Lettera a un vecchio amico

Quando per la prima volta ho sentito dire da qualche parte, forse in una canzone di Ligabue, che le persone vanno e vengono, non ci avevo dato molto peso. L’ho sempre considerata una stupida frase fatta. Avevo forse quindici o sedici anni. L’adolescenza vissuta in pieno sembra infinita. Quel periodo sembra eterno e immutabile. Ti fa sentire immortale. Il nostro gruppo di amici è stato così unito negli anni delle superiori che certe cose si fa finta di non vederle. Si ignorano emozioni e antipatie, pur di stare insieme. Si ignora il sospetto che quei tempi possano prima o poi finire.

Caro Riccardo, se non ricordo male, l’ultima volta che ci siamo visti correva l’anno 2005. Era estate. C’era una festa nella casa in campagna di qualcuno. E bevevi birra. Tu che al liceo non hai mai toccato un goccio di alcol. Credo che quella sera ci siamo salutati a malapena. Sono passati quattordici anni.

Avevamo costruito un bel rapporto, negli anni delle superiori. Eravamo coetanei, in due classi diverse, con molti professori in comune. Ti ricordi la tua Fiat Punto verde? Prendere la patente è stata una delle più grandi conquiste al compimento dei nostri diciotto anni. Io, invece, avevo una Ford Ka in quel periodo. Ti ricordi? Sono stato il primo a prendere la patente e sei stato uno dei primi a salire su quel catorcio.

Volevo ringraziarti per avermi fatto conoscere Antonello Venditti in quel periodo. E’ un po’ che non lo ascolto, ma credo di aver capito cosa ci univa a quei tempi: una sorta di malinconia di fondo e una profonda sensibilità.

Terminato il liceo, abbiamo preso strade diverse. La stessa facoltà, ma tu sei rimasto nella nostra città. Io sono andato via. E purtroppo, quando si è così uniti e ci si vuole così bene, ho ormai capito che questo vuol dire tradirsi a vicenda. Ed è così che, tra le altre cose, il dolore dell’addio si è trasformato nel germe dell’invidia. I tuoi esami non andavano bene quanto i miei, e, quando ci siamo rivisti, hai attribuito la cosa al fatto che io avessi scelto l’università in una sede in cui lo stesso corso di laurea era più facile del tuo. In tutta risposta, ti ho detto che accampavi scuse, perché non eri all’altezza di quella facoltà. Da allora i nostri rapporti si sono incrinati e, vivendo ormai lontani, non è stato più possibile recuperare.

Poi mi è arrivato un messaggio, tre anni e mezzo fa:

– Dino, scusa se faccio l’uccello del malaugurio: purtroppo Riccardo è morto.

Non sapevo che fossi ammalato. Credimi e perdonami, eri completamente caduto nell’oblio per me. All’improvviso, sei tornato con violenza nei miei ricordi.

E ho pianto tanto per te. E se sei lassù penso che tu lo sappia e mi abbia visto.

E piango anche adesso che ti scrivo queste righe. Piango per quella giovinezza che volge al termine. Piango perché mi mancano le sigarette che abbiamo fumato insieme. Piango perché la vita mi ha portato lontano e continua a farlo. Piango perché la affronto da solo e per orgoglio non chiedo l’aiuto di nessuno, ma va bene così. Perché non voglio pesare sugli altri. Perché voglio fare esperienza. Perché mi piace l’avventura. Perché ancora non riesco a vedere l’amore degli altri come qualcosa di completamente disinteressato. Perché faccio fatica a fidarmi. Perché tutto sommato sono contento della mia vita, ma come dicevo oggi a Piero, il fatto di aver scelto di viverla a modo mio, mi porterà sempre a farmi sentire in colpa nei confronti degli altri.

Arrivederci amico mio. Sono contento di non averti dimenticato. Sono contento di trovare ancora il bello della nostra amicizia, nonostante gli screzi. Sono contento che tu mi abbia lasciato qualcosa di te.

Mi sarebbe piaciuto rivederti e fumare ancora una sigaretta assieme a te.

E magari, perché no, finalmente berci anche una birra sopra.

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