky, prima che tu vada avanti…

–  Dimmi!

– Scusa se te lo dico, magari ce l’ho anche io…però…

– Che cosa?

– Hai un alito terrificante!!!

– …!!!

Risate grasse si fecero immediatamente strada nell’aula che accoglieva i due giovani, riferite al tanfo putrido proveniente dalla sua bocca. Altri compagni che assistevano in quel momento, dopo il birichino evento, forse colti da un temporaneo momento di pietà, decisero inizialmente di mantenere il segreto su quanto accaduto e di metterci una pietra sopra. Si proseguì dunque con gli studi, cercando di dimenticare quanto successo. Ma tra una matrice e l’altra, e monoidi e gruppi e campi ed anelli, come si poteva al contempo non esser memori di un sì divertente evento:

– Ricky, meno male che non sei il dio dei venti.

– Vi prego…ho una dignità.

– Ricky, potresti trattenere il respiro?

– Ma che vi ho fatto di male…

– HHHHHHHHAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH!

E nasi che turavansi al sol proferire di verbo da parte dello sciagurato. E risa e lagrime divertite. Dentro di sé, Ricky era ormai conscio che un nuovo tormentone faceasi strada per arricchire le uggiose giornate dei suoi compagni, devastando, in contemporanea, l’ormai già scalfita dignità sua.

Sfigo Ricky – Prefazione

Notevoli sono i baluardi su cui si basa la sfiga di Riccardo, altrimenti detto Sfigo Ricky. In questo manuale ho voluto raccoglierle tutte, cercando di non omettere dettagli e raccogliendo le testimonianze di chi lo conosce bene. Le scoperte fatte, gli aneddoti non sono elencati necessariamente in ordine cronologico.

Preme ovviamente all’autore far conoscere il personaggio anche dal punto di vista biografico.

Nasce il 10 maggio 1978. Nel 1997 si iscrive alla facoltà di Matematica.

Null’altro da aggiungere alla sua misera vita.

L’autore precisa che Sfigo Ricky è un personaggio totalmente frutto della sua mente malata e ogni riferimento a persone, fatti ed eventi realmente accaduti è puramente casuale.

L’opinione di Briatore

Italia_Senza_Puglia_FB.jpgAnni fa, condivisi pienamente ed espressi massima solidarietà nei confronti di Flavio Briatore, dopo le affermazioni che fece a Otranto in merito allo stato delle infrastrutture atte alla sostenibilità del turismo in Puglia.

Motivo meglio le motivazioni che, da ex-pugliese, mi portarono a sostenere le opinioni del noto imprenditore piemontese. Innanzitutto, Briatore è uomo ricco e come tale merita rispetto. Figlio di insegnanti elementari, è la storia eroica di un uomo nato povero, che con la buona volontà, il duro lavoro e una ferrea autodisciplina ha preso in mano le redini del suo destino, diventando un imprenditore di successo.

Le accuse che il Briatore fece nei confronti del territorio pugliese furono sacrosante: la Puglia, ad oggi, non è minimamente attrezzata per accogliere i ricchi. D’altro canto, lui conosce questi ultimi molto bene e credo sia doveroso da parte di tutti tacere quando una persona del suo calibro esprime una sacrosanta verità. Quale Berlusconi dormirebbe in un Bed and Breakfast? Quale Marchionne avrebbe mangiato in una scrausa e anonima trattoria, magari a gestione familiare, un piatto di orecchiette con le cime di rape?

Intendiamoci: i soldi chi li porta? I Luca Cordero di Montezemolo o gli Après La Classe?

L’indignazione dei Pugliesi a fronte delle affermazioni del Flavio nazionale furono il classico esempio di chi vuol difendere lo status quo ed è contrario al progresso e al benessere, unica ragione e unico compito che spetta all’uomo in questa vita: migliorare la propria condizione ed evolversi tramite il denaro e il potere.

E’ ora di finirla con questa Puglia dei rancorosi. Ormai non si perde nessuna occasione per ricordare questi benedetti ulivi, il profumo del mare, il panino con il polipo, la birra Peroni, la burrata e le mozzarelle. Non se ne può davvero più di questa inutile e retrograda nostalgia per la “propria terra”. Basta con questa valorizzazione del territorio, anticamera dell’ozio, dell’assenteismo sui luoghi di lavoro e del reddito di cittadinanza.

Signori miei, non stiamo dimenticando forse che il paese è in crisi e serve portare progresso e modernità?
Ben venga dunque, una salutare colata di cemento, a seppellire definitivamente il Parco Nazionale dell’Alta Murgia, le spiagge salentine, il Gargano, Ostuni, Alberobello e le Grotte di Castellana. Ora più che mai, bisogna favorire lo sviluppo di SPA, Hotel a 5 stelle, ristoranti di lusso e resort.

Allora sì, e non me ne voglia Caparezza, al secolo Michele Salvemini, che potremo tutti davvero “ballare in Puglia”. Al Twiga.

 

 

Puglia

Italia_Senza_Puglia.jpgSono pugliese se non ricordo male. Da ormai ben sedici anni vivo a Milano.

Capitale della moda, motore dell’Italia, nel meneghino ho trovato il mio autentico sé, la piena realizzazione della mia persona. Tra cemento, traffico, inquinamento e dodici ore giornaliere in ufficio, fine settimana compresi, ho finalmente raggiunto l’alienazione e l’isolamento dai miei simili che tanto auspicavo.

Ritengo i pugliesi gretti, chiusi mentalmente, invadenti e invidiosi. Non è uno stereotipo, lo sono tutti, ed è scientificamente dimostrato. Sono ingenui, inconsapevoli di loro stessi e profondamente permalosi. Nei loro ragionamenti danno ancora priorità a un valore obsoleto e amorale quale la famiglia, la setta per eccelenza, all’interno della quale si perpetuano le peggiori violenze psicologiche. Non capiranno mai l’arida felicità del denaro e del potere, che eleva sugli altri e dà la possibilità di liberarsi da affetti che costituiscono unicamente un ostacolo alla volontà di potenza insita in ogni individuo.

Io no. Io non sono come loro. Io ho capito. Ho visto.

Non nascondo che, sovente, provo vergogna nel manifestare le mie reali radici. Sono ormai diversi anni che il mio eloquio è abilmente mascherato da una meravigliosa cadenza milanese, condita anche dalle consuete espressioni tipiche del giovane meneghino medio (“Figa”, “Ci sto dentro”, “Bella zio”, “Che sbatti”). Inoltre, ho solo colleghi e conoscenti settentrionali (fortunatamente non ho amici) e, se mi capita di incrociare qualche compaesano a Milano, generalmente fingo di non vederlo e cambio strada. Aggiungo anche che induco chiunque a mantenere una certa riservatezza sulle mie reali origini, invitandolo, qualora interpellato sulla questione, a dichiarare che sono in realtà milanese da svariate generazioni. Lo faccio per una questione di reputazione e di dignità personale.

Trovo insopportabile la vanagloria con cui i pugliesi considerano il loro cibo il migliore d’Italia, il loro preferire un piatto di orecchiette con le cime di rape, magari cucinato dalla mamma verso la quale nutrono fino alla morte un legame psicologicamente incestuoso, a un panino al prosciutto mangiato davanti al pc mentre si sta lavorando.

Per queste e altre ragioni, la Puglia è tra le maggiori responsabili dei problemi del nostro paese. La sua mentalità familistica ha avuto un impatto fortemente negativo sulla produttività italiana ed è una delle cause principali della crisi economica degli ultimi anni.