Io sono un clown

Io sono un clown.

Inafferrabile e sfuggente, che gongola mentre destabilizza, ambiguo, inavvicinabile, imprevedibile, spaventoso, aggressivo, pericoloso, con un macigno sul cuore incapace di infrangersi.

Io sono un clown.

In attesa dell’attimo in cui l’amore fluisca liberamente, prima attraverso gli spiragli tra le rocce della razionalità, fino a diventare una forza inarrestabile che le devasti e le spazzi via una volta per tutte.

Io sono un clown.

Malinconico e addolorato, tradito e traditore, ferito e feritore, imprigionato, in gabbia con un cappio attorno al collo soffocante, in attesa di due occhi che lo guardino in profondità e trovino la chiave del suo cuore.

Io sono un clown.

Un buffone vigliacco, in fuga da se stesso, in fuga dall’amore, in fuga dal mondo, individualista, sfacciato, ambizioso e disperato allo stesso tempo.

Io sono un clown.

Un ossimoro vivente, una cazzo di contraddizione su due gambe, irrequieto, arrabbiato, in attesa di schiantarsi contro un muro, farsi male, curarsi, rialzarsi e ricominciare di nuovo, allo stesso modo e in modi diversi, fino alla fine del tempo, fino alla fine del tempo.

Io sono un cazzo di clown, un cazzo di clown patetico che si ama profondamente.

 

Promemoria sull’invidia

L’invidia è una frustata che ferisce profondamente, che stordisce e che a volte spaventa, soprattutto da chi non te l’aspetti, da chi ha sempre ribadito che gli manca l’ambizione, che gli interessa una vita tranquilla e serena, senza i fastidi e le fatiche che la voglia di migliorare la propria condizione e di mettere a frutto i propri talenti inevitabilmente causano.

Eppure, la gioia di un buon risultato, che spontaneamente a volte vogliamo condividere con gli altri, non è sempre cosa gradita. Qualcuno può sentirsi sminuito, inconsapevolmente. E velatamente te lo fa capire, magari sotto forma di una battuta ben mascherata, che però purtroppo a me non sfugge mai.

Non sono un santo: lo sono anch’io invidioso, lo sono stato, lo sarò, ma ormai prendo come regola ferrea il fatto che tutto quello che mi ferisce in fondo appartiene anche a me, che posso aver ferito a mia volta allo stesso modo o forse anche in maniera più crudele, che le ferite dell’anima sono uno squarcio da attraversare per uscirne rinati e più sereni. Non più forti, ma più in pace con il mondo, più centrati. Sicuramente però mi ricordo di un’altra cosa molto importante, ossia che ciò che invidiamo è quello che non ci appartiene. Ecco perché ormai, da un po’ di tempo a questa parte, mi concentro su quello che so fare, su ciò che è mio per davvero, e lo coltivo e lo faccio crescere. Chissà se riuscirò ad avere cura di questa pianta, se si svilupperà, chissà se sarà il caso o meno di fermarsi un attimo a pensare. Sicuramente sì, questo fine settimana sarà dedicato a tutt’altro.

Eppure fa sempre male, quando ti rendi conto che una persona che reputi amica e disinteressata, è in realtà invidiosa di un tuo successo. Fa male perché è una persona che hai perso, ed è un nuovo lutto da elaborare, perché d’ora in avanti, dovrai pensare anche a tutelarti e a difenderti da questa persona di cui un tempo ti fidavi, mantenendo una salutare distanza su certi temi.

D’accordo, galleggiamo in questa delusione, finché non arriverà la schiarita. Nel frattempo, visto che qualcuno ha aperto questa porta per me, mi accomodo in questa stanza buia e aspetto con pazienza e sopportazione che faccia giorno per vedere dov’è l’uscita, ma soprattutto dove si affaccia.

Che post strappalacrime, a volte so essere anche peggio di Massimo Gramellini e di Stella Pulpo, a cui, sotto sotto, voglio anche un po’ di bene.

 

L’Aria Sicula

Il viso purpureo, sepolto dal ghiaccio,
quest’oggi è scomparso, si è tolto d’impaccio.
E’ apparso un felino, striato ed ozioso,
che osserva compatto, con piglio maestoso.

Incontri tra ignoti, ma anime affini,
che maschere indòssan, che mètton confini,
che vìvon la vita tra gli alti e tra i bassi,
che schivano colpi, di pietre e di sassi.

L’oscuro che schiaccia sopportano stòici,
ma viver ci chiede di esser eròici,
di fare fecondo il buio opprimente,
che renda la luce ancor più splendente.

E intanto la danza nel mare infinito
dell’anima segue, la osservo compìto.
Paziente, seduto, attendo la pace,
e agisco l’amore di cui son capace.

 

Sfigo Ricky – Capitolo 3 – L’orrido abbigliare

Il richeo abbigliare è un’altra delle preponderanti peculiarità che contraddistingue la sua persona.

Svariate sono le caratteristiche degli indumenti da lui indossati che ne conferiscono un ulteriore decremento per quanto concerne il suo decoro.

Si parte innanzitutto dalle camicie, sovente confuse per tovaglie, a causa della presenza fissa di righe o quadrettini che le rendono sgradevoli agli occhi. In svariate circostanze, i suoi compagni, durante le lezioni, solevan fingere di cibarsi sulla richea schiena, additandolo perciò a guisa di un becero tavolo imbandito in una sordida bettola.

Un paio di scarpe gioca un ruolo fondamentale nel picconare la richea onorabilità: nere, alte e logorate, parevan queste ultime provenire dal fondo d’un lago, nel corso di una battuta di pesca. Difatti, usavano i suoi compagni soprannominarle “Le scarpe del lago di Como”.

I pantaloni concludono la vagonata di aberrazioni vestiarie, a cagion dei loro bizzarri colori, totalmente inimmaginabili su un paio di calzoni.

La combinazione di questi elementi dà luogo ad un ulteriore baluardo che caratterizza il richeo nella scelta dei capi di vestiario: la totale aleatorietà con cui questi ultimi vengono prelevati dall’armadio e indossati. Sovente, egli non mostra la minima attenzione negli abbinamenti, presentandosi in svariate occasioni coperto di tessuti dai colori il meno possibile concordi tra loro, dando luogo a risultati atti a scatenare le risa del circondario. Si rimembrano a tal proposito un paio di avvenimenti che mettono in luce questo deficit, secondo alcuni cagionato da daltonismo, secondo altri arrecato dalla sua intrinseca sfighità, feconda madre degli innumerevoli baluardi elencati in cotale testo.

Il primo evento riguarda una serata presso il cinematografo. Il nostro, ritardatario cronico, a cagion del suo solito prepararsi in fretta e furia, si presentò affannato e grondante di sudore all’appuntamento. Un giaccone lungo, dovuto al rigido clima invernale, non lasciava trapelare inizialmente nulla. Giunti però nella sala in cui sarebbe stata proiettata la pellicola, era giunta per il richeo l’ora di liberarsi dell’ingombrante giubbotto. E quell’evento fu, per l’autore e i suoi compagni, come scartare un ghiotto cioccolatino dal suo involucro. Il richeo presentava un abbinamento di colori che lo rendevano una bizzarra e ignomignosa macchietta: calzoni rossi, scarpe nere e maglione blu. La sua immagine rimandava a quella di un zotico e aberrante giocatore di golf. E tra le risa generali e i frizzi e i lazzi al fulmicotone, i suoi compagni proferivano:

– Ricky…ma come cazzo sei vestito?

– Eh…ho fatto di fretta…

– Dove hai lasciato le mazze?

– Mah…WAAAAAAAAAAAAAAAH!

– Mi passeresti un driver?

– La mia dignità ormai è andata…

Un altro episodio, forse il più emblematico tra gli innumerevoli, concerne una mattinata nei pressi della sua università. A causa della prematura ora mattutina, l’autore non aveva fatto inizialmente caso a come il richeo amico avesse deciso di agghindarsi. Ma, nel corso delle lezioni, qualcuno gli fece notare con diplomazia ed educazione, sussurrandogli: – Ma come cazzo si è vestito oggi Ricky?

E lì che gli occhi di entrambi si rivolsero verso la richea sagoma, lasciando loro sbalorditi e attoniti: il nostro presentava un paio di pantaloni verde chiaro acceso, con su una camicia bianca a righe blu verticali. Era ancora inverno. Il tutto rimandava ad una paesaggistica quanto inaspettata e nostalgica immagine estiva: il suo vestire rimembrava una sedia a sdraio posta in mezzo a un prato. Qualcuno proferì, al termine delle lezioni:
– Ricky…certo che hai un coraggio a vestirti così…- Ma il richeo difendeva a spada tratta i suoi indumenti, cercando di portar invano avanti la tesi che quella degenerazione di pantaloni fossero all’ultimo grido e indossati ormai da una buona fetta della popolazione. Ma l’autore non mancò di fargli notare che, se si fosse guardato nei paraggi, nessuno all’infuori di lui, nel raggio di chilometri, indossava quell’immondo capo di vestiario. Giunse l’ora di pranzo, e i nostri recaronsi nei pressi della mensa. E lì probabilmente, il fato o una forza o un’entità superiore miseci la mano. Il richeo aveva ordinato un trancio di pizza. Mentre cercava, con impacciate manovre, di prelevare l’insalata e di porla sul vassoio su cui già giaceva il pezzo di margherita, un colpo fortuito fece rovesciare quest’ultimo sui suoi orridi pantaloni, tramutandoli all’istante in una sorta di bizzarra bandiera dell’Italia. Le risa e gli scherni raggiunsero livelli mai visti in quella circostanza. Qualcuno osò dire che i pantaloni avevano subito un netto miglioramento. Qualcuno pensò che fosse stato un segno del destino o perché no, una punizione divina. Qualcuno intonò l’inno di Mameli. E in ogni caso, come un sol uomo, molti eran concordi sul fatto che quelle terribili braghe avevano fatto la fine che meritavano.

Il richeo, una sera, volle porre rimedio alle terribili figure fatte in precedenza. Recatosi assieme ai suoi compagni presso un pub per una birra, magari anche perché in quella circostanza presentaronsi alcune esponenti del gentil sesso, il richeo volle tentare di mostrarsi alla platea con un tocco di classe: camicia bianca, jeans e giacca elegante. I suoi compagni e le ragazze presenti, inizialmente, complimentaronsi con il nostro per la scelta dell’abbigliare, una volta tanto dettata dal criterio e non dalla casualità e dal caos. Qualcheduno però, dopo un’analisi più approfondita degli indumenti che ricoprivan il suo buffo corpicino, obiettò e scoprì un’altra strampalata chicca da aggiungere all’ormai innumerevole elenco di baluardi: il richeo amico era abbigliato a guisa d’un agente immobiliare. Quando, con la consueta impertinenza, glielo si fece notare, il richeo si inginocchiò e, con il solito suo fare implorante, esplose in un lamento irritante, stupito. Chiedeasi il nostro in cosa avesse fallito in quella circostanza, convinto che con quell’abbigliare avrebbe cambiato l’opinione dei suoi critici compagni, che però avean trovato un’ulteriore ragione per scalfire il suo onore.

 

Sakè

Sakè, questa sera. Piccolo. Tre ochoko e mezzo. Quanto basta per inebriarsi.

Sakè, questa sera. Per vincere l’inevitabile noia della solitudine.

Sakè, questa sera. Per spegnere la fiamma del mio ardente desiderio, almeno per un po’.

Sakè, questa sera. Perché la domenica volge al termine.

Sakè, questa sera. Per mettere a tacere la voce sussurrante del mio daimon, che mi spinge incoscientemente verso il mio destino.

Sakè, questa sera. Per trasformare la paura in dolore.

Sakè, questa sera. Per essere grati a Dio.

Sakè, questa sera. Per celebrare la vita.

Sakè, questa sera. Per dimenticarsi dei sensi di colpa.

Sakè, questa sera. Per sciogliere il nodo che ho in gola e tramutarlo in lacrime.

Sakè, questa sera. Per dimenticare, almeno per un po’, che prima o poi la festa finisce.

Sakè, questa sera. Il sangue di un Cristo orientale. Per non perdere la speranza del Dopo.

 

Venere Chiusa

In spalle si stringe,
da nulla scalfita,
da vita indurita,
se stessa dipinge.

Non vede l’inganno,
la maschera truce
sul viso si cuce,
col cuore in affanno.

D’estate si scioglie,
la pelle d’albina,
il capo reclina,
svelando le voglie.

Poterti afferrare,
aprirti, svelarti,
calore donarti,
e farti gridare.

Oh Venere chiusa,
albàna di luna,
in fuga importuna
da amor, non è usa.

 

 

 

 

 

 

Memorie Olfattive di Due Vagine

Stella_Max.jpg– Si accomodi pure! – esclamò Massimo Gramellini, sorridendo alla sua maniera e mantenendo la porta come un gentiluomo d’altri tempi. Stella Pulpo lo guardò, attraverso i suoi occhiali da sole, nonostante fossero le undici di sera. Sorrise sorniona e procedette all’interno dell’attico del giornalista del Corriere con passo da sfilata.

Era stata una bella serata. Avevano cenato alla Terrazza Aperol, in Piazza Duomo. Stella Pulpo, nel corso della cena, aveva fatto presente a Gramellini che, probabilmente, i tempi erano maturi perché la piazza venisse ribattezzata come Piazza Di Donna. Gramellini aveva elegantemente replicato, con il suo fare morigerato tipico del giornalista prudente che non vuole cacciarsi nei guai, che Duomo si scriveva senza apostrofo. Stella Pulpo si sentì ferita da quella osservazione e, in cuor suo, pensò che anche lui, tutto sommato, era il tipico pene sapiens maschilista. Gramellini, nel corso della cena, aveva mantenuto costantemente la sua solita espressione facciale.

Stella si tolse l’impermeabile e si accomodò sul divano, nell’immenso soggiorno. Gramellini si recò presso la cucina a vista per preparare due Negroni Sbagliati: spumante, Vermut, Campari, due fette d’arancia e ghiaccio ed eccoli pronti. Prese in mano i due bicchieri Old Fashioned, tornò al divano e ne porse uno alla Pulpo. Si sedette accanto a lei.

–  La birra Raffo non ce l’avevo. – scherzò il Gramellini, sorridendo nello stesso solito modo in cui aveva sorriso per tutta la serata.

– Due cocktail impeccabili, dottore, conosce alla perfezione la ricetta. Osservo tra l’altro che lei legge il mio blog. – rispose la Pulpo, accendendosi una sigaretta e sorseggiando il suo drink.

– Mi piace il suo modo di scrivere. Lei ha un grande talento. Inoltre, adoro sentirmi in colpa per il semplice fatto di essere nato uomo. Le confesso che la cosa mi procura un’eccitazione sessuale masochistica. Certo che lei fuma parecchio, dottoressa. Non le farà male?

– Mi manca la mia Taranto e mi sento in colpa a stare qui, lontana dagli arrosti di carne, dagli amici di sempre, dal sole, dalla birra Raffo, dall’impepata di cozze mangiata alla ripa di mare al tramonto, dai vicoli giallognoli di Taranto Vecchia, da mia zia che mi ingozza di burratine, dallo spirito che resta giù quando vai su, dai saluti in stazione che ti stracciano l’anima e ci fanno una ratatouille di nostalgia e insofferenza, e dubbi iperbolici, e domande retoriche sul senso di vivere in funzione delle bollette da pagare invece che degli affetti da amare. Per espiare tutto questo, non potendo respirare l’aria inquinata dovuta all’ex-Ilva, compenso fumando accanitamente. Lo faccio per solidarietà nei confronti della mia città e dei miei concittadini.

Gramellini aveva gli occhi lucidi, commosso dall’armonia poetica, nostalgica e reazionaria con cui la Pulpo, citando a memoria uno dei suoi post, parlava delle sue radici. Si sentì per un momento destabilizzato: quel monologo rischiava di far crollare le sue finte certezze di radical chic, per far venire a galla la sua vera identità di conservatore, che, nel suo intimo, voleva semplicemente avere una famiglia tradizionale.

– Mi manca la mia mamma, dottoressa Pulpo. – Gramellini le afferrò la mano e la guardò intensamente negli occhi, mentre una lacrima scorreva sul suo faccione rotondo e sporadicamente barbuto. L’espressione del viso era immutata anche in questa circostanza.

– Anche a me manca la Vagina Maestra – rispose la Pulpo. Ricambiò lo sguardo lacrimevole del Gramellini. Nel frattempo, lei aveva tolto gli occhiali da sole. – A proposito – sussurrò, avvicinando le sue labbra a quelle di Massimo – adoro il modo in cui lei, nelle sue rubriche, cita a sproposito Carl Gustav Jung. Tra l’altro, chi sarebbe?

Si baciarono. Dapprima delicatamente, sulle labbra. In breve, le loro lingue si intrecciarono per diventare un vortice di mulinelli. La blogger terrons pseudo-femminista e il soffice scrittore posato e prudente del Corriere cominciarono a unirsi carnalmente, forse come preludio di un nuovo progetto editoriale che parlasse alle viscere delle donne sofferenti, allo scopo di speculare sul loro dolore e turlupinarle, indossando la placida maschera dei progressisti emancipati. Gramellini liberò la Pulpo dalla camicia verde militare che indossava, facendo emergere e respirare con prepotenza i suoi vulcanici seni appuli. La Pulpo non indossava reggiseni. Era una scelta ideologica. I suoi capezzoli erano già puntuti e gonfi di desiderio. Nel frattempo, quest’ultima, ansimante e vogliosa, si era fiondata sull’elegante pantalone grigio del Gramellini e in un batter d’occhio glieli aveva sfilati, ma in quel momento, notò qualcosa di insolito e si fermò.

Santiddio Gramellini! Lei indossa mutandine da donna! – esclamò Stella, ancora ansimante e con la fronte vagamente imperlata di sudore.

La Pulpo osservò meglio. Non solo il giornalista indossava mutandine da donna, ma un altro dettaglio ancora più inquietante emergeva osservando con più attenzione. Notò che la zona del pube era completamente piatta.

– Le tolga pure, dottoressa Pulpo. Senza paura. Mi sembra giusto dirle tutto, se lo merita. – esclamò il Gramellini.

Stella Pulpo sfilò con reticenza e con uno sguardo tra l’interrogativo e lo schifato le mutande del giornalista. E quanto aveva presagito e sospettato divenne improvvisamente realtà: Massimo Gramellini aveva tra le gambe una meravigliosa quanto artistica fica. Una vagina perfetta. Grandi labbra, piccole labbra, clitoride. Una fetta di prosciutto crudo perfettamente piegata. Un odore acre, ma piacevole, emergeva dalla sua vulva.

– Quando è successo? – chiese Stella turbata. Provava perplessità, stupore, confusione ed eccitazione.

– E’ stato un processo graduale, a partire da quando ho iniziato a scrivere Il Caffè, sul Corriere. Ho notato che ogni mattina mi svegliavo e il mio pene diventava sempre più piccolo. Finché un giorno non ha raggiunto le dimensioni di un clitoride. Più avanti, la pelle che lo circondava ha cambiato forma, fino ad assumere i connotati di un’autentica vagina. Ho consultato un ginecologo e, per fortuna, mi ha tranquillizzato: il mio nuovo organo funziona perfettamente. Ho imparato a masturbarmi e a godere come una donna, con i giocattoli che tra l’altro lei sponsorizza sul suo profilo Instagram. Lei mi ha fatto scoprire un mondo completamente nuovo, dottoressa. Le sono debitore.

– Non pensavo di aver avuto un ruolo così fondamentale nella sua vita. Mi emoziona dicendo questo. – Gli occhi le si riempirono di lacrime.

Massimo Gramellini era stato il primo prototipo umano a confermare la teoria del gender: era andato mentalmente e fisicamente oltre il concetto di genere maschile e femminile.

– Sto pensando di cambiare il mio nome in Maximum Gramellina.

– Anch’io sto pensando di cambiare il mio nome in Stella Pulpa.

– Si accomodi, dottoressa. Assaggi pure e non faccia complimenti. Non vorrà mica che Il Caffè di domani abbia come titolo Le Non-Leccatrici?

– Arguto, il mio bel radical chic neutro…

Stella Pulpo si fiondò immediatamente sulla fica di Gramellina , lavorando di lingua in maniera certosina e abbeverandosi dei suoi umori come una bestia assetata. Gramellina iniziò a godere, dapprima ansimando come un umano, per poi iniziare ad emettere versi scimmieschi. Ben presto, i due si trovarono intrecciati, dapprima in un sessantanove, per poi passare tutta la notte a sforbiciare e a procurarsi orgasmi multipli, emettendo urla e farfugliando come una coppia di bonobo.

Passarono tutta la notte accoppiandosi selvaggiamente, finché ormai esausti e stravolti dagli innumerevoli orgasmi, non si placarono e non si resero conto che era già mattina.

– Devo tornare a casa! – esclamò allarmata la Pulpo, – La mia agrodolce metà sarà preoccupata!

L’appartamento era impregnato di odor di fica in maniera impressionante, memorie olfattive di due vagine.

Stella si alzò dal divano e si rivestì, mentre Gramellina la osservava disteso, con sguardo da innamorato. A un certo punto si levò anch’egli, indossò le sue mutandine da donna e una vestaglia e la accompagnò alla porta. La aprì e le disse:

– Fai uno squillo quando arrivi…

E Stella rispose:

– Fai bei sogni…

Si diederò un bacio a stampo. Poi lei uscì.

 

 

 

 

Sfigo Ricky – Capitolo 2 – Lo Spiovente

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Lo spiovente costituisce probabilmente la principale peculiarità della richea morfologia. Come mostrato in figura, costituisce un’anomalia piuttosto evidente che lo rende un caso quasi unico nel suo genere.

Il primo ad accorgersi di tale caratteristica è stato il Dottor Celenza, detto Il Criceto. Un dì, mentre ci si accingeva a una seduta di gruppo di studi sfigo matematici, egli fece notare ai presenti un inquietante aspetto: la richea nuca presentava un terribile parallelismo con la parete adiacente a quest’ultima.  – Guardate il cranio di Nash! , pronunciò birichino Il Criceto, suscitando la curiosità dei presenti.

E’ necessaria, prima di proseguire, una doverosa digressione. John Nash costituisce il più antico dei richei soprannomi. Fu attribuitogli a causa delle sue notevoli capacità nel risolvere problemi matematici e fisici di estrema complessità. Nel corso di una lezione di informatica, fu il solito Criceto a presentarlo al docente, proferendo: – Prof. Lui è John Nash!, il quale, in tutta risposta, dichiarò: – Spero meno pazzo!. Mai speranza fu più vana, né risposta più profetica. Sovente, il nostro era chiamato Johnny da parte di Manganello,  ultras sfegatato del Milan, naturalmente assolutamente ignaro su chi fosse il vero John Nash. Stiamo parlando di un individuo che una volta, interrogato su come avesse passato il fine settimana, rispose all’autore con la seguente frase: – Ho usato il pene!

Ma non divaghiamo. In quell’istante, mai il nostro richeo amico avrebbe immaginato le conseguenze di poche parole messe alla rinfusa da parte del suo minuto collega.

Nei giorni a venire, le cricètee parole, apparentemente innocue, avevano maliziosamente stimolato la creatività dell’autore. Ai tempi, si era usi  disegnare caricature dei colleghi universitari e dei docenti più buffi che occupavano l’aula durante le tediose ore di lezione. Erano momenti in cui a stento si trattenevano le risa, con il grosso rischio di essere malamente cacciati dal docente di turno. In tutto questo, si soleva raffigurare il richeo volto unicamente mediante una rappresentazione frontale. La cricètea osservazione sulla conformazione cranica del Ricky fornì un punto di vista innovativo, alla stregua di una nuova corrente pittorica. Per l’autore fu un momento di transizione, un po’ come un Picasso che lascia alle sue spalle il periodo rosa per entrare di prepotenza nel cubismo. Da quel momento, si cominciò a mettere a frutto una rappresentazione laterale del richeo volto, essendo il profilo ben più ricco di dettagli capaci di fargli perdere la dignità, suscitando le risa di coloro che gli stavano attorno. Nelle frequenti rappresentazioni, la nuca, paurosamente verticale e pertanto denominata lo spiovente, era solitamente l’ultima ad essere tracciata, ma non per questo si dava minor importanza ad essa. Al tenue tratto atto a demarcare gli inconfondibili lineamenti del viso, seguiva un violento quanto rumoroso procedere verticale della penna, che rompeva prepotentemente la tensione accumulata fino a quel momento, mettendo inesorabilmente nero su bianco la terrificante verticalità della cervice. Era proprio l’echeggiare di tale suono a cagionare il maggior scalfirsi della richea dignità, mentre i suoi compagni esplodevano in una risata liberatoria. Il richeo amico reagiva con smorfie di disperazione, alla ricerca di un’onorabilità che cominciava pericolosamente ad oscillare.

Sovente, il richeo amico veniva raffigurato sempre di profilo, ma con il corpo di un ortaggio, il più delle volte una Daucus Carota, spesso dovuto ai bizzarri colori vegetali con cui soleva abbigliarsi, tematica rimandata al capitolo successivo. In altre occasioni, si era soliti riprodurre il richeo profilo alla stregua di un monte dei suicidi, aggiungendo al suo volto dei simpatici ometti stilizzati sul capo, mentre si lanciavano disperati lungo lo spiovente. In altre occasioni, a causa della tendenziale richea lamentosità, l’autore, per smorzare le sue geremiadi, lo invitava a non avere il primato della sofferenza e per rafforzare il messaggio, armato di gessetto, riproduceva alla lavagna il richeo profilo su un ipotetico podio del dolore, naturalmente medaglia d’oro. In queste occasioni, il richeo non ci vedeva più dalla frustrazione e fuggiva via inviperito dall’aula presso cui si era recato per una sessione di studi. Infine, la verticalità della nuca, unita alla forma tendenzialmente rettangolare del richeo cranio, permetteva a quest’ultimo di essere trasformato secondo Fourier, ottenendo nel dominio delle frequenze un cranio avente forma di seno cardinale.

Nel prossimo capitolo, ci occuperemo di un altro baluardo che ha contribuito a scalfire la dignità di Ricky: l’abbigliamento.

Rinnegare la Puglia – Il Pugliese nostalgico a Milano

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Tempo fa, dopo un lungo periodo di solitudine e di fine settimana passati nel mio monolocale milanese, mi trovai nuovamente coinvolto in alcune uscite con un gruppo di conoscenti. Ci tengo a sottolineare che si trattava di semplici conoscenti, dato che, come ho già fatto presente in altri post, per me è un vanto non avere amici. Rifuggo volontariamente i rapporti fatti di comprensione, empatia, solidarietà, affetto e amore, perché costituiscono un ostacolo alla produttività, all’efficienza e alla mia volontà di potenza di stampo nietzschiano. Tipicamente, mi approccio alla gente con il piglio dello scienziato. Osservo le persone con l’occhio acuto e critico del ricercatore. Di fatto, gli uomini e le donne costituiscono per me più delle cavie sulle quali fare introspettivi esperimenti di carattere psicologico e sociale. Del resto, volendo dare una personale interpretazione al pensiero di Yuval Noah HarariHomo Sapiens altri non è che il cugino stupido del Pan Paniscus.

Ma non divaghiamo. Ricordo che tali conoscenti che frequentavo erano prevalentemente trentenni ancora convinti di essere alle scuole superiori. Ricordo che persino alle superiori avevo la sensazione di uscire con dei diciottenni convinti di essere ancora alle superiori. I trentenni in questione provenivano purtroppo tutti dalla regione Puglia.

Ora, ho già fatto presente altrove che sono un ex-Pugliese. Come ho già menzionato in altre occasioni, provo imbarazzo quando mi trovo circondato dai miei ex compaesani. Nello specifico, la tipologia con la quale mi sento più a disagio è proprio quella del pugliese emigrato al Nord. Da poche settimane o pochi mesi o pochi anni o pochi decenni non ha importanza. Il campione, inteso sia in senso scientifico che sarcastico, presenta generalmente alcune caratteristiche cristallizzate e dunque irremovibili.

Innanzitutto, il soggetto presenta un profondo complesso di Edipo irrisolto. Generalmente, la sua sofferenza è dovuta al non poter mangiare riso, patate e cozze cucinato da sua madre. Di solito, spende migliaia di euro all’anno del marito di quest’ultima per tornare in Puglia una volta ogni due settimane, allo scopo di farsi lavare e stirare i vestiti, non essendo in grado di far funzionare la lavatrice. Di solito, quando rientra al Nord, si sente solo e si piange addosso perché Milano fa schifo e la gente è fredda e pensa solo a lavorare.

Generalmente, quando si trasferisce a Milano, non volendo far pagare ai suoi genitori degli affitti alti, dato che questi ultimi continuano a mantenerlo per tenerlo al guinzaglio e continuare a sentirsi indispensabili, i primi tempi va a vivere da un parente, magari dalla sorella o da uno zio che magari è anche in pessimi rapporti con i suoi genitori. Nonostante questo, la famiglia resta per lui sempre al primo posto come il luogo fatato dell’amore incondizionato, perpetuando l’eredità di dolore che genitori e figli continuano a passarsi da millenni, di generazione in generazione.

Provenendo da un paesino di poche anime, non essendo in grado di tollerare la solitudine e la dispersività del capoluogo lombardo, si pone come obiettivo principale quello di ricostruire in maniera nevrotica la vita che faceva al sud. Nello specifico, cerca di mettere su un gruppo di finti amici costituito da una ventina di persone, naturalmente tutti meridionali, cercando di coinvolgerli sei sere su sette in uscite ed eventi che non interessano neppure a lui. Crede di amare incondizionatamente tutti loro, quando in realtà soffre di dipendenza affettiva. Infatti mette il muso e diventa passivo-aggressivo nel momento in cui qualcuno di questi decide di dargli buca una sera o di fargli notare che i suoi comportamenti sono un attimino troppo invadenti. Oltre a ciò, dal suo punto di vista, tutti coloro di cui si circonda sono obbligati a patire la sua stessa nostalgia. In caso contrario, accusa con ferocia chi non lo fa di aver rinnegato le sue radici, qualsiasi cosa voglia dire questa frase. 

Concludo la descrizione, menzionando uno degli aspetti più rilevanti del campione in questione: la presunzione con cui esalta il cibo pugliese, disprezzando con sarcasmo la cotoletta e il risotto allo zafferano, come se friselle, panzerotti, mozzarelle e burratine possano in qualche modo competere con i prelibati piatti tipici di noi milanesi. Si lamenta inoltre di come i prezzi dei prodotti pugliesi a Milano siano troppo elevati, non tenendo conto in alcun modo del fatto che i costi più elevati includono il prezzo per il trasporto, gli affitti più elevati dei negozi e supermercati Milanesi, le percentuali che spettano a un distributore e altri aspetti complessi di carattere economico, dimostrando pertanto in merito una profonda ignoranza.

Rinnovo quanto già affermato a proposito del progetto politico occulto di Stella Pulpo: chi fa della nostalgia di casa uno strumento propagandistico spacciandolo per letteratura o intrattenimento, come il blog Memorie di Una Vagina o Casa Surace, favorisce una spinta endogamica involutiva, alla base delle ideologie reazionarie e fasciste.

E’ dovere di tutti noi pertanto, rinnegare con civiltà, ma con fermezza, le nostre radici e le nostre origini, per muoverci verso uno stile di vita realmente progressista e positivista, orientato esclusivamente al lavoro, allo scopo di salvaguardare la nostra democrazia.

L’amore per principio, l’ordine per fondamento, il progresso per fine. (August Comte)