Appuntamenti strampalati – Ricordo di gioventù

Diverse estati fa, mi recai in una discoteca all’aperto con un folto gruppo di amici, con i quali ci si vede ormai di rado. A quei tempi ero solito bere abbastanza. In quella circostanza, l’alcol mi fece prendere una tremenda cantonata.
Ero alla seconda birra media e, come previsto, sia gli effetti euforizzanti che gli effetti diuretici della bevanda non si fecero attendere. Decisi pertanto di recarmi alla toilette, allontanandomi dal gruppo.
Strada facendo, intravidi una giovane donna in disparte. Complice la disinibizione fornita dall’alcol, decisi di approcciarla.

La donna, lì per lì, credette che facessi parte della sua compagnia di amici che, in quel momento, aveva perso di vista a causa dell’affollamento del locale. Resasi conto di essersi confusa, nonostante tutto, cominciò a interagire simpaticamente con il sottoscritto. Era piuttosto ciucca. Al termine del nostro breve dialogo, fatto di benevoli prese in giro sulle nostre reciproche professioni, riuscii a strapparle il numero di telefono e, dopo essermi liberato la vescica, rientrai alla base dai miei amici.
A distanza di un paio di giorni da quella serata, decisi di scriverle, senza farmi troppe illusioni, convinto che la ragazza non si sarebbe minimamente ricordata di me.
Dopo avermi chiesto inizialmente chi fossi, che non ricordava niente della serata, causa memorabile sbronza, improvvisamente feci nuovamente capolino nella sua memoria. Fu lei stessa, dopo un breve scambio di messaggi, a propormi di passare a trovarla, dato che abitava in una ridente cittadella del milanese, non troppo lontana da casa mia.
Ci demmo appuntamento per il sabato successivo, nel tardo pomeriggio. Sarei passato a prenderla a casa sua. Mi tirai a lucido e portai addirittura la mia vecchia Ford Focus all’autolavaggio. Mi presentai puntuale alle 19.30 sotto casa sua. Lei mi aveva già inviato un messaggio, dicendomi che avrebbe tardato di una quindicina di minuti. Attesi.
Una lieve tensione si faceva largo in me, dovuta al fatto che non ricordavo esattamente il volto della donna. Nel corso del breve scambio di battute intercorso in quella serata, ero piuttosto brillo. Decisi comunque di buttarmi le ansie alle spalle, anche perché era da diverso tempo che non avevo un appuntamento galante.
A un tratto, lei scese. Quando la rividi, mi sentii come la moglie di Lot, voltatasi a guardare la distruzione di Sodoma: divenni una statua di sale. Da sobrio, la realtà  si mostra inesorabilmente per quello che è: era orrenda. Il suo naso faceva provincia. Indossava un vergognoso abito nero attillato e aveva avuto l’orribile idea di infilarsi un fiore tra i capelli. Non so se il fiore fosse finto o vero. Nel secondo caso, fece senz’altro una fine indegna. In ogni caso, la cosa che mi scosse del tutto avvenne quando mi feci avanti per salutarla con i consueti due baci sulle guance. Il suo fiato emanava un inconfondibile olezzo di vino: era già ubriaca!
Salimmo in macchina, mentre ogni cellula del mio corpo cominciava a sentirsi in imbarazzo. La tipa era fastidiosamente loquace ed estremamente cafona, probabilmente anche a causa dell’alcol che già le scorreva nelle vene. Cominciò a parlare ad alta voce e a vanvera, chiedendomi di raccontarle qualcosa della mia vita. Risposi a malapena, mentre il mio cervello andava a caccia disperata di argomenti, come un cacciatore alla ricerca di un orso bianco all’equatore. Se in quel momento mi fossi sottoposto a un elettroencefalogramma, il risultato sarebbe stato una linea retta. Decisi di infilarmi nel primo pub per mangiare qualcosa, sperando di stemperare la tensione indicibile che stavo provando.
Ci sedemmo e ordinammo da mangiare. La tipa ordinò un bicchiere di vino. Un altro. E seguitò con il suo monologo, nel corso del quale partì con un’invettiva contro la nostra Repubblica e l’inefficienza del suo sistema giudiziario. In quel momento, mi domandai da dove giungesse tanto astio nei confronti delle nostre istituzioni. La risposta non si fece attendere. Difatti, d’un tratto, la donna svelò l’arcano:

– Sai, mi hanno condannata a lavori di pubblica utilità  per guida in stato di ebbrezza. Mi hanno ritirato patente e macchina e sarò costretta ad andare per un centinaio di giorni in un capannone a stirare.

Mi sentii come un pompeiano appena travolto dalla lava delle sue argomentazioni, espulse dalla sua bocca Vesuvio. Mentre le mie viscere erano in preda alle contorsioni, divenni una statua e il mio volto si fece di bragia.

Continuò per un po’ a eruttare ulteriori invettive. Nel frattempo, avevo ordinato un’insalata, della quale non riuscii a mandar giù che pochi bocconi. La tensione era indescrivibile e volevo essere ovunque tranne che lì, seduto in quel pub, con lei. Nel frattempo, i suoi sproloqui proseguirono.Si alzò addirittura in piedi e parlando ad alta voce, cominciò a dare spettacolo nel locale. Le intimai timidamente di abbassare il tono della voce, ma queste mie parole la irritarono, dicendomi che non aveva minimamente a cuore l’altrui giudizio. Mai come in altri momenti, desiderai che il tristo mietitore venisse a prendermi.

A un tratto, ricevette una telefonata. Rispose e dopo aver salutato calorosamente colui che l’aveva contattata, all’improvviso cominciò a insultarlo pesantemente, non ho mai capito se in chiave ironica o realmente piena di astio nei suoi confronti. Chiuse la telefonata, spiegandomi chi fosse.

– Sai, era il mio migliore amico. Da quando si è fidanzato, non si fa più sentire. Eppure abbiamo passato un sacco di bei momenti insieme. Non hai idea di quante volte abbiamo passato la notte in caserma io e lui.

Come se avessi incrociato lo sguardo di Medusa, mi pietrificai ulteriormente. Ormai la tensione aveva raggiunto livelli umanamente insopportabili. Decisi pertanto che era il momento di pagare, di andar via e di liquidarla.

Uscendo dal locale, si accese una sigaretta. Le chiesi per quale motivo avesse accettato di uscire con me, visto che eravamo un attimino “diversi”. La donna mi rispose:

– Ah, guarda, me lo sto chiedendo anche io. Sei troppo un bravo ragazzo, tu! E poi, stai sempre lì a farmi la predica sul fatto di non bere e di non fumare. Sembri mia madre!

In quel momento non ne potetti più. Tutta la tensione accumulata fino ad allora si fece prorompente. Ferito nell’orgoglio, decisi di esplodere tramite una mossa il cui intento era, in un caso o nell’altro, quello di levarmela dalle scatole il più in fretta possibile. Le dissi:

– Tua madre farebbe questo?

E la baciai.

Le nostre lingue si incrociarono timidamente. Mi sentii come un cane in procinto di abbeverarsi da una ciotola di Tavernello in cui galleggiavano svariati mozziconi di sigaretta fumati da barboni. Colpita da quella mossa inaspettata, d’improvviso si ammutolì. Tornammo alla macchina e vi risalimmo.

Mentre guidavo, decisi di andare dritto al sodo senza troppi giri di parole. Proferii unicamente questa frase:

– Se ti va, casa mia è qui vicina.

A quel punto, la tipa divenne una furia, una bestia imbizzarrita. Cominciò a urlare dicendomi che non era il tipo di persona che faceva quelle cose e che era una persona seria (sic!). Mi chiese di farla scendere, perché voleva tornare a casa. Le feci notare che casa sua era a circa 20 km da dove ci trovavamo e che in ogni caso avrei dovuto accompagnarla io.

– Ah sì?! Pensi che non trovi qualcuno che mi passi a prendere??? Fammi scendere immediatamente!!!

Non feci una piega. Accostai. Scese e andò via sbattendo la portiera.

Sollevato, rimisi in moto e tornai a casa. Ai tempi vivevo in un monolocale in affitto di venti metri quadrati.

Non la rividi mai più.

Pochi mesi dopo, smisi di bere, per lungo tempo. Ma questa è un’altra storia.

Anna – Parte 1

La prima volta che la vide, Anna gli suscitò una vaga antipatia. Ebbe l’impressione di una persona artefatta e impostata. Estroversa, ma in una maniera ostentata, al limite dell’incontrollata. Un’estroversione che però nascondeva imbarazzo e un bisogno disperato di sentirsi accettata, amata.

Una delle prime interazioni con lei fu al caffè dell’ufficio. Lui stava punzecchiavando un collega in comune in maniera feroce, per questioni politiche. Anna osservò, con un’altra collega, di quanto lui fosse un tipo diretto. Tra sé e sé, lui lo prese come un complimento.

Un’altra volta ancora, al caffè, lui non aveva il buono. Glielo offrì lei. A quel punto iniziarono a chiacchierare un po’. Lui la guardava negli occhi. In quei profondi occhi blu. In quell’espressione un po’ accigliata e combattiva che aveva lei. Lei non riusciva a reggere il suo sguardo. La guardava intensamente, per sfida. Anna, forse per togliersi dall’imbarazzo, sbatteva velocemente le ciglia. Era il suo modo di distogliere lo sguardo. Parlarono di fotografia. Ai tempi fotografavano entrambi. La sfidava così, ma anche lui si rese conto di sentirsi molto insicuro nei suoi riguardi. Provava una sorta di soggezione nei suoi confronti.

La stuzzicava spesso così. La fissava intensamente negli occhi, quando le parlava. Forse più per sport, come esperimento sociale. Non sapeva ancora se stava cominciando a starle simpatica. Al contrario, da parte sua percepiva stima.

Qualcosa cambiò un giorno.

Un venerdì, pranzarono tutti insieme. Anna stava raccontando a tutti che aveva acquistato un obiettivo per la sua macchina fotografica tramite un negozio su internet che però aveva la sede vicino al paesino in cui viveva. Lui parlò poco, ascoltava. A lei piaceva la sua riservatezza. Dopo pranzo, non ebbero modo di interagire al caffè. Ma terminata la pausa pranzo, nei pressi dell’ingresso dell’ufficio, poco prima che ognuno tornasse alle sue postazioni di lavoro, lui le si avvicinò, guardandola sempre fissa negli occhi:

“Fammi sapere allora il nome di quel negozio dove hai preso l’obiettivo, perché è da un po’ che pensavo di prenderne uno anche io”.

Qualcosa cambiò in quel momento. Lo sguardo di Anna cambiò. I suoi occhi si allargarono, fece un gran sospiro e sorrise. Anche lui, dentro di sé, sentì cambiare qualcosa.

Si piacquero.